Il divano racconta

(Non del terapeuta, dove qualcuno regolarmente mi consiglia di sdraiarmi, posto che davvero funzioni così. No, le mie stramberie le tengo ancora confinate su quello di casa, dove nascono già madide di sudarella estiva).

I.
Saranno almeno trent’anni che Paperissima d’estate propina gli stessi filmati in cui le più disparate specie animali si fanno incongrue coccole tra di loro con la voce fuori campo che dice “ueh, coniglietto – sì, paperella? – te voglio bene – dobbiame stare viscini viscini!”, prima che si uniscano a dare vita alla famosa maglietta “Wrong!”.
Giro canale. Una tizia, per magnificare l’efficacia di un prodotto lassativo e nel contempo sottolineare che protegge le mucose, fa il gesto del palmo della sinistra a coprire la destra chiusa a pugno. Eppure una volta il Kung fu una dignità ce l’aveva.
Altro giro, e qui mi soffermo. Si sono messi in tre, e da mezz’ora, a decantare i poteri snellenti di una mutanda color carne, inquadrata da ogni angolazione, che ti contiene dall’inguine sino al secondo giro di gabbia toracica e dunque leverebbe ogni voglia pure a un ergastolano. Dev’essere la riprova più concreta e aggiornata dell’assunto di Umberto Eco stando al quale si può fare poesia anche su un secchio vuoto, basta trovare le parole adatte; verba tene, res sequitur.
Nonostante questo, continuate pure a guardarmi con quella peculiare tenerezza che riservate a noi pochi rimasti, ma no: Netflix non me lo faccio. Non sottovalutatemi: posso crollare dal sonno anche senza.

II.
Mi ero già soffermato sull’argomento con un post ambientato ai tempi in cui sui banconi altro non si trovava se non la zuccheriera-ghigliottina, quella dotata degli sportelli bilaterali che si chiudevano di scatto mentre ti azzardavi ad estrarre quei cucchiai dall’impugnatura assurdamente lunga.

https://ilministerodellecamminatestrambe.wordpress.com/2016/10/20/october-rust-4-super8/

Non che voglia ammorbarvi troppo in merito, ma qualche aggiornamento alla luce dei tempi assurdi e grami che stiamo vivendo lo trovo necessario.
Messa in archivio la ghigliottina, c’è stata una fase in cui qualcuno deve aver considerato lo zuccherare il caffè come qualcosa di potenzialmente artistico. Credo sia successo a metà anni Novanta: ricordo, soprattutto nei bar delle stazioni ferroviarie, l’apparizione di un aggeggio ibrido: un contenitore di zucchero con un piccolo timone rotante montato sopra e un beccuccio a spuntare sotto, il tutto installato in modo che sovrastasse sul bancone e corresse su una sorta di binario dietro il bordo. Ecco quindi l’ideuzza: si poteva zuccherare il caffè dosandolo previa rotazione del timone e facendo passare il suddetto aggeggio mobile da una parte all’altra del bancone a seconda della necessità. Morale della favola, spesso non importava l’effettiva rotazione del timone: sarebbe uscita una quantità sproporzionata di zucchero dal beccuccio, che però era più frequentemente intasato, rendendo allora quello strumento del demonio assolutamente inutile. Interessanti anche i fenomeni di socializzazione innescati da questo sistema. Visto che il barista era occupato, non era raro dovessi far arrivare l’aggeggio a chi era all’altro capo, con uno scatto di polso ben assestato. A volte, confidando nell’imponderabilità degli incontri e dei colpi di fulmine, ho sperato che il destinatario fosse la donna della mia vita: ho presto smesso di illudermi anche senza alzare lo sguardo, all’ennesimo fischio alla pecorara con annesso richiamo: “Capo, mi passi il robo?”. E tenderei ad escludere che designer e assemblatore dell’aggeggio si siano mai goduti il frutto del loro misfatto su un’isola tropicale.
Quanto sopra mi è tornato in mente perché implicava una sorta di socializzazione oggi assolutamente proibita, verboten, ‘ussavia! E infatti, se notate, dopo il coprifuoco i banconi sono sgombri da bustine: è il barista a chiederti di volta in volta che tipo di zucchero gradisci. Non sempre, però. L’altro giorno ho ordinato il caffè in un bar di medie dimensioni, di quelli che se un avventore o il titolare se ne escono in qualcosa di divertente o saggio o idiota, te lo gusti appieno. Lì, proprio a metà del bancone e dunque ben visibile, era stranamente presente un cesto ricolmo di bustine. Rimango perplesso, ma tant’è: magari ultimamente gli esercizi sono un po più elastici. Ho allungato una mano verso il cesto, il mio dito è arrivato a un millimetro dallo zucchero, quando dai clienti intorno e dal barista ho sentito arrivare un singulto carico di orrore. Era rivolto proprio a me, non mi sbagliavo: ero circondato da tizi nella stessa posa indicante e con la stessa stravolta smorfia di disgusto di Donald Sutherland da giovane nelle foto che oggi si pubblicano sui social network per esprimere muta riprovazione. Neanche con me hanno usato parole, si sono limitati a mostrarmi un cartellino incollato sul cesto, che non avevo visto e recitava: “Per motivi igienici NON prendete le bustine, chiedetele e ve le diamo solo noi”. “Noi” dello staff, s’intende, i cui membri magari un secondo prima avevano armeggiato, seppur a mano guantata, nel lavello ricolmo di stoviglie usate. Ma non è un discorso di mera sfiducia da parte del personale o del cliente. Avrei tanto voluto chiedere che senso avesse il lasciare in bella vista qualcosa che non si poteva toccare: forse tutto stava nel gusto di indicare qualcuno in reazione, in quel simulacro di potere da “eqquicomandoio”, lo stesso fanatismo da balcone dal quale qualche tempo fa osservavamo con cipiglio chiunque passasse in strada. Non lo so, ho lasciato perdere. Avanti il prossimo cliente, i prossimi singulto e dito puntato, il prossimo scuotimento di testa con relativo: “Eh, non c’è niente da fare, gli italiani le regole non le rispettano!”. Conclusione grossolana, dite? Ok, ma la premessa fattuale non era da meno.

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Priest forever

A livello sportivo, non è che mi abbia mai convinto più di tanto questa storia per cui il cugino più povero o meno vincente o meno illustre debba fare per forza più simpatia e dunque vada tifato. Per dire: se fossi di Torino, non è affatto detto che tiferei Torino. Nelle altre città con due squadre c’è un divario meno esasperato quanto a vittorie e palmares, magari valgono altri criteri personali, ma insomma, se fossi di Milano magari mi sbilancerei per il Milan, perché gli sbagli (più o meno dolosi) li ha pagati a caro prezzo (seppure in età remota) al contrario dell’altra (che non mi si dica essere un candido giglio, nessuno da noi può vantare tale primato). A Genova sarei genoano, e questa non saprei spiegarla, anche perché tra tifosi di Bologna e Grifone volavano pistolettate un secolo fa, ma credo che gli altri siano semplicemente troppo colorati per i miei gusti. A Roma non saprei proprio per chi parteggiare, visto che mi stanno entrambe poco simpatiche. Sento già dire: nel basket sei virtussino. E già: ma a partire da un’ epoca in cui Bologna non vinceva nulla da cinque anni, eppero’ Brunamonti stava pur sempre da una parte, e dall’altra? Zatti e Feitl. Dai, non scherziamo.
Ecco, personalmente, la premessa di queste righe posso applicarla solo dal punto di vista musicale. “Ma perché agli Iron Maiden preferisci i Judas Priest, così prolissi e pacchiani?”…beh, proprio per quello. Mi somigliano. Priest once, Priest Forever.

“Perché mi guardi e non favelli?”

L’unico motivo per rimpiangere il coprifuoco è che in quel periodo i miei sensi erano più puntuti. Finché ero all’aperto badavo a chi avevo intorno, a non incappare in qualche pattuglia, ad avere sempre le autocertificazioni sottomano; ma questa attenzione tracimava in ogni altra situazione, compreso l’interno del supermercato. Lì capitavo, come credo di avere già detto qui, ogni mercoledì: e puntualmente, subito prima di me, stazionava alla cassa il bamboccio col ciuffo. Preciso che attorno avevo torme di disperati parimenti solitari, ma che badavano a fare immani scorte formato famiglia di cibarie per non dover ricapitare a breve distanza di tempo; ero circondato da carrelli pieni fino a strabordare e da trincee di confezioni d’acqua a 25 centesimi il cui manico plastificato presto si arricciava e segava il palmo della mano che le trasportava, per poi rompersi all’uscita e proprio davanti al volenteroso che dunque subito si offriva per aiutare a scaricare tutto nella macchina del cliente, dietro mercede, s’intende. Ma io avevo davanti il suddetto bamboccio: senza maschera, senza guanti. Noialtri a caricarci come bestie da soma e quell’altro, cascasse il mondo, munito solo della sua busta di patatine. E non potevo provarlo, ma mi gioco tuttora qualcosa di caro (due palle no, una sì) che mentre maceravo in casa insieme a buona parte dei miei concittadini, mettendomi dietro ai vetri e captando nell’aria l’eco dell’altoparlante dell’Autorità che intimava di non oltrepassare l’uscio, sicuramente il bimbone tutte le sere di lockdown che Cristo mandava in terra (mica solo il mercoledì: tutte) si metteva in coda per pagare le sue agognate chips, cercando di resistere imperturbabile agli implacabili sguardi d’odio dei restanti avventori, onusti di surgelati. Di costoro sì, potrei riferire qualcosa: solo che restavano muti. Anch’io rientravo nella loro categoria, del resto. Guardavo il bamboccio farsi scansionare dall’aggeggio prezzatore la busta bisunta e intanto pensavo: “Qualcuno dovrà pur dirgli qualcosa”. Confidavo in particolare nella reprimenda della cassiera, costretta a quell’ingrato compito e a sottrarsi alla reclusione casalinga anche per colpa di un avanzo di malascopata che non sapeva stare senza le sue patatine: solo quelle.
Macché. Nel frattempo dai balconi del quartiere partivano strali infernali contro chi tornava dal cassonetto della spazzatura a cinquanta metri dalla soglia; invece, nel mio supermercato, l’indulgenza regnava sovrana.
Va beh, torno nel me stesso in licenza premio durante il coprifuoco: mi ricompongo, sempre alla cassa, apprestandomi ad obbedire scrupolosamente alle distanze e attendendo un cenno di quella stessa indulgente addetta prima di mettere i miei generi sul rullo.
Ma evidentemente faccio un mezzo passo di troppo (comunque non di più, giuro).
La giovine mi scruta severa e indica la scritta sulla maglietta che indossa.
Se riesci a vedere il colore dei miei occhi, sei troppo vicino. Grazie, la direzione“.
Davvero.
Al pistolone nulla, a me il piglio deciso. Eh, così è la vita.
Al che – non so cosa mi ci spinga, forse nemmeno sono io a farlo, o mi piacerebbe fosse così – farfuglio, dietro la mascherina:
“Ma…il fatto è che…sono così belli!”.
Boom. Neanche fossi stato il Paggio Fernando di Giacosa.
Non chiedetemi la reazione di lei. Ho già rimosso per la vergogna.
Come mi detesto.

Ultratardiva

(Credevo di averla pubblicata il 31.05 scorso. Invece no. Vabbe’. Tanto non ha senso. E in fondo dal primo giugno non ha fatto altro che piovere).

L’ultima notte di maggio, tutta intera, dall’inizio a domattina presto: se l’aria è dolce e hai una certa età ti rimanda a brandelli iconici di trascorse canzoni, come “…che ci si può aspettare di più?”, poi ricordi che li ha scritti Fossati e quindi firmi una beota e disonorevole resa: “ah, beh, allora…”. Già, allora? Neanche in passato avevamo titolo per aspettarci granché da maggio, quest’anno poi bisogna solo intrattenere il tarlo che da adesso si nutrirà di noi fino all’autunno, quando ci verrà presentato il conto per aver abusato del permesso di guardare più da vicino un certo iride a cui magari eravamo tanto affezionati; questo maggio da spiriti indaffarati perché “dobbiamo ripartire”, e da cuori ingabbiati perché non bisogna indugiare ma andare dal punto A al punto B seguendo la via più breve, senza dispersioni, senza deviazioni. Distanziarsi dagli altri si può; distanziarsi da sé è più difficile, non si impara davvero se non lo si ha nel sangue. Ci provo: invece di tornare a setacciare la vita alla ricerca degli iridi di cui sopra, resto a guardare la saga familiare dei Moser in onda su Sky, e vorrei distanziarmi anche da me stesso se penso ai giri d’Italia visti da bambino alle soglie di giugno, senza capirci assolutamente nulla, solo per vedere a terra la scritta “Termozeta” in triplice esemplare, graffiata dai palmer saettanti appena prima della linea d’arrivo, per provare un certo senso di dovere compiuto, ben diverso da quello dei corridori ingrommati dopo ore di tappa. I marchi, gli sponsor: segnanti ancora più delle partite, degli scontri. Lo “Stravecchio Branca”, durante i tornei di goriziana gravidi di silenzio. Il “Totip” in verde sotto l’ombelico in bella vista di Francesco Damiani. Altri che dimentico, e meno male. E alla fine il più recente, visto in TV su uno dei cartelloni a delimitare il campo da gioco dagli spalti, e solo al PalaTiziano; un marchio anonimo ma fondamentale perché faceva da sfondo alle nobili gesta di gente come Bodiroga e il reverendo Henry Williams, altrimenti incomplete. Se mai torneremo al maggio consueto, mi ritroverò a Roma e almeno ci passerò davanti, alla “Farmacia Lopriore”. E se sarò in vena, ci entrerò tenendo sulle labbra un mozzicone, singhiozzando “E’ morta pora nonna” e chiedendo il rimborso di qualche pasticca, in onore der Pomata e del Dott. Magalini di “Febbre da Cavallo”.
Ecco. Ma per ora il problema resta. Chi mi distanzia da me stesso?

“…quanti amori frantuma”

Il dottor x, durante l’inverno, veniva in treno da un’altra città per visitare dei pazienti che in realtà non c’erano, né ci sarebbero mai stati. Dopo il nulla dell’ambulatorio si avviava a piedi verso il treno del ritorno, pur consapevole che ancora un certo numero di ore lo separavano dal suo vagone letto. Il rimedio era sempre quello: ficcarsi nel cinema-casermone dalle parti della stazione, famoso per il gigantesco neon raffigurante la carta del sette di denari sulla facciata; sai che idea bislacca, son proprio giocherelloni qui. Gli sembrava che anche il film là in programma fosse lo stesso, ormai da incalcolabile tempo: e lo era, trattandosi di un’opera del genius loci, alla quale altre non sarebbero seguite. Ma il dottore, ostinatissimo, pagava tutte le volte il biglietto per distrarsi, per ingannare l’attesa. Nonostante l’inquietante regolarità con cui approcciava il bigliettaio, non tentava neppure di far credere che la pellicola lo avesse ammaliato a tal punto: insomma, anche un cretino avrebbe scelto il confortevole buio della sala alla nebbia gelata che, ci crediate o no, esiste anche a Rimini. Una cosa era certa: anche se aveva assistito allo spettacolo almeno una decina di volte, il dottore non era in grado di indovinare nemmeno alla lontana che cazzo volesse dire ciò che gli passava davanti agli occhi durante la proiezione. Ma a lui andava bene così. Perché il capire qualcosa a tutti i costi non è mai stato un precetto divino, men che meno medico.

Non so nemmeno se la mia professoressa di Italiano leggesse sul serio i nostri temi, impresa d’altro canto non solo inutile ma dannosa alla stabilità di umore e salute; tanto valeva, ero sicuro fosse il metodo che usava lei, distribuire segnacci di correzione rossi e blu a caso a destra e a manca, con una speciale predilezione per la ricorrente sigla “d.m.”, ossia dire meglio. Non la biasimo, la mia prof.: sono già tante le prove della precarietà dell’esistenza, perché infierire? E però le due occasioni in cui ho visto i miei fogli a protocollo discretamente immuni dai fregacci bicolore di cui sopra me le ricordo bene, come no. Entrambi i temi erano a sfondo, per così dire, “cinematografico”. Nel primo si chiedeva di mettere a confronto un libro e la sua trasposizione su celluloide. Da poco avevo visto in TV, pensate un po’, “La Steppa” di Lattuada; l’omonimo racconto di Cechov, debbo confessare, aveva segnato le mie letture qualche tempo prima. Per parte mia infiorai e infiocchettai il tutto e quindi, andiamo, chi poteva incarnare per qualche ora l’ineccepibilità meglio del sottoscritto? Ma nessuno, ovvio.
La seconda traccia risaliva a quella ultima, triste parte del 1993, che quindi “doveva” essere celebrato in qualche modo. Nell’occasione approcciai il compito nel modo più “autentico” possibile: scrissi davvero di uno dei miei film preferiti, lo è tuttora, non credo di dover precisare o giustificare. Ricordo che parlai del dannatissimo nonno che si perde nella nebbia, della cruda percezione della morte che tutt’a un tratto lo divora. Provai il birbonesco piacere di riportare pari pari sulla carta la battuta “…’Te cul!!!” (che accompagnava il gesto dell’ombrello ed è ancor oggi qui una svelta locuzione a latamente intendere anche “questa cosa non mi piace o non mi conviene, no, per nulla“), senza incorrere in furiosi cancelloni. Rabbrividii d’audacia parlando del passaggio del Rex e accostando il cieco, che in mezzo alle grida dei borghigiani si trova con le spalle voltate al transatlantico e chiede “Dov’è? Com’è?”, al regista stesso, il quale asserivo si ponesse nella realtà le stesse domande riguardo a Dio. Ka-boom. Ogni tanto lo spirito di Tullio Kezich viene a funestarmi i sogni, pur a distanza di decenni da tale azzardo. Ma la prof. non ebbe niente da ridire, anche perché priva di armi per controbattere. Stabilire cosa intendesse lui là, che poi andò via: chi era disposto ad affrontare un tema del genere, per di più in “quel” 1993? No, meglio di no…
Voi chiederete, bontà vostra, cosa abbia ispirato queste righe. Nulla di che. Il tempo è autunnale, lo sarà anche nei prossimi giorni, e prima di addormentarmi l’altra notte si sono fatti largo in testa brandelli di questa scena, cui sono affezionato per vari motivi, ma soprattutto per la domanda che Titta sussurra al nulla e proprio in quel momento, volteggiando da per lui.

L’alternativo è il tuo papà

Ve la ricordate TMC2? Ne ho ritrovati per caso su YouTube gli ultimi secondi di trasmissione: li vidi proprio in diretta una ventina d’anni fa, prima che alla mezzanotte il canale fosse soppresso e sostituito da MTV; ricordo il programma di congedo, “Nightfile”, con il conduttore che maneggia una pistola, conclude puntandola verso la telecamera (per cui oggi sarebbero partite interrogazioni parlamentari e denunce) e proclamando: “Ma se è proprio proprio vero che ognuno di noi è artefice del proprio destino, allora forse ce la caveremo”. Pausa, e poi “…mah!”. Un adattamento di cui Appio Claudio Cieco non sarebbe stato fiero, soprattutto in quanto proveniente dalla bocca di un giovanissimo e stranito Alex Braga, attorno al quale gli assistenti di studio intanto portano via la scenografia sulle note di “Sui giovani d’oggi ci scatarro su”.
Sempre per la serie “cose che chissà come facevano a trasmettere una volta e non torneranno più, se per fortuna o purtroppo ditelo voi”.