Magalotti

Ben altra portata dovrebbe avere la visione della “Diciotti”, prima sui nostri schermi e ora nelle nostre teste fino a nuovo soccorso; dunque illusorio e forse addirittura temerario, da parte mia, confidare nell’altrui clemenza una volta confessato di avere familiarità solo con le motonavi che da noi solcano le acque per meri scopi ludici. Quando le guardavo allontanarsi distintamente verso l’orizzonte avevo ancora un corpo fanciulletto e giacente sulle dorate sabbie; oggi, cioè in questo settembre anche esistenziale che stinge via umidiccio, nel mio campo visivo entrano per caso, mentre tengo me stesso distante dal salmastro: in particolare il culo su uno sgabello, la punta del naso intinta nella schiuma di una Hell e i gomiti poggiati sul ripiano legnoso e appiccicoso del mobilio in uso ai locali che estendono le grinfie sul marciapiede del lungomare. Gli occhi no, gli occhi sono liberi di vagare ma spesso si fermano in contemplazione del viavai che per certi versi, cioè a meno di non essere di malumore, schiude anche in medio-bassa stagione un brillante libro di testo in cui perdersi, senza per forza doverci capire (tantomeno studiare) qualcosa.
Non saprei dirne nemmeno i nomi attuali, ora che le mie arterie si avviano verso l’indurimento. Troppo facile riesumare le vetuste “Maria Vittoria” o “Pirata”, e ho un infantile ricordo della “Palma di Maiorca” sulla costa di Misano (avessi detto Rio de Janeiro, anche se la zona si chiamava proprio Brasile); ma di sicuro i ritmi vitali (oltre che di viaggio) di quei carrettoni marittimi, da Cesenatico a Gabicce, erano dettati dalla voce dello stesso uomo, il sempiterno Marco Magalotti. Sì, perché chiunque abbia mai soggiornato a queste latitudini, e per la precisione nei pressi degli altoparlanti della Publiphono tra un bagnino e l’altro, si ricorderà benissimo, anche una volta tornato in Lapponia, del suo tono impostato a preannunciare l’imminente gita della motonave alla Baia degli Angeli, durante la quale a bordo sarebbero stati serviti pane, sardoncini e ottimo vino dei colli romagnoli; il tutto con obbligato e reverenziale passaggio davanti al maestoso incrociatore appositamente attraccato, sul cui ponte – non mancava mai di aggiungere qualche burlone – i marinai erano appostati a tirarsi le pippe l’un l’altro; in ogni caso “Achtung bitte! Ne manquez pas!” raccomandava Magalotti, prima di ripetere l’intero programma in lingue che finivano per mescolarsi in un fraterno esperanto.
Poi torna alla mente che per un periodo l’unica meta delle escursioni, magnificata in sede di annuncio al pari di un atollo delle Maldive, fu la piattaforma mineraria per le trivellazioni Agip, coi turisti che al ritorno fluttuavano storditi dagli effluvi : dunque non è necessariamente un male che ora i gomiti restino fissi sui ripiani appiccicosi dei locali del lungomare, e nemmeno che le arterie si stiano indurendo. Ma se restare a distanza di sicurezza dal pontile d’attracco si può, dai ricordi è un po’ più difficile.
Scettici? E allora regia, si agevoli l’ampex.

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Dio c’è

Dio c’è.

Se c’è la fica c’è.

Solo lui poteva inventare

una cosa così

che piace a tutti

in ogni luogo,

ci pensiamo anche se non ci pensi,

appena tu la tocchi cambi faccia.

Che momento! Lungo o corto non si sa.

Fa anche dei miracoli,

per chiamarla

a un muto

gli è tornata la voce.

Ah se potessi spiegarmi ma

è difficile

come parlare del nascere e del morire.

 

Un imperituro grazie a Cesare Zavattini perché un bel giorno (oggi) nacque, guardò il mondo e non smise mai.

Radio pirata

“Nausicaa” – Gesualdo Bufalino

La vita non sempre fa male,
può stracciarti le vele, rubarti il timone,
ammazzarti i compagni a uno a uno,
giocare ai quattro venti con la tua zattera,
salarti, seccarti il cuore
come la magra galletta che ti rimane,
per regalarti nell’ora
dell’ultimo naufragio
sulle tue vergogne di vecchio
i grandi occhi, il radioso
innamorato stupore
di Nausicaa.

…solo che lei sta guardando qualcun altro. E comunque, a te non tira più.

(P.S. Oh, voi tutti. Il monitor casalingo è fuori uso: quindi questo è un intermezzo clandestino. Fate conto sia ospite di una radio pirata. A presto, spero).

L’ultimo dei leggeri

Uno le prova tutte, o meglio, cerca di dilettarsi…Poi s’imbatte in incipit come questi, e di colpo vorrebbe dare fuoco alla tastiera. Cos’è, una sinfonia? A me pare di solcare il mare aperto su un fuoribordo lanciato a tutta velocità. Di cosa ti sei nutrito, Carlo? Oppure, cosa c’era nel tuo DNA? Devo fare una seduta spiritica per appurarlo?WP_20180811_15_16_47_Pro

Via Tonti

Via Tonti non è bella da passarci. Potresti descrivere la puzza dei cassonetti, all’altezza di Via Roma, come qualcosa di corporeo, ma ripensandoci è meglio identificarla nel  benvenuto nell’antica terra della libertà che sovrasta le carreggiate alla fine della Consolare e all’ingresso di San Marino; ecco, la puzza è altrettanto imponente, e potrebbe travolgerti da un momento all’altro. Non c’è ombra di dubbio sul senso dell’abbaiare dei cani dietro ai cancelli: non richiamano la tua attenzione senza motivo particolare; stanno proprio facendoti intendere che anche se non stai guardando e sei sull’altro marciapiede, lì devi restartene. Ai lati, gli spazi blu a pagamento per le macchine sono grattugiati e resi poltiglia dal tempo, dagli pneumatici e dall’incuria, sicché non è raro prendersi una multa solo perché hai scelto di sostare due metri più su o più in giù senza farci troppo caso. Le auto, a proposito, parcheggiano ben oltre l’ultimo centimetro di incrocio: a quel punto, per attraversare, o scegli di avere una visuale completa di chi arriva da sinistra – mica per niente, per evitare di metterlo sotto – ma potrebbe essere già troppo tardi perché, senza accorgertene, sei quasi dall’altra parte; oppure ti butti irresponsabilmente in braccio alla sorte, immettendoti. Via Tonti è l’emblema di un territorio che potrebbe non essere tuo anche se ci abitassi, e non è bella neanche da passarci, figuratevi viverci.
…e tantomeno morirci. Un brutto giorno (o meglio, ancora più brutto) sei spuntata su un palo della luce, all’imbocco, e a distanza di anni resisti lì dove ti incollarono, a guardare il viale principale, circondata da mazzi di fiori regolarmente sostituiti e attaccati con una grazia davvero stridente con il grigiore di quel sostegno cilindrico. A ben vedere è quella la tua tomba, anche se le spoglie sono altrove. Se sei lì in Via Tonti, è proprio perché qualche auto, nell’attraversare, si è buttata in braccio a quella sorte di cui parlavo prima: malevola, perché ahimè stavi transitando tu, in motore. Ormai potrei riconoscerti fra mille: mi basterebbe il ninnolo sul polso sinistro (venendo da nord) o il ricciolo posato proprio in quel modo sul tuo padiglione destro (venendo da sud); anche se il tuo volto mai l’ho visto né intendo rimediare. Se lo vedessi, poiché il palo da cui ti affacci dà proprio sul traffico, vorrebbe dire che passando avrei girato la testa, distogliendo l’attenzione dallo sterzo. E allora no: i tuoi lineamenti meglio soltanto immaginarli, per ora, e vederli un giorno che sia il più in là possibile. Non volermene.
Gli autisti di due autobus che si incrociano, intanto, scambiano un impercettibile segno d’intesa dietro i rispettivi parabrezza.
Per dirla con Ozzy, “the world will still be turning when you’re gone”.

L’amore ai tempi del Nokia 3310 (nota volante)

Tutto è vanità. Una decina d’anni fa, quando aveva senso trascorrere serate tra soli uomini (oggi non sarebbe insensato, ma un indizio del fatto che quel gruppo è formato per lo più da una manica di onanisti, senza offesa), nel mezzo dei vacui discorsi del dopocena un commensale si allontanava di qualche metro dal suo Nokia, che proprio in quel momento prendeva a vibrare con un tempismo atroce. Io mi trovavo a pochi centimetri dall’aggeggio, e l’occhio non poteva evitare di cascare sul display lampeggiante. “AMORE CELL?!” mi mettevo a gridare per attirare l’altrui attenzione, ma sinceramente folgorato. Tra le meglio risa dei presenti era fulmineo il ritorno del diretto interessato, che intanto mi sgranava addosso un nutrito rosario di improperi, prima di sparire all’esterno per un buon tre quarti d’ora con lo strumento del demonio sempre attaccato al padiglione.
“AMORE CELL” come voce della rubrica era straordinaria. Dev’essere, ma alla lontana, lo stesso fenomeno che induceva a catalogare il numero di casa sotto “parents”: mai “genitori”, figuriamoci “papà” o “mamma”, con la pregevole eccezione di “Mutti”, alla tedesca, in quest’ultimo caso. Resta il fatto che, tornando alla fattispecie che ci occupa, un nome proprio era considerato crudo, banale. Ci potevano essere, per disgraziata coincidenza, una “Marisa 1” e una “Marisa 2”. Ma “AMORE CELL”, sebbene indifferenziato, è “AMORE CELL”, senza possibilità di equivoci. Di contro, “AMORE FISSO” non arrivava alla stessa efficacia ed era pure fuorviante, rimandando a determinati dinamismi di coppia; ma non viviamo nel migliore dei mondi possibili.
Ho ripensato a tutto ciò avendo deciso di inserire a mia volta, e a distanza di tempo, la voce “AMORE CELL” nel mio cellulare, e per motivi alfabetici è proprio la prima dell’elenco. Tutto è vanità, dicevo, e se non è vanitoso chi fa una cosa del genere pur non avendo una donna, allora ditemi voi chi lo è. E’ sempre un gran divertimento vedere l’espressione dei curiosoni che mi spulciano il telefonino e, insistendo sul mio “AMORE CELL”, ottengono l’agghiacciante “nessun numero”. Come porgergli una sedia e poi togliergliela da sotto il culo, all’ultimo secondo.
Ci si diverte a proprie spese, ma almeno con poco. Che volete mai.

 

Koper

Come Gunther Grass mica lo nego,
sono ricoverato in un qualche cosa
Non nell’infanzia né nell’adolescenza (le riconosco)
Nel limbo limaccioso, piuttosto:
c’è un cinno bronzeo col ciufolo in bocca
prima di spalle poi di profilo;
un macchinario scheletrico di tubi intrecciati,
lo diresti uno strumento di tortura,
di orrore svelato di dettaglio in dettaglio
e invece ci ruotano dentro le sfere del lotto
mentre un Papetti premonitore, in sottofondo
soffia che si può dare di più perché è dentro di noi;
infine un parquet straniero
e per questo più selvaggio in apparenza
su cui i figli di Tito, senza gradi ed in canotta,
ordiscono ed attuano malestri, palla in mano
ma alla fine uno, uno solo di loro è degno
di essere appellato “polastro” da Sergio Tavcar
al commento.
In fin dei conti se è vero (com’è vero)
che mi sono perso su Koper Capodistria,
nella festa mia privata,
non venitemi a riprendere, vi va?