Ritornerai

Non che costituisca motivo di particolare vanto, ma io ci sono stato, in un posto dove il vento fa diventare pazzi. E nemmeno credo che noi mediterranei finiamo a Greifswald perché lassù abbiano bisogno di un amico (oddio, io li ho pur sempre lì), ma per andarci ho affrontato un’odissea che, seppur non omerica, ha comportato quattro ore di viaggio tra un disguido e l’altro benché non dovessi cambiare continente. Ma a distanza di una settimana -sempre di domenica, cantava quello – il vento di Greifswald torna ancora ogni tanto a scompigliarmi visioni e pensieri; che so, la spiaggia sconquassata dalle folate baltiche, dritte e taglienti, costanti nel limarti senza tregua fin nel budello più nascosto, che ti gonfiano sì il cappuccio della felpa ma non ti insinuano in bocca un granello svolazzante tra un pino e l’altro (beh, forse non si trattava proprio di pini ma lo scenario introduttivo era da Milano Marittima); si sovrappone l’immagine dei primi metri di lido che in inverno ghiacciano e ci puoi camminare sopra; tornano le bottiglie da 66 stappate dai trasportini in cui di norma regnano i pupi, ma oggi è il mannertag e questi ultimi restano a casa lasciando posto agli omaracci che, con pedalata più o meno assistita, come da tradizione ogni tanto si fermano, ne scolano una e aspettano di tra le nubi un paio di raggi ad ammorbidire la peluria delle gambe, perché per arrivare arrivano, se è vero che non appena tornato in Italia inizi a spellarti al punto da indurre al ribrezzo. Ma soprattutto, le nicchie sabbiose in cui gli amici si rintanano a bere mentre tu resti in piedi e la boccia la consumi prendendo il vento nella maniera più urbana possibile, i denti ti sobbalzano come pistoni e l’orizzonte magari si schiarisce a modo proprio ma non è escluso tu possa finire coprotagonista di scene simili al settimo sigillo di Bergman, purtroppo senza avere una scacchiera a portata di mano.
Ma insomma, io in un posto dove c’è un vento che fa diventare pazzi ci sono stato, e poi c’è questa scena che non c’entra nulla con ciò che ho scritto, ma serve a fissarne e scompigliarne in testa qualcosa allo stesso tempo e a farmi frignare così, dal nulla.

Gattone

Dal piccolo balcone a cui si accedeva dalla zona giorno della mansarda, poco prima delle nove di sera, guardavo la luce scolorire via dalla spiaggia di Misano Brasile, quasi al confine con Riccione. Il bar da Geo, avamposto a guardia del Bagno Ivana, si ingrigiva per un momento prima di ravvivarsi per la gara degli spaghetti da mangiare a mani legate dietro la schiena (allora ci si divertiva davvero con poco); la cassiera, di pallida e inconfondibile silhouette anche ai miei occhi distanti e già miopi, aveva approfittato del momento di tregua per aggredire a passi decisi il bagnasciuga e raggiungere gli scogli che affioravano a pochi metri dalla riva: raccolta tutta da un lato la lunga gonna nera, anche se non con la stessa grazia di un’Anita Ekberg, si destreggiava in equilibrio soffrendone le rocce più aguzze ma dando l’impressione di cimentarsi in un divertito gioco d’infanzia.
Appena prima del suo dietro front captavo il richiamo di mio padre dalla stanza, segno che il collegamento  stava per iniziare. In effetti, dal Philips mezzo ciancicato da tempo e uso arrivava l’inquadratura fissa sul campo, dall’alto, un po’ di sbieco; e dall’altoparlante, già sulla soglia, il confabulare della ditta Tommasi-Clerici: magari avevano appena finito di introdurre la telecronaca cantando “Bongo Bongo, stare bene solo al Congo”, come all’epoca gradivano, ma il particolare mi era stato risparmiato. Papà non era sicuro che il tennis mi facesse impazzire, ma aveva la sensazione che guardarlo in TV, seduti sul divano uno accanto all’altro, potesse essere una delle ultime cose che avremmo fatto assieme, lui ed io che allora galleggiavo nel pericoloso limbo tra i dieci e i tredici anni. In effetti non mi dispiaceva, anche solo perché calcio e basket d’estate erano fermi, ma mi pareva che quel contesto, al di là del picche-uargh!-pacche-uuuargh!, non fosse privo di fascino. Non tanto dal lato tecnico, per il piccolo me stesso-ignorante, quanto dal punto di vista dei protagonisti in sé. Papà aveva provato a iniziarmi a Mats Wilander: eccelso quanto volete, ma insomma, troppo computerizzato, troppo perfetto. Una sera si sentì allora di ritentare con un tizio che, seppure cecoslovacco, pareva un allampanato ospite di un quadro fiammingo: riccioli rossi e ribelli e un buffo naso a largo fusto che gli si espandeva pure, quando rideva, perché lui sì rideva, mica come il gelido Mats. Certo, tra i due il divario era evidente, ma il rosso sfoggiava movenze felpate che si lasciavano gustare; per meglio dire, anche se sembrava impossibile, sapevano infondere tranquillità ma, se ti distraevi, erano scosse elettriche. “Chi hai detto che è?” chiesi, e papà: “E’ Gattone. Gattone Mecir”. “Gattone?” – “Sì, Gattone” – “Gli sta proprio bene”, replicai intendendo fare un indiretto complimento al caro genitor e dunque ignorando che il soprannome fosse farina del sacco di Gianni Clerici, ma era pur sempre l’epoca in cui il verbo paterno suscitava ancora, a prescindere, un certo qual rispetto, e sarebbe passato del tempo prima che imparassi che il vero nome del Gattone è Miroslav.
Durante i match, gli echi della voce femminile accompagnata da basso, tastiere, chitarra e batteria si intrufolavano da sotto la porta d’ingresso e a tratti facevano sommessamente tremare il divano. Papà non capiva quale fosse la martellante fonte sonora, ma io lo sapevo, l’avevo scoperto da per me. Qualche sera prima, tornando dalla spiaggia, avevo deciso di dissipare il mistero dirigendomi verso quella che mi sembrava l’origine delle vibrazioni: lo scantinato del condominio, dove non ero mai stato. Aprii la porta ed ebbi davanti i musicisti all’opera, che ci misero un po’ prima di accorgersi di me. Avevo profanato la loro sala prove. Si fermarono giusto il tempo di salutarmi, lasciare che mi piazzassi inebetito per qualche secondo al cospetto della batteria, gigantesca come una fortezza, e darmi una cartolina promozionale. Memorizzai per l’eternità il nome straniero del complesso; la musica invece no, non mi interessava, così come a papà non interessava più di tanto spingersi oltre la mera constatazione con cui accoglieva, senza muoversi dal divano, le onde sonore che a intermittenza violavano la quiete domestica. “Cominciano”, sospirava soltanto, senza distogliere i sensi dal Master di Bessarabia in TV, con Gattone croce e delizia.
Ah, il gruppo in questione era le Loro Raffinatezze, i Violet Eves. La new wave italiana provava sotto il mio culo – era il caso di dirlo – e quasi lo ignoravo. (Oh, non fate quelle facce: io sarò stato un bambino, ma voi all’epoca forse stavate dietro a Ghimmifaiv-ollrait di coso lì, dalla esse sputacchiante).

Masquerade

(Sono sempre via, non crediate)

Non esiste un corrispettivo italiano perfettamente aderente al concetto di “guilty pleasure Song”, cioè (usando una perifrasi) una canzone che in base ai tuoi gusti non dovrebbe piacerti e invece ti acchiappa i sensi e hai remore a confessarlo (ecco perché l’espressione parla di “piacere colpevole”); o un brano facile all’apparenza, poi però approfondisci, ci scopri delle cose che ti stupiscono – invece per altri sono la classica acqua calda – e quindi fanno pensare “ma sai che forse mi sbagliavo?” (Il classico esempio è vamos a la playa dei Righeira, con il relativo codazzo di persone che per darsi un tono non perdono occasione per farti notare che se traduci il testo dallo Spagnolo ottieni la descrizione di uno scenario post apocalittico-nucleare).
Sono vecchio abbastanza per ricordare la canzone che allego di seguito come una trascurabile parte delle compilation su 33 giri tipo “Mixage” della baby records. Un giorno, durante non so più quale tragitto giovanile, la risentii a ripetizione nell’impianto dell’abitacolo di un puro rocker di stampo classico: a buon titolo avrei potuto rinfacciargli che mi avesse messo al corrente di un suo clamoroso “guilty pleasure”. Ma l’auto era del nostro caro Marco, quindi di clamoroso e colpevole non c’era proprio nulla: solo il suo piacere, perché “Guardian Angel” gli somigliava proprio; la sentivi e finivi per rivederlo e ricordarlo mentre se la modellava con evidente soddisfazione al cervello e poi alla gola.
Poteri ed effetti deleteri della domenica sera. Ciao Marco.

Calli

(Quando nel 1991 riprese in mano la chitarra a Praga dopo anni di forzata inattività dal vivo, Frank Zappa non aveva nemmeno più i calli sui polpastrelli: ma se ne scusò col pubblico e attaccò a suonare senza tante storie. Ecco, con le debite proporzioni rispetto all’appena citata Santità, e sperando di fare senz’offesa fine migliore, il mio approccio alle seguenti righe è quasi lo stesso). 
Facendomi enorme violenza, ed anche se magari risiede proprio in quell’aspetto uno dei motivi del successo dei quattro divini, devo dire che Robert Plant tutto avrebbe dovuto fare fuorché scrivere testi, laddove andava dai grugniti primordiali da cavernicolo che trascina per i capelli la donna appena presa a clavate a brutture scambiate per abissi di profondità, come la signora sicura che tutto ciò che luccica sia oro e compra una scala per il paradiso, parole che al più potrebbero avere vita propria e diversa ma c’entrano poco con la musica lungo la quale furono spalmate. Di Plant salvo non senza sforzo un testo poco o per nulla considerato: parlo di “Ten Years Gone”, dalla Bibbia e Sillabario “Physical Graffiti”. Tralascio la rima imposta da esigenze ritmiche e che per fortuna appare solo a fine brano, per cui a “Ten Years Gone” deve fare seguito “Holdin’ on”, cioè “Dieci anni passati a resistere”, principio che vale un po’ per tutti, se vai a grattare un minimo. Lungo uno degli accordi più tristi di Mastro Page si snodano riferimenti a lontananze e partenze, ad aquile che lasciano il nido per un lungo viaggio ma alla fine il nido è dentro di noi; e a un certo punto si scopre che anche nella cultura inglese si può dire “Rivers always reach the sea”, ovvero, per esprimersi con la sanguinaria musicalità di Elia Capaccio, ‘O Diplomato di Gomorra, quando si aggiusta gli occhiali sul naso: “Ogni acqua corr’ammare”; tutto per far intendere che il romanzo è lungo e dispersivo, deve esserlo, ma alla fine Renzo e Lucia si sposano. Chiamiamola ineluttabilità, come vi pare: sempre che sia possibile valutarla e parlarne a blocchi di decenni. Sul mio vecchio portatile sono sicuro ci siano ancora (e se li trovassi li cancellerei, ma ho l’impressione che farei prima a dar fuoco al computer) file risalenti al 2004 in cui mi dicevo sicuro che avrei vissuto e sarei morto da solo. A dieci anni da allora, ripensandoci, ho riso di me e di quanto fossi idiota. Oggi l’acqua è tornata a buttarsi, dopo anse e rivoli, nel mare che conoscevo senza averlo mai visto: però l’avevo nelle narici e nei polmoni già diciotto anni fa.
Inevitabilità forse inautentica perché la nutriamo noi, a forza di rinunce di cui spesso ignoriamo la portata. Per abusare di Gomorra, se Don Salvatore Conte diceva di rinunciare ogni anno a qualcosa (fumo, determinati cibi, sesso) perché così si raggiunge lo status di uomo che nun tene paura ‘e niente, nella realtà i criteri in base ai quali rinunciamo sono imperscrutabili. L’esempio più banale è il fumo: un giorno si smette, ma perché? Per un fioretto improvviso? Un richiamo angelico? A scanso di forme estreme di tabagismo non si molla la sigaretta di punto in bianco, eppure il pacchetto è volato nel pattume senza esitazioni, e tant’è. Io non ho mai fumato, ma ho rinunciato ad altre cose, da dieci anni a questa parte, pur dietro determinate “spinte”. Anche dieci anni fa avevo il mento ingombro di barba, alla quale rinunciai per via di un incidente in bicicletta. Di proposito evitavo le piste ciclabili per non dover chiedere ogni volta strada a gente più lenta di me o perennemente intenta a fermarsi sul bordo per leggere i manifesti dei defunti (donne del Borgo, quanto vi odio), perciò il conducente d’auto che mi investì senza accennare frenata dovette provare gioia tripla, per l’impatto in sé, perché quest’ultimo era quasi giustificato essendo io fuori posto, e perché la carrozzeria non ebbe danni. Abbracciai l’asfalto quasi con rassegnazione e lo scambio di generalità durò appena un minuto, trascorso il quale presi ad attraversare la città a piedi in direzione del pronto soccorso, la gente a buon diritto ipnotizzata dal sangue che colava dal mento e mi affrescava la maglietta. Dopo il triage, riferii al medico che il fatto era successo mentre tornavo dal Tribunale. Un mese dopo mi arrivò una lettera con cui l’INAIL in sostanza mi diceva: “Non ti spetta un cazzo, imbecille”, e ne rimasi inebetito a lungo prima di capire che il mio era stato segnalato dal Pronto Soccorso quale infortunio sul lavoro. Trattai io stesso il sinistro con il liquidatore dell’assicurazione, a cui riuscii a spillare qualche incongruo euro ricorrendo a occhi acquosi e untuose e pietose formule come “guardi, sto trattando in proprio, non voglio nemmeno le spese legali”. I soldi volarono presto via; dell’esperienza di sicuro rimase il mio mento rasato per via dell’applicazione dei punti: la rinuncia al pizzetto fu forzata, ma approfittai per lasciare infoltire i baffi oltre gli angoli delle labbra e la mosca sotto il labbro; non nasconderò che avessi da poco scoperto Zappa e ne fossi quasi ossessionato, anche se solo a livello di immagine e creativo (oggi penso che pur con il suo cervellone succulento avrebbe finito per ingrossare le fila di coloro che “i-vaccini-uccidono”); per dire, avrei desiderato la creatività come dono dagli dei. Quella mia sembianza facciale innamorò, quindi durò il tempo necessario. Oggi sotto al mento ha fatto la sua poco regale ricomparsa uno scopettone quasi interamente candido, ma se mi voglio arrendere ai ricordi vi intrufolo una punta d’indice e torno a individuare e titillare quel labbruccio di ferita di cui l’INAIL non ebbe giustamente pietà.
Potrei dire che da dieci anni a questa parte abbia rinunciato ad amare, ma non sarebbe vero: del resto l’ho ricordato, già nel 2004 avevo raggiunto certe conclusioni con inquietante sicurezza. Sono stato tutt’altro che impermeabile all’innamoramento, ma ho quasi sempre finito non per rifiutarlo, ma per lasciarlo seccare. All’alba del nuovo secolo mi arresi all’idea di aver preso una cotta per una ragazza dalla spigolosa allegria, poco complimentosa, che anche se ti sorrideva ti temperava come una matita con il resto dello sguardo. Ma tendo a valutare le donne in base a due requisiti: la voce e le spalle. E, s’intende oltre a tutto quanto sopra, amavo le sue spalle. Libera lei, all’epoca, pareva il momento perfetto per provarci. Provarci, già, che concetto volgare. Ma perché poi nemmeno quello? Mi avrebbe chiesto un qualche stranito confidente messo al corrente. Beh, mai saputo un motivo. La guardavo, ma consapevole che presto si sarebbe materializzato un ostacolo: non a torto, perchè di lì a poco la vidi tra le braccia dell’unico amico adatto, il cui umorismo era complementare agli umori puntuti di lei: perfetti loro due, quindi conclusi “beh, si vede ch’era destino”. Una dozzina d’anni più tardi i ruoli erano ribaltati: lei sola, io a pagina voltata con l’amore della mia vita, ignara di tutto, anche se per poco: finì per capire tutto da sé. Capì di trovarsi di fronte alla peggiore fattispecie: non la storia consumata anche se magari non del tutto trascorsa, ma quella mai nata, pericolosa come le mine inesplose che un bel giorno fanno capolino da sottoterra. Le donne per certe cose hanno lo stesso radar di Al Pacino in Profumo di Donna: bastarono pochi indizi, un mezzo sguardo, un atteggiamento tale da far intendere: “ok, lui ora è tuo, ma non è sempre stato così”; strano riconoscimento, in quanto ottenuto dopo anni di pervicace autosoffocamento sentimentale (non fisico). Nei successivi giri di giostra fu dura cercare di dare la prova diabolica dell’insussistenza di qualsivoglia pericolo di concorrenza; poi non ne ebbi più bisogno perché dalla giostra finimmo per scendere un po’ tutti, ciascuno a modo proprio: chi per sempre, chi per un tempo indeterminato, chi cambiando carrozzone, optando per lande lontane e più soddisfacenti. Comunque la conclusione era la stessa: “beh, si vede ch’era destino”. E se per caso è colta di sorpresa, come per una nuvola passeggera, dal dubbio “…e se fosse andata diversamente?”, la mente si ribella, si strappa dal buio e urla al suo titolare: “Per fortuna ti hanno schivato, brutta pallottola arrugginita che non sei altro”. E io mica lo nego. Ma qualche merito della schivata, almeno, penso mi spetti.
Con altre mie rinunce si torna nell’imperscrutabilità. Dieci anni fa leggevo; avevo per le mani una biografia della Ginzburg, dei suoi potacci e sbrodeghezzi: un giorno la chiusi, a metà, e da allora non ho più avuto voglia di riaprire nulla e mal me n’è incolto se e quando ci ho riprovato, l’ultima volta con un regalo materno, uno spreco di energie che Guccini avrebbe potuto tenersi nei polpastrelli. Dieci anni fa scrivevo, nell’accezione – mi si passi l’indegno riferimento – più kafkiana del verbo, quella che gli fece dire nei diari: “ho scritto tutta la notte, avrei potuto scrivere fino a volare via; la visione del letto intatto come se l’avessero appena portato nella stanza; lo stiracchiarsi di fronte alla domestica”. Scrivevo perché avevo voglia di giocare, tempo da perdere, un ego trofico e, per quanto arruffate, molte cose da dire: così creai un blog per buttarcele. Quest’ultimo, su un portale oggi quasi in disuso (tranne che da te, Lorenzo, so che ci sei) prese le mosse da un curioso fenomeno locale: sul nostro litorale si passa direttamente dallo stabilimento 21 al 23, così del 22 me ne appropriai io, per il titolo. Poi scoprii che qualcun altro aveva avuto la stessa idea e cambiai il nome adottando un vecchio album dei Voivod: tradotto letteralmente suonava “Faccia di Niente”. Un insulto, una descrizione, uno stato d’animo: ciò che uno preferiva; perfetto. Il blog innamorò al pari dei baffi zappiani, così passai alle lettere, a cui qualcuno perfino rispondeva, restando in pena se non arrivavano, perché: “scrivi, così ti vediamo”, molto più indicato del socratico invito a parlare. Oggi, ecco, riprenderei a scrivere con una certa costanza solo in forma di lettera, spassionata, per il puro gusto di mandare qualcosa a qualcuno. Talvolta ho ceduto a questa tentazione, ma senza aspettare risposta. Immaginate tutti gli epistolari sino ad oggi pubblicati, figuratevi se gli estensori fossero animati davvero dal proposito di veder arrivare una replica: quanto inchiostro sarebbe stato risparmiato. Oggi mi soffermo sui mortificati resti di questo spazio, e se non lo chiudo è perché qui ne esistono altri, allo stesso modo abbandonati, che aspetto riprendano vita dal nulla. Perché (forse è l’unico mio pregio o presunto tale) credo di saper aspettare gli amici una volta che li ho riconosciuti e anche se loro non sanno di esserlo.
Mentre formo queste righe è il 19 marzo: dieci anni fa mio padre c’era ancora, poi rinunciai anche a lui il pomeriggio in cui aspettò che mia madre non ci fosse per ingiungermi, senza che l’argomento fosse mai stato sfiorato: “Voglio essere cremato”. Come reagire? Chiedere chiarimenti? Contraddirlo? Sminuire? Stupirsi? Arrabbiarsi? Non dissi nulla, non feci nulla. E anche per le lacrime ci sarebbe stato tempo: tutte in un minuto, solo per accompagnare il ricordo di quell’ultima disposizione ricevuta; dopo, solo rancore sordo e livido ma pigro, indistinto, verso la vita, non contro di lui, già andato via.
Rileggendo dell’incidente di cui sopra: dieci anni fa in bici ci andavo quasi sempre, ma qui me la cavo in fretta. Un pomeriggio d’estate, mentre filavo verso il mare, la catena non solo andò fuori sede, si attorcigliò, si ribellò col rumore di sfasciume dell’autobus di sciasciana memoria e decisi di non porvi mai più rimedio, e anche se avessi rimediato recandomi in uno di quei negozi per inebriarmi dell’inconfondibile aroma di gomma da ruota che ti circonda con la stessa potenza di una sinfonia diretta da Von Karajan, la verità è che non sarei stato più io a pedalare: più affannato, più incazzato o meno paziente di dieci anni fa, quando ero perfino in grado di apprezzare il fatto che i miei tragitti, pur brevi, fossero ritmati dallo scuotersi dei chewing gum inscatolati nella tasca destra (ed ecco, realizzo che nemmeno stavolta me la sono cavata tanto in fretta). A proposito di spostamenti, l’unica cosa che in dieci anni non è cambiata è l’automobile: la stessa inadeguata Volkswagen con cui affrontai senza catene il permafrost piombatomi d’improvviso addosso all’uscita di una galleria all’altezza di Umbertide o Panicarola, non ricordo bene; la stessa che dopo ogni collaudo induce il meccanico a dirmi che il motore fa un rumore come se stesse autograttugiandosi (come uno scemo immagino le scaglie di pistoni adagiarsi delicate sulla pasta al posto del grana) e bisognerà provvedere con una certa sollecitudine: ma se provvedessi, la vettura non somiglierebbe più al suo proprietario. 
A tal proposito, potrei concludere dando atto della rinuncia a dare retta al mio corpo ma – oltre al fatto che dieci anni fa non si può dire lo ascoltassi chissà quanto – dovrei precisare: in realtà mi ha stufato. E anche se me ne occupassi, non cambierebbe nulla per nessuno.  
Cari voi: mi sono affacciato ma già vi canto “Excuse me while I disappear”, non so per quanto, come il Frank Sinatra che così terminava il brano “Angel Eyes” dopo aver fatto tutti bere a spese sue. Faccio lo stesso, fate lo stesso, anche se non ho in gola il suo velluto né nell’iride il suo blu, e anche voi non è che siate dei bei gioini, eh. Pazienza.
Ricche cose.

Il bosco dei perché

Nelle vite di noi che viriamo verso i cinquanta, c’è stato perfino un periodo in cui:

  1. le annunciatrici in TV dovevano comunicare alla nazione tutta (di solito a metà pomeriggio, dopo la merenda e prima delle Estrazioni del Lotto, dunque in uno degli orari più morti in assoluto) che l’orchestra sinfonica della RAI – mai vista né sentita – aveva indetto un concorso per il posto di quarto clarinetto con obbligo di trombone di fila (e forse bisognava approfittarne, anche se non c’era un invito esplicito in tal senso, boh).
  2. andavano in onda i programmi dell’accesso (quelli col gabbiano che plana al rallentatore e come sigla “Tommy” dei The Who) anche se non si è mai saputo bene accesso a che cosa.
  3. non solo esisteva un Dipartimento Scuola Educazione, ma proponeva documentari sulle lotte contadine del Fucino.
  4. i programmi per bambini, benché importati e tradotti, erano di tutta evidenza frutto dell’uso di stupefacenti, come “Il Bosco dei Perché” di cui agevolo la sigla.
    Quindi: era meglio prima o è peggio adesso?
    Forse la risposta è che domani sarà peggio ancora.

Sinoviale (una catalanata)

Con ordine.
Lo giuro sulle mie aure
intelligenti perché non vengono alla guida,
e invece vorrei dover accostare e magari
sentire quel pezzo che fa piangere
in attesa di un’emicrania che pare
non arrivare mai.
Lo giuro su quel tratto di labbra
che non ha più ripreso i sensi dopo che
tutto me stesso ci è caduto sopra;
Lo giuro sulle schegge rimaste e sulle altre
che ci ho perso, dietro; ma tanto quei denti
dovevo cambiarli, come una lavatrice dopo un ultimo,
inutile pugno.
Lo giuro sulla falangetta incastrata
in non so più quale stipetto, e cos’è il genio,
chiedeva il Necchi? Strapparla via,
e all’eco di uno schiocco di frusta
accogliere atterrito la fisionomia di un dito
nuovo, storto.
Lo giuro sulla punta di scapola
sotto alla quale che cosa, a chi importa
se si è accumulata benignità o meno.
Lo giuro sulle croste, sui graffi impressi
nelle gambe, senza che altra creatura
vi abbia pasteggiato prima.
Lo giuro sulle rotule, percorse da lava
invece che liquido sinoviale (ti piace?
L’ho imparato su “Addio alle Armi”)
se sto seduto più di un’ora;
lo giuro sullo scatto del malleolo fradicio
che faceva dire “così sì sei figlio a me”.
Lo giuro, infine, sulla pelle delle mani
così liscia tra un reticolo di rughe e l’altro.
Dovrebbe essere tutto, nel caso ti aggiorno.
Ma insomma lo giuro: ti giuro
che sto bene.

Saslong

Dicono stia subentrando un clima tale per cui presto arriveremo a prenderci a bastonate, in luogo pubblico e per i più futili motivi. Forse è vero, forse lo so.

Ore 18.30, orario raccomandatomi dagli addetti all’autolavaggio per ritirare la macchina. La rimiro: sì, deve addirittura pesare di meno. Sono riusciti a togliere dalla carrozzeria perfino i residui di resina e dai tappetini quel velo di terriccio da tracciato per le moto Enduro; non c’è più un ago di pino (si sa, anche se uno solo si riproduce per partenogenesi) incastrato in qualsivoglia anfratto e nell’abitacolo regna una fragranza di vegetazione d’altura, mica come i rimasugli olfattivi  dell’arbre magique: ora, se guardi dal parabrezza, quasi ti si parano davanti gli abeti della celebre pista gardenese che a me piace storpiare in “la-se-slonga”. Insomma, pago, ringrazio, ma al momento di ripartire mi ricordo di una cosa: entrambe le luci dei fanali anteriori mi paiono aver avuto un vistoso calo di potenza, così chiedo se possono sostituirmele. Gli addetti si guardano negli occhi, quasi presagendo qualcosa; mi suggeriscono, vista anche l’ora un po’ tarda, di far visionare il problema a un elettrauto anche perché potrebbe trattarsi di un difetto di impianto, chi lo sa. Ma tengo duro e faccio intendere: e su, già che son qui,  due lampadine-ine-ine, che vi costa?
Aprono il cofano; nessun problema con la luce anteriore destra: lavorano appena in punta di dita, svitata una avvitata l’altra, tac tac, in un secondo. Attuano analoga manovra con la parte sinistra: c’è un problema, pare che la nuova lampadina trovi resistenza. Uno per volta, gli addetti finiscono per infilare il braccio nell’angolo in corrispondenza del fanale e io non so in quale tipo di movimento stiano producendosi, si direbbe una prova da acrobata circense, accompagnata dagli stessi grugniti propri della vecchia defecatio meridiana neque bona neque sana. E’ una delle occasioni in cui uno resta sulla scena a guardare, inutile e impotente: vedo braccia scansare grovigli di cavi e tubi e affondare sempre di più nel cofano, ma piegandosi innaturalmente, al limite dell’integrità dell’ulna, come se i due dovessero entrare pian piano e tutti interi in una valigia per poi uscirne al pari della Melato in TV da Pippo Baudo. Un collega del servito incautamente si avvicina e chiede se i contorsionisti improvvisati hanno qualche banconota da cambiare: “non è il momento”, viene fulminato come toccato da un morsetto collegato alla batteria.
Non ce la fanno, ed è passata quasi un’ora. Ma è deciso: o loro, o la mia macchina. Chiamano al cellulare un  conoscente, meccanico, gli spiegano la questione; testualmente: abbiamo una “Polo di merda” (tra me e me ringrazio e mi allontano ancora di qualche passo, non per motivi di contagio), non ci si crede, come è entrata liscia la lampadina a destra lo stesso deve fare la sinistra, porco d’un porco. Arriva dopo un quarto d’ora, immagino strappandosi di bocca il primo angolo di piada, il più goduto. Fa per attuare la stessa manovra ma non gli è possibile: il suo braccio è più tozzo rispetto a quelli dei suoi predecessori. Lampo di genio: sterzate tutto a destra, mi infilo da sotto, dalla parte della ruota. Prudenzialmente distante come sono, mi è impossibile vedere in che modo stia armeggiando il meccanico. Il tentativo di avvitamento pare lo stesso di prima, ma è il volto dell’uomo a destare spavento. Non so se avete presente la classica raffigurazione delle due maschere teatrali. Ebbene, per altri venti minuti abbondanti i lineamenti di lui paiono quelli della maschera triste, fissi, immutabili. Al ventunesimo minuto di manovre inutili, capisco cosa intendeva De Gregori quando cantava di una faccia che sembra il crollo di una diga.
Alle otto, tra una bestemmia e l’altra da calibro di obice di prima guerra mondiale anche da parte dell’addetta alla cassa che ancora non può chiudere, decisione estrema. Mentre ormai non ho più ciottoli da prendere a calci nello spiazzale della stazione di servizio, il paraurti della mia Polo veniva smontato con amorevole brutalità: già, tutto per un minuscolo pezzo di vetro riottoso all’avvitamento. Problema risolto. Supplemento di pagamento effettuato a sguardi bassi e a sole quasi calato; ritengo miracoloso che il paraurti sia tornato al suo posto e non già rottamato. Alzo mezza palpebra almeno per salutare. Gli altrui sguardi non sono quelli di chi si congeda dicendo, anche solo come clausola di stile: mi raccomando, per qualsiasi cosa mi trovi qui. Odiano la mia auto, odiano me. Per meglio dire: qualcuno l’avrei ritrovato, lì. Ma armato di chiave inglese, se non di spingarda.  
La prossima volta andrò a gridare “Forza Rimini!” al bar del Manuzzi. Mi meneranno, ma almeno in quel caso sarà prevedibile e senza attesa alcuna.

Friggin in the riggin

Notte tra 27 e 28 agosto 2021.
Il pub, dove non a caso il titolare Max ti accoglie dicendo “welcome to my ship”, è la trasposizione di una nave pirata, solo arenata tra val Camonica e Valtellina: sì, un po’ come immaginare un pinguino con una banana nel becco. L’entrata del locale, cioè la prua tutta in legname, arredata da botti appese e sartiame variamente annodato, è incorporata in una veranda che separa l’uscio vero e proprio dal resto del mondo; lì, Guinness in mano, sta intrattenendoci un autoctono senza età: non in senso strettamente fisico, il fatto è che si trova nella fase in cui l’alcool toglie anni ai discorsi facendoli regredire allo stadio semi-infantile. Con un accento che di sicuro hai sentito nelle parodie avvinazzate di gene gnocchi a Mai Dire Gol, solo che stavolta invece è autentico, sta rievocando i tempi in cui vendevano le magliette con la scritta “motherfucker montaner” (“come no? Indimenticabili!”), “che poi io ne andavo fiero, mica come questi cittadini che vengono qui e pretendono di insegnarci da che parte sorge il sole, tanto sorge ad Est e così sempre sarà, però io faccio le scalate con le Geox ai piedi e loro no! E ora ‘ste cose le dico a voi che magari venite da Milano e beh, mica chiedo scusa, mi spiace!”. “No” rispondo anche a nome degli amici, “non preoccuparti, noi stiamo abbondantemente sotto il Po, noi innocui, noi lontani”. Per rabbonirlo sto per fargli annusare un’ascella, quando da un angolo buio della veranda spunta Max, il titolare. Sulle spalle spioventi, dodici mesi su dodici, uno spolverino di pelle; in testa un abbozzo di capigliatura alla Robert Smith; occhi impenetrabili, schermati da lenti scure e persi sul moncherino di paglia che ogni tanto ravviva, tranne quando ghigna, allora diventano terribili, oh, non vorresti essere tu il bersaglio di quel ghigno. Insomma, si alza e decide che è arrivato il momento di interrompere la musica dalla filodiffusione, la classica lagna irlandese ritmata dallu piffariello di mastr’andre’, piru piru lu piffariello, e dai singhiozzi di nostalgia per la inimitabile rugiada sul trifoglio nella valle selvaggia in Connemara. Max annuncia: “vado dentro a suonare qualcosa al pianoforte per voi”. Capisce di essere stato troppo solenne, quindi precisa: “se volete seguitemi, altrimenti restate pure qui fuori, non me ne frega un cazzo”. Chissà chi me lo fa fare, ma mi viene da stemperare la rudezza dell’uscita citando i Nirvana, che a lui nemmeno piacciono. E dico: “the choice is yours”.
Max mi guarda, la prende come una sfida e risponde: “What?!”.
Ripeto, credendo di scandire meglio: “the choice is yours!”.
Niente da fare, ottengo un altro “What?!” a orecchio proteso.
Mi rassegno. “La scelta è vostra”, traduco. E un lampo gli balena sulle lenti, finge d’aver capito e ghigna come sopra.
“Ah! D’ciuizzz is iuuurz! Così si dice in Irlanda”.
“Ah”, butto lì. Lui forse qualcosa, ma io che cazzo posso saperne?
“Comunque è vero, hai ragione. La scelta è vostra”, dice. E non va semplicemente via: si dissolve, appena varcata la soglia. Pochi secondi e dall’interno parte un Fisherman Blues lacerato da tasti e corde che non si sa quando, ma un giorno questa maledetta guerra la vinceranno. Intanto, bene o male, si combatte.
Sempre così. Una bastonata e una carota. Non necessariamente nell’ordine, e sempre stando attenti a dove quest’ultima possa finire.
Alla tua, Max.

Ora magari vi aspetterete che inserisca di seguito quel brano. No, ne metto uno più divertente.

Da ba deeh da ba dah

Negozio di abbigliamento medio-tipico, interno giorno.
“Buongiorno!”
“Buongiorno! Mi interesserebbero delle polo semplici, da starci comodi in ufficio, delle solite marche…”
(Inizia la fase di studio).
“Certo, gradisce qualche colore in particolare?”
“Ora che ci penso mi mancano quelle di colore blu”.
(Sfida all’ok Corral accettata).
“E…quale tonalità?”
(Improvviso cambio di scena: tipo western, col primo piano degli occhi stretti a fessura dei contendenti)
“Sì aspetti…ce l’ho sulla punta della lingua”
“Blu pavone?”
“No…”.
“Blu oltremare?”
“No..”
“Blu di Prussia?”.
“No..”
“Blu di Persia? Blu da ba deeh da ba dah?”
“Nemmeno”.
(I contendenti ormai giocherellano con le dita all’altezza della pistola infilata nella fondina su un fianco).
“…ecco, aspetti, mi è venuto in mente! Ha presente il Blu della Sellerio?”.
(Niente spari. Alla fine, “commessa.exe” ha smesso di funzionare. L’ho spuntata io, tiè).