La pista satanica

Aspetto al varco i cronisti di “nera”, e rimango puntualmente con un palmo di naso. Eppure una volta, quando gli inquirenti annaspavano di fronte a una sparizione inspiegabile, a una catena di omicidi o ad altri fenomeni caratterizzati dall’umana crudeltà e imponderabilità (finanche i trafugamenti di salme care e illustri), si parlava sempre, prima o poi, di “pista satanica”. Ovviamente era il modo in cui se ne faceva cenno a mandarmi nei matti. Come l’arsenale deve essere sempre “vero e proprio” e la pagina “decisamente” voltata, così per il giornalista medio-tipico la pista satanica “spuntava”, invariabilmente. Quando il mistero pareva insolubile, eccola lì “spuntare” d’improvviso, birichina, come se ci fosse sempre stata davanti alla faccia, e un po’ eravamo miopi noi a non trovarla subito, un po’ era lei a camuffarsi, magari nella boscaglia e in penombra.
Che poi, in che cacchio consiste questa pista satanica? A me fa venire in mente un manipolo di dopolavoristi burloni con addosso tute da diavolo che si accalcano attorno a una Polistil per giocare con le macchinine, lanciando bestemmie dello stesso calibro di certi obici della prima guerra mondiale.
Ma certo è un’interpretazione poco suggestiva, nulla avendo a che fare con quei trucidi zozzoni che anni fa si dettero con discreto successo ai sacrifici umani, al ritmo di un determinato genere musicale. E per colpa dei quali, tra l’altro, chi adocchiasse la mia vecchia collezione di CD sentirebbe l’irrefrenabile tentazione di chiamare la polizia.
Non sarà mica che la “pista satanica” conduca – anche – a casa mia?
Fortuna che non ho conservato giocattoli in soffitta.

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Kiss my blood

Si può parlare di un naso senza rischiare di scimmiottare Gogol o l’inizio di “Uno, Nessuno e Centomila”? Del resto devi soltanto spiegare in che termini detesti il tuo, non scriverci sopra un romanzo. Dopo la prima parte in mezzo agli occhi, ha il setto che va letteralmente a strapiombo, ed è pure privo di punta: davanti alle narici si arrotonda e si ingrossa in modo sgraziato e disarmonico. Si trattasse solo di una questione estetica, poi. Certe volte sei costretto, usando un polpastrello, a spostare la pelle del viso in corrispondenza dello zigomo; la gente pensa che fai così per un fastidio a un molare, e invece è perché ti capita di non respirare bene da una narice. Riassumendo: funziona male ed è brutto, ma non lo tocchi, perché ti rappresenta benissimo. E non è finita. Il naso ti fornisce una piccola – diograzia – ma concreta esemplificazione di come quella macchina perfetta che pretende di essere il corpo umano, a un bel momento si indispettisca e si inceppi capricciosa. Le prime volte, da bambino, non potevi di certo accorgerti in anticipo di quando stava per succedere. Non era necessario starnutissi. Dopo un primo respiro più difficoltoso rispetto al consueto e una sensazione strana e fulminea giù per la gola, abbassavi appena gli occhi e notavi con orrore il rivolo che già si avviava alla punta del mento. Presto avresti imparato a riconoscere il friccicore ai vasi dentro alla narice, sempre più esteso e a sinistra; e iniziato a seguire l’istinto, gridando la tua richiesta d’aiuto con estremo anticipo. La gente attorno guardava stranita, non avvedendosi di nulla, e ti voltava le spalle credendo che stessi scherzando, o in vena di esibizionismi. Invece indovinavi sempre: e le chiazze, di un bel rosso carico, immancabilmente irrompevano sul tuo vestituccio brutto degli anni Ottanta.
Erano immaginabili gli esercizi di fantasia in cui gli adulti erano in grado di prodursi sulla tua pellaccia. Prima, sciagurata regola: mettere il marmocchio con la testa all’indietro, cosa che – come sanno anche i sassi – non bisogna fare. Poi, dipendeva. Se si era dalle parti di un bar, oppure se il padrone di casa era accomodante a sufficienza, si avvoltolava un tovagliolo attorno a due cubetti di ghiaccio, e la borsa improvvisata ti veniva schiacciata sul centro della fronte. Altrimenti, dio solo sa cosa dovevi temere. Hai un netto ricordo di te stesso, durante una gita scolastica: seduto sul pullman, costretto – per non si sa quale mala arte da praticoni – a tenere un pugno sollevato come dovessi salutare il sol dell’avvenir, solo che il mignolo era puntato verso l’alto, stretto da un elastico che lo rendeva cianotico. A seconda dei casi, guardavi il cielo, o il soffitto di casa o dell’aula, o il tettuccio di una macchina, sempre sentendo il sinistro fluire dietro al pomo di adamo e, su di te, gli altrui sguardi schifati, come se avessero davanti una balena in putrefazione; per non parlare delle continue constatazioni su quanto, evidentemente, gradissi scaccolarti. Tua mamma, se era lì accanto, non sapeva più in che lingua darsi la colpa di tutto ciò, ma allora non avevi molta familiarità col concetto di “ereditarietà”. Le lasciavi accarezzarti la fronte e raccontare di quando, bambina, era costretta a gettare via la bici e a sdraiarsi dovunque capitasse: un marciapiede o un fosso di campagna, non importava; anche lei guardava in su sperando che quello strazio si arrestasse il prima possibile. Ben altro ti taceva; ad esempio il rimedio che adottarono per risolvere il suo problema: la cauterizzazione. A cui lei però non ti avrebbe mai costretto perché, anche se ne erano passati di anni, le restava nella memoria il non gradevolissimo lavoro dello scannacristiani che gliela praticò.
Col passare del tempo il fenomeno si è quasi azzerato: ma ora, oltre a riconoscere quando sta per arrivare (i capillari si svegliano e li senti perdere al pari di una tubatura rotta), hai imparato anche a convivere con ciò che l’accompagna e ne consegue. La sensazione che, all’interno, la narice ti si stia scollando; gli sputi di sangue neanche fossi un tubercolotico; le budella che protestano per la robaccia che non sei riuscito ad evitare di fargli arrivare; le confezioni di ovatta imbevuta di Tranex che hai spinto a tocchi interi su su fino al cervello; la paura di fare mezzo respiro; e le pagine macchiate di vermiglio in tutte le riviste musicali e sportive d’annata cui eri tanto affezionato e che hai rovinato tuo malgrado.
Quando si è verificato in bagno, al mattino, hai potuto rimirarti cadere vittima del tristo spettacolo. Hai assistito, immobile, al vecchio amico rivolo che prima occhieggia birichino dalla narice, poi attraversa i baffi, intridendoli; e infine scende sul labbro inferiore. L’hai sfidato a proseguire oltre, ma si è fermato. Forse lui stesso ha avuto pietà dello scemo che si rifletteva nello specchio: una via di mezzo tra un pugile suonato e un pagliaccio stranito, per giunta mal truccato.

Reparto sovvertimento profezie

Per tutto quell’anno – essendo il titolare volato in Liechtenstein all’ombra di qualche cattedra-cattedrale del pensiero interplanetario, altro che la scuoletta rivierasca – in storia e filosofia ci fece lezione un supplente, dal sopracciglio sempre in su e un angolo di bocca – di contro – sempre in giù. In più sfoggiava il riporto, un alone (vero e non mistico) mai sparito dal suo maglione bordò, e la parlata lenta e solenne con cui esplicitava le sue doti divinatorie. Alle soglie di giugno gli chiedemmo: “ ’Sto giro chi vince i Mondiali, Prof.?”; e lui, rispondendo con la faccia e i modi di sempre: “….Brazzzzil”. Proprio così, con almeno quattro zeta. Non saprei dire tuttora se fosse una risposta dettata dalla legge dei grandi numeri: i brasiliani non vincevano dal ’70 e dunque da ventiquattro anni. Nessuno gli dette molto credito, ma lui niente, nessuna spiegazione, sempre quei dannati lineamenti e un lampo beffardo negli occhi come a dire: “Vedrete se mi sbaglio”.
Ci aveva preso gusto. Il giorno dopo, di fronte alla classe tutta e visto che eravamo nel giocondo finale d’annata, il supplente così mi apostrofò: “Dei maschi di quest’aula, tu sarai il primo a sposarti. Con una ragazza di Napoli”. Gelo. E molto più gelo un mesetto più tardi, nei minuti successivi all’errore dal dischetto di Roberto Baggio a Pasadena.
Non importava che tra le mie conoscenze non rientrassero pulzelle anche solo di vaga origine campana: per qualche tempo immaginai le mie imminenti nozze laggiù, quasi disperato. I miei compagni di classe per un po’ mi aspettarono al varco, per sincerarsi dell’avveramento della profezia. Alla fine uno di loro si stufò e provvide a sovvertirla, cosicché a me il Brasil poté tornare a ispirare non più timore ma unicamente rime sconce con l’usel che pesa un chil. Non vogliatemene. Epperò a volte sarebbe bello cullarsi ancora in illusioni senza fondamento ma elargite così, per puro spirito di liberalità.

Color che un dì partirono

…e là rimasero. Parrebbe quasi un canto alpino, o un girone dantesco mai scoperto. In realtà, per “là” si intende la nuvoletta di disagio mentale che ciascuno di loro si è scelto come dimora.
Riccardino coltiva con fierezza la propria particolarità. E’ famoso per le sue comparsate allo stadio, in occasione delle quali si segnala sugli spalti. Gli piace attaccar briga con gli arbitri, ma non in modo malevolo. Una volta, durante il riscaldamento della terna designata prima di una partita importante, non smise un solo secondo di richiamarne l’attenzione sbraitando: “TAGLIAVEEEEENTOOOOO!!!!”…il quale ultimo non fece una piega, nonostante le urla di Riccardino sovrastassero qualsiasi coro e rumore, come la sirena che preannunciava i bombardamenti nei conflitti mondiali. Successivamente, spiegò di avere scommesso che l’arbitro, a furia di richiami “discreti” come quelli, alla fine si sarebbe girato e gli avrebbe rivolto un cenno di saluto. Cosa che non successe. Chissà se Tagliavento, oggi uno dei più quotati in serie A, ricorda l’episodio almeno con un sorriso di compassione. Per il resto, Riccardino ama spiegare a ogni pie’ sospinto, anche a chi già lo conosce, che lui da piccolo era gravemente malato, al punto che il dottore aveva fatto una diagnosi impietosa: o il bambino moriva, o diventava scemo. Della serie: traete voi le conseguenze. Senza contare il suo irrinunciabile vezzo ossia, su richiesta, rigirare ogni frase ripetendola alla rovescia. Ma subito, senza pensarci; e tu o ti fidi o ti metti lì a controllare, impiegandoci un’eternità. Il suo cavallo di battaglia è “Margherita” di Cocciante, ovviamente con il testo tutto al contrario. Nemmeno Leonardo Da Vinci, che pure si gingillava in cotali amenità, ne sarebbe stato capace.
A me capita spesso di incrociare a piedi “la pia nonna” lungo Via Gambalunga, sebbene lei finisca per girare in bici dappertutto in città. E’ una signora che veste per lo più di bianco, con una vistosa acconciatura giallo pannocchia. Non si sa esattamente cosa faccia nella vita, se non pedalare su e giù reggendo in equilibrio, davanti al petto, un ritratto formato-poster del volto di “gesucristo” nella raffigurazione più classica: testa lievemente di sbieco e faccia di chi non scherza, come a voler dire: “Basta con le seghe, t’ho visto, ti tengo d’occhio”. Da notare che il ritratto è double-face, e dunque ogni tanto può essere voltato in modo che venga ostentata la beatasempreverginemaria. Secondo me, quando sta a tavola, la pia nonna piazza l’icona nella sedia accanto, come ospitando un commensale; e fa anche in modo che un altro posto rimanga sempre vuoto, perché lì poi si accomoda il padreterno, e cieco sei tu se non lo vedi.
“Fredastèr” io l’ho sempre visto al Rockisland, il pub-ristorante-discoteca costruito su una specie di palafitta proprio a ridosso dei frangiflutti con vista sul mare aperto, alla fine di quella che noi chiamiamo “palata”, la camminata fino alla punta del molo della vecchia darsena. “Fredastèr” invece veste sempre di nero, sia la polo che i pantaloni; i pochi capelli ai lati della testa sono scarmigliati, e lo sguardo vaga in qua e in là senza vedere assolutamente nulla. Si fa costantemente largo tra le note sparate dagli altoparlanti, fendendo la folla del venerdì e sabato notte, e non si ferma nemmeno per mezzo secondo. Lo diresti assoldato dal locale in veste di raccoglitore di vuoti dai tavoli: qualche dubbio ti viene quando ti avvedi che non trasporta mai nulla e, anzi, mentre girovaga ha lo strano vezzo di toccarsi il palmo di una mano con la punta delle dita dell’altra, uno alla volta. La sua appartenenza a color che un dì partirono è sancita dal fatto che, non appena riesce a ritagliarsi un po’ di spazio, “Fredastèr” si ferma (solo allora), si afferra un piede, fa estendere la gamba in verticale proprio come Heather Parisi nei primi “Fantastico”, e conclude con una piroetta sul perno; tutto questo con fulminea rapidità, in pochi attimi. Poi, come se niente fosse, riprende il suo peregrinare fino alla replica successiva del passo di danza. Che però non sai esattamente quando ci sarà.
Ma il più in vista tra color che un dì partirono è Magic Voice, che non descrivo; magari avrete la bontà di aprire il link più oltre. Non è nato da queste parti. Dalla Puglia, il nostro cambiò aria, arrivò qui e si autoproclamò cantante. Apparve all’onor del mondo in occasione di una puntata della Corrida in cui, prima di dare corpo alle movenze di un Mauro Repetto sotto anfetamine e tavernello, disse a Corrado: “Qui davanti a lei c’è un uomo capace di tutto”. La sua “Ciao ciao Lulù” fu una sorta di inno cittadino, per qualche tempo: lo stesso tempo che con lui non è stato galantuomo. Oggi ha smesso di cantare, la sua barba bianca e lunghissima lo precede sempre di qualche passo; e di muoversi tipo lavatrice in centrifuga non sarebbe più capace. Prende di mira i locali del centro, girandone le tavolate più numerose e nutrite di sconosciuti (infatti dai cipigli habituè mio e dei miei amici, che ha ben presente, si tiene a distanza). Arriva di soppiatto, si fa dire i nomi dei presenti e li inserisce ciascuno in un disastroso haiku con rima improvvisato lì per lì, che viene trascritto e consegnato alla tavolata. Unitamente al conto, peraltro. “Per l’artista” dice lui, ed è inutile precisare come intanto gli avventori si chiedano tra loro chi e dove sia, l’artista. Se non a scrivere versi, spero abbia imparato a contenere la sua insistenza quel tanto che basta a evitargli le sgabellate nei denti che gli hanno fatto guadagnare il ruolo di parte lesa in un paio di processi penali: definiti bonariamente prima di arrivare a sentenza, peraltro. Perché il nostro un dì partì e mai più tornò, ma in fondo non sa portare rancore.
In coro.

Sogni d’oro dall’avamposto

(Ciao Riccardo, questa è per te. Un giorno sarà di nuovo gran festa: intanto preparaci un bancone, ovunque tu sia finito).

Non era nemmeno più in grado di dire con esattezza da quanti anni si trovasse nel suo avamposto, a vario titolo di responsabilità e nonostante i cambi di gestione: ma di sicuro, in assenza dei titolari che d’estate si occupavano del distaccamento sul mare, era addirittura il barman con più esperienza, benché quasi senza età (nel senso che facevi fatica a dargliene una). Ora che ciondolava divertito sulla soglia, con la sola pancia a sporgere sulla pubblica piazza, i suoi pensieri restavano i soliti anche se tramortiti, nelle ore precedenti, dal tempo che anche lui detestava: non tanto quello piovoso, pur fastidioso anche per motivi “commerciali” in una città di mare, quanto l’alternanza continua di nuvole e sole in cielo, con i relativi, ravvicinati cambiamenti di intensità della luce a pochi secondi di distanza. Adesso invece era notte, e sicuramente il distaccamento laggiù in spiaggia era già chiuso perché faceva anche un bel fresco settembrino. Lì in città, dell’avamposto resisteva la parte al coperto, ma pur non essendo tardissimo la gente aveva girato i tacchi verso casa: si trattava dei nuovi clienti, essendo ben lontana l’epoca in cui in quel luogo gravitavano fin verso le prime luci dell’alba gli originaloni che, pur di avere un pubblico da compiacere, erano capaci di tutto, fino all’autolesionismo. Niente da fare, l’unica preoccupazione del barman era assistere premuroso al capezzale della serata morente, badando solo di non ricevere un altro gavettone di sciacquatura di lavello dal collega più giovane e tartassato, a titolo di vendetta. Il solo accenno di vita che poteva captare nella piazza dalla soglia dell’avamposto, spipacchiando la paglia del dovere compiuto, erano echi di voci dall’osteria quasi attigua, illuminata come fosse prima serata. Fatto piuttosto strano, questo, visto che lì (un’“osteria” nella moderna accezione di mangiatoia pretenziosa) il sabato sera vigeva la legge del “mangia&smamma”, e inoltre non si poteva pretendere che la cucina stesse aperta fin oltre l’una: quindi dovevano esserci degli ospiti eccezionali. Il barman ebbe appena il tempo di pensarci, che dalla porta del ristorante uscì la diva. Scortata da un tizio che non si capiva bene chi fosse (troppo esile per esserne la guardia del corpo, ma all’apparenza anche troppo anonimo per sembrarne la fiamma attuale), indossava un vestitino che si sarebbe notato anche da un centinaio di metri, essendo di un sobrio rosso-aragosta catarifrangente. In pochi passi arrivò dall’osteria all’altezza dell’avamposto, sicché il barman ebbe poco tempo sia per ricomporre e indossare la sua miglior maschera spavalda, sia per sopprimere il senso di disagio che gli dava la schiena infradiciata dal gavettone poco prima subito. Ma ci riuscì, ed anzi poté perfino atteggiarsi in maniera da ostentare la pancia nel modo più simpatico, e disegnarsi in volto un sorriso maliardo e a suo modo seducente, neanche fosse “anfribogart” a sfumacchiare quella paglia. Sui porfidi per terra, davanti all’avamposto, i tacchi della diva saettavano esperti (solo una come lei era capace di non restarvi incastrata e di non farsi così saltare via il tendine d’Achille come un frisbee scagliato in aria); e in quel momento lui, nel suo improvvisato aplomb, le scoccò addosso da vicino un impeccabile “Buonasera, Simona”. Quest’ultima, con la sua vociaccia famosa in tutta Italia, gli mandò in risposta un “buonasera” volante che, pur gracchiato, sbatté contro gli edifici che incorniciavano la piazzetta chiusa. Di certo, non si aspettava l’aggiunta confidenzial-affettuosa che arrivò dal barman mentre lei tagliava l’angolo per riaffacciarsi sul corso.
“Sogni d’oro…”
La diva si voltò appena prima di sparire e, non cogliendo la sfumatura ammiccante con cui il barman aveva connotato quell’auspicio, disse un “Eh, speriamo…” che nell’abituale pubblico dell’avamposto avrebbe scatenato un effetto comico dirompente.
Avrebbe, già. Dal ventre dell’osteria, ancora illuminato, provenivano altre voci non meno famose, che invece sembravano restie a farsi carne come nel caso della diva. L’autore del gavettone, alle spalle, trafficava indifferente in cucina. Per il resto, attorno, nessuno. Chissà dov’era finito lo scemo che, nelle serate più ispirate, per bere usava le proprie scarpe al posto del bicchiere. Al solitario guardiano dell’avamposto non restò che ricordare il modo in cui aveva promesso, tre mesi prima, di celebrare l’eventuale vittoria dell’Italia nella finale dei campionati europei contro la Spagna. Della partita sapete tutti il risultato, comunque non infausto abbastanza da scoraggiare il nostro, che fino all’87esimo minuto aveva blaterato della nostra superiorità figlia del coraggio dei gladiatori. Dopo il fischio finale, visto lo sconforto generale, aveva proclamato: “Sapete cosa? Manterrò comunque la mia parola, chi se ne frega della sconfitta”. Poco dopo, nessuna Pubblica Autorità si affacciò sul corso principale mentre lui lo percorreva con le sole mutande addosso tra due ali di amici ululanti. Doveva succedere: e la Nazionale dunque aveva perso due volte, contro la Spagna e contro il destino.

 

Scantinato

Stasera ho ceduto alla tentazione di fare un salto in archivio – e dovrei dunque proseguire precisando “in soffitta”: ma no, si tratta dello scantinato, se non altro perché devo fare i conti con zone vergognosamente basse di me stesso. Ho tolto un po’ di polvere da un paio di reperti del 2011 e ben presto mi si sono corrugati fronte e mento, soprattutto quest’ultimo anche se nessuno può rendersene conto ricoperto com’è dal mio anacronistico pizzetto sale e pepe. Nel 2011, invece, avevo solamente dei baffi assurdi, lunghi, nerissimi, praticamente da anni ’70 (volevo omaggiare Zappa, ma certo. Aggiungete il fatto che fossi più giovane ed ecco servito il cocktail del perfetto esibizionista). Altra differenza con l’oggi: d’estate andavo in spiaggia e stazionavo sotto un ombrellone, ci passavo pomeriggi interi con o senza amici attorno: cosa che a volerla realizzare adesso costituirebbe per me una delle più atroci autoafflizioni concepibili, paragonabile alle frustate con cui i partecipanti a certe processioni religiose martoriano le loro carni nude. Un’analogia (ovvia) con il presente è il fatto di essere solo; ma le mie solitudini sono caratterizzate da differenti gradi di consapevolezza a seconda degli anni. Ad esempio, all’inizio degli anni 2000 (non ricordo in precedenza, o magari non mi ponevo il problema) era la solitudine fiera e cocciuta di chi si sente già in grado di proclamare: “Io vivrò e morirò da solo. Come lo so? Lo so e basta”. Oggi, a distanza di un’era geologica, vira più sul rassegnato: parte dalla stessa premessa, ma dopo il punto fermo subentra il tentativo autoconsolatorio: “Almeno sono stato amato ed ho amato. Cos’altro dovrebbe spettarmi?”. Nel 2011, cioè la fase intermedia, era invece venata ed anche consumata da un vago senso di speranza, cioè a dire: “Sono ancora solo e senza particolari prospettive, ma vedo che a tutti coloro che mi circondano sta toccando una chance, e per sbaglio potrebbe capitare anche a me. Starò zitto e fermo, per non rovinare tutto. Del resto, se la terra gira, la mia occasione passerà di qui prima o poi”. Con questo stato d’animo buttai giù e pubblicai le righe che seguono. Non furono di aiuto immediato, e sarei stato stupido a credere il contrario, ma qualcuno ogni tanto le leggeva, in silenzio, da lontano, senza farsi notare: lo stesso qualcuno che poi, avendo imparato a conoscermi, le inscatolò nello scantinato di cui sopra, salvandole a mia insaputa dall’oblio informatico in cui credevo di averle spinte.
(Basti pensare a come parlavo di donne allora. Roba che in quelle rughe sul mio mento oggi potrei inciampare e cadere con tutto me stesso).

Vi avevo preannunciato uno scadimento di tenore e contenuto del presente spazio per quanto riguarda il periodo ferragostano: bene, nemmeno quello vi meritate, giacché da una settimana l’unico mio vero movimento fisico diurno lo fanno le palpebre. Tenete presente che non mi sono mosso dal lettino, in spiaggia. Se sono chiuse, lascio che mi rimbombi nella testa la colonna sonora delle ultime notti. Non tutta intera, solo alcuni stralci, quelli che mi colpiscono maggiormente per motivi di affetto oppure per raccapriccio:  tra i primi, “Back in Black” e “Hell’s Bells”; “Rearview Mirror” e “Alive” (delle quali non menziono gli autori perché in fondo ho molto rispetto della vostra cultura). Poi le schegge insopportabili, anche se (o proprio per il fatto che) ti si infilzano nei neuroni e lì resistono ostinate: ad esempio quella che fa “Giunga, giunga-giunga, sotto la doccia, nemmeno una goccia”, che se non sbaglio cantava Ambra qualche tempo fa; e “Non succederà più”, diventata misteriosamente un successone 30 anni o giù di lì dopo il lancio da parte di Claudia Mori.
A occhi aperti invece c’è spazio solo per la parte superiore delle cabine a schiera, quest’anno pitturate di un arancione che il vento e la sabbia hanno ormai provveduto a stingere, ma non abbastanza da attenuare il contrasto con l’azzurro del cielo, che occupa il resto del mio campo visivo. E’ un panorama non dico consolatorio ma rassicurante, interrotto solamente da pagine di libro che consumo come fossero sigarette, una ogni tanto. Ho rubato a mio babbo un agile libello di Gianni Brera, “Coppi e il Diavolo”. Fausto Coppi: un’altra delle scelte di campo del capofamiglia, prevedibile peraltro. Mai quest’ultimo avrebbe potuto preferire un toscano trombone, democristiano e baciapile (Bartali) a un piemontese silenzioso, lavoratore e “principe della zolla” – volendo usare un’espressione dello stesso Brera – per di più vittima dell’insipienza medica italiana, la quale per salvarlo non si degnò di utilizzare “un tubetto di umile chinino” (anche se perfino il gran cancelliere, da coppiano di ferro, non aderisce in tutto e per tutto a questa tesi, così come emersa dal libro, magari un po’ semplicistica). Sull’autore, io e paterfamilias fatichiamo a tracciare un giudizio preciso, forse per via della nostra quota di sangue terrone – per favore non offendetevi – che Brera avrebbe aborrito. A me piace riportare il duplice parere del Griso moderno, ovvero Federico Buffa, cui da piccolo venivano passate le rubriche breriane sul Guerin Sportivo con una solennità pari a quella che da riservare a un Kafka. E cito: “Io non capivo nemmeno la metà di quello che scriveva, ma col tempo affinai due concetti: 1. Brera era un passo al di là della genialità giornalistica; 2. Non è necessario essere sobri per scrivere divinamente”. Gioco, partita e incontro, Stimato Collega Buffa.
I miei due spiccioli bucati. L’argomento del libro (una biografia di Coppi) parrebbe un po’ frusto se non si pensasse al modo in cui è nato ed è stato sviluppato: il ciclista in poltrona e Brera allo scrittoio. Lo stile è asciugatissimo; così forse esige il racconto di una vita frenetica come quella di un corridore che parte dal nulla e conquista il mondo. Periodi secchi, brevi; colpisce la frequenza dei due punti, usati più volte anche e soprattutto all’interno di una stessa frase. Ma che verismo, che efficacia. Li puoi vedere, gli occhioni di Faustin mentre dice, implorando, “Ma’, g’ho fam”; puoi sentire il rumore del coltello che si confronta con la crosta del pane o con un “tallone di salame”, le cui fette sono “un mosaico di tessere compatte” bianche e rosse. Puoi condividere la fatica del ciclista che sente bruciare “gli apici dei polmoni”, o che dopo il traguardo vuota una gassosa nel “gorgozzule” e sente il deserto arido nella pancia. Anche sotto il profilo tecnico, finisci per annuire di fronte a Coppi che da un 40 x 20 passa a un 40 x 16, anche se di bici e di rapporti non ti intendi minimamente. Chi sbircia la copertina mi chiede chi è il diavolo del titolo: “E’ la dama bianca!”, buttano lì. Non credo. Nel libro non c’è spiegazione diretta. Io direi che il diavolo è costituito dai tanti segnali – sotto forma di periodici infortuni e cadute – con cui la sorte quasi intimava a Coppi di smettere di correre per il bene della salute, e che il campionissimo puntualmente ignorava.
Per cui leggo Brera; e non mi rompete i coglioni che leggo Brera (non dico proprio a voi, amici, ma al resto della spiaggia e dell’universo).
Poi finisco il paragrafo o la pagina, e poso il libro. Il guardo, in senso leopardiano, è sempre occupato dal contrasto tra cabine e cielo; la testa invece no. Viene il momento di pensare alle due donne che “intorno al cor mi son venute” (scusate, l’uso delirante di questi pezzi di zattera scolastica deve attribuirsi al sole). Elena mi attraversa l’esistenza di tanto in tanto, alla maniera di una cometa, perché ci dividono compagnie e luoghi di frequentazione: per fortuna c’è uno scolatoio dove incontrarsi. Non la vedevo da mesi, la ricordavo scandalosamente magra: potevi prenderla per i polsi usando il pollice e il mignolo di una mano. Ora ha messo su qualche chilo, ed è una gioia personale. Darei non so cosa per vederla con i capelli sciolti, cosa che non succede mai forse perché lei pratica sport in maniera quasi continuativa. Gli occhi azzurri restano l’unica cosa ferma: il resto del corpo invece – testa, mani, le spalle abbronzate – sempre in movimento tra le sorsate al bicchiere e il piluccare dai piattini dell’aperitivo. Mi rinfranca, e anche commuove per certi versi, che una marziana di tal fatta (perché, anche se è di Verona, per modi e argomenti di conversazione sembra provenire da un altro pianeta) quando torna quaggiù chiami proprio me per fare una bevuta, faccia a faccia. Elena mia, ok, io ti voglio bene, e se mai tu volessi contraccambiare il sentimento non cercare di farmi stare al passo di un veneto medio al tavolo di un bar. Ah, in realtà vuoi ammazzarmi? Beh, allora si spiega tutto.
Con Fabiola faccio spesso e volentieri le cinque del mattino in giro, soprattutto in punta al molo, che è un po’ il buco del culo della città perché a una cert’ora tutta la marmaglia turistica e no passa di là. Devo trovare il modo per esprimere a Fabiola un concetto che non mi è mai capitato di manifestare: tu sei il diavolo (non lo stesso di Coppi, chiaro). Quel culo prepotente e battagliero, il modo in cui lei tiene tra le labbra il filtro mentre arrotola il tabacco nella paglia, sono solo parti del discorso. Volendo edulcorare, io sono pinocchio e lei è il mio lucignolo. Ma forse si tratta di una tesi troppo comoda: tutti tendiamo ad attribuire agli altri le devianze dei nostri comportamenti. Per dire: magari sono proprio io a indurre Fabiola, peraltro senza far nulla, a tirare tardi. Ma qui cado nella presunzione: in fondo lei di amici adatti alla bisogna ne ha a bizzeffe. E allora cavalco l’onda della superbia fino in fondo: probabilmente trascorre volentieri del tempo con me perché sono l’unico che non cerca di farsela. Eh beh, se così fosse, troverei perfino modo per esserne contento.
A bientot.

No, beh, ovvio che davvero contento non fossi. Ma ero arrivato con diversi anni di anticipo a quella che oggi i rincoglioniti da rete sociale chiamano “friendzone”. Volete mettere?

 

Palle al vento

(Confidando in un ritorno, e che non sia affrettato).

In momenti come questi, quando la giornata non ha più nulla da dire, è tremendo restare davanti a uno schermo, impantanato tra i canali esteri che il decoder satellitare squaderna alle tue palpebre cispose. L’audio del televisore diventa ben presto un pastone indefinito di voci straniere, e basta un momento di distrazione per distogliere lo sguardo e pensare: ma dove ho già vissuto tutto ciò? La risposta non tarda. In un attimo, tutto lo scenario attorno al video è cambiato; nemmeno io sono più io. Al Jazeera, France 2, la BBC eccetera eccetera sono sempre lì a trasmettere la loro sbobba, ma d’improvviso assisto sdraiato sul letto a due piazze di una stanza d’albergo, quasi la stessa a ogni latitudine in cui ho pernottato. Saranno le nove di sera, fino a poco fa ero in giro sin dalla mattina presto per borghi o per metropoli; ora il sole sta calando, ne filtra qualche raggio tenue dalla finestra che ho lasciato socchiusa. In mutande, mi godo quel senso di appena lavato, ma a poca distanza, nell’armadio, già mi attende il vestiario serale. Non essendo alle viste un appuntamento al locale Rotary, basteranno il paio di bermuda di ordinanza e una maglietta. Tocca scegliere. Vediamo un po’ i soggetti. Primo piano di Stewie Griffin truccato da Drugo. Primo piano di Peter Griffin camuffato da rasta-man. Schiera di lattine di birra sormontate dalla scritta “Life is full of important choices”. Elenco dei motivi per cui una birra è meglio di una donna. Freccia che mi indica la faccia con la frase “If found, return to the pub” (questa viene dall’Irlanda). Marchio del gruppo artistico riminese “Compagnia dei Ciarlatani”, con la scritta “CIARLATANI” sul petto e il disegno di un baghino (ovvero un maiale)/salvadanaio sulla schiena. Scritta nera su stoffa gialla: “SONO UN RIBELLE MAMMA”, in omaggio al più grande complesso italiano. Riproduzione, su stoffa completamente rossa, di Zio Vladimiro Ulianov in fiera posa in occasione di un discorso di quelli battaglieri, da berretto stretto in pugno (comprata in Lituania, al Gruto Parkas, uno di quei parchi zanzarosi disseminati di capoccioni dei capoccioni – scusate il bisticcio – del Comunismo). Ove l’aria fosse più frizzante del previsto, mi porto una simil-felpa, scritta fronte: BRISA STRAZER I MARON; scritta retro: SOCMEL (comprata in Piazzola a Bologna e indossata nei locali a livello del mare, nei quali mi vale la segnalazione al microfono e il pubblico ludibrio). Insomma, penso di aver reso l’idea.
L’insalata sonora che viene dall’apparecchio sarebbe però incompleta se non fosse corredata dallo scroscio della doccia dove staziona il mio compagno di camera, che tra un po’ si stravaccherà accanto e si beerà anche lui della frescura prima di rivestirsi, scendere a mangiare e sudare dentro un altro paio di straccetti vacanzieri. Forse ci attendono il Barrio Alto a Lisbona, la fabbrica di birra incorporata nell’hotel a Bamberga, le donne in vetrina nei quartieracci di Amsterdam, i lamenti del muezzin a Bodrum, i permalosi pizzaioli italiani a Klaypeda, che al momento del conto non ti salutano perché non ti eri unito al tavolo dei paesani dalle bocche unte; le tette consunte di Molly Malone a Dublino; poco importa. Per il momento, abbiamo appena la forza di muovere mezzo polpastrello su un tastino un po’ ciancicato di telecomando, dopo aver scostato a manate le lenzuola già sfatte, vecchie paia di mutande e gli avanzi di quella che era stata una Gazzetta integra, rigorosamente del giorno prima. Cerchiamo di capire chi abbia trionfato nel Master di tennis in Bessarabia e poi, scanalando, finiamo disgraziati su Rai Uno e sui giochi pre e post telegiornale. E ci arrendiamo.
Già. Decisamente meglio finirci il meno possibile, sui canali esteri.
E sì, quella del titolo è proprio una condizione fisica. Nulla di poetico. Ma del resto, cercate la poesia qui al Ministero delle Camminate Strambe?