Rachide

Poggiare
le labbra
sul rachide
tuo
cervicale
chiudere
gli occhi
profondamente
inspirare
al momento
più alte
forme
di amore
non so
immaginare
per il sonetto
facciamo
la prossima
volta.

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Freezer

Il vinile è tornato, con tutta la mielosa e insopportabile retorica a sostegno (“Il suono caldo!”); non altrettanto farà la Dimar. Finché è stato possibile, i gestori del negozio di abbigliamento subentrato al suo posto ne hanno tenuto i pannelli, neri e a caratteri bianchi, appesi ai lati dell’entrata, con il paradossale effetto di una pubblicità postuma per un’attività estinta; ma si trattava di una forma di rispetto, si capisce, verso un’istituzione cittadina un tempo reclamizzata su riviste a diffusione nazionale: intendo riviste cartacee, ben prima dell’avvento di Internet. Dimar è stato IL negozio di dischi, e sì che l’ho anche odiato, soprattutto quando lì dentro cercavo di farmi passare il prurito ai polpastrelli scorrendoli contro bordi di copertine di LP che mai avrei nemmeno potuto sognare di possedere. Desideravo perdermi in quello che credevo un percorso di guerra, tra le aree per il pubblico e le altre riservate al personale, ghiottissime: chissà che meraviglie si celavano dietro a quell’angolo proibito, in quell’anfratto oscuro; chissà cosa c’era in cima a quella scalinata pericolante, al piano di sopra, dietro al cartello di accesso vietato. E mentre qualche mio coetaneo si rincoglioniva di Faivlandie (alcuni non hanno ancora smesso), chissà cosa ne sarebbe stato di me, a titolo di esempio, se non mi fossi imbattuto in uno strano retrocopertina identico in tutto e per tutto alla confezione di un detersivo da lavatrice, istruzioni per l’uso comprese (“separare i capi bianchi dai colorati”, eccetera). Che idea balzana, pensai, facendo finta di essere combattuto se prendere l’album o no, ignaro che stavo già firmando la mia personale resa a “Kinotto” degli Skiantos (ah, la “K” che avrebbe poi imperversato nel linguaggio delle bestie odierne!) e al resto che sarebbe venuto poi. Certo, davanti al vinile di “Inascolteibol”, un esordio mica da ridere (“permanent fleboooo…”), c’era solo da inchinarsi come in presenza dello Shogun, amara la consapevolezza che in mancanza di un munifico cultore e compratore ci avrebbero pensato i topi a condividere l’ellepì, smangiucchiandoselo. Alla fine, giusto per non uscirmene a mani vuote, acquistavo perfino un qualche ellepi degli Squallor, dai titoli trucidi anzichenò come “Pompa”, “Cappelle” o “Troia” (il quale ultimo, del tutto privo di parolacce, è di una varietà musicale da lasciar perplessi), ma così, per il discolo piacere di provocare la cassiera che si ostinava a tenere gli occhi al registratore, e che cazzo, vediamo se così mi schizza addosso almeno una mezza occhiata schifata….Mo che. Oggi forse ci scapperebbero in risposta odio e denunce, ma meglio non divagare.
Ricordi, questi, affiorati anche quando mi decisi ad entrare nel negozio in un giorno di settembre di una decina d’anni fa: di fatto erano ultime ore di esercizio, a chiusura definitiva già stabilita. Ebbi di fronte uno scenario che avrebbe molto aiutato Manzoni per il capitolo dell’assalto ai forni: gente munita di sacchi grossi quasi come quelli del rusco correva a destra e a manca buttandoci dentro, a manate, spartiti, riviste e dischi doppi e tripli: il no-limits era venuto meno, e si poteva spulciare ovunque, sfidando ruggine, tetano e acari da un etto. Molta roba era già stata smaltita, ma piantai comunque le tende tra le scansie dei C.D. di leggera, lottando con il soffitto claustrofobico e rigirandomi tra le mani tre bootleg di zio Frank da Baltimora. C’era sopra l’adesivo “import”, che negli anni ruggenti avrebbe implicato un esborso di tipo “renale”. Chiesi lumi a un addetto: “Ma anche questi, 3 Euro?”. “Tutti”, fu la raggelante risposta, dello stesso tono usato dal maestro notturno di biliardo quando intima a Fantozzi di mangiare i birilli poco prima “bevuti” sul tavolo con improvvida giocata. Avrei dovuto esserne felice. Invece, sapete cosa? La farsa di cui ero parte riuscì a rattristarmi, un poco. Siamo fatti così, cantava quella.
Morta la Dimar, viva la Dimar.

Palata

(…perché questo è un blog autunnale, e datene pure la colpa al gestore).

“ (…) Città fatta per essere vista tra il lusco e il brusco, andando rasente i muri. Non deve cercare la sua identità nel sole, ma nella caligine. Nella nebbia si cammina piano, bisogna conoscere i tracciati per non perdersi, ma si arriva sempre e lo stesso da qualche parte. La nebbia è buona e ripaga fedelmente chi la conosce e la ama. Camminare nella nebbia è più bello che camminare nella neve calpestandola con gli scarponi, perché la nebbia non ti conforta solo dal basso ma anche dall’alto, non la insudici, non la distruggi, ti scivola affettuosa d’intorno e si ricompone dopo il tuo passaggio, ti riempie i polmoni come un buon tabacco, ha un profumo forte e sano, ti accarezza le guance e si infila tra il bavero e il mento punzecchiandoti il collo, ti fa scorgere da lontano dei fantasmi che si dissolvono quando ti avvicini, o sorgere all’improvviso di fronte delle figure reali, che ti scansano e scompaiono nel nulla. Purtroppo ci vorrebbe sempre la guerra, e l’oscuramento, solo a quei tempi la nebbia dava il meglio di sé, ma non si può avere tutto e sempre. Nella nebbia sei al riparo dal mondo esterno, a tu per tu con la tua interiorità. Nebulat ergo cogito”.
Il brano è estratto dal “Secondo Diario Minimo” di Umberto Eco, per la precisione dal breve saggio finale (ma senz’altro è riduttivo definirlo tale) denominato “Il Miracolo di San Baudolino”, e vado a ripescarlo ogni volta che mi manca la nebbia, come adesso, con somma invidia per quelle città, come l’Alessandria dell’autore, che a un bel momento e per tutta una stagione semplicemente scompaiono. Oh, so bene che difficilmente m’imbatterò di nuovo in quelle coltri abbaglianti e padane richiamate in modo così affascinante dall’autore; devo limitarmi alle più modeste nebbie qui sul livello del mare: ma avercele. Da qualche anno non c’è più modo di godersene una come si deve, dunque bisogna ricorrere al ricordo. Il lungomare? Inghiottito. In centro? Spariti tutti gli addobbi per le Feste, sempre più orrendi ad ogni occasione. Ma in questi casi la nebbia potevi fartela amica, approcciandola nel mirabile senso decantato da Eco. Faceva paura, invece, in presenza degli invasi d’acqua: quando attraversavi un ponte che li sovrasta eri immancabilmente circondato dal nulla, come su un cucuzzolo d’altissima montagna. Ma qui da me c’era un sistema infallibile per captare la presenza della nebbia anche senza muoversi da casa e a tapparelle abbassate. D’improvviso, molto spesso nel bel mezzo della notte, si attivava il segnalatore acustico posto sulla punta estrema del molo della vecchia darsena: talmente potente da sentirsi anche in città; e chi ci è andato troppo vicino nel momento sbagliato, si è quasi trovato i timpani giù in gola. Di là dai frangiflutti, alla fine della palata, il mare aperto era nascosto dal sipario lattiginoso, e l’aria non poteva strapparlo via: solo infilarsi nelle grondaie del locale da ballo lì presente a produrre, con lo sciabordio in sottofondo, un suono molto simile alle diplo e triplofonie di Demetrio Stratos.
Il segnalatore l’hanno poi messo fuori uso: da allora, guardacaso, la nebbia per lo più gira alla larga. Se n’è offesa, è evidente. Gli ospiti andrebbero sempre accolti nel migliore dei modi.
…Ah, non avete presenti le diplo e triplofonie? E documentatevi, allora.

Vuoi sparare?

Ah, quel tempo in cui non disdegnavi fare avanti e indietro a piedi per Marina Centro e per i fatti tuoi, soprattutto di sera, quando il primo tratto di Viale Vespucci veniva (viene tuttora, peraltro) chiuso al traffico motorizzato, con i soli filobus a farsi largo tra i pedoni e i risciò con relative scimmie urlatrici alla guida. Non ti dispiaceva per un motivo balordo, di cui erano senza dubbio parte gli scherzi che infliggevi ai p.r. delle discoteche indossando i panni del forestiero sprovveduto e a volte supportato alla bisogna da taluni selezionati mentecatti (memorabile un amico biondo che alternava lo Svedese farlocco alle bestemmie più veraci, per lo sgomento del pio promoter). Il discorso però era più ampio: volevi ribadire la tua autoctonia ma al tempo stesso sentirti alieno, a fronte dell’andirivieni di gente che formava il cosiddetto “struscio”. Peccato solo che allora non fosse in commercio la maglietta con la scritta “I’M NOT A TOURIST”, che ben avrebbe denotato, o anche solo riassunto, il tuo atteggiamento verso quelle forme di vita “infraditopodi” e gelato-munite. Capivi che era il momento di rituffarsi nella mischia non tanto alla riapertura di alberghi, gelaterie, negozi in generale. Del resto, negli ultimi anni, è diventato facile capire quando l’estate è ufficialmente arrivata: sul viale di cui sopra, ogni cinque passi trovi, alternati: un cartomante, un intrecciatore di capelli, uno capace di scrivere il tuo nome su un chicco di riso, il solito pataccaro delle tre carte. Automatico, quindi, adesso. Invece, nel “tempo in cui non disdegnavi” eccetera eccetera, prendesti l’abitudine di far coincidere la nuova stagione con l’arrivo del caricaturista che si appostava, immancabilmente, all’altezza di piazzale Kennedy, a poca distanza dal baracchino del “Tiro dei Campioni”, dal quale si sporgevano le tizie a chiedere ai passanti, melliflue: “Vuoi sparare?”. A metà strada tra il Caffè Pascucci e Piazzale Tripoli, appoggiava su un cespuglio le sue “creazioni”, si accomodava su una sdraio e iniziava a lavorare sul suo gigantesco ammasso di carta con il pennarello e un volontario di fronte, che a stento riusciva a trattenere gli sghignazzi, di certo pensando “povero me, chissà come mi sta riducendo”.
Il caricaturista, invece, accavallava le gambe facendo penzolare il birkenstock, per meglio rendere il prossimo suo. Alle sue spalle il codazzo di burloni di scorta al modello, cui costoro facevano capire, tra uno sguardo di finto orrore al foglio e una manata sulla fronte: “Che mostro, che mostro…”. Ma l’artista, imperturbabile, accentuava nasi, alzava o abbassava zigomi, allungava menti e via stravolgendo.
Una sera transitasti dalla postazione del disegnatore accompagnato dagli amici dell’epoca; mal te ne incolse. Completato l’ultimo schizzo, si girò verso la tua comitiva, ti indicò e disse: “Voglio lui!”. Inutile anche solo opporre quanto poco ci tenessi ad essere il momentaneo centro dell’attenzione. Ti costrinsero sullo sgabello e “Sorridi!” intimarono gli amici, neanche ti avessero stipato nel gabbiotto delle fototessere. In verità, l’artista non aveva scelto tratti somatici molto difficili su cui infierire, e infatti il suo lavoro fu breve. Quando vedesti il risultato, tu ultimo dopo tutti gli astanti, lo trovasti non brutto ma prevedibile: solo il collo, sottile com’era sulla carta, si discostava da quello reale (del resto si trattava pur sempre di caricatura). Ma volevi far smettere di ridere gli stronzetti che ti attorniavano e così, al momento di retribuire l’uomo, dicesti candido: “Non ho una lira in tasca”. “Nema problema”, risposero loro come andava allora di moda, e senza fare una piega tirarono fuori i loro portafogli come per pagarsi una serata in pizzeria.
Appena il tempo di vederti recapitato tra le mani il disegno, arrotolato a mo’ di pergamena, che quest’ultimo veniva da te già affidato alla scorta dietro quest’amabile, ma rischiosa richiesta: “Tenetelo voi, i soldi erano vostri, io nemmeno lo volevo, fatene un po’ quel che vi pare”. E infatti fu appeso a scuola, alla parete di un’aula a caso dove non fece effetto alcuno e anzi fu ignorato per qualche ora prima di finire nel pattume. Segno che non eri molto popolare, o che il caricaturista non aveva lavorato granché bene. Daresti tuttora più credito alla prima ipotesi, senza dubbio.
Ma ti guardasti bene dal lamentarti. Potevi sempre finire sul muro dei cessi.

Spazio insufficiente

Da bravo bastian contrario, domenica scorsa ho tenuto le dita di mani e piedi lontane dalle dorate sabbie (intendo le mie dita: specifico altrimenti potrebbe sembrare che io gradisca conservare estremità assortite e infilarle e toglierle a piacimento sulla battigia). Ogni tanto devo verificare che il mio vecchio portatile sia sempre operativo, ma stavolta temo di averne notato un segnale di obsolescenza e cedimento: in un angolino di schermo, a un certo punto è comparso l’ “alert” “Spazio su disco rigido insufficiente”. Non che dovessi saperne o capirne molto di più; il messaggio era chiaro di per sé: il sistema mi stava semplicemente informando che per mantenersi in decente efficienza occorreva tenergli libero qualche ulteriore “mega”. A parte che da un decennio non scarico alcunché su quel computer, il messaggio però è di quelli che ti indispettiscono, ti sfidano; vien quasi da chiedere: “perchè, altrimenti cosa mi succede, signor portatile? Ti fai spuntare le gambine e fuggi fino al primo bidone?”.
In ogni caso mi sono messo ad eliminare file “a macchia di leopardo”, un po’ qui un po’ là, a cominciare dai filmati e arrivando agli Mp3, passando per le miriadi di vecchi videogiochi per qualsiasi tipo di apparecchio sia stato inventato negli ultimi trent’anni e di conseguenza emulato, dal Vic 20 ai cassoni da sala giochi. Un repulisti che però non ha toccato le foto. Agli album non mi ci sono nemmeno avvicinato, si trattasse di scatti di macchine digitali o di scansioni in formato pdf. Nulla di legato alla famiglia, con due eccezioni. La prima: uno scatto cartaceo che mi ritrae con i miei nel giorno della laurea, a Bologna. Era metà luglio ma il tempo faceva schifo: a intermittenza venivano giù scrosci che rendevano pericoloso perfino il pavè sotto i portici, scivoloso a livelli di guardia per l’integrità degli ossi del collo. Palazzo Malvezzi era diventato un mezzo pantano, e tutti stavano attenti a non sciupare i vestitucci e le scarpine eleganti. Nella foto, proprio in una nicchia finemente decorata del palazzo, io poso classicamente reggendo tra le mani la tesi, tra mio padre e mia madre. Lei mi tiene per un avambraccio; lui sta sulle sue, le braccia dietro la schiena, in faccia un ghigno che oggi sarebbe ottimamente reso da quell’emoticon che mostra i denti senza ridere. Il gruppo più silenzioso e meno numeroso: tre persone a fronte degli eserciti a supporto altrui, muniti di striscioni, trombe bitonali e mica semplici corone d’alloro: proprio cespugli interi. E dire che a me non era bastato. Giusto il giorno prima mia madre aveva finito di assorbire la botta che le avevo inferto dicendole che ok, le discussioni delle tesi erano pubbliche, ma in fondo non era obbligatorio per legge che i genitori presenziassero…uno schiaffo, per lei, quelle parole. Le avevo ritrattate subito: ma certe cose, guai anche solo pensarle. Andò diversamente qualche anno più tardi, il giorno del mio orale per l’abilitazione professionale. Prima di andare sotto, a labbra serrate e ciglio non asciuttissimo, avevo guardato i nuclei familiari scortare i respinti a capo chino via dalla Corte d’Appello. Per fortuna, quella volta, mia madre aveva saputo capire. In ogni caso, fatto più unico che raro, non avevo accompagnatori di nessun genere. Mentre infili la testa in bocca al leone, non può esserci nessuno accanto a dirti: dai che ce la fai! Silenzio, ci vuole. E culo.
Tornando alla laurea, due minuti dopo essere stato immortalato mi vidi addosso, dal nulla, cinque amici venuti su per l’occasione: dunque il clan si era clandestinamente ampliato a mia insaputa, cari loro. Mi portarono all’Irish Pub, e a mezz’ora dalla proclamazione ero già conciato da sbattere via. Il viaggio di ritorno lo feci con i cinque, e dunque illegalmente, a bordo di una Citroen Saxo che a Rimini usavamo come tassì a dispetto della titolare (detta alla Geometra Calboni: “Tassì! Come si fa ad avere un tassì?” – ne fece venire una media di due e un quarto a persona, eccetera) e ci fermammo sotto ogni ponte in autostrada per dare sfogo alle vesciche sempre tese come pelli di tamburi. Mi è difficile tuttora far capire la quantità di fango che ci caricammo addosso. Non credo di aver mai più nemmeno rivisto il vestito che indossavo quel giorno, basti questo.
La seconda eccezione fotografica mi vede in posa con i miei a Vienna, capodanno ‘92/’93, l’ultimo passato con loro: un’esperienza così divertente che diosolosa solo quanto vorrei scriverne, se non fosse che ne conservo in mente particolari troppo frammentari. Il maestoso grigiore sia dello SchonBrunn sia dei nobili discendenti di CeccoBeppe sorvegliava la nostra ricerca delle palle di Mozart, e il freddo marrano ci irrigidiva le mascelle, così agevolando molto mio babbo che, come sopra anticipato, non ha mai saputo nascondere il disagio di stare in posa; non che col sole a picco avrebbe avuto una faccia tanto diversa. Io non bevevo ancora, maledetto me: l’unico fattore psicotropo erano i Judas Priest, un bootleg dei quali – registrato nel tour a supporto di “Ram it Down” – scorreva incessantemente nel mio walkman. Ero felice, credo di poterlo dire.
Non sto a soffermarmi sugli altri scatti non familiari, ma sono rimasto sorpreso nel ripescare qualche residuato scolastico, tale da permettermi di elaborare una teoria psico-pedagogica molto d’accatto. Eccola. Genitori: volete rendervi conto se vostro figlio sarà felice, oppure incline alla solitudine e alla malinconia? Studiate la genesi delle foto delle sue gite. Sarebbe scontato dire che felice e popolare è (e forse rimarrà) il ragazzo che vi compare in posa con gli altri, di continuo. E semplicistico sarebbe affermare che sulle sue resterà colui che in quelle pose non appare mai. In realtà, rischia di avere problemi chi si sente chiedere: “Scusa, non è che ci scatteresti una foto?”. Il fatto è che, da ragazzi, il delegato agli scatti tende a essere sempre lo stesso, e il pretesto della sua bravura è fondato sul nulla, balordo. Il poveraccio gira tutto il giorno con una decina di cellulari tra le dita (ai miei tempi si sarebbe detto: carico di apparecchi penduli dal collo e dalle braccia), e non fa altro che ritrarre gli altri, finché diventa chiaro che lui, nelle foto, non comparirà mai. Ecco, avrà grosse difficoltà di socializzazione e autostima, in futuro.
Senza contare che gli si dice sempre, dandogli il macchinario e indicando sullo schermo l’unico pulsantone virtuale verosimilmente utile allo scopo: “Guarda, devi solo spingere qui”. Così passa per scemo, oltretutto.
Provvedete in tempo, genitori (in che modo, però, non lo so. Mica posso dirvi tutto io).

Budda

L’unico, vero, sostanziale motivo per convertirsi al buddismo: credere che in una prossima vita sarà diverso. In una prossima vita sarò ambizioso fin da bambino, piazzandomi accanto alla maestra nella foto di classe; e ambizioso in vita, fino a riuscire a cambiare non Paese, non continente, ma galassia; e dirò: ah, ora sì che sto bene, vi lascio al vostro dolore, povery. Mi interesserò di politica, riuscendo a disquisirne, anche solo per far dire in reazione: “costui non capisce nulla”. Farò sciacqui a tutta bocca con il vino, o comunque apprezzerò gli alcolici socialmente giusti. Non sarò peloso nei punti sbagliati del corpo. Regolerò le sopracciglia per evitarmi quelle attuali, da scienziato pazzo. Sarò felice d’estate, amerò il beach volley e lo giocherò fino a farmi rosolare via uno strato e mezzo di pelle. Sarò a mio agio nel bel mezzo della notte rosa. Sarò juventino: anche solo per capire quali motivi spingano a un passo del genere, e cosa si provi a stare dalla parte della ragione perpetua, a guardare tutti dall’alto in basso. Ascolterò musica tale da non farmi provare più imbarazzo alla domanda: “cosa stai ascoltando di bello in cuffia?” (i cadaverous carognous, li conosci?). Sceglierei di prendermi in faccia tutti i rifiuti che ho prevenuto a livello sentimentale facendo finta di nulla, come ignorando un elefante che ti barrisce in un orecchio. Parlerò ad alta voce, che echeggerà nei posti poco frequentati perché si capisce, qualunque cosa dirò sarà unica e irripetibile. Rafforzerò ogni mio concetto proclamando, alla fine: “Punto!”, come chi non sa se convincere gli altri o sé stesso; e sminuirò le opinioni altrui controbattendo: “Ma di cosa stiamo parlando?”. Sorriderò nelle foto con convinzione. Insomma, a ben vedere, non cambierebbe poi molto: saprei sempre intravedere e riconoscere il disastro. Solo che, in una prossima vita, non gli andrei incontro a braccia spalancate come ho fatto in questa, e sterzerei in direzione opposta.

Partinico Blues

Se devi decidere come fare qualcosa, pensa a come la farebbe Frank Zappa. Sandro Veronesi, parola più, parola meno.

A distanza di anni, programmato all’una di notte per chissà quale ricorrenza, io non so nemmeno se quel reportage su Zappa in Sicilia l’ho visto davvero. Il Corrierone l’aveva venduto come un resoconto del nefasto concerto palermitano di trentacinque e passa anni fa, vissuto dal vivo da un disgraziato sceso appositamente da Pordenone. Invece, l’argomento fu liquidato piuttosto alla svelta, tramite visione dei primi famosi secondi di “Cocaine Decisions”, nei quali Zappa canta atterrito un paio di strofe per poi chiamare in fretta sul palco Massimo Bassoli a estendere ai presenti un invito alla calma. Inutile, perché la polizia ci stava già dando di lacrimogeni (il tutto, se non sbaglio, è immortalato anche sul disco “The Man From Utopia”).
In realtà, e forse è stato anche meglio così data la vastità del tema, nel documentario non si parlava nemmeno dell’arte di Zappa. Il predetto Massimo Bassoli – diolobenedica per il suo contributo alla cultura musicale nel nostro Paese – si era caricato in macchina Dweezil e Diva, carne e sangue del Nostro, e li aveva scortati a vistare Partinico, paesino siciliano da dove loro nonno partì per fare fortuna; da notare che il giornalista aveva fatto la stessa identica cosa con Frank prima del concerto di cui sopra. Proprio quest’ultima esperienza era oggetto di conversazione tra i tre in auto, e mentre Bassoli ricordava i luoghi visitati all’epoca, i rampolli ascoltavano compunti e ignari di quel che stavano per vivere a loro volta; Dweezil un po’ stralunato, e Diva addirittura – se non ho visto male – approfittava per lavorare a maglia, lei di sicuro tanto diversa da Moon che da un’occasione del genere non penso sarebbe mai stata attratta. Tra uno scambio di battute e l’altro, il montaggio mostrava ogni tanto Dweezil assorto in un delicato finger-picking su una chitarra color del miele.
Una delle parti più interessanti del documentario, più che il giro a piedi dei rampolli col naso in su, era l’incontro combinato con tutti gli Zappa rimasti in città. Qui i due presero  contezza della stramba abitudine vigente anche in questo angolo d’Europa, ovvero il bacio su ciascuna guancia a gente che ti fa un mucchio di feste anche se non ti ha mai visto ma smania di riconoscerti come parente d’America – personalmente, scoppiai a ridere quando un membro del clan ha presentato ai due il componente più giovane, dicendo “…e chistu è u picciriddu!”. Purtroppo in quell’istante la faccia dei visitatori non era inquadrata.
Altro momento rimarchevole fu quando Dweezil e Diva si trovarono davanti alla casa, abbandonata e inaccessibile, del loro nonno paterno. Non c’era modo di entrare senza far defluire l’esercito di ratti famelici che di sicuro stazionava lì dentro, così i due si accontentarono di dare un’occhiata di straforo, attraverso delle fessure al di sopra della porta: in particolare, di tale onere si accollò Diva, un piede in equilibrio sui palmi delle mani del fratello, che la sollevavano unite a conca. Intravide il nulla che restava di uno scenario di per sé desolante: una parete divisoria, una bottiglia, una grossa bombola simile a un siluro.
A coronamento della visita, la sfilata di fronte alla municipalità con conferimento della cittadinanza da parte del sindaco ai due rampolli, l’intitolazione al padre della via dove si trova lo stambugio all’interno del quale Diva aveva gettato quell’occhiata in equilibrio, Dweezil che faticava ad articolare in Italiano un “sono molto onorato” per cui pure doveva essersi allenato chissà quanto.
Nel finale, fu inquadrata Diva saltellante al rallentatore con i piedi a mollo sul bagnasciuga, mentre la sua voce diceva: “Un giorno tornerò. Verrò qui a vivere”. Adorabile bugiardona.
Un ultimo fingerpicking, che sapeva tanto del Signor Babbo. Fine.