Mineirazo

Dopo Brasile-Belgio 1-2.

Ogni tanto spuntano fuori quelle indagini condotte non si sa bene con quale criterio scientifico, il cui esito viene spiattellato su schermi e riviste specializzate: “Lo 0,5% della popolazione mondiale possiede tutte le ricchezze esistenti“; oppure “se la bocca ti prende e il culo ti rende, e riesci a stare in piedi per almeno quindici ore della tua giornata, sei già più ricco e fortunato del restante 99% degli abitanti del pianeta“. Tutti mezzucci con cui qualcuno di importante (ma chi?) vuole farci capire quanto siamo privilegiati noialtri che invece troviamo sempre un pretesto per frignare e farci compatire. Nobile intento: ma con me inutile. Io del mio status di privilegiato sono sempre stato consapevole. Noi animati da molto cosiddetta passione sportiva, amiamo dividere le ere della nostra vita in campionati mondiali di calcio: dunque la analizziamo di quattro anni in quattro anni, così da rendere più agevole il ricordo, né a troppo limitato né a troppo ampio raggio. Quattro anni fa ogni tanto mi lasciavo trascinare dalle ondate di autocompassione per il me stesso che, sarà stato il 2004? di sé scrisse di essere destinato a una morte solitaria; che razza di scemo, al mondo a ognuno di noi è riservato un posto nel cuore di qualcun altro, e io l’avevo trovato. Nel 2014 ero un privilegiato, sì, e lo sapevo bene. Una volta conquistate la pelle, le carezze, le occhiate di una donna appena sveglia nel letto condiviso, ma dico io, di cos’altro ci sarebbe stato bisogno? Il lavoro? C’era, ma in fondo “cosa vuoi che sia mai? Un giorno bene e un giorno male, lo sai”, per citare Cocciante. Erano più importanti gli stimoli, gli appoggi morali ricevuti da chi era stata capace di innamorarsi leggendo; voglio dire, l’attrazione fisica è tutto, ma senza quella lettura casuale non ci sarebbe stato nemmeno un dubbio, un vagheggiamento. Invece, ecco l’altrui giudizio in anteprima, tra le lenzuola sfatte dal sesso, su quegli A4 da me gualciti e martoriati nel corso del viaggio precedente. Avevo chiuso ogni spazio on-line, intenzionato a non diffondere più i miei parti ma a dedicarli a una persona sola, che invece mi contraddiceva con calore e non mi dette tregua finché non aprii questo Ministero che avete davanti alla faccia; ecco l’idea del titolo approvata dopo lungo vaglio (e rubata ai Monty Python dopo i trascorsi “Bagno 22” e “Faccia di Niente”, senza trascurare il “Cormorano di Repertorio” di cui potete leggere andando indietro di un bel po’); ecco l’occasione per sfruttare il nom de plume che avevo ottenuto anagrammando i miei nome e cognome all’anagrafe. Nel 2014 amavo ed ero riamato, il mondo aveva senso e avevo senso nel mondo; potevo coltivare  legittime aspettative o almeno le stesse dei miei amici seri; mio padre aveva sì smesso di uscire e avere interessi per tutto ciò che sconfinasse dal suo divano: ma stava passabilmente, sentiva di poter mantenere un briciolo di pazienza e salute per aspettarsi qualcosa dal sottoscritto.
Oggi invece, oggi. Forse sì, sono sempre parte di quello 0,5% di cui sopra e più fortunato del 99% della popolazione mondiale. Ho mantenuto il computer da cui sto digitando e l’attenzione di voi nobili e coraggiosi passanti per queste contrade, le quali però – ecco il punto – non esisterebbero senza lo sprone incessante tra le lenzuola di quattro anni fa. Ora non ho più sprone, carezze, sguardi al risveglio, fogli A4 da far leggere in anteprima, dolci lotte da affrontare per tenerne segreto il contenuto; voltate sono le spalle delle aspettative che invece hanno baciato sulla fronte gli amici miei seri; ho quattro anni in più di versamenti previdenziali, sì, ma per il momento mica servono a me: sono i miei augusti e più anziani colleghi a battermi una mano sulla spalla e a ringraziarmi: “Peccato non poterti dire a buon rendere, ma continua a migliorarmi la vecchiaia, mi raccomando”; e chissà se mai arriverà il tempo in cui potrò dirlo io. Quanto a mio padre, me ne restano un paio di vacui occhi marroni, determinati a fissare incessantemente solo la goccia che dalla flebo gli correva dentro al braccio: una volta verificatane la regolarità di caduta, era per lui ininfluente che attorno gravitassero altre forme di vita, compreso il me stesso che stentava a capacitarsi di come e quanto quel sacchetto d’ossa malferme desiderasse diventare al più presto un mero involucro, vuoto come la pelle smessa da un serpente e abbandonata dopo la muta.
Scusate. Ora concludo.
Insomma, nonostante i miei privilegi da occidentale ne sono cambiate di cose, da quattro anni in qua. Tranne una. Nel luglio 2014, dovendo scegliere l’immagine di presentazione per il mio profilo WordPress, fui ispirato dal cosiddetto “Mineirazo”, ovvero dalla sconfitta per 7-1 inflitta in quei giorni dalla Germania al Brasile padrone di casa ai Mondiali di calcio: quasi la rovina morale di un intero Paese, e che Paese. Imperversava il fotomontaggio del Cristo del Corcovado con una mano sulla faccia in segno di vergogna: me ne appropriai, a corto di idee ma pur sempre pronto a cambiarlo – cosa che non ho mai fatto, più per pigrizia e incuria che per motivi particolari. E guardacaso, proprio mentre sto scrivendo, il mondo è inondato da nuove, calde lacrime dei brasiliani accompagnati sull’uscio dai più accorti e in forma colleghi del Belgio.
Il cerchio si chiude, quindi.
Grazie mille, a tutti.

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Once we were kings

Ci sono pensieri che non possono frullarmi in testa se non adesso, quando la stagione sportiva – dell’unico sport possibile, cioè – si è da poco conclusa e realizzo che da anni, e chissà ancora per quanto, il mio cuore non subisce alcun tipo di sobbalzo a riguardo.

“Once we were kings”. Ovvero essere, proclamarsi riminese, giocare a pallacanestro (mica fare l’igienista dentale, ehm ehm) e ciononostante diventare famosi a livello internazionale. Non era facile e lui c’è riuscito, anche se sicuramente una buona mano l’hanno data la carica accattivante in campo e fuori, il sangue caraibico, l’eleganza principesca delle movenze di uno che qui, dove iniziò, era un giunco e con l’andare del tempo, altrove (Bologna, Pesaro, Roma), si trovò rifinito e smerigliato come per mano di un Prassitele. Nel 2011 dette ufficialmente e pubblicamente addio alle casacche a San Patrignano, in presenza della crema del basket italiano, da Bucci a Bianchini, da Meneghin a Tanjevic, che per lui hanno sciolto epinici al vento: ma da loro c’era da aspettarselo. L’istantanea da consegnare agli annali fu il faccia a faccia con l’uomo meno atteso, il fratello di coltelli dalla chioma grigia che una volta era un ciuffo assassino. Bologna, ai loro tempi, era da un lato grande e ricca abbastanza da permettersi due squadre entrambe a livelli stellari, dall’altro un pollaio troppo piccolo per mantenere sullo stesso piedistallo due galletti della loro classe. Per rendersi conto, basta una gitarella su youtube digitando “basket”, “bologna” e “derby”. In cinque anni, su sponde opposte, si sono scontrati, accapigliati, e non solo verbalmente: in una delle tante stracittadine del 1998 tentarono di picchiarsi coram populo, e non ci riuscirono solo perché i rispettivi compagni di squadra estesero il “contraddittorio” fino a non far capire più nulla. L’uno vinceva a ripetizione; l’altro se ne intristiva, preda dei suoi spettri. Tutto questo finché uno dei due – il più vincente, spesso e volentieri a discapito dell’altro – si ritirò nel 2000, senza che il rivale gli facesse pervenire più di un messaggio di stima e rispetto. Quando poi nel 2011 fu il momento di ritornare il favore, il titolare del fu-ciuffetto-sbruffone si alzò dalla platea e andò ad abbracciarlo, Carlton, virilmente smanacciandolo. L’uno, la solita ghigna da pescecane; l’altro, col sorriso sempre più celentanesco. Occhi negli occhi, come una volta.
Carlton viene tuttora ricordato con rimpianto dai suoi fedeli; oppure con perfida gioia dai suoi avversari, che ritengono di aver trionfato proprio grazie a lui, cioè ai suoi momenti dispari, quando capitava che la braga gli tremasse troppo per portare la truppa alla vittoria. Le celebrazioni passano necessariamente per quegli 87 punti che una sera mise a segno al vecchio Flaminio contro Udine (c’è ancora qualcuno che lo racconta ai nipoti, davanti al fuoco); per il tricolore che resse alla guida del plotone olimpico; per la consacrazione europea con la Nazionale del 1999, incredulo e incinto del pallone della finale per tutto il post partita. Io ovviamente l’ho sempre guardato dal punto di vista diametralmente opposto: per me dunque lui è quello “molto deluso” nei cori; che, mentre la Virtus trionfava all’estero, restava a immalinconirsi a Corticella; che si imbuffoniva negli spot del Tartufon con Pozzetto. Ma se Sasha a San Patrignano si sciolse nel grande abbraccio (per non parlare dei filmati in cui i due si sorreggono ridendo come due vecchi compagni di scuola e sbronze), non vedo perché non possa fare altrettanto anch’io.
Il ricordo indelebile che ho di Myers risale al 2001. Strana annata: la sua Fortitudo campione in carica pareva proiettata verso la sonante riconferma, la Virtus invece era appena orfana del ritirato Sasha, e dunque piena di incognite. In finale ci arrivarono proprio queste due squadre: nell’arco della stagione, però, le rispettive sorti si erano completamente ribaltate. La serie era al meglio delle cinque, ma una Virtus nel frattempo scopertasi rullo compressore arrivò comoda sul due a zero alla terza partita, potenzialmente decisiva, sul proprio campo. Era quasi certo che alla fine, dopo l’ultima sirena, Myers non sarebbe più stato il capitano della Fortitudo. I suoi tifosi lo sapevano: nel loro settore di palazzo brandivano un due aste che recitava, infruttuosamente, “Resta con noi, 10”. La sua squadra si batteva, ma in una valle di lacrime: ognuno andava per i fatti propri, a breve avrebbero stappato le aranciate; dagli altoparlanti virtussini partiva perfido, durante i time out, il successo dei Righeira “Vamos a la playa”, perchè era giugno e bisognava sbrigare in fretta le ultime formalità prima di poter passare le restanti domeniche in spiaggia, magari dalle parti di Carlton, l’odiato bagnino. Proprio Carlton stava giocando da solo contro cinque, non vedeva più nessuno attorno a sé, non aveva nemmeno paura di subire impietosi, ma puliti, interventi difensivi da parte di colui che aveva ereditato il fardello di Sasha, cioè Emanuel Ginobili. Ma senza Myers il distacco tra le squadre sarebbe stato molto più “inumano”: segnò a raffica, indomabile, fin quando non dovette uscire per numero massimo di falli commessi. E allora successe una cosa stranissima, se consideriamo il non elevato tasso di civiltà sportiva di questo nostro bello Paese. Il pubblico di casa, che per anni aveva visto in lui l’emblema del perdente (nella migliore delle ipotesi) ma anche l’anticristo (nella peggiore); che quella sera stessa – poco prima – aveva insultato sanguinosamente il figlio di Dino Meneghin (improvvido acquisto Fortitudo), ecco, si alzò in piedi. Settore dopo settore, tifoso dopo tifoso, tutti i presenti iniziarono a battere le mani, sempre più forte, all’indirizzo del capitano avversario, del bagnino, del “molto deluso”: perché sapevano che il grande artista stava per abbandonare il circo. Applausi anche dopo che il gioco ricominciò; applausi anche se lui non degnò nessuno di mezzo cenno, neanche i compagni di squadra. Dopo qualche secondo aggirò la panchina su cui si tratteneva a stento, come una belva ferita, in gabbia, e raggiunse una ragazza in carrozzina. Le chiese qualcosa, indicò sé stesso, lei annuì con entusiasmo. E in un baleno la canotta di Carlton, l’ultima bolognese, per di più con uno scudetto stampigliato sopra (anche se ancora per poco), apparve nelle mani della spettatrice. Una scena quasi irreale, che finì per prendere alla gola perfino un animale come me. Anche perché, temevo: uomini e sportivi di tal fatta, su questi schermi, mai più. Timore confermato, s’intende. E s’intende anche che avrei voluto supportare queste parole con le immagini, ma il relativo filmato su YouTube è stato soppresso, come succede a tutte le cose della vita davvero belle.
Vabbé, dovrete fidarvi. Onore al merito, Carlton. Ti ho odiato solo perché dovevo.

Freezer

Il vinile è tornato, con tutta la mielosa e insopportabile retorica a sostegno (“Il suono caldo!”); non altrettanto farà la Dimar. Finché è stato possibile, i gestori del negozio di abbigliamento subentrato al suo posto ne hanno tenuto i pannelli, neri e a caratteri bianchi, appesi ai lati dell’entrata, con il paradossale effetto di una pubblicità postuma per un’attività estinta; ma si trattava di una forma di rispetto, si capisce, verso un’istituzione cittadina un tempo reclamizzata su riviste a diffusione nazionale: intendo riviste cartacee, ben prima dell’avvento di Internet. Dimar è stato IL negozio di dischi, e sì che l’ho anche odiato, soprattutto quando lì dentro cercavo di farmi passare il prurito ai polpastrelli scorrendoli contro bordi di copertine di LP che mai avrei nemmeno potuto sognare di possedere. Desideravo perdermi in quello che credevo un percorso di guerra, tra le aree per il pubblico e le altre riservate al personale, ghiottissime: chissà che meraviglie si celavano dietro a quell’angolo proibito, in quell’anfratto oscuro; chissà cosa c’era in cima a quella scalinata pericolante, al piano di sopra, dietro al cartello di accesso vietato. E mentre qualche mio coetaneo si rincoglioniva di Faivlandie (alcuni non hanno ancora smesso), chissà cosa ne sarebbe stato di me, a titolo di esempio, se non mi fossi imbattuto in uno strano retrocopertina identico in tutto e per tutto alla confezione di un detersivo da lavatrice, istruzioni per l’uso comprese (“separare i capi bianchi dai colorati”, eccetera). Che idea balzana, pensai, facendo finta di essere combattuto se prendere l’album o no, ignaro che stavo già firmando la mia personale resa a “Kinotto” degli Skiantos (ah, la “K” che avrebbe poi imperversato nel linguaggio delle bestie odierne!) e al resto che sarebbe venuto poi. Certo, davanti al vinile di “Inascolteibol”, un esordio mica da ridere (“permanent fleboooo…”), c’era solo da inchinarsi come in presenza dello Shogun, amara la consapevolezza che in mancanza di un munifico cultore e compratore ci avrebbero pensato i topi a condividere l’ellepì, smangiucchiandoselo. Alla fine, giusto per non uscirmene a mani vuote, acquistavo perfino un qualche ellepi degli Squallor, dai titoli trucidi anzichenò come “Pompa”, “Cappelle” o “Troia” (il quale ultimo, del tutto privo di parolacce, è di una varietà musicale da lasciar perplessi), ma così, per il discolo piacere di provocare la cassiera che si ostinava a tenere gli occhi al registratore, e che cazzo, vediamo se così mi schizza addosso almeno una mezza occhiata schifata….Mo che. Oggi forse ci scapperebbero in risposta odio e denunce, ma meglio non divagare.
Ricordi, questi, affiorati anche quando mi decisi ad entrare nel negozio in un giorno di settembre di una decina d’anni fa: di fatto erano ultime ore di esercizio, a chiusura definitiva già stabilita. Ebbi di fronte uno scenario che avrebbe molto aiutato Manzoni per il capitolo dell’assalto ai forni: gente munita di sacchi grossi quasi come quelli del rusco correva a destra e a manca buttandoci dentro, a manate, spartiti, riviste e dischi doppi e tripli: il no-limits era venuto meno, e si poteva spulciare ovunque, sfidando ruggine, tetano e acari da un etto. Molta roba era già stata smaltita, ma piantai comunque le tende tra le scansie dei C.D. di leggera, lottando con il soffitto claustrofobico e rigirandomi tra le mani tre bootleg di zio Frank da Baltimora. C’era sopra l’adesivo “import”, che negli anni ruggenti avrebbe implicato un esborso di tipo “renale”. Chiesi lumi a un addetto: “Ma anche questi, 3 Euro?”. “Tutti”, fu la raggelante risposta, dello stesso tono usato dal maestro notturno di biliardo quando intima a Fantozzi di mangiare i birilli poco prima “bevuti” sul tavolo con improvvida giocata. Avrei dovuto esserne felice. Invece, sapete cosa? La farsa di cui ero parte riuscì a rattristarmi, un poco. Siamo fatti così, cantava quella.
Morta la Dimar, viva la Dimar.

Palata

(…perché questo è un blog autunnale, e datene pure la colpa al gestore).

“ (…) Città fatta per essere vista tra il lusco e il brusco, andando rasente i muri. Non deve cercare la sua identità nel sole, ma nella caligine. Nella nebbia si cammina piano, bisogna conoscere i tracciati per non perdersi, ma si arriva sempre e lo stesso da qualche parte. La nebbia è buona e ripaga fedelmente chi la conosce e la ama. Camminare nella nebbia è più bello che camminare nella neve calpestandola con gli scarponi, perché la nebbia non ti conforta solo dal basso ma anche dall’alto, non la insudici, non la distruggi, ti scivola affettuosa d’intorno e si ricompone dopo il tuo passaggio, ti riempie i polmoni come un buon tabacco, ha un profumo forte e sano, ti accarezza le guance e si infila tra il bavero e il mento punzecchiandoti il collo, ti fa scorgere da lontano dei fantasmi che si dissolvono quando ti avvicini, o sorgere all’improvviso di fronte delle figure reali, che ti scansano e scompaiono nel nulla. Purtroppo ci vorrebbe sempre la guerra, e l’oscuramento, solo a quei tempi la nebbia dava il meglio di sé, ma non si può avere tutto e sempre. Nella nebbia sei al riparo dal mondo esterno, a tu per tu con la tua interiorità. Nebulat ergo cogito”.
Il brano è estratto dal “Secondo Diario Minimo” di Umberto Eco, per la precisione dal breve saggio finale (ma senz’altro è riduttivo definirlo tale) denominato “Il Miracolo di San Baudolino”, e vado a ripescarlo ogni volta che mi manca la nebbia, come adesso, con somma invidia per quelle città, come l’Alessandria dell’autore, che a un bel momento e per tutta una stagione semplicemente scompaiono. Oh, so bene che difficilmente m’imbatterò di nuovo in quelle coltri abbaglianti e padane richiamate in modo così affascinante dall’autore; devo limitarmi alle più modeste nebbie qui sul livello del mare: ma avercele. Da qualche anno non c’è più modo di godersene una come si deve, dunque bisogna ricorrere al ricordo. Il lungomare? Inghiottito. In centro? Spariti tutti gli addobbi per le Feste, sempre più orrendi ad ogni occasione. Ma in questi casi la nebbia potevi fartela amica, approcciandola nel mirabile senso decantato da Eco. Faceva paura, invece, in presenza degli invasi d’acqua: quando attraversavi un ponte che li sovrasta eri immancabilmente circondato dal nulla, come su un cucuzzolo d’altissima montagna. Ma qui da me c’era un sistema infallibile per captare la presenza della nebbia anche senza muoversi da casa e a tapparelle abbassate. D’improvviso, molto spesso nel bel mezzo della notte, si attivava il segnalatore acustico posto sulla punta estrema del molo della vecchia darsena: talmente potente da sentirsi anche in città; e chi ci è andato troppo vicino nel momento sbagliato, si è quasi trovato i timpani giù in gola. Di là dai frangiflutti, alla fine della palata, il mare aperto era nascosto dal sipario lattiginoso, e l’aria non poteva strapparlo via: solo infilarsi nelle grondaie del locale da ballo lì presente a produrre, con lo sciabordio in sottofondo, un suono molto simile alle diplo e triplofonie di Demetrio Stratos.
Il segnalatore l’hanno poi messo fuori uso: da allora, guardacaso, la nebbia per lo più gira alla larga. Se n’è offesa, è evidente. Gli ospiti andrebbero sempre accolti nel migliore dei modi.
…Ah, non avete presenti le diplo e triplofonie? E documentatevi, allora.

Vuoi sparare?

Ah, quel tempo in cui non disdegnavi fare avanti e indietro a piedi per Marina Centro e per i fatti tuoi, soprattutto di sera, quando il primo tratto di Viale Vespucci veniva (viene tuttora, peraltro) chiuso al traffico motorizzato, con i soli filobus a farsi largo tra i pedoni e i risciò con relative scimmie urlatrici alla guida. Non ti dispiaceva per un motivo balordo, di cui erano senza dubbio parte gli scherzi che infliggevi ai p.r. delle discoteche indossando i panni del forestiero sprovveduto e a volte supportato alla bisogna da taluni selezionati mentecatti (memorabile un amico biondo che alternava lo Svedese farlocco alle bestemmie più veraci, per lo sgomento del pio promoter). Il discorso però era più ampio: volevi ribadire la tua autoctonia ma al tempo stesso sentirti alieno, a fronte dell’andirivieni di gente che formava il cosiddetto “struscio”. Peccato solo che allora non fosse in commercio la maglietta con la scritta “I’M NOT A TOURIST”, che ben avrebbe denotato, o anche solo riassunto, il tuo atteggiamento verso quelle forme di vita “infraditopodi” e gelato-munite. Capivi che era il momento di rituffarsi nella mischia non tanto alla riapertura di alberghi, gelaterie, negozi in generale. Del resto, negli ultimi anni, è diventato facile capire quando l’estate è ufficialmente arrivata: sul viale di cui sopra, ogni cinque passi trovi, alternati: un cartomante, un intrecciatore di capelli, uno capace di scrivere il tuo nome su un chicco di riso, il solito pataccaro delle tre carte. Automatico, quindi, adesso. Invece, nel “tempo in cui non disdegnavi” eccetera eccetera, prendesti l’abitudine di far coincidere la nuova stagione con l’arrivo del caricaturista che si appostava, immancabilmente, all’altezza di piazzale Kennedy, a poca distanza dal baracchino del “Tiro dei Campioni”, dal quale si sporgevano le tizie a chiedere ai passanti, melliflue: “Vuoi sparare?”. A metà strada tra il Caffè Pascucci e Piazzale Tripoli, appoggiava su un cespuglio le sue “creazioni”, si accomodava su una sdraio e iniziava a lavorare sul suo gigantesco ammasso di carta con il pennarello e un volontario di fronte, che a stento riusciva a trattenere gli sghignazzi, di certo pensando “povero me, chissà come mi sta riducendo”.
Il caricaturista, invece, accavallava le gambe facendo penzolare il birkenstock, per meglio rendere il prossimo suo. Alle sue spalle il codazzo di burloni di scorta al modello, cui costoro facevano capire, tra uno sguardo di finto orrore al foglio e una manata sulla fronte: “Che mostro, che mostro…”. Ma l’artista, imperturbabile, accentuava nasi, alzava o abbassava zigomi, allungava menti e via stravolgendo.
Una sera transitasti dalla postazione del disegnatore accompagnato dagli amici dell’epoca; mal te ne incolse. Completato l’ultimo schizzo, si girò verso la tua comitiva, ti indicò e disse: “Voglio lui!”. Inutile anche solo opporre quanto poco ci tenessi ad essere il momentaneo centro dell’attenzione. Ti costrinsero sullo sgabello e “Sorridi!” intimarono gli amici, neanche ti avessero stipato nel gabbiotto delle fototessere. In verità, l’artista non aveva scelto tratti somatici molto difficili su cui infierire, e infatti il suo lavoro fu breve. Quando vedesti il risultato, tu ultimo dopo tutti gli astanti, lo trovasti non brutto ma prevedibile: solo il collo, sottile com’era sulla carta, si discostava da quello reale (del resto si trattava pur sempre di caricatura). Ma volevi far smettere di ridere gli stronzetti che ti attorniavano e così, al momento di retribuire l’uomo, dicesti candido: “Non ho una lira in tasca”. “Nema problema”, risposero loro come andava allora di moda, e senza fare una piega tirarono fuori i loro portafogli come per pagarsi una serata in pizzeria.
Appena il tempo di vederti recapitato tra le mani il disegno, arrotolato a mo’ di pergamena, che quest’ultimo veniva da te già affidato alla scorta dietro quest’amabile, ma rischiosa richiesta: “Tenetelo voi, i soldi erano vostri, io nemmeno lo volevo, fatene un po’ quel che vi pare”. E infatti fu appeso a scuola, alla parete di un’aula a caso dove non fece effetto alcuno e anzi fu ignorato per qualche ora prima di finire nel pattume. Segno che non eri molto popolare, o che il caricaturista non aveva lavorato granché bene. Daresti tuttora più credito alla prima ipotesi, senza dubbio.
Ma ti guardasti bene dal lamentarti. Potevi sempre finire sul muro dei cessi.

Spazio insufficiente

Da bravo bastian contrario, domenica scorsa ho tenuto le dita di mani e piedi lontane dalle dorate sabbie (intendo le mie dita: specifico altrimenti potrebbe sembrare che io gradisca conservare estremità assortite e infilarle e toglierle a piacimento sulla battigia). Ogni tanto devo verificare che il mio vecchio portatile sia sempre operativo, ma stavolta temo di averne notato un segnale di obsolescenza e cedimento: in un angolino di schermo, a un certo punto è comparso l’ “alert” “Spazio su disco rigido insufficiente”. Non che dovessi saperne o capirne molto di più; il messaggio era chiaro di per sé: il sistema mi stava semplicemente informando che per mantenersi in decente efficienza occorreva tenergli libero qualche ulteriore “mega”. A parte che da un decennio non scarico alcunché su quel computer, il messaggio però è di quelli che ti indispettiscono, ti sfidano; vien quasi da chiedere: “perchè, altrimenti cosa mi succede, signor portatile? Ti fai spuntare le gambine e fuggi fino al primo bidone?”.
In ogni caso mi sono messo ad eliminare file “a macchia di leopardo”, un po’ qui un po’ là, a cominciare dai filmati e arrivando agli Mp3, passando per le miriadi di vecchi videogiochi per qualsiasi tipo di apparecchio sia stato inventato negli ultimi trent’anni e di conseguenza emulato, dal Vic 20 ai cassoni da sala giochi. Un repulisti che però non ha toccato le foto. Agli album non mi ci sono nemmeno avvicinato, si trattasse di scatti di macchine digitali o di scansioni in formato pdf. Nulla di legato alla famiglia, con due eccezioni. La prima: uno scatto cartaceo che mi ritrae con i miei nel giorno della laurea, a Bologna. Era metà luglio ma il tempo faceva schifo: a intermittenza venivano giù scrosci che rendevano pericoloso perfino il pavè sotto i portici, scivoloso a livelli di guardia per l’integrità degli ossi del collo. Palazzo Malvezzi era diventato un mezzo pantano, e tutti stavano attenti a non sciupare i vestitucci e le scarpine eleganti. Nella foto, proprio in una nicchia finemente decorata del palazzo, io poso classicamente reggendo tra le mani la tesi, tra mio padre e mia madre. Lei mi tiene per un avambraccio; lui sta sulle sue, le braccia dietro la schiena, in faccia un ghigno che oggi sarebbe ottimamente reso da quell’emoticon che mostra i denti senza ridere. Il gruppo più silenzioso e meno numeroso: tre persone a fronte degli eserciti a supporto altrui, muniti di striscioni, trombe bitonali e mica semplici corone d’alloro: proprio cespugli interi. E dire che a me non era bastato. Giusto il giorno prima mia madre aveva finito di assorbire la botta che le avevo inferto dicendole che ok, le discussioni delle tesi erano pubbliche, ma in fondo non era obbligatorio per legge che i genitori presenziassero…uno schiaffo, per lei, quelle parole. Le avevo ritrattate subito: ma certe cose, guai anche solo pensarle. Andò diversamente qualche anno più tardi, il giorno del mio orale per l’abilitazione professionale. Prima di andare sotto, a labbra serrate e ciglio non asciuttissimo, avevo guardato i nuclei familiari scortare i respinti a capo chino via dalla Corte d’Appello. Per fortuna, quella volta, mia madre aveva saputo capire. In ogni caso, fatto più unico che raro, non avevo accompagnatori di nessun genere. Mentre infili la testa in bocca al leone, non può esserci nessuno accanto a dirti: dai che ce la fai! Silenzio, ci vuole. E culo.
Tornando alla laurea, due minuti dopo essere stato immortalato mi vidi addosso, dal nulla, cinque amici venuti su per l’occasione: dunque il clan si era clandestinamente ampliato a mia insaputa, cari loro. Mi portarono all’Irish Pub, e a mezz’ora dalla proclamazione ero già conciato da sbattere via. Il viaggio di ritorno lo feci con i cinque, e dunque illegalmente, a bordo di una Citroen Saxo che a Rimini usavamo come tassì a dispetto della titolare (detta alla Geometra Calboni: “Tassì! Come si fa ad avere un tassì?” – ne fece venire una media di due e un quarto a persona, eccetera) e ci fermammo sotto ogni ponte in autostrada per dare sfogo alle vesciche sempre tese come pelli di tamburi. Mi è difficile tuttora far capire la quantità di fango che ci caricammo addosso. Non credo di aver mai più nemmeno rivisto il vestito che indossavo quel giorno, basti questo.
La seconda eccezione fotografica mi vede in posa con i miei a Vienna, capodanno ‘92/’93, l’ultimo passato con loro: un’esperienza così divertente che diosolosa solo quanto vorrei scriverne, se non fosse che ne conservo in mente particolari troppo frammentari. Il maestoso grigiore sia dello SchonBrunn sia dei nobili discendenti di CeccoBeppe sorvegliava la nostra ricerca delle palle di Mozart, e il freddo marrano ci irrigidiva le mascelle, così agevolando molto mio babbo che, come sopra anticipato, non ha mai saputo nascondere il disagio di stare in posa; non che col sole a picco avrebbe avuto una faccia tanto diversa. Io non bevevo ancora, maledetto me: l’unico fattore psicotropo erano i Judas Priest, un bootleg dei quali – registrato nel tour a supporto di “Ram it Down” – scorreva incessantemente nel mio walkman. Ero felice, credo di poterlo dire.
Non sto a soffermarmi sugli altri scatti non familiari, ma sono rimasto sorpreso nel ripescare qualche residuato scolastico, tale da permettermi di elaborare una teoria psico-pedagogica molto d’accatto. Eccola. Genitori: volete rendervi conto se vostro figlio sarà felice, oppure incline alla solitudine e alla malinconia? Studiate la genesi delle foto delle sue gite. Sarebbe scontato dire che felice e popolare è (e forse rimarrà) il ragazzo che vi compare in posa con gli altri, di continuo. E semplicistico sarebbe affermare che sulle sue resterà colui che in quelle pose non appare mai. In realtà, rischia di avere problemi chi si sente chiedere: “Scusa, non è che ci scatteresti una foto?”. Il fatto è che, da ragazzi, il delegato agli scatti tende a essere sempre lo stesso, e il pretesto della sua bravura è fondato sul nulla, balordo. Il poveraccio gira tutto il giorno con una decina di cellulari tra le dita (ai miei tempi si sarebbe detto: carico di apparecchi penduli dal collo e dalle braccia), e non fa altro che ritrarre gli altri, finché diventa chiaro che lui, nelle foto, non comparirà mai. Ecco, avrà grosse difficoltà di socializzazione e autostima, in futuro.
Senza contare che gli si dice sempre, dandogli il macchinario e indicando sullo schermo l’unico pulsantone virtuale verosimilmente utile allo scopo: “Guarda, devi solo spingere qui”. Così passa per scemo, oltretutto.
Provvedete in tempo, genitori (in che modo, però, non lo so. Mica posso dirvi tutto io).