Ah, di’

Qui in Riviera disponiamo di un’arma social-lessicale potentissima, costituita da due semplici monosillabi: “ah” e “di’ ”. Non basta pronunciarli, come pure si deve, in sequenza, uno dopo l’altro: affinché si manifestino in tutta la loro efficacia bisogna siano accompagnati dalla faccia appropriata, le sopracciglia inarcate ad altezza congrua, un angolo di bocca amaro al punto giusto, magari anche un movimento di spalla appena percettibile. Insomma, per far partire e arrivare con successo un “ah, di’” occorre una pratica che si acquisisce soltanto sperimentando sulla propria pelle l’arte (molto cosiddetta “arte”) affabulatoria rivierasca.
Stretto parente di “ah, ciò”, che si usa maggiormente nella provincia di Forlì/Cesena, l’ “ah, di’ ” fa parte di quegli espedienti usati per ridurre all’osso una conversazione, al pari di “alòra?” e della relativa risposta “così, veh”, ad intendere “va così, come vedi, voglio dire, potrebbe andare meglio ma anche peggio, e se deve andare male è meglio che vada sempre…sempre così, ecco”. L’ “ah, di’ ”, però, è un congegno a doppio taglio. Può avere l’effetto di una sentinella che sbarra senza pietà il passo all’interlocutore potenzialmente noioso (e in questo caso occorre stare attenti a che non diventi uno “stronzo” automatismo, ad esempio: “Mi va tutto storto, sai” – “Ah, di’!”, che qui suonerebbe oltremodo cafone, come per dire “uffa, devo proprio sorbirmelo, il piagnisteo?!”), ma anche di un intruglio potente abbastanza da trascinare via gli intoppi da un dialogo, come fossero zozzerie lungo una tubatura, ad evitare i ristagni. E anche in questo consiste l’allenamento di cui sopra: saper usare i due bisillabi col giusto tempismo. Come dicevo, se calata troppo presto in faccia a chi ci sta parlando, la carta dell’ “ah di’” potrebbe andare bruciata e comunicare scopertamente concetti come “non mi interessa parlarne, non mi interessi tu”. Invece, chi la subisce deve maturare l’impressione di aver compiutamente esposto il proprio argomento, cosicché il susseguente “ah di’” dovrà far credere qualcosa di più complesso: che la soluzione, se c’è, non è immediata come si crede; oppure che se uno scampolo di conversazione a un certo punto cozza contro un “ah, di’”, vuol dire che forse la questione non era neanche degna di essere intavolata. Anche su tali fragili equilibri si regge la locale economia colloquiale.
Allo stesso modo delle botte, nella vita gli “ah, di’” si danno e si prendono: basta non gonfiare il petto nella prima eventualità e non scoraggiarsi nell’altra. Qualcuno invece non si rassegna e ci si indispettisce, addirittura fino ad estreme conseguenze. Ho conosciuto gente così rammaricata dai troppi “ah, di’” da decidere di cambiare non città, non regione, ma proprio il Paese. Macrotrauma da “ah, di’”, si direbbe. Speriamo non si si sentano poi costretti, per la troppa sensibilità, a cambiare continente, o pianeta.

Annunci

Acid jazz

Alfonzo viveva al piano di sotto; aveva una chioma alla Raffaello Sanzio, solo più ondulata, e inforcava lenti minuscole dietro le quali le pupille s’ingigantivano e stravolgevano, rivolte com’erano – avrebbe scritto Camilleri – una a Cristo e l’altra a San Giovanni. Fisicamente ricordava un frangiflutti, proprio uno di quei macigni cubici alla fine delle darsene, ammassati a mo’ di barriera; e la zeta di Alfonzo, dura come il marmo, era uscita dalla sua bocca al momento di presentarci, per le scale del palazzo: nessuna forzatura linguistica da parte mia, neanche Zappa avrebbe potuto dire altrettanto componendo la sua “St. Alfonzo’s Pancake Breakfast”, su “Apostrophe”.
Degli effettivi affari e traffici di Alfonzo era in grado di riferire con relativa certezza solo il mio compagno di stanza. Trovava sempre motivi diversi per indugiare sul pianerottolo inferiore, di sera, gironzolandoci come la classica mosca attorno alla lampadina; finché una volta ci si soffermò per qualche secondo di troppo, le porte dell’alloggio di sotto si aprirono e risucchiarono il mio sodale, intrappolandolo per le ore a seguire. Dai successivi, romantici resoconti venne fuori che Alfonzo, figuriamoci, non era l’unico occupante del suo microcosmo. Le altre creature di quel fantabosco, pare, tenevano nei cassetti curiose forme da torrone Sperlari avvolte dal domopak, che una volta disvelate apparivano molto più scure rispetto alla specialità natalizia e venivano ridotte a tocchettini per esigenze di mercato o per il sollazzo dei dimoranti e dei loro ospiti. Poi, beh, non che necessitassi di chissà quali ulteriori reportage da parte del mio amico: anzi, era più allettante lasciar ricostruire il tutto all’immaginazione, sulla base dei pochi elementi percepibili dal mio appartamento e da assemblare come un puzzle. L’alloggio di Alfonzo era dotato di vedute sul pianerottolo dalle quali, sempre di sera, filtravano le vampate di luci stroboscopiche domestiche, senza dubbio finalizzate a meglio accompagnare i consumi di quanto racchiuso nei domopak: ciò a livello sensoriale visivo. A livello sonoro, invece, non mi è tuttora semplice catalogare quanto mi arrivava alle orecchie nei medesimi frangenti. All’epoca mi piaceva etichettarlo come “acid jazz”, ovviamente senza che avessi la più pallida idea di cosa fosse o come suonasse l’acid jazz; immagino lo facessi per darmi un tono, e perché comunque la prima delle due parole aveva di certo attinenza con lo smaltimento dello Sperlari-che-in-realta’-non-lo-era. Tempo dopo mi sarebbe capitato di sentire, riprodotta su un CD, l’eco dei battiti cardiaci di un feto al momento della nascita. Oggi posso dire che la ritmica dell’accidenti che risuonava dal piano di sotto, acid jazz o meno, coincidesse con i rilevamenti dei macchinari da sala parto messi su quel disco. Non era infrequente mi addormentassi cullato da quei rimbombi, anche nel periodo in cui il mio compagno di stanza smise di essere tale, lasciandomi le chiavi di casa perché se ci fosse rimasto un altro mese si sarebbe fottuto la sessione d’esame; un’altra. In effetti, per i poveri di buona volontà venuti dai confini della regione era facile lasciarsi irretire dalle atmosfere di un vicolo, il nostro, in centro ma non troppo, in cui erano situate a distanza regolare ben quattro trattorie, e potevi toccare dalla finestra la Porta tra un tratto di viale e l’altro, e se per caso a notte fonda – a causa dei ritmi di Alfonzo e company – ti veniva da scendere e comprare Stadio ancora caldo di rotativa, un’edicola era lì pronta all’inverosimile bisogna.
Rimasi da solo, sì, e dei paradisi artificiali del piano di sotto non fruii mai, preferendo crogiolarmi nella condizione di buono (e stronzo) selvaggio in cui mi ero trovato immerso come in un pantano. Arrivavo a fingere un assurdo orgoglio, millantandomi capace di non avere o volere nessuno attorno a me, quando in realtà non c’era nessuno e basta, che io lo volessi o meno. Andavo a lezione, tornavo, terminavo la scorta settimanale e formato famiglia di cotolette agli spinaci, poi lasciavo che i cartoni delle pizze si camuffassero con il mobilio (il forno c’era ma lo usavo per tenerci nascoste, e lontane dalla mia vista, le bottiglie di vino che il mio ex sodale si era ben guardato dal riprendere con sé). Il copione prevedeva che mi lasciassi invadere orecchie e cervello dagli echi seral-notturni originati dal nucleo familiare alfonsino, anzi, alfonzino (sarei forse arrivato a pretenderli se per caso e per una volta non li avessi captati) e contemplassi i cartoni malinconicamente picchiettati dalle gocce di pioggia. A degno coronamento, mi pervadeva una sorta di esistenzialismo muto e spicciolo, parte immonda e integrante del pantano che pian piano m’inghiottiva: un qualcosa che avrebbe schifato perfino il DeNiro di Taxi Driver all’ultimo stadio di marciume interiore. “Ho capito qual è il vostro gioco, bastardi. Mi state tagliando fuori. Volete dimostrarmi che ciò che penso e faccio è sbagliato, per farmi diventare come voi. Fate pure. Non vi serbo rancore. Ma badate: non sarò io a ravvedermi. Sarete voi a cedere, a pentirvi. Non potrete farne a meno. Senza di me, voi non siete. Io, senza di voi, sì!”.
Lasciavo che quelle parole rimbalzassero da una parte all’altra del nulla a cui le avevo rivolte, come fossero un proiettile impazzito. Venirne a mia volta fatalmente colpito, alla fin fine, non era nemmeno la più sgradita delle eventualità.

Feltrinelli

“…De André? Non scatena in me
le celestiali sensazioni che dovrebbe.
Non c’è niente che Jeff Buckley
non potesse dire in un minuto scarso
invece di sbrodolarne venti di canzone.
E cosa c’è in sottofondo, il meglio dei Queen?
Sappi che alle prime note di Bohemian Rhapsody
scapperò via come al risveglio in una casa in fiamme,
e senza mettere in salvo il gatto”.
Tu mi facevi attorno arabescate dimore
di sabbia, io le distruggevo a calci,
pezzo per pezzo, guardandoti
negli occhi. Sorvegliato da un sornione Saramago,
accanto all’ukulele,
un tizio scrutava la pila di Missiroli
alta quanto lui, palmo a palmo
cercandovi una copia spacchettata: inutilmente,
e forse è ancora lì e intanto batte il piede
su Under Pressure, così fuori tempo
che se fosse stato un brano degli Area
ne avrebbe azzeccato in pieno il dodici ottavi.

Nothegger (altre note ferroviarie)

I modelli con lo sguardo in primo piano ma fuori campo, sorridenti e con una tazzina di caffè retta poco sotto il mento, non credo abbiano nulla a che fare con i viaggiatori che li guardano ritratti in quel modo, nelle fotografie giganti appese ai muri dei bar delle stazioni ferroviarie, magari mentre fuori è buio e pare che perfino la voce computerizzata dell’annunciatore di partenze e arrivi abbia pudore a profanare quella quiete gelata. I modelli bevono (e ostentano il marchio) Filicori Zecchini, scintillano nobilmente seppure (anzi proprio perché) filtrati in bianco e nero; la dentatura è perfetta a completarne il fascino caraibico, da artisti; un borsalino orna negligentemente la loro fronte fin quasi verso gli occhi; chissà chi sono, con chi e per chi stanno ridendo. Il messaggio nel messaggio, al di là della pubblicità, dev’essere che il caffè non è solo bevanda ma filosofia, e chissà se gli avventori dei suddetti baracci sono in grado di coglierlo, prede della cisposità antelucana e rintanati come sono dietro la trincea di zucchero a velo e scaglie di brioche costruita dal bancone fin sul pavimento.
Macché meta-messaggio, chi saggna me, Umberto Eco? Macché versi di Neruda o arabeschi di Garcia Marquez sulla nobiltà della varietà Caracolito, ingranditi ed inchiodati alle mura del locale (ovviamente in letteratura non esiste nulla del genere, era solo per dare l’idea e avere una scusa per ricordare il mitico spot in cui Giacomo Rizzo sorbiva e gridava al cielo “O’ MIRACOLO!”). Ai modelli immortalati in formato poster a scopo reclame, i miei denti oppongono la loro incurabile timidezza (nel senso della loro disarmonica tendenza a nascondersi l’uno dietro l’altro); sono riluttante a indossare sciarpa e guanti, figuriamoci un cappello e figuriamoci un borsalino; non ho nessuno da squadrare di sottecchi da dietro a una tazzina, filosofeggiando di chissà che. Visto che nella notte nera dell’anima (e delle stazioni, aggiungo io) sono sempre le tre del mattino, come scrisse Fitzgerald, i miei sensi sono appena in grado di captare i colori e il frastuono del convoglio della Nothegger: una presenza costante della mia vita, più che dei modesti viaggi. La scritta rossa su sfondo giallo attraversa le fiancate di ciascun vagone da parte a parte, di sbieco, dunque impossibile ignorarli, soprattutto quando sono in transito a formare un serpentone colorato di un miscuglio caldo, benché sporco: inconfondibile. In questo modo non hai tempo di riflettere sulla loro utilità, al contrario di quando il convoglio lo ritrovi fermo, eternamente fermo da chissà quanto proprio sul tuo tragitto, così devi aspettare si muova o che sia il tuo treno ad aggirarlo passando di binario. Solo allora ti poni il problema ma non lo risolvi, non vuoi farlo, preferendo gingillarti con lo stesso mistero che per decenni ha avvolto “emoscambio” sui muraglioni autostradali e sul quale mi sono già soffermato qui in altra sede. Lo maledici e basta, il marchio Nothegger, sempre che sia ricollegabile a un tizio in carne ed ossa e non un vuoto nome di azienda di logistica e trasporto. E poi, in fondo, non è capitato un po’ a tutti di sentirsi parte della grande famiglia Nothegger (su rotaia, nel nostro caso)? Intendo quando siamo in mezzo ai piedi di qualcuno o siamo d’impaccio in determinate situazioni e non ce ne rendiamo conto, e lì restiamo senza che gli altrui sospiri o richiami o insulti ci facciano effetto, più o meno consapevolmente. Eh. A me, di continuo.
Se proprio dall’altra parte della mia tazzina ci fosse qualcuno, lo interpellerei su una questione che ho letto sul mondezzaio-Zuckerberg e mi attanaglia da un paio di giorni: l’importanza dell’effettiva quantità di OKI che riusciamo ad assumere dopo averne aperta una bustina. Allo strappo, un po’ ne rimane intrappolato sul fondo, per sempre, e un po’ se ne nebulizza tutt’attorno: di modo che, forse, la funzione di antinfiammatorio è un mero nostro autoconvincimento, un placebo tutt’al più.
Ah, no, di meglio non posso fare. Il modello del caffè lasciatelo perdere, vi va?

Biloz e la Korea

Non so se la scienza, la chimica, la sociologia o che altro accidenti abbiano mai determinato un criterio, o meglio una scala per misurare l’intensità dell’amicizia tra due e solo due persone; nel nostro caso è di sicuro la profondità del segno trasversale lasciatoci sulle chiappe dal muretto che separava il parcheggio dall’uscita del supermercato rionale. Lì si riversavano le mandrie felici e munite dei loro bravi carrelli ricolmi, ma per tacita convenzione avevamo come ritagliato a nostro uso esclusivo quel mezzo metro di ammasso informe di cemento butterato dal tempo, sedendovi e blaterando del nulla preadolescenziale. Chiacchiere senza importanza alcuna, qui, a differenza delle rarissime pause che le interrompevano: silenzi che ci cadevano addosso come un sipario e non trovavano ragione, come Cechov diceva succedesse alle sue latitudini, nel passaggio di un angelo, né dovuti all’esaurimento di argomenti. Lasciavi a mezzo il discorso, tu che non tacevi nemmeno a piallarti la lingua, e immancabilmente sussurravi: “Guarda quanto spazio è capace di esserci qui davanti”. Allora realizzavo che si trattava di un silenzio, quello verbale, indotto dallo spegnersi dell’eco dell’ultima macchina transitata sul vialone, di norma intasato di traffico. E ogni volta che per questo sortilegio l’asfalto a destra e manca restava assurdamente sgombro di uomini e mezzi, il tuo sguardo non sprecava secondi preziosi e di quel vuoto prendeva a nutrirsi. Ma io sapevo dove andare a riprenderti, se solo avessi voluto. Eri partito, e già planavi sulla Korea, la pronunciavi proprio con la K, in omaggio alle diciture stampigliate sui tuoi aggeggi prediletti, a riprova della loro provenienza. “Immagini che gusto? Contrordine Trap, contrordine malinconico Scolari! Che programmi avete? Ci parlo io con la federazione: state a vedere, la finale del Mondiale ve la giocate qui, su questo stradone dietro casa mia….lo spazio che c’è qui adesso non lo trovate da nessun’altra parte, altro che Korea! Voi radunate i centomila invasati, il pallone ve lo porto io, faccio pure le porte, mi basta riesumare dall’armadio qualche vecchio cappotto, li appallottolo per terra a distanza regolare così capite dov’è la riga tra i pali, a cicca e spanna…Oh, Trap, Scolari, però dovete approfittarne subito! Ché nel baluginio all’orizzonte già intravedo sfrigolare e sbuffare la sagoma arancione di un ATAM, e sarebbe un peccato disperdere non tanto voi, pubblico e squadre, quanto l’atmosfera carica di attese, di cose che si annunciano buone anche se poi non vanno come ti aspettavi, l’importante è che siano diverse dal solito”.
(L’ATAM. Il trasporto pubblico qui ha cambiato molte forme e sigle nel corso degli anni, ma il cittadino tradizionalista non demorde e si affeziona. Un po’ come restare avvinghiati all’idea delle Ferrovie dello Stato o dell’AGIP o della SIP).
“Tu sei scemo dalla testa ai piedi”, cercavo di farti rinsavire, infame quant’altri mai, infierendo con malagrazia sulle tue visioni portentose. Mi chiedo se oggi, dovunque ti trovi, tu sia capace di lasciarti sedurre ancora in modo altrettanto potente da un’inezia, per poi proiettarti senza ricorso alle droghe in un iperuranio che comunque hai sempre conosciuto meglio del tinello di casa tua. Mi rispondo che, sia come sia, resti il mio Biloz, hai le ginocchia sbucciate e il culo ancora segnato da quel muretto gibboso e scrostato, e davanti ai tuoi occhi è sempre in grado di materializzarsi Roberto Baggio col codino e il dieci sulle spalle, a sollevare il massimo dei trofei davanti alla Coop presa d’assalto da ogni direzione dalla folla in delirio, perché si capisce, le macchine per l’occasione erano su un altro pianeta, mica il tuo. Di certo non avrai accanto un rompicoglioni come me a tentare di stropicciare i tuoi affreschi mentali e ricordarti che, per dire, quell’Italia la Coppa del Mondo non la vide nemmeno in cartolina. Dettagli.

La notte che sabotammo i Casino Royale (o almeno ci provammo)

Il civico 77 di Viale Vespucci, a Marina Centro, incastrato tra un negozio di abbigliamento stagionale (di quelli che vendono le magliette scherziere con sopra la scritta “VERSACE n’antro litro”, oppure “Uomo de panza, uomo de sostanza”) e una pizzeria con le panche all’aperto (per raggiungere le quali i camerieri devono fendere pazientemente il flusso quasi ininterrotto del traffico pedonale, neanche fossimo nel videogioco-capostipite ‘Frog’), da sempre ospita un locale che nel corso degli anni ha visto svariate gestioni e mutato altrettante denominazioni, accogliendo e ospitando di conseguenza. La più vecchia che io ricordi, tra queste ultime, è “Rock Hudson”, ma ero troppo piccolo perché potessi anche solo pensare, e per sbaglio, di entrarci. Successivamente l’insegna mutò in “Geltrude”, con la raffigurazione di un essere fumettoso e tenerone, sotto la cui sorveglianza io e un mio amico avevamo preso l’abitudine di fare avanti e indietro sul viale che taglia in due Marina Centro. Ogni tot metri erano appostati ragazzotti provenienti un po’ da tutta l’Italia, che venivano assunti dai titolari delle discoteche per accalappiare altri coetanei smaniosi di divertimento spicciolo. Solitamente questi procacciatori si limitavano ad allungare dei tagliandini-riduzione, ma con gli uomini usavano argomenti persuasivi di lega estremamente bassa, del tipo: “Ragazzi, venite, stasera arrivano sei pullman di tedesche, ce ne saranno almeno tre per ciascuno!”. Tacito dunque il patto per cui i passanti fingessero di crederci, e i promoter si sentissero un minimo gratificati quell’ingrato compito.
Io e il mio amico quasi ogni sera estiva ci mescolavamo alla folla e ci fingevamo turisti. Il nostro obiettivo – mi scuso del bisticcio – erano coloro che prendevano noi due come obiettivo, cioè gli accalappiatori che non si limitavano a dare le riduzioni, ma addirittura decantavano le virtù del locale di turno, descrivendo il tema della serata, la fama del disc-jockey, e via dicendo: ecco, con loro non avevamo pietà, sul presupposto che a noi fruitori di musica aspra le discoteche facevano cagare. Ci soffermavamo a subire i discorsi dei promoter più zelanti, cui controbattevamo storpiando cadenze varie nelle maniere più ridicole, e dunque a labbra molto strette e punta di lingua quasi conficcata nella guancia. Se non volevamo infierire, a un certo punto del discorso trovavamo il modo di tirare in ballo il nome dell’unico D.J. che avessimo mai sentito nominare per puro caso, e dunque chiedevamo: “O.K., ma ci sarà Stefano Bratti?”. Un nome e un cognome che evidentemente erano noti sul serio, o tutt’al più costituivano una specie di parola d’ordine, perché ogni volta dalle bocche dei nostri interlocutori sfolgoravano sorrisi a cinquanta denti e uscivano risposte del seguente tenore: “Ah, lo conosci! Grande! Però no, non ci sarà stasera, credo domani”. L’apporto del mio amico Davide era fondamentale ai fini di quella che, in definitiva, era una burla infantile a spese di ragazzi come noi, bramosi di un paio di spiccioli facili. Davide portava capelli biondo cenere lunghi fin quasi alle spalle, il che – unitamente agli occhi azzurri – gli conferiva un innegabile tocco cosmopolita. Per cui non c’era dubbio su chi dei due dovesse interpretare lo straniero; lo svedese, per la precisione. Che di Svedese non sapeva una parola, ovviamente: si limitava a brutalizzare, con i procacciatori, brandelli d’Inglese già abbastanza bistrattati a scuola, a cominciare dalla pronuncia; ma alla fin fine, chi poteva dire davvero come e quanto uno vero scandinavo potesse masticare quel minestrone di “elò, gudbai, naistumìtiu”? Cosicché, in tal modo, la sua interpretazione ne guadagnava addirittura in verosimiglianza.
Presentavo Davide come l’ospite svedese in vacanza in riviera, e lui esordiva con un impagabile “Ai em from Malmo”; oppure, quando si sentiva particolarmente in vena, “from Norceppin”. A questo punto poteva succedere che il disgraziato di turno levasse gli occhi al cielo ed esclamasse: “Ahè, che bbell, ci sta uno che parla Ingleso!!!”, per poi cercare disperato il conforto di un collega lievemente più scolarizzato. Oppure, se si instaurava una parvenza di dialogo, Davide sbottava: “Io conosce Italia…”, e i termini che riferiva di seguito a riprova della sua cultura sul paesed’osole no, qui non posso scriverli. Dico solo che, dopo averli sentiti, il promoter si allontanava schifato, segnandosi e mormorando: “Ennò, cheste so’ bestemmie, ma chi te le ha imparate?”.
Giochino che dura finché non trovi qualcuno più furbo. A noi accadde quando simpatizzammo con una giovanissima promoter francese glaucopide, di quelle cui basta pronunciare perfino un nome di rozzo pedatore (“Laurent Blanc….” “….mmm, ripetilo, ti prego! ”) per rendere pappetta il cuore dei semplicioni. Costei disse che ci avrebbe fatto entrare di straforo, a una cert’ora, nel locale da cui era stata ingaggiata e poi…beh, saremmo rimasti serviti. Ok, magari (anzi con ogni probabilità) non avremmo combinato un beato nulla, perché per l’appunto noi eravamo dei coglioncioni e lei ammiccante quanto bastava per infinocchiarci, ma ci sorreggeva anche l’impressione che potesse davvero avere a cuore le nostre sorti notturne. Prese a darci indicazioni, ma di fatto a vuoto. Non faceva che tirare in ballo questo “Ambasì”: venite all’ “Ambasì”, al tale ingresso dell’ “Ambasì”; come hai detto scusa? “Am-ba-sì” compitava lei alle soglie dell’esasperazione, con l’accento sull’ultima lettera e la “esse” dura. Niente da fare, non  insistemmo, non capimmo e perdemmo l’occasione. Le tozze che non ci demmo sulla fronte quando realizzammo, il giorno dopo, che lei si riferiva all’EMBASSY (dove Silvio furoreggiò suonandoci nei Sessanta), ma pronunciato alla francese. Dannata sciovinista!
Tornando al civico 77 di Viale Vespucci, ebbe la propria consacrazione con l’avvento del cosiddetto “IO Street Club”, a metà dei Novanta. Quello che per brevità chiameremo solo “IO” (sì, la prima persona singolare) era stato per qualche tempo il classico locale della zona mare: al pari del Life e del Blow up, dovevi scendere una breve scalinata per accedere alla zona con la pista, cosa che in alcuni scatenava contrarietà (“No, io la morte del topo non voglio farla!”). Ci si andava magari a capodanno, dopo le tre e con la panza ancora satura di malvagità, per dimenarsi ai ritmi italiani e stranieri degli anni Ottanta, che parevano più lontani allora rispetto ad adesso. Poi l’exploit. Un gestore illuminato ne cambiò la formula, rendendolo uno dei locali di punta per la musica dal vivo. Vennero a suonare all’IO molti esponenti del cantauto-rama italiano, sia celeberrimi sia di nicchia: ancora oggi stento a credere che De Gregori si sia degnato di infilarsi laggiù. Personalmente, ero di ben più modeste pretese: non conto le volte che, là sotto, ho celebrato gli Skiantos (era l’epoca di “Signore dei dischi” e “Saluti da Cortina”), tenendo il naso a un millimetro dagli afrori di Freak Antoni, o dalle corde di Dandy Bestia e di Marco “Marmo” Nanni.
Oggi non so dove siano finiti (se si esclude il reduce solista Giuliano Palma), ma c’era pure quell’epoca in cui godevano di più che discreta notorietà, su radio e stampa, i Casino Royale. Quando vennero loro a suonare all’IO, ammetto che stessi vivendo la classica fase in cui si desidera solo fare danni e rendersi detestabili al prossimo, ma insomma, una sera gli sciagurati che frequentavo mi indussero a seguirli nel locale e proprio per quell’evento, chissà poi perché.
I primi minuti di esibizione filarono lisci, con il complesso alle prese con pezzi come “Sempre più vicino” e con il marasma di corpi in movimento che ne seguiva. Si rivelò meno sostenibile ciò che venne dopo: una pappa più o meno tutta uguale, con Palma a sciorinare filippiche simil-rap sempre con lo stesso di voce; la gente ballicchiava sul posto, tutte facce neutre, senza emozioni. Lì scattò qualcosa. Palma, tra un brano e l’altro, lanciò una sorta di pubblicità progresso contro l’AIDS e uno dei nostri, cui di solito era già pericoloso dare la buonasera, gli rispose con due ditazze medie ben alzate. Il cantante se ne avvide, incassò, disse soltanto al microfono: “Pensi che il problema non ti riguardi?”. L’interpellato replicò atteggiando mani e faccia a intendere: che ne so?, e tornò a esibire i medi (certo, i famosi “diti medi”) come nulla fosse.
L’esibizione ben presto ci sembrò animata dallo stesso dinamismo di una messa cantata, fin quando i testicoli miei e di un altro disgraziato iniziarono a tumultuare, spodestando i nostri encefali e assumendo il comando delle operazioni. Strisciammo furtivamente via dalla mischia, a lato del palco, per poi prendere la rincorsa e rientrare sulla pista schiantandoci di schiena contro un gruppo di automi che si muovevano a caso. Come nelle comiche di Stanlio e Ollio, in breve ci fu un’assolutamente ingiustificata esplosione di violenza a catena – ricordate l’episodio con la rissa collettiva alla stazione? – e allora ecco l’inaspettato. Nel bel mezzo della canzone, Palma saltò su e minacciò, al nulla: “Basta! O la smettete o piantiamo tutto e ce ne andiamo!”. Ad andar via fummo io e il manipolo di idioti, e nemmeno spontaneamente ma “gentilmente indotti” dai buttafuori ivi presenti. Ancor oggi ho amici – peraltro sconosciuti all’epoca del concerto! – che mi rinfacciano la cattiva riuscita di quella serata (“Ma non potevi startene a casa, coglione? Il resto l’hanno suonato di malavoglia!”…anche se mi permetto di esprimere dubbi sulla decisività del mio operato in tal senso).

Un giorno il gestore illuminato del civico 77 di Viale Vespucci si svegliò storto e disse che non era più il caso. L’uscio fu pittato di color nero e viola lussurioso, e l’IO divenne “IO Sexy Bar Lap Dance”, con tutto ciò che ne conseguiva. E non chiedetemi che destino abbia subito il locale mentre vi scrivo, cioè se ospiti orsi danzanti o dervisci che girano sulle spine dorsali. Non andrei ad appurarlo nemmeno se mi pagaste.

Lo schiocco del Corso

“Sai com’è l’avere a che fare con te? E’ come doversi fabbricare un computer coi pezzi di uno spremiagrumi. E’ come intestardirsi ad andare avanti in quei vecchi videogiochi di ruolo in cui il protagonista vagola a vuoto senza sapere che in realtà gli manca qualcosa – hai presente Guybrush Threepwood nei sotterranei di Monkey Island senza la testa del navigatore? E’ come aver abbattuto un’orda di navicelle, in un film di fantascienza; e mentre te ne compiaci, il buio prende ad occhieggiare di minuscole luci e realizzi che l’astronave-madre sta per manifestartisi davanti, grossa dieci volte te. E’ come dover descrivere un odradek e ne andasse della vita. E’ come essere travolti dalla frustrazione di aver risolto parte di un mistero e dalla voglia di tornare indietro, di non essersi mai cimentati: perché il resto che si spalanca non ha comunque un bandolo da tirare, un verso – conosci il modo di dire “non hai un verso”, vero? – e anche se lo si trovasse resta comunque la sensazione che il tempo si potesse impiegare meglio.
Aspetta, ci sono. Hai mai camminato di notte lungo il Corso? Di notte, dico, perché col frastuono del giorno non saresti in grado di captare lo schiocco ritmico, come da frusta agitata, che risuona nell’aria quando arrivi negli ultimi metri, prima dell’Arco. Poche cose sono certe come il fatto che quell’eco perentoria, incessante, resisterà al trascorrere dei secoli e indurrà qualsiasi passante ad alzare il naso alla vetusta facciata di Palazzo Buonadrata, o alle marce grondaie della Coin, di fronte, da dove pare provenga. Chi crede, si accontenta di lasciarsi cullare dal fascino dell’ipotesi più accreditata, per cui questo sarebbe da ricondurre a qualche cavo dell’alta tensione malfunzionante, nascosto, che continua a buttare corrente nel vuoto sprizzando scintille, senza darsi pace. Ma se per caso sei più concreto e vuoi approfondire la faccenda, è finita, annasperai senza speranza. Se c’è un guasto, uno strappo, un buco, perché non lo rattoppano? E perché, se di cavi la città è piena, lo schiocco si manifesta sempre e solo in quella parte del centro? Insomma, ti senti come quei personaggi che in certi film sembrano gli unici a rendersi conto della gravità della situazione e urlano al nulla ‘Perché nessuno fa niente?!?’, ottenendo in risposta solo qualche sguardo che dà ad intendere ‘ma che vuole ‘sto matto?’.
Ecco: per condensare tutto il discorso, tu sei lo schiocco del Corso. Guai se ti rattopperanno, guai. Nessun perdono per chi si azzarderà; e tantomeno per te se lo permetterai”.