L’ultimo questionario (una “pièceSSS”)

Agosto 2017 – esterno notte. Lui e lei potrebbero essere sdraiati su un prato lontano dalla città a godersi il San Lorenzo; o con la schiena appoggiata contro un pedalò spiaggiato, sempre sotto stelle e su un metro quadrato di arenile non lambito dalle luci artificiali. Poco importa. Inizia lei.

– Sai di cosa mi servo per saperne di più su qualcuno? E’ una specie di mania.
– Di cosa?
– Quasi mi vergogno a dirlo. Di questi stupidi questionari che trovi nelle ultime pagine dei settimanali, con cui si mettono sotto torchio le persone famose, magari per far vedere che in fondo sono come noi.
– La sola possibilità mi fa rabbrividire.
– Beh, allora mi limito a provare a vedere se con un animale come te si possa instaurare una semplice conoscenza. Posso?
– Sa un po’ di romanzo di Carofiglio, ma….va bene. Leggi pure.
– Ma non devi pensarci troppo, ok? Allora. Parto con la domanda da poco. Cos’è la felicità?
– Una festa in una casa in collina, nella quale dopo un po’ non riesci più a capire chi e quanti siano gli invitati e gli imboscati. Nel dopocena non siamo esattamente presenti a noi stessi e il mio amico Ian, mentre dallo stereo sgorga l’introduzione strumentale a “Shine On You Crazy Diamond”, dice al nulla: “Non c’è niente da fare, un classico è sempre un classico”; per poi rintanarsi a scopazzare da qualche parte. Alle sei del mattino, nel dormiveglia, puoi captare la padrona di casa che, dall’altra stanza, grida esasperata: “E allora va bene, bevetevi tutto, chi se ne frega!”
– Aspetta, ma tutto questo è successo?
– Secondo te?
– Cominciamo bene. Il personaggio storico in cui ti identifichi?
– Nessuno. “La Storia non è magistra di niente che ci riguardi”. Montale.
– La massima stravaganza della tua vita?
– Aver realizzato, insieme agli amici, un filmato sulla vita nell’universo, girato in realtà nell’entroterra con la vergognosa aggiunta di estratti da “2001, Odissea nello spazio”. Ci mettemmo dentro un mucchio di boiate, rese abbastanza credibili dal serioso doppiaggio del sottoscritto. Il risultato fu proiettato durante una lezione di geografia astronomica, e mi si giura che durante i primi minuti c’era gente a prendere appunti. E’ un richiestissimo pezzo da collezione, andrebbe benissimo su YouTube ma io non lo diffondo perché, durante le riprese e l’assemblaggio del tutto, la legge è stata violata e la fedina di qualcuno potrebbe risentirne. Ne ho un’altra, di stravaganza: il mio cellulare altro non fa se non inoltrare e ricevere telefonate e sms. Ma un giorno mi arrenderò e ne prenderò uno che fa la piada.
– Ecco. Il dono di natura che vorresti avere?
– Indurre le donne a strapparmi i vestiti di dosso, ovvio, in qualsiasi modo che non implichi l’uso di arma.
– Dai, scemo!….Di quale virtù ti piacerebbe disporre?
– Della creatività. Sempre che sia una virtù.
– Facciamo un intermezzo musicale. Beatles o Stones?
– Gli Who. E non dire: “ah quelli della canzone di Ligabue”.
– La più bella canzone italiana?
– Una qualunque degli Skiantos. Ora come ora, lieve preferenza per “Voglio un vitalizio”, che risale al 1999 ma era avanti di diversi anni; seguita da “Sono un ribelle mamma”, che mi fa piangere. E se te lo meriterai, ti spiegherò il perché.
– Miles Davis o Louis Armstrong?
– John Zorn.
– E chi è?
– Studia, capra!
– Daiiii! Il primo concerto a cui sei stato?
– Ero piccolo, i miei mi portarono a vedere Franco Battiato, periodo de “La Voce Del Padrone”. Perché?….Sai che forse mi piaceva? Ah, non chiedermi qual è l’ultimo. Non me lo ricordo.
– Ok. Qual è il primo disco che hai comprato?
– Con i miei soldi, quindi. Mh, dev’essere stato il vinile di “Led Zeppelin I”. Ricordo ancora distintamente quando mio padre mi colse nell’ascolto delle prime note di “Your Time Is Gonna Come”, suonate con il più classico organo anni ’70. Disse: “Adesso ci mancavano anche le messe da requiem”. Poi andò al cesso.
– Non mi dire che non ti ricordi l’ultimo?
– Dopo adeguato spulciamento di scaffali, “Cantare La Voce” di Demetrio Stratos.
– Mamma mia. Non è che puoi tirartela di meno, per favore?
– No. Almeno musicalmente, no.
– Se fossi un disco, quale saresti?
– “Disco Volante”, dei Mr. Bungle. In subordine, “King for a day, Fool for a lifetime”, dei Faith No More. Danno un’idea di come sono composto.
– Oddio, magari la prossima la salto…
– Non pensarci nemmeno.
– Va be’. Una canzone da suonare al tuo funerale?
– Pfff….”Fools” dei Deep Purple. Perché…perché nessuno la conosce, ecco.
– Direi che il campo musicale è stato adeguatamente esplorato. Andiamo avanti. Il tuo miglior amico?
– Dio me ne scampi e liberi.
– Ci avrei giurato. Il giorno più felice?
– Una volta avrei detto il 31.05.1998, circa alle sei di pomeriggio, in stazione a Bologna – per come si era messa, diciamo. Data poi superata dal 12 novembre 2011.
– Ah, quando cadde il governo Berlusconi?
– No; peraltro accadde in serata. Quel pomeriggio si posò sul mio cuore una mano di cui porterò per sempre l’impronta.
– Ora sì che mi stai facendo paura. Fiore preferito?
– …No, non mi freghi, so che hai fatto arrivare lo psicologo apposta da La Spezia…
– Sempre più idiota!…Aspetta, ce n’è un’altra, musicale. Cantante preferito?
– Mike Patton. O il Rob Halford dei tempi d’oro. Una volta ti avrei detto anche Philip Anselmo, ma solo per presenza scenica.
– La cosa più preziosa che possiedi?
– Beh, presumo che alcuni 33 giri che ho in casa inizino ad essere abbastanza preziosi.
– Non altro?
– Ti prego, non farmi arrivare a citare le lettere ricevute, a riprova del fatto che anch’io sono stato amato per un po’, e bla bla bla.
– Ce l’hai un motto?
– Vediamo. Chi non s’aspetta l’inaspettato non troverà la verità. Eraclito.
– E….lo stato d’animo attuale?
– Sto comodamente seduto sulla bocca di un vulcano. Spento, per ora.
– Mh….uh, guarda….la luna è davvero bella e vicina stasera, non trovi?
– Ma quale Luna…quello è Nibiru. Tra poco si schianterà contro di noi. Dico, non li hai letti i giornali?

(Stacco improvviso su quadro nero, alla Fratelli Cohen, mentre chi assiste ci resta malissimo e si chiede “Beh, mica sarà finita così?”).

Una borsa, la borsa

Qualche affezionato che magari sta leggendo e colgo l’occasione per abbracciare sin da queste prime righe, lo sa: non sono nato su questa piattaforma. Iniziai a pubblicare su un portale la cui home page è da tempo ridotta a un giornaletto di pettegolezzi di quart’ordine, ma almeno aveva il vantaggio di permettere, oltre all’apertura di un blog, la contestuale iscrizione a uno spazio per cuori solitari più o meno realmente esistenti: e io, animato da un misto di disperazione profonda e spudoratezza, ci cascai in pieno (oggi delle due mi è rimasta solo la prima, per cui non credo che rifarei esattamente tutto). Un giorno notai nella colonna delle visite un identificativo talmente bello da indurmi a sbirciare immediatamente nel relativo profilo. Vi lessi la frase – o meglio, l’elaborato – di presentazione, contenente tutto fuorché la spiegazione di quel nome (cosa che di solito indispone la gente che vuole capire a tutti i costi – brutta razza, quella; e non si riposa mai). Restai colpito, se non altro perché mancavano espressioni premasticate come “Sono una ragazza solare” o “Non mi descrivo, se no che gusto c’è”, presenti nella maggioranza dei profili di una comunità virtuale, e così presi coraggio pensando a una decente frase elogiativa da mandare alla visitatrice. Non feci in tempo. Due secondi, e da lei mi arrivò un messaggio privato: “Bella scheda. Complimenti”. Ciò che avevo scritto per meritarmi quell’elogio, s’intende, è andato perduto.
A sua volta, I. non era nata sul portale luogo del nostro incontro: vi aveva aperto un profilo solo per risultare tracciabile da un amico, spiegò. Capii subito che avere sue notizie in messaggeria rappresentava un privilegio. Si cullava nella scherzosa illusione che i versi di De Gregori sulla ragazza “lì al quarto piano, tranquilla, che fuma un’altra sigaretta” – ed ecco che ho poco furbescamente dissipato ogni dubbio sul suo nome, di cui ho riportato solo l’iniziale, ma chissenefrega – siano stati scritti appositamente per lei. Ma le piaceva anche la foto della mia scheda: il marchio di una birra con sopra raffigurato l’arcinoto bevitore baffuto la cui faccia, però, era sostituita da quella del Georgiano di ferro; e, al posto del nome della bevanda, la scritta “Addavenì Baffone”. Mi sentii in dovere di tempestarla, telematicamente, con le puttanate con cui di solito intontisco anche gli sconosciuti; lei a sua volta mi lasciò gustare il suo stile, il modo di assemblare i concetti, un po’ di atmosfera della sua Roma metropolitana. Si congedava da me con l’unico apprezzamento che la bontà d’animo può spingere a spendere col prossimo, a distanza e in mancanza di una fotografia, cioè “Bello leggerti”. E il fatto che questa frase possa essere letta e goduta con la stessa euforia con cui si accoglierebbe l’elezione a più bello del mondo (o anche solo del pianerottolo), è rimesso alla sensibilità individuale.
In breve mi dirottò sul suo blog, su un’altra piattaforma oggi scomparsa, inviandomi pure una foto in cui lei è ritratta con un bicchiere in una mano, uno stuzzichino nell’altra e, guardando nell’obiettivo, l’espressione che intende: “…proprio mentre mangio, eh? Ma sappi che mi vendicherò”. Sembrava la sorella maggiore del monello di Chaplin: anche lei in salopette, e con un guizzo birichino negli occhi caleidoscopici. Le scrissi che quello scatto mi infondeva fiducia, anche se non ero sicuro di aver fatto capire quanto ritenessi importante una cosa del genere.
Ci scambiammo altre foto, altre e-mail deliranti, nel miglior senso del termine. Soffriva – e temo che mentre scrivo i bruciori di stomaco non le siano passati – per il modo in cui questo Paese era diventato così brutto e cattivo, e per la sua Roma in particolare, invasa all’epoca da energumeni in giro per le strade a festeggiare con il braccio teso la vittoria alle comunali di Eia-Eia-Alemàn. Provai a consolarla e lei, meno male, riuscì a passare disinvoltamente sopra al fatto che tempo prima, altrettanto brutto e cattivo che non ero, mi fossi finto comunista solo per riuscire gradito a una ragazza, seppure cioè della caduta tendenziale del saggio di profitto non sapessi granché. Poi ogni tanto I. spariva e si rifugiava in posti cerebralmente lussuosi, che so, le parti più selvagge della Bretagna, le zone meno turistiche del Portogallo, lasciandosi sopraffare dal vento e dalle maree, magari con una birra d’abbazia in corpo, dunque non restava che aspettare i suoi ritorni e magari i suoi rimproveri, perché quanto a viaggi lei era sempre due piste più avanti. Ad esempio, in tema di esperienze lusitane, alle soglie dell’autunno partiva per l’isola di Funchal, e mi bacchettava perché io ad agosto ero stato in Algarve: “A Sud in estate, che sciocchezza”, salvo poi parzialmente ricredersi, bontà sua, leggendo i miei resoconti, e allora pensavo che lei era così, uno schiaffo e una carezza, non sarebbe mai cambiata, o almeno lo speravo.
Di I., oltre alle foto, mi è rimasto un indirizzo elettronico ma, per come vanno le cose più o meno in generale, non voglio importunarla e tantomeno annoiarla. Il suo blog – dopo l’ultima pubblicazione, la trascrizione di una densa pagina di Saramago – fu inghiottito con la chiusura della piattaforma che l’ospitava; anche la pagina dove ci conoscemmo, sparita. Per fortuna, come prefigurandomi quest’eventualità, avevo trascritto anch’io qualcosa per i fatti miei: l’unico post sopravvissuto al naufragio dei suoi scritti, uno dei più belli o almeno quello che io mi sono goduto di più. Mettetevi comodi, quindi. Voglio condividere il piacere della riscoperta del manifesto programmatico di I., della sua vita. Si intitola “Vuoi giocare con me?”. Spero non ti arrabbierai, sorella, ovunque tu sia.

Io c’ho da aggiustare una borsa, la borsa, a cui tengo e non lo faccio e non me ne importa nulla, perché ne ho trovata una qualsiasi e va bene così, giro con quella; io che mi piace il caldo quando deve fare caldo e il freddo quando deve fare freddo e che mi piace tanto prendere la pioggia in faccia e che però giro con un ombrello giallo con le pecore stanche solo per il gusto di farlo. E mi fanno schifo le farfalle, i pesci e le cavallette. E che sogno di volare. Io che c’ho la casa che è un casino, perenne, e che il casino però sta fra mobili d’antiquariato, tappeti, bicchieri bellissimi e un letto arrivato direttamente dal Giappone in nave e però non riesco a mettere i lampadari. Non mi piacciono, i lampadari, evidentemente non sono necessari. Io che mi capita sempre di pensare sette pensieri contemporaneamente, e di questi pensieri almeno tre prevedono una qualche azione in simultanea che cerco di fare nello stesso istante e allora picchio la testa, i gomiti e le ginocchia e sono sempre piena di lividi. E non mi piacciono i preti, non mi piace come parlano, i preti. Io che se mi dici che sono bella mi incazzo e se mi dici che sono intelligente penso che mi stai prendendo per il culo; e occhio, però, che sono capace di starti a parlare tre ore sullo stato dei rapporti fra fiamminghi e valloni con le braccia rigide e lo sguardo assente. Io filosofeggio, che cosa inutile. E fumo e fumo e fumo. Che cazzo mi fumo. E leggo e leggo e leggo, soprattutto libri improbabili; io che i libri fra un po’ li devo mettere in terrazzo. Io che se mi incontri per strada e mi chiedi “ti ricordi di me?” e io non mi ricordo ti dico di no, non sto lì a fare finta. E non so suonare, non so disegnare, non riesco a pettinarmi e se non sono depilata ci passo sopra con indifferenza; io che però parto con un paio di mutande e buona la prima. Che scrivo e leggo quattro alfabeti, summa dell’inutilità. Io che se mi si rompe una cosa la aggiusto, forse, quando ne ho voglia, che devo disfare una valigia da maggio, che ricomincio una frase di punto in bianco, una frase di un discorso di una settimana prima. Che non so scrivere poesie e continuo a farlo, che mi piacciono le terme, il viola il surrealismo Pazienza il maiale il fango quando piove i frikkettoni cantare e un sacco di altre cose. Io che tutti gli amici quelli buoni me li porto tatuati addosso, anche se non li vedo da anni, a distanza di continenti, certe volte e che ci starei abbracciata un’ora e un po’ di più se la cosa non risultasse fastidiosa; io che se ci ripenso mi viene ancora da prenderli a testate, lui e lei. Ancora. Io che sono cinque anni che mi devo iscrivere in piscina e che ieri sera pensavo “Micio, ti devo portare a Via Tasso e alle Fosse Ardeatine, cazzo si, come quando ti ho portato a vedere i Musei Vaticani e tu eri piccolo e che però poi ci devi badare tu, a me, perché poi a me lì mi viene da piangere”. Io che mi viene da piangere, per un sacco di cose. E che certi vecchi mi commuovono, io che se c’è la luna piena puoi anche dimenticarmiti, io mi metto lì a ridere a guardare e sono contenta così. Io che mi piace quando i negozianti mi riconoscono. Io che fosse per me, a potermi prendere due giorni, domani starei a Lisbona, a prendere il vento di Portela, bere una bottiglia di porto e poi tornare a casa, chi viene con me? Io che proprio non mi so vestire.
Io e un bel po’ di altre cose, e queste sono solo sciocchezze.
Sei ancora sicuro che vuoi continuare a giocare con me?

Angherà epiphanies

Se di sera non mi tira fuori casa qualcuno, il che accade sempre meno anche di sabato e domenica, il mio percorso televisivo (satellitare e digital terrestre) tende a ripetersi. Una volta sulla Fox c’era poco più del Dr. House, ai pazienti del quale scoppiavano testicoli, bulbi oculari e budella assortite; ma la diagnosi ipotizzava ogni volta la sarcoidosi o al più il lupus. Su Rai Storia, Minoli cianciava del tempo andato con le sue classiche alzate di sopracciglio e il mascellone Stas Gawronski, nella sua rubrica dei libri, leggeva e leggeva e leggeva finché prendeva a fissare lo spettatore negli occhi, in primo piano, prima di arrivare al punto fermo della frase. Cose del genere, ecco. Oggi l’offerta, negli intenti di Murdoch e compagnia, dovrebbe essersi ampliata; oppure tutto è semplicemente rimescolato, e si sa, certa roba più la mischi e più puzza. Di sicuro, adesso come allora, a un certo punto della serata finisco la benzina e resto impantanato nei canalacci delle retrovie, senza nemmeno sapere se ho la forza per (o davvero voglio) venirne fuori. Di recente l’indecisione mi ha lasciato con il telecomando a mezz’aria, inoculandomi un’epifania quasi come fossi stato una cavia da esperimenti.
Via Angherà era la via del vecchio Tribunale: oggi ci arrivi sbattendo contro il portone dell’università, ed è strategica perché puoi trovarci un paio di posti macchina gratuiti e non troppo lontani dallo struscio cittadino, benché leciti solo di sera e nei giorni festivi. Trattasi di zona a traffico limitato; non lo era quando frequentavo la casa del momentaneo sodale di stronzate, incastrata sopra un portone finto-antico ai lati del quale energumeni pettoruti cercavano di divincolarsi dalla pietra in cui erano scolpiti ma senza riuscirci del tutto, infatti le braccia restavano invisibili. Di solito io e il mio ospitante consacravamo il sabato pomeriggio alla preparazione dei modi più acconci a sciupare la susseguente nottata. Quella volta però ero in anticipo, portato lì da un invito su un bigliettino vergato dalla mia affezionatissima dai capelli rossi – rossi davvero, ché siamo tutti dei coglioni di Charlie Brown – e clandestinamente assicurato in mattinata al portapacchi della mia bici: vediamoci lassù da Tizio, i suoi sono via, ti devo parlare. E’ così che da tempo prendiamo in giro non solo chi ci guarda, ma anche noi stessi: un periodo scandito dalla formula che recita: “ma che dite? mica stiamo insieme”. Tacitamente intendendo: è solo l’anticamera, diamine, la parte più divertente (almeno per quell’età). Gli adolescenti innamorati, così insopportabilmente ipocriti.
In verità, identiche “convocazioni” erano rivolte in precedenza dalla stessa persona a un mio compagno di banco, stracciamutande patentato, che però non ne voleva mezza e arrivava a chiedere a me in che modo potesse togliersela dai piedi e per giunta elegantemente, senza risultare offensivo. Sono quindi una misera riserva? Beh, sì, è un ottimo punto di vista per considerare la faccenda.
Ed ecco lo scrivente di fronte alla sua affezionatissima e al padrone di casa che, dopo qualche convenevole, così sbottò: “Devo andare al Fumettificio a prenotare l’ultimo Dragonball”, col tono di una fanciulla che si ricorda all’ultimo momento di prendere la pillola – “Ma torno subito, ciao ciao”, e corse via come se gli avesse preso fuoco il divano in salotto. A distanza di anni penso al mio amico costretto a vagare per la città tutto il pomeriggio come uno scemo, e ancora mi dico: cosa ho fatto, che persona orrenda sono.
Tutto secondo programma: lei cinse i miei fianchi, io incrociai i polsi dietro la sua nuca. Per un solo ultimo istante ci fu quel volto vicino, vicinissimo, e…va be’, non credo di dover registrare molto altro, se non una battuta del piccolo-grande “patacca” che alberga in ognuno di noi (versione ultra-ignorante del fanciullino pascoliano): “allora è così che si fa tra gli umani!”. Oh bella, rispose l’altro me che intanto volava nella ionosfera: qui si insinua forse che io non appartenga alla categoria, non avendo mai fatto nulla del genere? Va be’, conclusero entrambi: ci pensiamo dopo. Ma un momento. A questo punto, non dovrebbe esserci un degno accompagnamento da ricordare anche ad anni di distanza, più o meno felicemente? Come la mettiamo?
Solo alcuni secondi dopo il taglio del traguardo riconobbi uscire dalle casse “Dissident”, il brano dei Pearl Jam che forse meglio si addice a siffatta occasione: melodico quanto basta, apprezzabile anche facendo “altro”, come spesso succede quando si è alle prese con l’unico gruppo superstite (del quale continuo a prediligere “Vitalogy”, il loro album meno ruffiano) di quel lotto andato a male in partenza. Nell’impianto stava girando una cassetta casereccia di AA.VV. – come si diceva negli anni ’80 per le compilation di autori vari, non necessariamente del Festivalbar – e il pezzo di Vedder e soci arrivò a coronare gli eventi con una precisione inquietante. Stregoneria? Beh, certo. “Amore mio, non ci lasceremo mai, vero? No, mai”. E non ci lasciammo mai. Per tre mesi. Poi, a poco a poco, lasciammo atrocemente seccare la storia tra gli straniti sguardi altrui, e in realtà nemmeno ricordo perché sto raccontando tutto questo.
Perché, casualmente, ho una dannata tastiera sotto le dita? Ok, ma non basta. Ah, aspetta. Ecco, si diceva: “Dissident” dei Pearl Jam, melodica quanto basta, apprezzabile anche eccetera eccetera, quindi anche mentre la cogli molti anni dopo, a mezzanotte circa, in televisione, in sottofondo a un’altra scena d’amore, di tutt’altro amore, tra due esperte di suzione mammaria reciproca con contorno di promettenti costellazioni di nomi femminili e prefissi, esotici gli uni e gli altri, in ogni angolo del video.
Che giochìno, la vita.
https://www.youtube.com/watch?v=3hQJevDR1ZQ

Lady Cristina

Qui ad Assùrdia, un faro ci sarebbe anche
ma è inutile a chi va per mare
incastrato com’è lungo la stretta darsena,
come una spina mortale nella trachea
di un gatto.
Quel bianco che svetta a fendere l’azzurro
serve più a me che resto a terra
per credere d’essere ancora in Portogallo.
Ma se dai ricordi arriva l’aria di Belem
lì, dietro Lady Cristina attraccata
misere spoglie già galleggiano
in un trolley.

Maledetto d’un gatto

Lo avevo trascurato per tanto, troppo tempo: così sono tornato nel centro sociale in periferia dove doveva esibirsi seppure il repertorio di quella sera gliel’avessi già visto e sentito recitare.
Anche se nella realtà quotidiana è anche giullare, clown, giocoliere, sputafuoco, artista di strada, fine dicitore e altre belle cose, sul suo profilo “sociale” figura semplicemente come “attore”, forse perché la parola è in grado di racchiudere tutto quanto sopra, chi lo sa. Quando lo conobbi, Checco aveva l’età dell’innocenza, quel nomignolo rasato a caratteri cubitali greci (kappa-eta accentata-kappa-kappa-omega, anticipando di gran lunga il cantante dei Modà) dietro la nuca, un sottile ciuffo decolorato che da quest’ultima gli andava a finire in mezzo a scapole quasi attaccate l’una all’altra, l’aria stralunata e macilenta di chi la carne non voleva vederla nemmeno in cartolina. Al primo impatto bastarono queste caratteristiche per indurci a riempirlo sistematicamente di botte, s’intende quelle date allegramente nelle ammucchiate da campeggio; lui peraltro aveva già l’ossatura per ribellarsi ma era anche un apostolo della nonviolenza verso ogni creatura, anche la più meschina: lo notai perfino lasciarsi pungere dalle zanzare senza battere ciglio, ma per molto tempo tenni la cosa per me perché non volevo vedere mortificata la sua reputazione, oltre che il suo fisico. Non nasconderò invece che si divertiva a tifare contro l’Italia per partito preso nelle manifestazioni calcistiche, soprattutto quando si giocava contro compagini africane, e che non provò alcunché al suo esordio più o meno ufficiale (nientemeno che lo squillante tre a zero alla Spal di Donigaglia, roba da trasecolare al solo ricordo) sugli spalti del Rimini, di cui ora incarna il tifoso inguaribilmente ottimista, di quelli che se la squadra sbaraglia il campionato ma inutilmente perché si sa già che non ci sono i soldi per iscriversi alla serie superiore e bisogna ricominciare da capo, embe’, pazienza, “basta che tu esista”.
Forse lo avete visto nel film “Radiofreccia” di Ligabue: vi appare nella sequenza dei provini radiofonici, è colui che afferma – cuffia sull’orecchio e validamente spalleggiato dal fratello, suo fratello vero – che la “musica deve averci le palle”. Potrei dire di essermelo goduto al meglio sulle tavole di quel centro sociale (Campanile recitato in solitaria, incluse le tragedie in due battute) e dei circoli culturali cittadini; potrei dirlo e non sarebbe vero.
L’eccellenza l’aveva infatti raggiunta durante la suddetta età dell’innocenza, in un campeggio scolastico in Puglia cui partecipavo in veste di alunno ormai al congedo. Irruppe in camerata uno dei preti accompagnatori gridando: prepariamo un letto, si è fatto male Checco. In effetti, in quei giorni, Checco si divertiva spesso a camminare su e giù, con un’abilità felina fuori del comune, sul bordo della balconata del casermone che ci ospitava: due piani, ma abbastanza per sfracellarsi. Io avevo assistito di sfuggita pensando che non sarebbe mai e poi mai caduto neanche a spingerlo, e anzi: più gli astanti gli gridavano di smetterla, per carità di dio, in pena non tanto per l’integrità fisica di lui quanto per le proprie palpitazioni, più lui faceva l’asino circense. Stupefacente. Poi quell’irruzione e un nuovo distinto pensiero, di segno diametralmente opposto: ecco, così lo stronzetto impara. Fu fatto distendere in camerata questa specie di giunco sgraziato, le gambe sporche di rivoli di sangue già rinsecchito, la testa fasciata alla bell’e meglio compresa la mandibola, che sembrava gli fosse rimasta attaccata per un lembo a giudicare dai lamenti con cui il malconcio ci straziava le orecchie. Io ero, con altri, spettatore imbambolato: riuscivano a scuotermi solo una ragazza, che mi abbracciava emettendo singulti la cui autenticità era però minata da un angolo di bocca un po’ piegato all’insù, e le sparate di un altro dei nostri che urlava all’indirizzo del malconcio: “ma lasciatelo perdere, non avete visto che coglione? Se l’è meritato, io l’ambulanza non la chiamerei” e altre carinerie assortite, cui devo aver reagito a mia volta in maniera non troppo urbana. Dopo ulteriori scene degne dei medici in prima linea, il prete ordinò a me ed altri di trasportare Checco con tutto il letto sul ciglio della strada, così che l’ambulanza in arrivo potesse caricarlo senza difficoltà. Così facemmo, e ovviamente non arrivò alcuna ambulanza e il presunto moribondo balzò in piedi come nemmeno Lazzaro dal sepolcro spernacchiando gaio e compagnone me e le altre vittime (altrettanto facevano i complici: la ragazza – “ma non ti accorgervi che ridevo?” – e l’altro tizio – “cazzo, a un certo punto ho temuto che mi menassi sul serio!”), leccandosi via di dosso il sanguefinto, maledetto d’un gatto che non era altro.
Mi piace ricordarlo anche in “Non pensarci”, versione per la TV dell’omonimo lungometraggio sempre con Mastandrea – dolente e pindullo, dicono le mie gocce di sangue emiliano – e il prode peso massimo Battiston. Interpreta Franco, il soldato di guardia non si sa bene a che cosa, che non si muove mai dalla garitta e si esprime unicamente a urli spesso improvvisi e perciò alla fine si becca un risoluto “Hai rotto il cazzo!” da Mastandrea stesso. Un onore, direi. Follemente disciplinato Checco, come al solito.
Dicevo: non era la prima volta, un paio di domeniche or sono, che assistevo ai suoi Campanile e Queneau; tuttavia era proprio quello il motivo che mi ci spingeva di nuovo. Nel repertorio, tempo fa, mi colpì l’adattamento di “Due vasi di Ortensie”, una novella del Sor Achille in cui un uomo dalla fedina penale immacolata viene fermato in commissariato per aver rubato nottetempo due vasi di piante da un elegante caffè all’aperto. In breve si scopre quale deviazione abbia animato il furto: davanti a quel bar l’uomo passava di domenica con sua moglie, che chiedeva sempre di sedersi lì per prendere un gelato circondati dalle ortensie piantate tutt’attorno; e altrettante volte lui le negava quel piacere, portandola in luoghi meno belli ma più economici e con un gelato anche migliore, a suo dire. Ovviamente non era questione di bontà del prodotto: quel locale rappresentava per lei l’unica idea di bello a cui potesse aspirare, di piccola elevazione da una vita di sacrifici dalla quale evadere, seppur momentaneamente, assieme a chi amava. Ma l’uomo se ne rende conto tardi, in preda alla solitudine e al rimorso: infatti i due vasi di ortensie rubati dal caffè erano destinati alla tomba della donna, per una tardiva riparazione. La rivelazione è introdotta dalla battuta “Signor Commissario, lei non sa che cosa terribile sia il pomeriggio della domenica”. La prima volta che la sentii da Checco, un lustro fa, i miei sensi furono ovattati dallo stesso indefinibile straniamento che coglie mezzo secondo prima che il sole venga oscurato da una nuvola passeggera. Ora no. Quelle parole mi sono cadute addosso come un sipario, da cui a ben vedere non volevo fuggire né divincolarmi: avevo messo in conto di piangere, e puntualmente è successo. A fine spettacolo sono andato ad abbracciare il gatto malefico e a raccogliere un grazie (il suo a me!) per aver condiviso quell’emozione che mi si leggeva ancora in volto; di più: lui sapeva che a quella novella le mie ciglia non sarebbero rimaste asciutte; le aveva viste, anzi, pur nel buio della sala; come io avevo reagito in modo differente, così lui aveva recitato con un’altra parte di sè, una parte in più.
Mi sono congedato banalmente, strappandogli la promessa di passare prima o poi una mezza serata con noi altri, i suoi vecchi “picchiatori”. Se mai la rispetterà, di sicuro ci farà notare, come già accaduto, che le nostre teste sono giulive allo stesso modo di venticinque anni fa. Affermazione un po’ “pretesca”, questa: ma a lui – proprio perché prete non è – la perdono più che volentieri.

Sportello anti offesa

(Pubblico quanto segue ben consapevole che solo Fellini era legittimato a parlare dei suoi sogni in tutta tranquillità, perdipiù guadagnandoci applausi, fama e soldi).

L’altra notte ho sognato Girolamo Cardillo. Si chiamava proprio così, e viveva nella Napoli degli anni Settanta. L’ho visto, questo rude omone di cinquant’anni circa, nel pieno della sua attività di commerciante d’ortofrutta. Aveva la carnagione scura, i lineamenti da totem che parevano istoriati da un esperto cesellatore sudamericano, le labbra carnose, i capelli attaccati quasi a metà fronte. Ho assistito alle sue fatiche, le centinaia di casse di sammarzano, peperoni e melanzane caricate sul furgone in tanti anni di lavoro; le traversate continue da mercato a mercato e in quelle strade che noialtri – muniti di povera e distorta immaginazione – non possiamo proprio fare a meno di figurarci strette, coi panni stesi da un palazzo all’altro, brulicanti di creature scalze e feroci che ballano su una montagna di scorze di melone o sulla sella di un motorino truccato, per poi filare a rotta di collo chissà dove. Poi l’ho visto, Girolamo, tornare a casa sua: appiccicate alla porta c’erano quattro foto raffiguranti – nell’ordine – Sant’Antonio, San Gennaro, un ciuccio mascotte calcistica e Bruno Pesaola, chè l’avvento di Sua Santità da Lanus deve ancora compiersi. Ha baciato prima la moglie più larga che alta, con in mano la tazzulella ‘e cafè schianta coronarie, poi i sette figlioli; e scusate di nuovo tutta questa orrida massa di stereotipi, ma i sogni sono sogni, non ci si può far niente.
A un certo punto Girolamo si è appartato in una stanzuccia tutta sua e si è seduto ad una scrivania prendendo carta e penna, l’aria visibilmente corrucciata. Ho avuto giusto il tempo di vederlo poggiare la punta della biro sul foglio, poi un sofisticato fermimmagine ha interrotto bruscamente il sogno. E’ passato qualche secondo: macchè, impossibile andare avanti. Non mi è rimasto che aprire gli occhi, ma ho comunque percepito la risata con cui Girolamo ha accompagnato il mio risveglio. Come se mi volesse dire: e mmo’?
Cosa avrei dovuto fare, da bravo pagliaccio italiano quale pur sempre sono? Probabilmente ricavare da tutto questo dei numeri da giocare al lotto. Invece ho accettato quella che mi era parsa una sfida: e anche considerato che di solito se sollevo mezza palpebra non riesco più a restare a letto, ho intrapreso un massacro di carte (come li chiama Garcia Marquez), di quelli che ogni tanto occorre perpetrare per tenere l’essenziale ed eliminare il superfluo nel proprio studio, constatando alla fine di aver ottenuto il risultato esattamente opposto. Ecco cos’è saltato fuori: ricevute di pagamento delle tasse universitarie, una certificazione medica attestante l’appartenenza del sottoscritto al gruppo sanguigno 0+, biglietti di concerti e partite di calcio (con ogni conseguente ricordo di vicende legate a ciascuno), testi di versioni tradotte a scuola, perfino fotocopie di foto (ma sì!) della comitiva di chissà quale campeggio (com’era verde la mia valle), rinvii di un servizio militare che mai avrei svolto e, dulcis in fundo, una lettera scherzo con sopra il marchio dell’Agenzia delle Entrate che un amico mi mandò per ricordarmi che gli dovevo tot soldi. Solo alla fine è riemerso dal cumulo di cartaccia un foglio ingiallito e spiegazzato, regalo di un finanziere ai miei genitori tempo addietro. Ho dato un’occhiata alla calligrafia infantile, incapace di andare dritta, e alle righe composte di non più di quattro parole, scritte larghe larghe. Mi ci sono tuffato, riempiendomi la bocca e la testa di quella prosa terribilmente “vera”. L’avevo trovato. Il mio sogno si era fermato proprio lì.

Centilisima compagnia di a sicurazione Colombo,
In tata 27.07.71 il mio forcone tarcate NA 117*** mentre scindeva Via Cupa Santa Maria Del Pianto si storgellava improvisamente e si inficava con il musso sotto il musso ti unaltra machina che stava fermato per i cazzi suoi.
Il patrone tella machina è andato in cattivanza e antava truvanno scè scè. (*)
Tico io stesso: se la sicurazione è in forza perchè il patrone della machina non si è aquietato e andava truvanno scè scè?
Una risposta ci sarebbo, il signore tice che voi tella Colombo fato schife e che non pacate a nisciuno neanche a Cesù Griste. Pirciò quanto la mia poliza si sfiata io mi a sicuro con unaltra sicurazione che paca subito e non fa pertere o’ tempo e ca nun va truvanno paglia per cento cavalli.
Con la aucurio che lavocato del signore che cercava scè scè non mi manta a citazione, vi esequio.
Vostro Aff.mo
Girolamo Cardillo

(*) cercava rogne, litigi.

Mi rendo conto solo ora che rischio di incorrere nelle ire del sindaco De Magistris, e dunque di beccarmi una querela. Non credo che questo neoistituito sportello anti offesa possa interferire con i sogni; ma pazienza. Cercherò di mangiare e bere un po’ meno prima di coricarmi.
Grazie comunque, Girolamo.

M. (un frammento)

(Si tratterebbe di un baluginio residuo e tardivo, ma tant’è).

Ci si andava perché te lo proponeva l’amico pataca, quello tradizionalmente più incontenibile, irrecuperabile, ma anche imperscrutabile tra tutti: ”Andiam nel pub di M.” esortava una sera in mezzo alla settimana, ché di venerdì e sabato si cercava tutti di avere di meglio da fare.
(N.B.: quella lettera puntata in realtà prelude a un soprannome che non mi azzardo a scrivere per intero perché comunque non vivo a Rio de Janeiro o a Città del Messico. Sono un buffone? Ebbene sì, buffonissimo).
“L’idea non mi convince” si rispondeva la prima volta, appurato che l’omonimo negozio di home-video giù in città non c’entrava nulla: ”Mica mi porterai in un posto di froci?”. “No”, era la replica: ”E’ il posto di UN frocio. Gestito da lui. Dai, vieni, non c’è nulla di cui preoccuparsi, poi ti devo parlare di una cosa delicata e non conosco un posto più tranquillo”. E ci si andava dunque perché l’estensore dell’invito sarà stato irrimediabilmente pataca, ma anche vittima di cronici attacchi di malinconia sentimentale. Così si finiva là per una mera questione di fiducia amicale, e inoltre la riservatezza era davvero garantita – il pub di M. pareva proprio essere frequentato dai classici quattro gatti, e nemmeno tutti assieme. “Però attenzione” era l’ultimo avvertimento, ”non azzardarti a chiamarlo M. là dentro: è il suo nome d’arte”. Quale arte? Lasciamo perdere.
Da M. ci si arrivava in due su un booster (come in uso alla beata gioventù scapestrata), facendo un buon tratto di lungomare contromano perché l’amico pataca che scarrozzava si era già scolato tre pinte di birra rossa per i fatti suoi. Si trattava né più né meno di un buco di pub con le panche di legno, di fronte a una delle più grandi sale giochi della zona; certo, era l’epoca in cui queste ultime pullulavano ancora e solo di videogames, mica di videopoker e mangiasoldi di natura varia. M. salutava: un omone con i capelli castani lunghi e gli occhi azzurri: a dispetto della corporatura, non un mostro di virilità. Ci si guardava attorno, e in effetti non si trovava nulla di strano o deviato: il cameriere era un nipote dello stesso M., occhialuto, dall’aria compita e regolarissima. Certo, poi ci s’imbatteva nel tono di voce e nelle movenze del gestore, e di botto cadevano le braccia.
M. prendeva le ordinazioni, magari adocchiava addosso a qualche altro cliente una t-shirt sgargiante a rievocare paradisi esotici, e domandava garrulo: oh, sei davvero stato in Florida? non riuscendo così a distinguere un souvenir autentico da una semplice maglietta del mercato. Arrivata la birra, l’amico di solito tanto ridanciano sfogava del tutto l’amarezza: non ne posso più, c’è una ragazza che mi fa morire, lei però non mi considera, mi sento bloccato, non so che fare. L’interlocutore, messo alle strette, era tentato di replicare qualcosa come: “…E tu mi ha portato qui per raccontarmi queste idiozie da scolaretti?”, ma per quieto vivere farfugliava che insomma, alla fine a nessuno è vietato buttarsi e provarci, nella vita. Ma il dialogo non portava a nulla. L’amico si passava una mano sugli occhi e, lasciata a metà l’odiosa Murphy, riconosceva che l’alcol non era in grado di lenire i dolori del cuore. Dopo tre pinte e mezzo di birra, se ne accorgeva. Bravo pataca.
M., da lontano, captava tutto. Arrivava con passo felpato e si aggregava, l’aria premurosa. L’amico si scuoteva un po’, cambiava faccia, gli chiedeva: allora, come ti va? E M., dopo il bene di circostanza, riferiva di un paio di sue avventurette e travestimenti con tanto di reggicalze e tacchi a spillo; robe pietose, non si poteva che abbozzare. Eppure, non lo fregavi. All’improvviso diceva al sofferente: non me la racconti giusta, spiegami cos’hai.  Quello allora si decideva a vuotare il sacco una seconda volta, ma non riuscendo a compiutamente esprimere il “dramma” personale. M., infatti, ascoltava roteando la lingua sulle labbra; l’amico pataca (pentito) continuava il discorso, ridacchiando ogni cinque o sei parole, ma la solennità era ormai andata a farsi friggere.
M., sentita la storia, scuoteva la testa; ormai era troppo tardi per porgli freno. Diceva: ”No, non ci siamo. Mi fai parlare coi tuoi? Devo chiedergli se posso farti da tutore, così non va”. L’amico rabbrividiva alla sola idea, ma M. aveva preso la ruzzola. “Ascolta, io conosco un rito d’amore per convincere quella ragazza. Ti interessa? Bene. Però…” e qui diventava furtivo “…però mi devi portare due paia di tuoi indumenti intimi. Usati, s’intende.”. Al che, sorpassati i limiti dell’umana decenza, l’amico firmava la propria resa. Certo, come no, il rito. Inutile opporsi con un “ti ringrazio, lascia stare, non fa nulla”, magari sperando di arrestare il flusso delle susseguenti porcate. M. continuava a sibilare irriferibili puttanate a fior di labbra; l’amico pataca guardava la bottiglia e se la rigirava tra le mani, all’apice dell’imbarazzo. Però ridacchiava, di nuovo. E al cantinero, che aveva già raggiunto il suo scopo, probabilmente importava solo questo.

….Uh, siete ancora lì?
Grazie per l’attenzione, siete fantastici!