Troca

La troca. Non ho mai provato nessuna troca, nemmeno saprei distinguere le troche, che so: quelle che ti esaltano e le altre che ti tranquillizzano o deprimono; magari ce ne sono che provocano entrambi gli effetti, ma in quale ordine? Quesiti senza risposta. E lungi da me affermare: “stando così le cose, oggi ho l’impressione mi manchi qualcosa”; per carità, c’è gente che ci soffre e ci crepa. Però anche questo è un aspetto “relativo”: se l’LSD lo prende Fellini, allora è un artista in cerca di sperimentazioni, le stesse che io potrei applicare scegliendo una marca di gelato invece di un’altra. Se lo assumo io, è chiaro che sono un trocato semplice. Un po’ come con l’alcool: se beve un tedesco o uno scozzese è un conto; io, italiano, sono un ubriacone. Per non parlare poi di un francese alle prese col vino: lì non è nemmeno cultura, è nobiltà.
Cosa dicevo?
Ah, sì.
Insomma, se mai assumessi della troca, almeno saprei come accompagnarne gli effetti a livello musicale.
La fase sovreccitata la accompagnerei con questa (“Posso o non posso rinascere Perry Farrell? Non posso? Ah, no?”):

Mentre per la fase di imbambolamento, impiombato sul divano, occhi nel vuoto e braccia rigide, sceglierei (ah, se l’Italia sapesse che è esistito un duo tedesco che considerò la nostra dittatura alla stregua di un ballo; ma tanto non lo sa, quindi sogni d’oro):

Tutte e due in loop, fino a quando ce n’è, come canta Ligabove.

Però seriamente: restate lucidi.

Liebe Mutti

“Meine Liebe Mutti”…pensa a “Natale in Casa Cupiello” doppiato in Tedesco, con Nennillo che legge la letterina ed esordisce con quelle tre parole prima di annunciare di “volersi cambiare”. Meine Mutti non è tedesca ma di Crevalcore, classe di ferro 1947 e in procinto di assediare la farmacia di fiducia finché non le fisseranno l’appuntamento con l’ago. Ah, e non segue il calcio. Lei pagherebbe i calciatori solo secondo i meriti, la più classica esemplificazione della prestazione di risultato e non di mezzi: tu centravanti hai fatto pochi gol o tu portiere ne hai presi troppi? Beh, è finita la stagione e sai che c’è? Non ti pago (ecco che Eduardo ritorna!), così ‘st’altra volta sei più motivato. Poi va in campo il Bologna e vive la partita molto peggio di quanto facessi io da ragazzino: e se si vince è tutto dovuto, se si perde “va là che io alla fine non li pagavo”, eccetera. Sono andato a casa sua e l’ho trovata alle prese con quei canali televisivi solo musicali tipo radio Italia anni 60, cui si di solito si aggrappa per non sprofondare nella tristezza delle cronache quotidiane. Che poi non si sa perché “Italia” e “Anni 60” se mandano in onda anche canzoni straniere degli ultimi vent’anni. Sullo schermo c’era la Mosca Tse Tse, il tizio che cantava in Spagnolo. La Mutti mi fa: “te la ricordi questa? Ma sai che ogni tanto mi ronza nella testa al punto che la canticchio anche quando sono in giro? La cantavo anche ieri alla Coop, pensa te, solo che dei tizi attorno si son fermati e mi han guardato malissimo, chissà poi perché, stavo per chiedergli ‘bah, sa vutt?'”.
Guardo il video, era “para no verte mas”. Ahia, penso.
“Ovviamente io la canto a modo mio, a orecchio e in italiano, l’hai presente? È strana, sembra che il cantante dica…”
“Mutti…”
“Sembra che dica (e la intona): non rompere il cruscot-“
“MUTTI! Vuoi arrivare integra alla prima dose? Allora siediti che ti spiego un paio di cose…”.
Finisco di spiegare e lei fa, con lo sguardo nel vuoto: “diomemama…puvraz cal Pessotto, a’n saveva!’ grazie d’avermelo detto!”
Figurati Mutti. Sennò a che servono i figli, a un certo punto.

Siccome non siamo nel magico mondo di Amélie, l’insopportabile spot dei biscotti del Mulino Bianco va riformulato come segue.
Ad Agilulfo, mentre parla, piace prendere per il braccio il suo interlocutore ogni tre parole.
E quando fa domande, aggiungere “chiedo per un amico”. E quando risponde o afferma qualcosa, chiudere con “punto!”.
E precostituirsi un’alibi per le infamita’ di cui si macchia, dicendo “eh, io sono fatto così” oppure “meglio avere un brutto carattere che non averlo affatto”.
E guardare sorridendo negli occhi chi sta sopraggiungendo da sinistra avendo già impegnato la rotatoria, prima di ingranare la marcia e fregargli la precedenza.
Ad Agilulfo piacerebbe tanto godersi sul divano i suoi Baiocchi staccando le due frolle e leccando la crema alla nocciola nel mezzo. Peccato che qualcuno gliel’abbia avvelenata.

Vi voglio bene, eh.

Fatti punk, Brunetta!

Era il febbraio del 1985, se non ricordo male: i Ricchi e Poveri avevano vinto il festival di Sanremo con “se mi innamoro”: già la mattina successiva non c’era conversazione che non iniziasse con la domanda “di’, ma a te è piaciuta la canzone che ha vinto?”, e siccome la domanda era accompagnata da una mezza smorfia di disgusto, le risposte erano tutte tipo ragionier Filini quando modifica servilmente il suo parere sul calcio davanti al ducaconte Cobram, “beh…bah, bleah”. Sono sicuro che molti neanche l’avessero sentita, la canzone, ma per compiacere l’interlocutore il verdetto era unanime: mah, una robetta scontata, facilona, il solito amore-cuore, puah. Lo scambio di battute si perfezionava così e tutti tornavano a casa compiaciuti. Ci cascai anch’io approcciando dei compagni di scuola, giusto per rendermeli un po’ meno invisi di quanto già non fossero. Dissi proprio: “oh, ma a voi è piaciuto il brano che ha vinto il festival?”, piegando a mia volta un angolo di bocca e credendo di andare sul sicuro.
“Sì”.
La risposta fu secca e mi lasciò un pezzo di mandibola a penzolare nel vuoto. Ma ancora più raggelante era il sorriso che accompagnava quel “sì”. Intendeva tante cose. Ad esempio “i gusti non si discutono”. O “non voglio parlare con te”. O più probabilmente “non so bene di cosa stai parlando, ma di sicuro non scimmiotto gli adulti come fai tu, bamboccio”. Me ne andai mogio e muto, ché da approfondire non c’era nulla.
Ripenso a questo episodio mentre da qualche giorno arriva schiuma idrofoba da tutte le parti al solo nominare quel comune in provincia di Imperia. E aspetto solo che qualcuno chieda anche a me: “ma non si doveva evitare di farlo, quest’anno?!?” per rispondere “…e perché mai? Lo facciano”. Non sono fiducioso sul fatto che la replica possa allontanare il mio prossimo come io mi allontanai quella volta da bambino, ma se la conversazione proseguisse non avrei timore di aggiungere: “Ah, non lo dici per motivi sanitari, magari ti diverti anche tu a gridare al nulla, come Bart Simpson con la pentola in testa e marciando per casa, che coi soldi risparmiati per il baraccone si aiuterebbe chi sta chiudendo l’attività o la vecchietta che fruga nella spazzatura o si comprerebbero più vaccini…Ah, ok. Per sapere. Per caso, ce la fate a togliervi di testa adesso questa stronzata, o devo aspettare direttamente il prossimo Sanremo?”
Chiudo scusandomi per lo sfogo ozioso.

Guerra fredda

Trovo sia qualcosa di tremendamente romantico – e forse oggi irrealizzabile anche senza covid – il poter dire “stasera vado a un concerto in autobus”, e per di più riuscirci; così, più che l’evento in sé, vorrei ricordare cosa mi passasse per la testa durante il tragitto dalla mia Via Broccaindosso fino a Via Giambologna, in una palazzina della quale si era temporaneamente trasferito l’Estragon nel 1996, uno stanzino al primo piano e nulla più. Se non altro, so bene cosa avessi in testa in generale in quel periodo: vaghe nozioni di diritto, ampie e odorose volute di fumo (legale e meno legale, ma sempre passivo, ci crediate o no), e “Disco Volante” dei Mr. Bungle, album con il quale avrei voluto instaurare lo stesso tipo di rapporto che Zappa aveva con i dischi di Edgard Varese: imporne l’ascolto al prossimo e giudicare quest’ultimo (ovvero salvarlo o condannarlo) in base alla reazione. Non lo feci mai.

Fatto sta che ero lì proprio per loro. Mi spuntarono davanti dal buio del palco tutti camuffati tranne il generale Patton, che pure all’epoca usava esibirsi indossando maschere di lattice o roba simile, molto sadomaso, e attaccarono con il brano nel link (una cover oltretutto, omaggio ai padrini del grindcore, i Siege). A questo punto si usa dire “…e da allora la mia vita cambiò per sempre”. Ma no, nella mia non cambiò un cazzo. O per lo meno, non in meglio. Però fu un qualcosa, anche solo per il viaggio di ritorno.

Lepanto

(Non vi inganni il titolo, Battiato non c’entra nulla).

Certi pezzi di zattera riaffiorano dal naufragio del tempo quando si cominciano a contare gli anni a blocchi di dieci. In questo caso: i miei insegnanti di cosiddetta educazione religiosa, trent’anni fa. Al liceo la materia era di pertinenza dei sacerdoti; Guido, ad esempio, non era poi tanto più vecchio di noi e un bel giorno iniziò a portare a lezione un suo conoscente musulmano, se non ricordo male proprio un predicatore: a lui il compito di parlarci addirittura ex cathedra del suo Credo, all’insegna dell’ecumenismo, dello stare insieme in letizia, di “Allah come Gesù in chiesa o dentro una moschea”, come cantava Tozzi. E se la cosa non sfiorava per nulla le orecchie del preside, che captavano solo il sublime, interessava invece la restante parte del corpo docente, in teoria “laico” ma in pratica sempre in prima fila in occasione di certe iniziative come le cosiddette “marce di riparazione” successive alla parata del gay pride, tanto per far capire. Una delle insegnanti di latingreco, poco più giovane della stessa Bibbia, si prese la briga di incantonare Guido per chiedergli: “Senta, ma è vero che Lei sta facendo parlare agli alunni un apostata?”. Pare che Guido, spiazzato da quella parola raggelante in quanto non usata in riferimento all’imperatore Giuliano, ingollò saliva e si sentì ricoprire da sudore diaccio; altro non poté se non balbettare: “Ma…sa…è per aprire un po’ la mente dei ragazzi…e poi…l’ecumenismo…il papa ha pur sempre detto…”. Al che la vetusta collega, che in fatto di dottrina non si sentiva inferiore a nessun santo padre ma nemmeno aveva armi per opporsi all’infausta piega educativa adottata da Guido, rispose: “Ah, guardi, non mi trova concorde, faccia come vuole eh, ma non mi trova concorde”. Bontà di lei. E aggiunse, a degno coronamento: “Si ricordi che la mia ricorrenza storica preferita è quando li abbiamo battuti a Lepanto”. A chiarire il concetto, agitò le mani verso il basso e: “Giù! Giù!”, come per scacciare degli scarafaggi arrampicati sulle gambe.
Al ginnasio di norma erano tutti laici, anche gli insegnanti di religione. Giorgio pareva concepito e assemblato per far sdilinquire le mie compagne di classe: avrebbe potuto usare l’elenco del telefono come libro di testo e loro gli sarebbero rimaste lo stesso attaccate alle labbra. Noi maschiacci invece eravamo ancora troppo zoticoni non solo per starlo a sentire, ma per studiare un minimo il soggetto al di là del ciuffo, della rasatura migliorabile e del sorriso maliardo, tutti particolari irresistibili di cui noialtri eravamo tristemente privi agli occhi delle coetanee. Era uno di quelli che girano per strada con lo sguardo fisso a terra e quando lo saluti invano e stai per pensare “ma che razza di cafone”, solo allora esce dalla sua nuvoletta, alza la testa e ti sorride di rimando passandoti oltre. La stessa svagatezza che a volte lo faceva incespicare curiosamente nei verbi, ad esempio “ho riflesso” al posto di “ho riflettuto”. Solo oggi sono in grado di ricordare che si rivolgeva a tutti i Simone e Simona con l’appellativo “Simonsen”, che figuriamoci se mai potessimo sapere fosse un calciatore danese di culto, Pallone d’Oro negli anni Settanta. O che era l’unico a prendere le difese di una sua collega bersagliata dalla scuola tutta siccome ritenuta “inadeguata” umanamente e didatticamente. O che saccheggiasse per noi interi passi da “Le Lettere di Berlicche”, per spunti educativi che noi, ripeto, all’epoca non avevamo né voglia né capacità di cogliere (il libro consiste sì in un epistolario tra diavoli, ma rischia di essere una prospettiva troppo limitata).
Vorrei poter rammentare non tanto le letture di Giorgio ma ciò che seguiva: le pause, (ovviamente a testa bassa), le pensose morali (nel senso migliore del termine) che ne ricavava e le sue sottolineature, che consistevano ogni volta in un’alzata di sguardo e nell’uscita solenne, con un filo di voce: “…guardate che è importante”. Come a intendere: statemi a sentire, altrimenti non solo non capirete, ma non vi resterà nulla. Mancanza sul momento ritenuta non irreparabile; ma a distanza di decenni, in questa fase esistenziale di acuto disorientamento, si fa sentire. Cosa non darei per riavvolgere il nastro e sentire cosa ci fosse inciso sopra. Temo si sia smagnetizzato per sempre: del resto, cos’altro aspettarsi.  Però chissà: magari si trattava davvero di qualcosa di importante.
Per cui, dopo i baci ai vostri pupi e gli auspici di ottima e duratura salute, ecco cosa auguro per l’anno nuovo, una piccola cosa, una fesseria: qualcuno (possibilmente laico) disposto e capace a parlarvi, anche a occhi bassi, poi però anche a guardarvi e dirvi “guarda che è importante”; nonché, soprattutto, la pazienza di riconoscerlo, ascoltarlo, capirlo, imprimerlo nella memoria. Non vi assicuro sarà utile, ma bello da rivivere forse sì, un giorno.  

Il dicembre del nostro scontento

(Non è un post triste, eh).

Pensavo che mandare in ritiro una squadra di calcio in mancanza di risultati positivi fosse un retaggio del passato, roba da filmetti parodia tipo Borgorosso Football Club o la Longobarda di Lino Banfi o la Marchigiana di Gigi e Andrea. Invece pare si usi ancora: e proprio il mio Bologna, che ultimamente usa fare un mezzo passo avanti per poi arretrare di tre, sta preparando la prossima trasferta a La Spezia rintanato a Casalecchio di Reno, per la precisione nell’albergo Calzavecchio che col pallone non c’entra nulla, ma una squadra di serie A mica puoi alloggiarla alla Pensione Tilde, o no?
Me lo ricordo, il Calzavecchio. Vi soggiornai proprio in questo periodo: e non parlerò di quelle mura, s’intende. Solo, leggendo il nome dell’hotel mi è tornato in mente tutto il rimescolo interiore a cui lo associo, con particolare riferimento al dicembre 2005 (benché ci fossi stato, e per il medesimo motivo, anche l’anno precedente, di cui vi faccio grazia).
Era circa la metà del mese, di domenica, e stavo organizzandomi per essere il giorno successivo a Casalecchio di Reno, dove sarei stato impegnato negli scritti per l’abilitazione professionale fino a buona parte del giovedì a venire. L’umore non era di quelli più fausti sia perché ritentavo la grande impresa senza aver fatto nulla più dell’anno precedente, sia perché stava per scattare uno sciopero dei treni di dieci ore che mi avrebbe costretto alla partenza da Rimini in orario antelucano e a un successivo bivacco prolungato a Bologna con armi e bagagli tra le palle. Parlo di bivacco in quanto la mia prenotazione in albergo – conquistata a sputi, graffi e villanate – decorreva dalla serata, e non potevo presentarmi prima. Alla partenza, in più, avrei trovato lo sguardo di mio padre ad accompagnarmi fin sul treno: non ti preoccupare, vedrai che stavolta tutto andrà bene.
Arrivato in stazione a Bologna poco prima delle 10 del mattino, e non potendo cercare conforto nella sala d’attesa riscaldata ma strapiena e graveolente, mi piantai nell’atrio trascinando le mie povere ma pesanti cose. Dovevo far passare il tempo “a mani nude”: inutile dire che del quotidiano “Stadio” conosco tuttora nomi dei redattori e indirizzo della società stampatrice in ultima pagina. Di quei momenti di sfiancante immobilità, mi resta il ricordo di una ragazza che invece non smetteva un secondo di girare per l’atrio e il primo binario, chiedendo soldi a questo e quello per “fare il biglietto”. Li chiese anche a me: le diedi un paio di Euro perché il mio sistema immunitario in fondo non è attrezzato contro gli occhioni tristi (o presunti tali, purché femminili). Le dissi anche, però: “già dato”, quando me li chiese una seconda volta, un’ora dopo. E quando fu lì lì per chiedermeli una terza, bastarono in risposta i miei di “occhioni”, tanto per farle deviare in tempo la traiettoria.
Alle 15 mi schiodai, decidendo di prendere la corriera per Casalecchio. Una volta in albergo, di lì a poco, implorai che mi venisse data la stanza in anticipo; il receptionist, uno di coloro che assaggiano un briciolo di potere e finiscono per strozzarsi con tutta il boccone, alla fine acconsentì. Alle 16 mi barricai in camera per non uscirne più fino al mattino successivo, nemmeno per scendere a mangiare. Non capivo nemmeno cosa arrivasse dal televisore alla mia faccia: cambiavo canale ogni dieci secondi, a macchinetta, come un beota. E nello stesso modo crollai sulle coperte verso l’una, preda di una parvenza di dormiveglia fino alle otto del mattino dopo. La serata tra seconda e terza prova andò meglio. Individuai Barile, il decano dei tifosi del Bologna: gli comprai il memoriale, me lo feci autografare e lo incantonai per due chiacchiere, godendomi la vista del suo berretto garibaldino effigiato con i sette scudetti e la lisca che esasperava quando pronunciava le “esse”.
In tutte e tre le mattine dell’esame, uscendo dall’albergo, comprendevo cosa Montale intendesse al momento di scrivere “Forse un mattino, andando in un’aria di vetro…”, anche se tuttora non saprei spiegarlo a parole. A questo in fondo serve la poesia, credo. I brevi viaggi in navetta verso il palasport mi mettevano a contatto con una gioventù multicolore e già rincoglionita in tenera età, ma sentire in bocca a quei bambarelli di origine africana e cinese l’accento di un Cesare Cremonini o un Luca Carboni, beh, era impagabile.
Ogni giorno, lo stesso andazzo. Avevo il tempo di imparare a memoria anche la galaverna sui prati e nei parcheggi attorno al Palamalaguti: prima delle 10 era inutile assembrarsi all’interno. I candidati sciamavano uno dopo l’altro trascinandosi dietro trolley ricolmi di codici commentati di tutte le case editrici; io, che reggevo sottobraccio un solo volume, venivo guardato un po’ come Pinocchio alle prese con l’abbecedario, tanto che un membro della commissione non riuscì a evitare di apostrofarmi con un irridente “…spartano!”. Prendevo posto al mio banchetto all’altezza del centrocampo, distoglievo lo sguardo dal crescente brulicare di teste tutt’attorno, fissavo il soffitto e ancora una volta mi pareva così strano che quel trionfo di tenera bruttezza architettonica, da sempre teatro di alcuni dei momenti più esaltanti della mia vita, fosse d’improvviso fonte di “etterno dolore”. Per farmi forza, mi soffermavo nell’esatto punto in cui Danilovic aveva scoccato il tiro impossibile che spianò la strada alla Virtus verso il quattordicesimo scudetto, il 31.05.1998. Capisco che il particolare non è di pubblica importanza, ma dovevo pur cercare adeguata ispirazione per la mia impresa altrettanto improbabile. Mi rintanavo negli angoli bui del palazzo per fare colazione nei chioschi lì approntati, e tra un boccone e l’altro – conversando con altri compagni di sventura – apprendevo di gente che dava l’esame per la sesta, settima volta. Un tizio mi raccontava di aver sempre passato il proprio elaborato ai vicini. Loro venivano promossi, loro. Lui no – mai. Il primo giorno abboccai anch’io all’amo teso da un sessantenne che girava a bella posta tra i banchi: si divertiva a sdottoreggiare e a spacciarsi per membro della commissione, e quando anch’io capii che invece era un candidato come tutti noi altri, mi accomodavo a subire il destino.
Scrissi molto meno che nell’anno precedente. Pensai: cosa supero a fare il foglio a protocollo se poi chi corregge magari neanche vuol vedere quel che c’è scritto? Discreta norma è inoltre quella di evitare di andare in giro in ogni cesso per “sondare” coloro che sembrano lì apposta per metterti addosso mille dubbi e angosce.
Prima di uscire da quella mischia lugubre trovavo conforto nelle impressioni scambiate con la prodigiosa Raffaella, l’unica con cui avessi voglia di trattenermi nel Palazzone per parlare di ciò che avevamo appena prodotto e come. I suoi sentieri si erano già felicemente incrociati con l’uomo della vita: trattasi forse dell’unica volta in cui la circostanza non mi rendeva felice, e anzi. Ah Raffaella, se solo ci fossimo incontrati a scuola – le dicevo. Lei rideva, scuoteva la zazzera biondo cenere, lasciava mi godessi il verde acerbo dei suoi occhi e proferiva in risposta l’epiteto – “scemo” – in forza del quale un uomo è autorizzato a sentirsi avvantaggiato in partenza, come un duecentista in sesta corsia. Ma io ero già stato cassato, tanto per rimanere in tema.
Mi produssi al mio meglio (inconsapevolmente) l’ultimo giorno, con la stesura dell’atto giudiziario. Partii con il fermo intento di fare quello civile, come tutti attorno a me. Nell’arco di un paio d’ore, visto che la traccia era un guazzabuglio totale, notai che i miei vicini, uno dopo l’altro, mettevano via i codici civili per aprire quelli penali. Non avrei avuto difficoltà ad accodarmi ma gli altri avevano dietro i testi giusti, bravi loro; io no. Impietosamente calai le braghe dicendo: ragazzi, non so cosa fare. Mi risposero: guarda che in fondo è un appello, basta che hai le tre righe di Cassazione a cui fare riferimento, chiedi l’assoluzione e morta lì. Dunque improvvisai, sissignore, e voi usate pure questa circostanza per corroborare i vostri discorsi su quanto la giustizia sia caduta progressivamente in basso. Ma seppur con tali premesse, la bellezza di nove mesi dopo seppi della mia promozione. Una gravidanza che credevo isterica, all’esito della quale invece partorii: il maledetto titolo. Potrei raccontare cosa sarebbe successo da lì in poi, ma non sarebbe parte del dicembre del mio scontento, accresciuto dal fatto che Raffaella, in quella sessione, non passò.
 

Mea culpa

Io li leggo Mola, Tosa, Cecchi e il Prof. Saraceni, i guru del neopuritanesimo da social network: anche quando s’impancano a censori dall’alto dei loro 23 anni (eccetto il più stagionato Saraceni, ovvio), anche se lo so da me che “mala tempora currunt” e non da quest’anno, anche quando pubblicano la foto della nonnina intubata in ospedale con la didascalia “se muore è colpa tua, brutto insensibile che non sei altro”. Ebbene, sapete cosa gli rispondo? Che è vero. Hanno ragione.
In un Paese in cui ogni cosa, dalla tosse delle pulci alle pandemie, è sempre colpa di qualcun altro, dico che è colpa mia. Non che ne faccia un vanto, eh.
È anche colpa mia se ci sono state una prima e una seconda ondata.Non ho mai avuto cani da pisciare, non ho mai fatto corsette nemmeno attorno all’isolato, da più di un anno non salgo su un mezzo pubblico. Ma è colpa mia.
Non so sciare; lungi da me l’idea anche solo di passare accanto a una chiesa con la messa in corso. Ma è colpa mia.
Da mesi ho una rotaia sotto i piedi: casa (unico proprietario e occupante), macchina (mia), quattro mura d’ufficio, e percorso a ritroso. Ogni tanto devo deviare in tribunale (ma è lavoro) e al supermercato (ma è sussistenza), e già questo mi rende un po’ responsabile.
Da mesi non entro in un negozio di abbigliamento. Vorrei perdermi in libreria: evito. Neanche do più l’incomodo di farmi portare a casa du’ croste de pizza. Ma è colpa mia.
Perché lo confesso: mi sono lasciato sedurre dal superfluo, in barba ai precetti di Galli, Crisanti, Ricciardi e Viola.
Sapete che sono un animale da bancone. E finché siamo stati in zona gialla, ho ceduto alla tentazione di bere birra artigianale, di vedermela spillata davanti al naso, sul posto. Due volte, e in luogo al chiuso, s’intende. È successo alle due di pomeriggio, nel locale non c’era nessuno, ma per bere sono rimasto sullo sgabello a mascherina abbassata per almeno mezz’ora, lasciando i miei lerci droplets nell’atmosfera per scambiare due parole due col barista. È abbastanza per dire che è colpa mia, no? Direi di sì.
Ok. Faccio ammenda, la vecchina intubata e moribonda ce l’ho sulla coscienza anch’io. Però adesso, cari, guardo al futuro prossimo. Come detto, non so sciare. Il giorno di Santo Stefano del 2017 dovetti far lavorare il personale di viale dei cipressi, per cui immaginate cosa possa rappresentare per me il Natale da allora. Sui miei ultimi cinque capodanni, non vorrei tediarvi più. Ho una mamma da andare a trovare: vive da sola di là dal ponte, non frequenta l’alta società e non fa l’albero né il presepe, nemmeno mette mezza lucina dei cinesi alla finestra; è una pericolosa sovversiva, il cinghialone e la trucida se ne facciano una ragione.
Quindi stavolta no. Non sarà colpa mia. Per i giorni a seguire, rispolvero il finale della barzelletta del cavaliere nero con cui avete creduto di omaggiare la memoria di Proietti, di contro svilendola.Cari Mola, Tosa, Cecchi, Saraceni e relativi seguaci salmodianti e flagellanti: a me, non dovete rompere i coglioni.

Grazie.

La cognata

Non sono mai stato un cinefilo; in più la mia curiosità verso i capisaldi della vita libera e dignitosa (per non dire verso quelli di nessuna importanza, che finiscono per contare davvero) va sempre più scemando: dunque non escludo che morirò senza aver mai visto, tra gli altri, “C’era una volta in America”, senza cioè provare a capire cosa ci sia dietro al sorriso di De Niro, o quali implicazioni abbia in realtà la sua risposta “sono andato a letto presto” alla domanda “Cosa hai fatto in tutti questi anni?”. Anche alla luce (o meglio, al buio) dell’attuale situazione, mi limito a mettere in pratica quella battuta, azionando il pilota automatico esistenziale di cui giocoforza ci siamo dotati; solo che nel grandioso contesto da cui è estratta, ovvero il film di Leone, non credo si affronti la più banale questione sottesa o correlata: posto che si prenda sonno subito o quasi, come si può evitare che alle tre del mattino ci si ritrovi ad andare ad un angolo di soffitto, con gli occhi spalancati e pervasi dall’amara sensazione che un briciolo d’incoscienza, semmai, tornerà cinque minuti prima della sveglia?
Della veglia sopravvenuta non sono ancora venuto a capo, e ognuno ha il suo modo, una volta sotto le coperte, di scendere dalla vorticosa giostra della consapevolezza senza farsi troppo male. Io sono diventato quasi dipendente, per questo, dai video di massaggi, su YouTube. Pur riconoscendo sia un’abitudine insalubre, mi avvolgo tra le lenzuola, apro il cellulare e li scorro. Non hanno potere narcotizzante, ma alcuni rilassano senza dubbio. Li ho sperimentati quasi tutti (i video, intendo) partendo però dai meno indicati: quelli girati all’interno di certe bottegucce indiane dove un invasato baffuto (il cosiddetto “barbiere cosmico” quasi sempre di nome Baba), prima di mettere le mani addosso al malcapitato, arraffa solennemente manciate d’aria sbuffando come un mantice per ottenere chissà quali poteri e poi gli scartavetra la cervice con tutte le dita alla velocità della luce, sempre nebulizzando saliva tutt’attorno alla maniera di un innaffiatoio da campo. Ovvio che qui il fattore rilassante sia nullo, non solo per chi guarda ma anche per chi subisce in loco il trattamento, se si considera che il sottofondo del filmato è un flusso di clacson quasi continuo, proveniente dalla via al di là della tendaccia lercia che separa i due dal resto del mondo.
E poi i suddetti malcapitati sono tutti capelloni, il che – sembra assurdo – allontana dalle braccia di Morfeo. Sono quindi passato ai filmati dove i beneficiari sono calvi o hanno i capelli molto corti. In quel caso ci si può concentrare meglio sul lavoro – più lento – delle dita, su come reagisce la pelle, distendendosi, assecondando o meno l’opera del manipolatore, magari sulla resistenza delle tempie dove affiorano quelle curiose vene che paiono arrotolate come i cavi delle cornette nei vecchi telefoni casalinghi. Ho apprezzato in particolare una tecnica che dovrebbe chiamarsi “Yin/Yang”, non ne sono sicuro, è tutta roba straniera. In pratica si puntano i pollici su un lato del cranio, sopra l’orecchio, e si muovono come per ricreare il suddetto simbolo: il polpastrello di sopra striscia sostituendo quello che sta sotto, e viceversa, più volte, fino a che uno dei pollici prosegue tracciando una lenta traiettoria dalla testa alla spalla, dove si ferma e affonda più decisamente. Nel frattempo il beneficiario pare addirittura planato su un altro pianeta, a giudicare dai lineamenti che offre in reazione.
Alla fin fine, essendo un’anima semplice, mi ritrovo quasi sempre sullo stesso video, senza pretese e italianissimo, dove una ragazza fa un massaggio alla di lei cognata (nel titolo si precisa proprio così e mi sovviene Rascel, “La cognaaaataaaaa….”), sussurrandole all’orecchio con una dizione che è un complimento definire disastrata e ogni tanto riproducendo, con la bocca, il rumore del coperchio dei barattoli di sugo se li premi dopo la prima apertura, una fastidiosissima sequenza di “clic-clic-clic”. Ma visti i tempi, e dato che in fondo siamo pragmatici e catenacciari anche nella vita e non solo nel calcio, conta il risultato: e quando, venti minuti più tardi, le spalle della cognata sono diventate rosse per via dell’afflusso di sangue conseguente al trattamento, mi ritrovo già una palpebra e mezza abbassate, e solo un briciolo di forza per spegnere la luce.
E dopo? Cosa, chi mi aspetta?

Vedo mio padre, molto più spesso di quanto mi aspettassi, proprio lui che non voleva essere fotografato, ritratto o ricordato, tanto che se ancor oggi dicessi, al nulla e pensando a lui: “sai che ti ho sognato?”, chissà quanti accidenti mi manderebbe. Lo vedo non solo vivo, ma entusiasta, sano, anzi guarito: non solo dalla malattia, ma dalla rassegnazione con cui la accolse e pati’, come se non gli fosse mai appartenuta l’idea di arrendersi, di voler andare via. So bene con quali e quante sciabolate avrebbe affettato certe presunte solennità imposte, ad esempio una giornata come il 25 ultimo scorso, contro la violenza sulle donne e con la morte di Maradona a corredo. Su quest’ultimo aspetto, avrebbe semplicemente ribadito che chi non ha visto giocare Alfredo Di Stefano è privo del titolo per gestire certe discussioni o attribuire la palma di migliore di uno o di un altro. E per quanto riguarda il resto, invece, rivivo la sua reazione di fronte alla pubblicità di un vecchio programma televisivo la cui conduttrice, l’attrice Pamela Villoresi, invitava il pubblico femminile a inoltrare tristi esperienze patite per mano maschile. “Mandateci le vostre storie, vi prego; vogliamo, dobbiamo sentirci unite”, e lui finiva per farle il verso, occhioni acquosi compresi: “…Sì donne, soffriamo tutte insieme, donne”, scatenando le mie risate preadolescenti e schizzando contro lo schermo un sommesso: “Dai, ma che cazzo di roba è?”.
Una persona orribile? Cattiva non direi. Boh. Cosa importa, ormai.
Un paio di notti fa, invece, mi sono imbattuto in una ragazza con i capelli rossi, non solo perché in fondo siamo tutti dei coglioni di Charlie Brown: fu la prima a scegliermi, a volermi accanto, a guardarmi con occhi diversi; io non ero Charlie Brown ma soltanto un coglione, lasciai seccare ignobilmente quel sentimento per dedicarmi a tempo pieno al decadimento fisico e morale universitario, del che in seguito lei non solo ringraziò la sorte, ma addirittura proprio me in persona, per averle evitato una pallottola così pericolosa ed indicato la strada – ovvero una qualunque, bastava non ci fossi – verso il futuro radioso che ora è il suo meritato presente e che io non le avrei di certo garantito. Ma…

Ma no, ho detto subito al risveglio. Non lei. Io aspettavo un’altra. Più restia ad arrivare. E dire che ho cercato sempre di mantenere le condizioni più adatte. Per un anno non sono riuscito a disfarmi, in bagno, del suo spazzolino nel bicchiere e del suo accappatoio appeso davanti alla doccia. E dall’altra parte del letto, sul comodino, è rimasto tutto uguale. Vi troneggia il contenitore verticale dei CD, con la discografia dei System of a Down, la carriera solista di Tankian e qualcosa degli Eleuveitie, una banda di svizzeri sciagurati che mescolano il metal con lu piffariello, piru piru lu piffariello comprato alla fiera di Mastr’Andrè (così li ho sempre considerati e la cosa non la rendeva felice); e poi, sempre sul mobile, i libri lasciati a metà o a tre quarti: “La Solitudine dei Numeri Primi” di Giordano e “Il Lato Oscuro del Cuore” di Augias. Li guardo e si insinua il perfido ricordo di quella scena del film “La Messa è Finita” in cui Nanni Moretti, all’ultimo capezzale della madre, prende il volume sul comodino, lo sfoglia e le dice, inutilmente: “Non eri curiosa di sapere come va a finire?”. Forse è anche per queste irrispettose, malefiche infiltrazioni che le mie aspettative oniriche vengono disattese. Affronto con rassegnazione quella odiosa metà costantemente pulita delle lenzuola, o la federa che mi ostino mettere anche se sul secondo cuscino non c’è traccia nemmeno di ombre. A letto offro le mie spalle al nulla, le stesse che questi sogni durante la notte riempiono di piombo rovente e che lei manipolava, fermandosi ogni tanto per sgranchire le dita, troppo tenere in realtà per quell’ingrato compito. Come nei filmati tra cognate su YouTube, certo. E il cerchio si chiude.

A presto. Ma non aspettatemi in piedi.

Bastilani

Gli inspiegabili (o meglio, io non me li spiego) parametri su cui si basano gli algoritmi di YouTube, hanno inserito nella lista dei filmati a me consigliati gli spezzoni di “La Grande Scommessa”, film americano del 2015 nel quale si narrano le vicissitudini di un pugno di temerari che scommisero sull’esplosione della crisi finanziaria mondiale del 2008. Sulle prime ho pensato a quanto fosse sopportabile il periodo oggetto della trama, in cui si prefigurava come sicura una morte di stenti e pezze al culo su un marciapiede: vuoi mettere con oggi? Quando si può anche morire in pandemia. Poi mi sono soffermato sul mostruoso personaggio interpretato da Christian Bale, uno strampalato manager – facente parte del manipolo di cui sopra – che vive nel suo ufficio sempre in maglietta, bermuda e piedi scalzi: un’esistenza finalizzata non soltanto a prevedere i connotati della suddetta imminente crisi, ma pure a guadagnarci sopra (alle spalle di altri, s’intende); e per riuscirci si aiuta con robuste razioni di thrash metal anni 80 e 90 che lui spara (e suona anche, dandoci di batteria) a tutto volume entro le sue quattro mura. Ora magari vi aspetterete che io straparli di tematiche economiche e di come sia cambiata o meno la situazione dal 2008 in qua. E invece no, la suddetta premessa è assolutamente incoerente con quanto segue, e vi anticipo lo sarà anche la conclusione.
Infatti: ma che mostruosità è Christian Bale? (So di non dire nulla di nuovo, eh). Lasciamo perdere Batman, per carità. Qualche tempo fa ero spaparanzato a guardare “L’impero del Sole”, non tanto per l’opera in sé ma per l’esordio di Bale, che allora aveva tredici anni ma pure i lineamenti di chi già sapeva dove andare a parare, sia nella vita sia nel film, in cui interpretava un petulante ragazzino costretto a separarsi dalla sua ottima famiglia e a destreggiarsi tra le bombe sganciate dagli alleati sul Giappone. In aggiunta, il marmocchio si proclama autore di un libro sul bridge e usa termini come “opulenza”, ottenendo in risposta i grugniti beffardi di John Malkovich (no dico, hai la fortuna di imbatterti in Malkovich e cosa fai? Apri bocca? ma taci, per cortesia). E mentre pensavo alla differenza tra quel gracile giunco del 1987 e il bolso Dick Chaney in cui lo stesso essere umano si sarebbe poi trasfigurato, ecco che al piccolo Bale, saltellante da un risciò all’altro, esce di bocca la battuta “L’università più importante è quella della vita”. Oh, ignoro come suonasse l’originale, ma non ho potuto evitare di pensare “oddio…quindi si diceva già trentatrè anni fa, quando cioè Di Maio e relativi seguaci odierni propalatori di quella stronzata stavano ancora tettando. Non posso crederci!”. E’ stato un brutto colpo, non lo nego. Mi ci è voluto un po’ per riavermi dallo scoramento in cui ero caduto, analogo a quello del fabbro Bastilani quando Lello Putignani gli ride all’orecchio annunciandogli la morte dei gattini e gridando: “Ma peeeeeeeerchéééé??? Ma soprattutto peeeeeeeerchéééééééé???” (agevolo foto alla fine).

Ainemòment. Apprendo che oggi è la giornata dei nonni. Ripesco dall’ideale album degli affetti quella materna, che – come sa allo sfinimento chiunque bazzichi un minimo queste contrade – era di Crevalcore e di cognome faceva Accorsi. Mi capita di dirlo e la gente (viva la gente) fa: “Ah, davvero?!”, con inspiegabile stupore. Allora rincaro la dose, dicendo che mia mamma ha pure un cugino di nome Stefano Accorsi (cosa vera). La gente (viva la gente, e due) non resiste e fa “maddai!!!…ma…allora l’attore…”. E l’occasione è troppo ghiotta per non affondare il colpo: “…è mio triscugino laterale, come no”. La gente (viva la gente, e tre) se la beve e va in sollucchero senza ritorno. Per cui grazie mille nonna, anche per aver fornito il fondo di verità che sorregge la puttanata con cui mi faccio bello (anche la gente, però, viva la gente, e quattro).

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Cucomra

Premessa: questo post non è inedito, avrà almeno tre o quattro anni (qui; altrove anche dieci). Ma l’ho prima cancellato e poi reinserito oggi con titolo diverso: voglio vedere se il mio affezionato bot/spammer continua a visitarlo tutti i giorni come faceva con la precedente collocazione.

Può ancora capitare di vederlo tra le pieghe del palinsesto estivo o di fine settimana della TV satellitare RAI. Magari c’è un filmato in bianco e nero che parla di tutt’altro, e d’improvviso ti s’infila sotto gli occhi Dino Sarti, lui soggetto fuori epoca e – soprattutto – sempre fuori posto, dovunque si trovasse. Esempio: un “bravo presentatore” anni 70 e relativo pubblico in sala raccolgono la testimonianza di questo tenero omarino non bello né alto, ma provvisto di lingua piuttosto sciolta, il quale agli esordi temeva di poter solo sognare di avvicinarsi ad una telecamera a causa di alcuni solertissimi funzionari che mal sopportavano certe cadenze troppo marcate. Cosicché – racconta sempre Dino, il cui accento non può esser cancellato nemmeno a colpi di pialla sulla lingua – non era infrequente che fosse costretto ad usare il microfono non per cantare, ma per ripetere davanti a un paio di “illuminati”, a mo’ di provino, parole rivelatrici come “Torquato Tasso seduto sopra un sasso…” per poi – cosa ancora più atrocemente idiota – essere giudicato in base alla pronuncia della “esse”. Il pubblico ci ridacchia anche sopra (“Ma va’, che tempi!”), degnando l’omarino di una qualche benevola attenzione. Ma forse che queste ghettizzazioni non possano ripetersi anche ai nostri tempi, nei quali romano, napoletano, toscano, lombardo equivale a “Bene” (sei popolare, metti allegria; a scanso di politici, hai mai sentito un toscano antipatico? Mai)? Tutto il resto, per contro, equivale a “Male”: dove credi di essere? Vai a parlare così a casa tua, tra i covoni di fieno. Un’altra testimonianza filmata relativa ad un ferragosto di primi anni 80 sottolinea ancor più spietatamente aspetti come questi. Un volenteroso, su di un palco, cerca di intrattenere a mani nude, ma non vuote, una torma di milanesi accalcati davanti al Duomo. In un tale frangente, solo un pazzo potrebbe resistere improvvisando una personalissima cover di “New York New York” (“A vag a Neviòrc”), o reggendo una fetta d’anguria e cantando “I love you cucòmra”. Un pazzo, ovvero Dino Sarti. Il servizio non è troppo crudele, ma il commentatore è costretto a rilevare, in quei due minuti, come gli astanti non cerchino neanche di atteggiare una faccia divertita in reazione a quei buffi fonemi. Il pubblico gradì molto, invece, l’esibizione successiva anche se tutta “americana”. Che si trattasse dei Platters però (ai quali invece furono riservati dieci minuti di filmato, e grazie al cazzo), è questione che qui non ci occupa. Se, come si dice, sono stati i Queen a girare per primi il video di una loro canzone, Dino poté comunque dire la sua a un livello molto meno internazionale e più consono a quello di noi bifolchi. Per degnamente accompagnare la sua “Tango Imbezèl” non esitò a farsi filmare all’interno di un “dènsing”, zampettando nel suo vestito della festa. “Vuoi ballare, Luisa?”, così recita il testo del ritornello; “Vut balèr con un dreg? Anc i pas piò difèzzil, ve’ mo! A’i cnoss com’al mi nes!”. Cosicché il nostro si scatena, in cerca di proseliti, finché l’orchestra non attacca col “Tango Gelosia”, l’unico ritmo che coglie impreparato l’avanzo di balera; pazienza, ché non si può esser perfetti. Ma il finale è già segnato, e così dopo innumerevoli pestate di piedi altrui e giri a vuoto, il nostro perde non solo la faccia ma anche – e definitivamente – la “vojia’d balèr”, onta indelebile per un padano d’altri tempi. Non so se sia la prima sua incisione, ma la musicassetta a firma “Dino Sarti” è uno dei più vecchi cimeli di casa mia. In copertina c’è raffigurato un contadino addormentato sotto un albero, e all’interno della custodia sono ancora riportate tutte quelle scritte “retro” e irrispettose dell’intelligenza dell’ascoltatore come “Non capovolgere il lato prima che sia completato lo scorrimento del nastro”. Il prodotto è grezzo assai, e contiene perle di tenerissima bruttezza, massimamente “Professore, mi dà una pastiglia?”, che racconta le disfunzioni sessuali di un operaio con anni e anni di anticipo sulla famigerata Pfizer blu, nonché “Un biglietto del tram per Stella”, in cui in nostro si accorge che l’unico mezzo per aiutare una giovane drogata non è la tanto sbandierata affabilità “made in Bo”, ma il vilissimo denaro (memorabile in tal senso la battuta che decreta l’esborso a favore di lei: “Grazie per averlo accettato!”). Non mancano i capolavori di incongruenza come “Bologna Campione”, che come inno calcistico è anche gradevole ma racchiude nel titolo un tristissimo ossimoro, e soprattutto “La Fira’d San Zamièn”, il cui ritornello è un’incredibile bestemmia per chi ha un minimo a cuore il capoluogo (“Viva Modna e San Zamièn”? “Viva Modna e qui ch’i stan”? MA SCHERZIAMO?). A salvare la cassetta dall’oblio discografico è l’iniziale, assurda, ostica (quasi tutta in dialetto) “Zengia Blues”, in cui uno sventurato racconta senza vergogna alcuna di essersi fidanzato non per amore, ma al solo bieco scopo di farsi regalare da lei una cinghia nuova, massimo traguardo di un’esistenza costellata da cinture ereditate da parenti vari (“Me, a n’ho mai avò onna zengia nova int’la vetta!”, questa è poesia amici!). Finirà ovviamente male, ma ogni maschietto dentro di sé avrà solidarizzato almeno per due secondi col povero stupidone. Menzione finale per “La Donna in Estate”, sorta di lettera aperta scritta in spiaggia da Dino a una misteriosa, conturbante vicina di ombrellone. Non sapremo mai se il contenuto arriverà davvero all’orecchio della sconosciuta bagnante (“Che Dio’t bandèssa, sai anche nuotare!”). Solo l’attacco del ritornello può suggerire una risposta: quel bellissimo “Io sono quello sdraiato di fianco”, che fa balzare in testa non solo l’immagine di qualcuno che resta sulle sue, magari provvisto di un paio di occhialoni scuri a mascherare estenuanti giochi di sguardi (quanti ne ho visti fare così, per sfuggire alle ire della moglie lì a due passi), ma che rimanda anche a un atteggiamento gradevolmente superficiale verso la vita e tutti i suoi aspetti, siano essi belli o meno. L’ultima volta che l’ho visto (vivo) in TV stava salendo con altre persone, presumo generalmente non troppo indaffarate, su un torpedone diretto da Bologna a Roma, alle 5 del mattino. Andava anche lui a patrocinare la causa di beatificazione di Padre Olinto Marella, il frate che chiedeva l’elemosina per i suoi ragazzi seduto per terra davanti al cinema Metropolitan o al Teatro Medica, anche e soprattutto quando la temperatura stazionava abbondantemente sotto lo zero. Ignoro l’esito del blitz, anche se immagino che la (presunta) santa madre accordi un minimo di preferenza a figure più istituzionali. …ah, beh, certo: musica!