Io sono quello sdraiato di fianco

Può ancora capitare di vederlo tra le pieghe del palinsesto estivo o di fine settimana della TV satellitare RAI. Magari c’è un filmato in bianco e nero che parla di tutt’altro, e d’improvviso ti s’infila sotto gli occhi Dino Sarti, lui soggetto fuori epoca e – soprattutto – sempre fuori posto, dovunque si trovasse. Esempio: un “bravo presentatore” anni 70 e relativo pubblico in sala raccolgono la testimonianza di questo tenero omarino non bello né alto, ma provvisto di lingua piuttosto sciolta, il quale agli esordi temeva di poter solo sognare di avvicinarsi ad una telecamera a causa di alcuni solertissimi funzionari che mal sopportavano certe cadenze troppo marcate. Cosicché – racconta sempre Dino, il cui accento non può esser cancellato nemmeno a colpi di pialla sulla lingua – non era infrequente che fosse costretto ad usare il microfono non per cantare, ma per ripetere davanti a un paio di “illuminati”, a mo’ di provino, parole rivelatrici come “Torquato Tasso seduto sopra un sasso…” per poi – cosa ancora più atrocemente idiota – essere giudicato in base alla pronuncia della “esse”. Il pubblico ci ridacchia anche sopra (“Ma va’, che tempi!”), degnando l’omarino di una qualche benevola attenzione. Ma forse che queste ghettizzazioni non possano ripetersi anche ai nostri tempi, nei quali romano, napoletano, toscano, lombardo equivale a “Bene” (sei popolare, metti allegria; a scanso di politici, hai mai sentito un toscano antipatico? Mai)? Tutto il resto, per contro, equivale a “Male”: dove credi di essere? Vai a parlare così a casa tua, tra i covoni di fieno.
Un’altra testimonianza filmata relativa ad un ferragosto di primi anni 80 sottolinea ancor più spietatamente aspetti come questi. Un volenteroso, su di un palco, cerca di intrattenere a mani nude, ma non vuote, una torma di milanesi accalcati davanti al Duomo. In un tale frangente, solo un pazzo potrebbe resistere improvvisando una personalissima cover di “New York New York” (“A vag a Neviòrc”), o reggendo una fetta d’anguria e cantando “I love you cucòmra”. Un pazzo, ovvero Dino Sarti. Il servizio non è troppo crudele, ma il commentatore è costretto a rilevare, in quei due minuti, come gli astanti non cerchino neanche di atteggiare una faccia divertita in reazione a quei buffi fonemi. Il pubblico gradì molto, invece, l’esibizione successiva anche se tutta “americana”. Che si trattasse dei Platters però (ai quali invece furono riservati dieci minuti di filmato, e grazie al cazzo), è questione che qui non ci occupa.
Se, come si dice, sono stati i Queen a girare per primi il video di una loro canzone, Dino poté comunque dire la sua a un livello molto meno internazionale e più consono a quello di noi bifolchi. Per degnamente accompagnare la sua “Tango Imbezèl” non esitò a farsi filmare all’interno di un “dènsing”, zampettando nel suo vestito della festa. “Vuoi ballare, Luisa?”, così recita il testo del ritornello; “Vut balèr con un dreg? Anc i pas piò difèzzil, ve’ mo! A’i cnoss com’al mi nes!”. Cosicché il nostro si scatena, in cerca di proseliti, finché l’orchestra non attacca col “Tango Gelosia”, l’unico ritmo che coglie impreparato l’avanzo di balera; pazienza, ché non si può esser perfetti. Ma il finale è già segnato, e così dopo innumerevoli pestate di piedi altrui e giri a vuoto, il nostro perde non solo la faccia ma anche – e definitivamente – la “vojia’d balèr”, onta indelebile per un padano d’altri tempi.
Non so se sia la prima sua incisione, ma la musicassetta a firma “Dino Sarti” è uno dei più vecchi cimeli di casa mia. In copertina c’è raffigurato un contadino addormentato sotto un albero, e all’interno della custodia sono ancora riportate tutte quelle scritte “retro” e irrispettose dell’intelligenza dell’ascoltatore come “Non capovolgere il lato prima che sia completato lo scorrimento del nastro”. Il prodotto è grezzo assai, e contiene perle di tenerissima bruttezza, massimamente “Professore, mi dà una pastiglia?”, che racconta le disfunzioni sessuali di un operaio con anni e anni di anticipo sulla famigerata Pfizer blu, nonché “Un biglietto del tram per Stella”, in cui in nostro si accorge che l’unico mezzo per aiutare una giovane drogata non è la tanto sbandierata affabilità “made in Bo”, ma il vilissimo denaro (memorabile in tal senso la battuta che decreta l’esborso a favore di lei: “Grazie per averlo accettato!”). Non mancano i capolavori di incongruenza come “Bologna Campione”, che come inno calcistico è anche gradevole ma racchiude nel titolo un tristissimo ossimoro, e soprattutto “La Fira’d San Zamièn”, il cui ritornello è un’incredibile bestemmia per chi ha un minimo a cuore il capoluogo (“Viva Modna e San Zamièn”? “Viva Modna e qui ch’i stan”? MA SCHERZIAMO?). A salvare la cassetta dall’oblio discografico è l’iniziale, assurda, ostica (quasi tutta in dialetto) “Zengia Blues”, in cui uno sventurato racconta senza vergogna alcuna di essersi fidanzato non per amore, ma al solo bieco scopo di farsi regalare da lei una cinghia nuova, massimo traguardo di un’esistenza costellata da cinture ereditate da parenti vari (“Me, a n’ho mai avò onna zengia nova int’la vetta!”, questa è poesia amici!). Finirà ovviamente male, ma ogni maschietto dentro di sé avrà solidarizzato almeno per due secondi col povero stupidone. Menzione finale per “La Donna in Estate”, sorta di lettera aperta scritta in spiaggia da Dino a una misteriosa, conturbante vicina di ombrellone. Non sapremo mai se il contenuto arriverà davvero all’orecchio della sconosciuta bagnante (“Che Dio’t bandèssa, sai anche nuotare!”). Solo l’attacco del ritornello può suggerire una risposta: quel bellissimo “Io sono quello sdraiato di fianco”, che fa balzare in testa non solo l’immagine di qualcuno che resta sulle sue, magari provvisto di un paio di occhialoni scuri a mascherare estenuanti giochi di sguardi (quanti ne ho visti fare così, per sfuggire alle ire della moglie lì a due passi), ma che rimanda anche a un atteggiamento gradevolmente superficiale verso la vita e tutti i suoi aspetti, siano essi belli o meno.
L’ultima volta che l’ho visto (vivo) in TV stava salendo con altre persone, presumo generalmente non troppo indaffarate, su un torpedone diretto da Bologna a Roma, alle 5 del mattino. Andava anche lui a patrocinare la causa di beatificazione di Padre Olinto Marella, il frate che chiedeva l’elemosina per i suoi ragazzi seduto per terra davanti al cinema Metropolitan o al Teatro Medica, anche e soprattutto quando la temperatura stazionava abbondantemente sotto lo zero. Ignoro l’esito del blitz, anche se immagino che la (presunta) santa madre accordi un minimo di preferenza a figure più istituzionali.
…ah, beh, certo: musica!

Ampelmann

(Ost Berlin, luglio).

Le Giamaiche per cui parto sono già viste e sempre nuove,
e anche stavolta parlo di te in lingue da inventare
e poi dimenticare,
per blocchi di immagini incoerenti
– “Vero che non bevete mai caffè senza accompagnarlo
al dolce? E ai figli, prima del parto
date un nome che non sarà quello effettivo?” –
in zone dai contorni che mi sfuggono:
l’Ampelmann, dai gettoni dei vuoti in cauzione
mi guarda sì, pur senza volto; ma a destra, sulla chiatta
una fiesta latina ha spire leste a stritolarti
in nome della vida che tanto è un carnaval,
e a sinistra il prato milonga non si muove al vento
ma alle note di Astor, ai ricami suoi di strazio.
E mentre parlo di te in riva alla Sprea
puoi già trovarmi a Weimar,  in forma di statua,
l’unica di carne.
Proietterò a terra non la mia ma la tua ombra vera,
meglio di come fanno i kappelmeister bronzei
con quella di Lutero, dipinta, povero artificio.

Album di Assùrdia – la legge del bar

C’era pure quel momento in cui vivere l’estate aveva ancora un senso, se non altro perché l’inverno era troppo lontano per essere annusato nell’aria con trasporto bamboccio e nella nostra Assùrdia, la stessa che tempo dopo avrebbe dato il “degno” benvenuto all’anno nuovo in diretta nazionale (“Siamo fortissssimi, noi, nel varietà!!!” – Nanni Moretti, tra la distruzione di una suppellettile e un’altra, ne “Il Portaborse”), aprivano i “bar”. Per qualche settimana, eh: per poi subito chiudere. Non per insuccesso commerciale, ma perché trattavasi di abitazione privata dalla quale i legittimi proprietari si assentavano per alcuni giorni: così restavano i figli che ancora vivevano con costoro e ospitavano, o meglio, erano costretti ad ospitare gli amici messi al corrente, a qualunque ora di giorno e di notte. Chiamavamo questa situazione per l’appunto con il termine “bar”, cui andava aggiunto il cognome della famiglia vacante. Tralasciando la “baracca” – leggasi casino – che veniva a crearsi, merita essere trascritto un copione di questo genere. (Notare bene: le righe che seguono denotano comportamenti addebitabili, in mancanza di migliori, più scientifiche e più dignitose spiegazioni, allo iodio che ci infesta sangue, polmoni e neuroni).
Esterno giorno. L’avventore suonava al citofono del “bar” del tutto inaspettatamente (ma forse che per andare al bar occorre annunciarsi?), mentre la titolare stava facendosi gli affaracci propri: magari stirando, o cercando di spostare qualche mobile perché il giorno successivo erano attesi gli imbianchini.
Barista: “Chi è?”.
Avventore (senza salutare né facendosi riconoscere – ma forse che per andare al bar occorre identificarsi?): “Oh. Salgo. Metti su il caffè”.
La barista, disorientata, sopprimeva in gola un “ma” sulla cui inutilità non starei nemmeno a perdere tempo. Per cui apriva il portone, e faceva andare la caffettiera.
Interno giorno, un minuto dopo. Le scarpe dell’avventore, grazie a due esemplari scatti di malleolo, erano finite ciascuna in due angoli distinti della sala ancor prima che l’ospite avesse varcato la soglia. Lui degnava di un distratto grugnito la barista, e quando si sedeva in poltrona era già praticamente in mutande. La barista sopportava in silenzio, avendo il cliente sempre ragione. Quest’ultimo, a sua volta, tollerava dolorosamente i necessari minuti di convenevoli da parte della titolare, finchè dalla cucina non si udiva il gorgogliare della caffettiera. Oh, finalmente.
Barista, dalla cucina, facendo tintinnare le tazzine: “Quanto zucchero?”.
Avventore: “Di che zucchero parli?”.
Barista: “Non volevi il caffè, scusa?”. (diceva anche scusa, la poveretta).
Avventore: “Eh, sì…”
Barista: “Ma allora lo bevi amaro?”
Avventore: “Che cosa?”
Barista: “IL CAFFE’, CAZZOOOO!” (mentre il fantasma di Ionesco cominciava a gigioneggiare nella stanza).
Avventore: “Aaah…ma chi t’ha detto che lo voglio bere? A me piace solo sentirne il profumo che lascia in casa, tutto qui”.
Il “vat a fè dè in te cul” che si nebulizzava tra le pareti del bar era quasi il fruscio di un sipario che si chiude sulla scena mentre il pubblico non sa bene se applaudire o meno, né come destreggiarsi su quel sottile confine tra idiozia e genio.
A proposito, la circostanza degli imbianchini non era stata citata a caso. Una notte, una barista ebbe davvero la malaugurata idea di confessare che il giorno seguente il tinello sarebbe stato totalmente ritinteggiato. E qualche minuto dopo l’annuncio gli avventori si dotarono di pennarello, e le pareti diventarono simili a quelle di una cella da manicomio non imbottita e il cui occupante, da uomo libero, fosse un artista ancora capace di spremere colori da qualche misteriosa fonte ignota ai guardiani. Fenomeno dagli esiti non descrivibili, dunque, neanche se io fossi Zeri, Bonito Oliva e Sgarbi reincarnati tutti in uno. Dovendo chiudere queste cronache, ricorderò l’unico frammento – ma un enorme frammento, a ben vedere – di cui le mie parole possano fornire una vaga idea. “Io andrò all’università bovina” era il proposito che campeggiava a caratteri cubitali da uniposca là dove poco prima aveva regnato un mobile pieno di cose nobili; nobili in modo stridente rispetto all’atmosfera così tragicamente degenerata: ad esempio un giradischi con un album di Richard Clayderman ancora sul piatto, che chissà se l’ultima volta aveva sfrigolato sotto la puntina tre quarti d’ora o trent’anni prima.
Sigla, se la volete.
https://www.youtube.com/watch?v=gfsgXJQ0ebU

Tromp l’oeil

(Le parole, anche se e anzi proprio perché sconosciute, piombano come gatti e lì resistono cocciute, senza rispetto, e allora non puoi che vezzeggiarle senza nemmeno poter sperare ti diventino amiche, anche solo per evitare che ti sfigurino a unghiate. Per questo, cioè per il fatto che ho adoperato concetti e termini di cui nulla so, confido nel perdono degli artisti. Ciao Svirgola!)

L’accidenti sospeso che si bea di penombra
e occhieggia lassù, perfido e consapevole, da un impreciso squarcio
fra il tuo primo e secondo piano, a darmi il buongiorno,
acchitterei il cervello a scuola d’arte, a galleria
e rapirei e vi assolderei un Daverio
solo per stabilire, una volta per tutte,
se è un’acquaforte o un tromp l’oeil.
Ma se poi indugio davanti al mistero, intatto
è perché altro non ci lega. E se non ti avrò mai,
almeno mi resti lui.

Empatia

Sigla iniziale. (E sareste pregati di cantare in coro, ‘nsommavero).

Ken non doveva affrontare un tragitto lunghissimo, buona parte del quale era già alle sue spalle: ma senza qualcosa da leggere all’infuori del biglietto del treno, gli sembrava che il viaggio stesse durando addirittura un po’ di più; oltretutto, la batteria del cellulare era ai minimi termini, tanto da impedire l’ascolto della radio se non a ridosso della destinazione. Sui vetri dei finestrini, il buio aveva cancellato ogni traccia di paesaggio: restavano riflessi unicamente i volti giallognoli e invecchiati degli altri passeggeri; anche lui, guardandosi, si vedeva sempre più somigliante a suo padre. La presenza più significativa non era umana: un cane cercava, invano, di restare accucciato tra l’ultimo sedile del vagone e la porta che introduceva allo spazio per salire e scendere. La padrona, sullo stesso sedile, era costretta a far spostare ogni tanto l’amico battendogli una lieve pacca sul fianco, imprecando a fior di labbra non tanto per quella sistemazione un po’ aggiustata, ma perché nessuno dei passanti mostrava il minimo segno di gratitudine quando la bestiolona faceva loro largo, e dunque non meritavano un tale riguardo. Dopo lo schiocco secco, da sobbalzo, prodotto dall’incrociarsi del suo treno con l’altro che percorreva la direzione opposta nel binario accanto, Ken si mise a ripensare al giorno precedente.
Il mal di testa lo aveva sempre colto sotto forma di cervicale, alla base del cranio: troppe volte lui si ostinava a uscire dalla doccia senza poi asciugarsi; oppure di sinusite, in corrispondenza delle sopracciglia. Stavolta era successo che il dolore si estendesse su tutta la fronte, delimitato con precisione quasi geometrica: ma era soltanto un’avvisaglia. Aveva preso un’aspirina, e in effetti il malessere se n’era andato, ma solo per trasferirsi successivamente alla bocca dello stomaco; cosicché a cena – vergogna! – Ken non era potuto andare al di là di una margherita, lui di solito dedito agli esperimenti più arditi, basati su impasti alti due dita in cui venivano buttati (ad esempio) fagioli messicani, mais, chili, ciccioli, e qualsiasi cosa concorresse a stracciare le budella. Invece, di quella pizza se n’era andato nel pattume un buon tre quarti; ma non era finita lì. Sempre a tavola, e per di più con gli altri, in Ken era sopravvenuta una sonnolenza invincibile, di quelle che ti fanno pencolare la testa a intervalli regolari, abbreviati da ogni tentativo di opporre resistenza. Lui addirittura era arrivato a rimanere a capo chino e palpebre murate per qualche istante: ma se ne accorgeva, e gli amici erano ammutoliti di fronte a quello spettacolo inedito, impotenti. Aveva dunque presto abbandonato la compagnia, senza riuscire a decifrare il mistero sull’origine di quel malessere. Non aveva preso freddo, e non era infrequente fosse vittima del mal di testa, ma c’era stata una strana escalation. A tavola, di fronte, era seduta una ragazza che non aveva fatto altro che lamentarsi, sbadigliando a ogni sillaba, di aver passato una settimana quasi insonne. Accanto, invece, si era trovato un altro che non riusciva nemmeno a muovere gli occhi per via di un’influenza non ancora smaltita. “Possibile” – si era chiesto Ken poco prima di salire sul vagone – “che io sia stato condizionato da quei due?” Sedendosi aveva concluso di sì, ricordando distintamente le volte in cui si era sentito male al solo sentire i dettagliati racconti di tizi che avevano patito malattie e prolungate degenze in ospedale. “Empatia, scioccone, questa si chiama empatia” sentiva nella testa la spiegazione della sua donna: “E dato che sei un essere umano, non puoi farci nulla, capita che ne sia affetto anche tu”.
Perfetto, non faceva una piega. Solo che adesso, durante il viaggio in treno, Ken era all’improvviso piegato in due fin quasi a sparire dall’immagine riflessa nel finestrino, reggendo il cellulare con entrambe le mani per piccolo che fosse. Via messaggio, un altro amico lontano lo aveva informato in modo lapidario di essere stato lasciato dalla ragazza. Dopo un paio di richieste di chiarimento, erano emerse anche le modalità, per sommi capi. La rottura si era consumata la sera precedente dalle otto circa e nell’arco delle tre ore successive: facendo un rapido calcolo, proprio il tempo compreso tra l’insorgere del mal di testa e la sonnolenza di Kenneth, con in mezzo la chiusura alla bocca dello stomaco. “Oh Gesù”, pensò lui senza potersi mettere in tasca il telefonino su cui apparivano in sequenza quelle informazioni: “…un momento, qui non si tratta di condizionamento…ma dico: è possibile che addirittura io abbia sofferto a mia volta, e fisicamente, per un dolore da separazione di cui non sapevo nulla, patito da un caro amico distante?”.
Altro che empatia. Ebbe paura non tanto di darsi una risposta. Ebbe quasi paura di sé stesso.
Dopo un numero imprecisato di minuti passati a rimuginare, finalmente Ken alzò la testa. Non molto era cambiato rispetto a prima, aleggiava solo un aumentato senso di abbandono: i neon rischiaravano un vagone un po’ più vuoto, e il cagnolone con annessa padrona erano scesi alla loro stazione. Era il momento di infilarsi gli auricolari ed accendere la radio, dando fondo alle residue, esigue risorse della batteria del cellulare: e pazienza se poi lo piantava in asso. Appoggiò la schiena alla poltrona e si abbandonò al pulviscolo di voci e note che gli ballava nelle orecchie: in sintesi, non c’era modo di beccare un’emittente in modo decente. Si sintonizzò sull’unica a diffusione nazionale che gli andasse a genio, se non altro perché programmava musica quasi sempre ultraventennale. Ken era incappato nella replica della rubrica settimanale condotta congiuntamente da Gino Castaldo ed Ernesto Assante, gli unici dai quali accettava di essere educato su cosa ascoltare o meno, anche se in quel preciso momento non era così convinto di essere felice di sentirli. E infatti. Dopo l’ennesimo battibecco benevolo, i due annunciarono il brano a chiusura del programma. Bastò l’attacco.
“No…Proprio questa…”
Ken non era mai andato pazzo per quel gruppo, di cui peraltro conosceva pochissimo: aveva sempre badato a soddisfare le pulsioni più animali, musicalmente parlando. In realtà, lui trovava insensato il solo pensare “loro mi piacciono”, perché gli sembrava equivalesse a dire “mi piace la Bibbia”: quale parte, ché la faccenda è un po’ vasta? E poi i loro dischi sono pieni di tutto, ci si potrebbe soffermare perfino sui passaggi tra una canzone e l’altra, figurarsi sul resto. Glieli fece conoscere, al di là della fama planetaria che accompagnava il nome del complesso, un suo compagno di classe alle scuole medie. A quel tempo la diffidenza del dodicenne, che spesso sconfinava nella pochezza mentale, induceva Ken a pensare che andare matti per qualsiasi cosa fosse un segno di debolezza, senza rendersi conto invece che imbattersi in un coetaneo spasimante di quella band era più che un evento: una fortuna. Un pomeriggio, a casa di quell’amico, smanettavano sul Commodore 64 a una scoreggina di videogioco programmata da David Crane; ma il padrone di casa, ritenendo il clic-clac dei joystick un ben misero sottofondo, durante una pausa raggiunse uno scaffale e tirò fuori un ellepi sulla cui copertina nera campeggiavano un triangolo e un arcobaleno che vi si rifrangeva. Il vinile finì sul piatto e la puntina sul solco numero quattro della facciata A, mentre l’amico, in cerca di proseliti, già si disegnava in volto l’occhietto che intende: senti che roba. Ken liquidò la pratica pensando: “Un classico”, già nel 1988. Ma “Time” quel remoto pomeriggio passò per lui come l’acqua sulle pietre: un po’ di bagnato, e nulla più.
Ma adesso, quelli di Radio Capital lo avevano preso davvero in contropiede. L’album era lo stesso, non il brano: che poi, chiamarlo così era tremendamente riduttivo. Ken aveva sentito definirla noiosa, oppure rassicurante: ma “Us And Them”, col suo andamento ipnotico e sinuoso, con quel cantato che echeggiava solo a tratti e a un certo punto restava sospeso lasciando spazio al tappeto sonoro fino alla fine, era come una trapunta da cucire a piacimento, così da avvolgercisi secondo necessità; era la cornice attorno a una tela libera, su cui si poteva dipingere qualsiasi cosa passasse per la testa, e con ogni stile. Ma in quel frangente, Ken non ebbe la forza di pensarlo. Spegnere la radio no, non sarebbe stato giusto: Ken quasi bramò che le batterie del cellulare si scaricassero il prima possibile; e invece, a occhi chiusi, ebbe perfino il tempo di ricordare a cosa aveva sempre associato “Us and Them”. A un addio, a un abbandono. Per il resto conosceva ciò che ne seguiva, tanto da rivolgere un sarcastico “bentornata!” a quella mano che, all’inizio dell’ascolto, sentiva soltanto appoggiata sul petto, ma minuto dopo minuto si faceva impercettibilmente sempre più pesante, finchè Ken non desiderò che qualcuno gli prendesse a martellate il torace, ormai sopraffatto in maniera insostenibile. E a un tratto, i suoi occhi si spalancarono sulle pareti, che addirittura trasudavano delle note di “Us And Them”, inondando tutto il treno.
Sui gradini, col cuore a mezza gola, Ken sentì la radio del cellulare zittirsi di botto durante il notiziario, a causa delle batterie a terra. Ma ormai era tardi. Il vagone, con all’interno la vita, i pensieri e il ritmo musicale a cui essi avevano viaggiato fino a poco prima, gli sarebbe rimasti nel cervello, come per effetto di un loop perenne.

A voi

Metti i Deep

La mia prima zanzara della stagione si è materializzata stamattina, all’improvviso, perfida e pasciuta, sopra l’etichetta di una bottiglia di Ballantines che dava sul bancone, a portata di pubblico: lì restava arrampicata e immobile, come a bearsi di ciò che del sole veniva schermato dai telai e controtelai, o come si chiamano, montati ai finestroni del bar. Per parte mia ho cercato di fare la stessa cosa – no, non attaccarmi al whisky alle dieci antimeridiane: parlo del godere del calore abbastanza da temprarmi le ossa in previsione del fine settimana, quando il sole diventerà mio avversario e già so che non uscirò di casa prima delle sette di sera, con la luce che non si arrende ma se non altro puoi venirci a patti. Ma al bar erano minuti tranquilli, cosa che permetteva a Gilberto – navigato titolare di quel porto di mare addomesticato – di trafficare tra la macchina per il ginseng e la parete di legno dove sono conficcate le cartoline attestanti le sontuose villeggiature dei colleghi, i quali però un saluto al vecchio Gilberto lo spediscono pur sempre. Lui sogghignava sotto i baffi, compiaciuti dall’invito che ogni tanto gli rivolgo: “Gibo, metti su i Deep!”, perché tempo addietro si sentirono Gillan & Co., seppur soffusamente, in quell’unico angoletto sensato di uno stabile dove invece regna l’assurdità; e io ero sicuro che non si trattasse della radio, no no, ma del caro vecchio “Made in Japan”, con tanto di sfrigolii vinilici e l’inizio in sordina, ovvero Paice e Lord che appena picchiettano sui rispettivi strumenti all’inizio di “Highway Star”, prima di far deflagrare il palco assieme a tutti gli altri. Consapevole delle mie fallaci aspettative, e dovendo pur consumare, ho poi chiesto a Gibo “mi macchi un latte?”, spingendolo definitivamente alla chiacchiera tra un cliente e l’altro. Ha preso a raccontarmi del concerto di Sua Funambolica Santità Steve Vai, degnatosi di scendere nel palazzetto locale, e io mi sarei anche abbeverato fino in fondo a una fonte così appassionata se non fosse stato per l’apparizione silenziosa di quella zanzara. Gibo ormai non poteva ignorare il mio profilo distratto e rivolto altrove da mezzo minuto: ha guardato a sua volta nella stessa direzione e, inaspettatamente, così mi ha esortato, allontanandosi nello sgabuzzino: “Dagli quattro legnate!”. Ma sapeva bene trattarsi di un proposito irrealizzabile: primo perché non potevo abbattere la mia furia su quella bottiglia di vetro, lì in bella mostra; e secondo perché ok, eravamo in un bar, ma pur sempre di un tribunale, dunque nemmeno dovevo provarmi ad allontanare la bestiolina puntuta dal Ballantines per poi darle la caccia andando su e giù, facendo cioccare al vento i palmi delle mani e rischiando di schiaffeggiare un pubblico ufficiale; una situazione che non sarebbe dispiaciuta a Cechov, ma un po’ di contegno, insomma. E infatti era come se la creaturina lo sapesse, restando incollata a quel riverito marchio: non a caso ho usato l’aggettivo “perfida”. In attesa di scoprire cosa mi avrebbero riservato di lì a poco le ore a venire, altro non ho potuto se non contemplarla, con i gomiti appoggiati al bancone; e trovavo strano bearmi insieme a lei di ciò che del sole veniva schermato dai telai e controtelai, o come si chiamano: forse perché io, a ben vedere, di solito quando c’è di mezzo la calura non riesco a bearmi di un beato niente. Con tutto l’impegno possibile, mi sono ostinato a credere che un po’ di colorito in faccia, in fondo, non fosse qualcosa di scandaloso; quindi ho lasciato che la luce mi allargasse per bene l’iride, augurandomi intanto, in uno slancio di altruismo e per la gioia dei miei concittadini, non arrivassero i cicloni monsonici che certe rubriche meteo si divertono a chiamare “Summer Storm”, ogni volta, da fine maggio fino agli sgoccioli di settembre. Un piccolo compromesso con sé stessi, a volte, aiuta, o fa bene, o così si spera.

La nostalgia è dura, a Perticara

(Post breve stavolta, ché qualche minuto dovrete spenderlo ad ascoltare e non a leggere).

Se non fosse stato per i coperti apparecchiati, sarebbe potuta sembrare, per ampiezza, la taverna della casa di un facoltoso albergatore, incastrata in un viottolo sul confine tra Viserba e Viserbella. Invece si trattava di una pizzeria rustica, teatro di pantagruelici aperitivi domenicali in occasione dei quali veniva squadernato, su un tavolo enorme, ogni genere di portata (la cosa più impressionante erano i polli interi). La gente, come da tradizione, ci si avventava sopra non appena i piatti si staccavano dalle mani dei camerieri, che così dovevano lasciare frettolosamente spazio a una delle più sanguinose applicazioni del tagliafuori non praticato in una partita di basket: un disarmonico balletto di gomiti piantati nelle gabbie toraciche accanto. Nel frattempo, sul palco improvvisato a lato del bar, musici di varia provenienza ed estrazione si esibivano senza nemmeno sperare di ricevere quel po’ di attenzione che almeno un briciolo di buona educazione avrebbe raccomandato. Ma il Maestro, quando toccava a lui, sapeva aprire parentesi oniriche. Stralunato abbastanza da coniugare la poesia alla ben più prosaica realtà locale con graziosi tocchi di chitarra, sfoggiava anche nella vita un borsalino quasi sempre diverso, occhiali di una montatura tale da invalidare le fototessere per i documenti, e basette lasciate crescere da diverso tempo prima che andasse di moda. Era ed è l’unico coraggioso abbastanza da proclamare al mondo, seppur in forma di canzone, che quelle propinate da Capossela sono lagne fatte e finite. Ne ha fatta di strada, ma ai fini del racconto bisogna tornare al tempo di quella locanda rusticana, nella quale il Maestro era giunto a tre quarti della sua scaletta, a giusta distanza tra i brani dell’ultimo disco, eseguiti per primi, e dai possibili bis, comunque caldamente evitati: a istinto, il temuto momento delle richieste che dal pubblico si levavano come latrati canini.
Con tempismo perfetto si alzò Diegote, così chiamato perché ricordava un incrocio tra un Diego qualunque e un peyote (per maggiori informazioni evocare l’animaccia di Jim Morrison). Mise le mani a megafono attorno alla bocca e gridò:
“Facci ‘Pietracuta Stop’ !!!”.
Dai tavoli attorno si diffuse un angoscioso silenzio, sottolineato dal sopracciglio inarcato del Maestro.
“ ‘Pietracuta Stop’?…” replicò lui dubbioso. “…ma intendi forse ‘Rallentare a Pietracuta’?”
“…e che ho detto io?” ribattè Diegote. “Dai va’ là, che è lo stesso…”.
L’imbarazzo generale, stemperatosi già a quest’ultima battuta, si dileguò del tutto non appena Diegote aggiunse, dopo mezzo secondo e sempre gridando:
“E poi…neanche fosse ‘Letibbì” dei Bitols!!!”.
Nel tripudio che seguì, il Maestro sorrise, si aggiustò addosso la chitarra – impossibile deludere un’aspettativa di tal fatta – e attaccò con quegli accordi così inconfondibilmente italiani ma pur sempre parte integrante di una delle sue creazioni più belle, a parere di chi scrive. Dimenticatevi, se mai l’aveste sentita, la versione dei “Nobraino”, caratterizzata da un testo delittuosamente riadattato per il resto d’Italia che Perticara non sa dove e soprattutto cosa sia. La canzone cui vi rimando tra poco era nata diversi anni prima assieme a molte altre, al tavolo di uno dei locali che vanno a formare il cuore del centro ma anche nostro; e a ispirare musica e parole – si racconta – avevano provveduto prolungate e furiose ma anche romantiche sessioni di pernod, servito da un premuroso cameriere panciuto come un pinguino, tanto che quello divenne il suo soprannome.
https://www.youtube.com/watch?v=4ZCAKSOkq2o

A tutti voi, amore a mucchi.