Saslong

Dicono stia subentrando un clima tale per cui presto arriveremo a prenderci a bastonate, in luogo pubblico e per i più futili motivi. Forse è vero, forse lo so.

Ore 18.30, orario raccomandatomi dagli addetti all’autolavaggio per ritirare la macchina. La rimiro: sì, deve addirittura pesare di meno. Sono riusciti a togliere dalla carrozzeria perfino i residui di resina e dai tappetini quel velo di terriccio da tracciato per le moto Enduro; non c’è più un ago di pino (si sa, anche se uno solo si riproduce per partenogenesi) incastrato in qualsivoglia anfratto e nell’abitacolo regna una fragranza di vegetazione d’altura, mica come i rimasugli olfattivi  dell’arbre magique: ora, se guardi dal parabrezza, quasi ti si parano davanti gli abeti della celebre pista gardenese che a me piace storpiare in “la-se-slonga”. Insomma, pago, ringrazio, ma al momento di ripartire mi ricordo di una cosa: entrambe le luci dei fanali anteriori mi paiono aver avuto un vistoso calo di potenza, così chiedo se possono sostituirmele. Gli addetti si guardano negli occhi, quasi presagendo qualcosa; mi suggeriscono, vista anche l’ora un po’ tarda, di far visionare il problema a un elettrauto anche perché potrebbe trattarsi di un difetto di impianto, chi lo sa. Ma tengo duro e faccio intendere: e su, già che son qui,  due lampadine-ine-ine, che vi costa?
Aprono il cofano; nessun problema con la luce anteriore destra: lavorano appena in punta di dita, svitata una avvitata l’altra, tac tac, in un secondo. Attuano analoga manovra con la parte sinistra: c’è un problema, pare che la nuova lampadina trovi resistenza. Uno per volta, gli addetti finiscono per infilare il braccio nell’angolo in corrispondenza del fanale e io non so in quale tipo di movimento stiano producendosi, si direbbe una prova da acrobata circense, accompagnata dagli stessi grugniti propri della vecchia defecatio meridiana neque bona neque sana. E’ una delle occasioni in cui uno resta sulla scena a guardare, inutile e impotente: vedo braccia scansare grovigli di cavi e tubi e affondare sempre di più nel cofano, ma piegandosi innaturalmente, al limite dell’integrità dell’ulna, come se i due dovessero entrare pian piano e tutti interi in una valigia per poi uscirne al pari della Melato in TV da Pippo Baudo. Un collega del servito incautamente si avvicina e chiede se i contorsionisti improvvisati hanno qualche banconota da cambiare: “non è il momento”, viene fulminato come toccato da un morsetto collegato alla batteria.
Non ce la fanno, ed è passata quasi un’ora. Ma è deciso: o loro, o la mia macchina. Chiamano al cellulare un  conoscente, meccanico, gli spiegano la questione; testualmente: abbiamo una “Polo di merda” (tra me e me ringrazio e mi allontano ancora di qualche passo, non per motivi di contagio), non ci si crede, come è entrata liscia la lampadina a destra lo stesso deve fare la sinistra, porco d’un porco. Arriva dopo un quarto d’ora, immagino strappandosi di bocca il primo angolo di piada, il più goduto. Fa per attuare la stessa manovra ma non gli è possibile: il suo braccio è più tozzo rispetto a quelli dei suoi predecessori. Lampo di genio: sterzate tutto a destra, mi infilo da sotto, dalla parte della ruota. Prudenzialmente distante come sono, mi è impossibile vedere in che modo stia armeggiando il meccanico. Il tentativo di avvitamento pare lo stesso di prima, ma è il volto dell’uomo a destare spavento. Non so se avete presente la classica raffigurazione delle due maschere teatrali. Ebbene, per altri venti minuti abbondanti i lineamenti di lui paiono quelli della maschera triste, fissi, immutabili. Al ventunesimo minuto di manovre inutili, capisco cosa intendeva De Gregori quando cantava di una faccia che sembra il crollo di una diga.
Alle otto, tra una bestemmia e l’altra da calibro di obice di prima guerra mondiale anche da parte dell’addetta alla cassa che ancora non può chiudere, decisione estrema. Mentre ormai non ho più ciottoli da prendere a calci nello spiazzale della stazione di servizio, il paraurti della mia Polo veniva smontato con amorevole brutalità: già, tutto per un minuscolo pezzo di vetro riottoso all’avvitamento. Problema risolto. Supplemento di pagamento effettuato a sguardi bassi e a sole quasi calato; ritengo miracoloso che il paraurti sia tornato al suo posto e non già rottamato. Alzo mezza palpebra almeno per salutare. Gli altrui sguardi non sono quelli di chi si congeda dicendo, anche solo come clausola di stile: mi raccomando, per qualsiasi cosa mi trovi qui. Odiano la mia auto, odiano me. Per meglio dire: qualcuno l’avrei ritrovato, lì. Ma armato di chiave inglese, se non di spingarda.  
La prossima volta andrò a gridare “Forza Rimini!” al bar del Manuzzi. Mi meneranno, ma almeno in quel caso sarà prevedibile e senza attesa alcuna.

Friggin in the riggin

Notte tra 27 e 28 agosto 2021.
Il pub, dove non a caso il titolare Max ti accoglie dicendo “welcome to my ship”, è la trasposizione di una nave pirata, solo arenata tra val Camonica e Valtellina: sì, un po’ come immaginare un pinguino con una banana nel becco. L’entrata del locale, cioè la prua tutta in legname, arredata da botti appese e sartiame variamente annodato, è incorporata in una veranda che separa l’uscio vero e proprio dal resto del mondo; lì, Guinness in mano, sta intrattenendoci un autoctono senza età: non in senso strettamente fisico, il fatto è che si trova nella fase in cui l’alcool toglie anni ai discorsi facendoli regredire allo stadio semi-infantile. Con un accento che di sicuro hai sentito nelle parodie avvinazzate di gene gnocchi a Mai Dire Gol, solo che stavolta invece è autentico, sta rievocando i tempi in cui vendevano le magliette con la scritta “motherfucker montaner” (“come no? Indimenticabili!”), “che poi io ne andavo fiero, mica come questi cittadini che vengono qui e pretendono di insegnarci da che parte sorge il sole, tanto sorge ad Est e così sempre sarà, però io faccio le scalate con le Geox ai piedi e loro no! E ora ‘ste cose le dico a voi che magari venite da Milano e beh, mica chiedo scusa, mi spiace!”. “No” rispondo anche a nome degli amici, “non preoccuparti, noi stiamo abbondantemente sotto il Po, noi innocui, noi lontani”. Per rabbonirlo sto per fargli annusare un’ascella, quando da un angolo buio della veranda spunta Max, il titolare. Sulle spalle spioventi, dodici mesi su dodici, uno spolverino di pelle; in testa un abbozzo di capigliatura alla Robert Smith; occhi impenetrabili, schermati da lenti scure e persi sul moncherino di paglia che ogni tanto ravviva, tranne quando ghigna, allora diventano terribili, oh, non vorresti essere tu il bersaglio di quel ghigno. Insomma, si alza e decide che è arrivato il momento di interrompere la musica dalla filodiffusione, la classica lagna irlandese ritmata dallu piffariello di mastr’andre’, piru piru lu piffariello, e dai singhiozzi di nostalgia per la inimitabile rugiada sul trifoglio nella valle selvaggia in Connemara. Max annuncia: “vado dentro a suonare qualcosa al pianoforte per voi”. Capisce di essere stato troppo solenne, quindi precisa: “se volete seguitemi, altrimenti restate pure qui fuori, non me ne frega un cazzo”. Chissà chi me lo fa fare, ma mi viene da stemperare la rudezza dell’uscita citando i Nirvana, che a lui nemmeno piacciono. E dico: “the choice is yours”.
Max mi guarda, la prende come una sfida e risponde: “What?!”.
Ripeto, credendo di scandire meglio: “the choice is yours!”.
Niente da fare, ottengo un altro “What?!” a orecchio proteso.
Mi rassegno. “La scelta è vostra”, traduco. E un lampo gli balena sulle lenti, finge d’aver capito e ghigna come sopra.
“Ah! D’ciuizzz is iuuurz! Così si dice in Irlanda”.
“Ah”, butto lì. Lui forse qualcosa, ma io che cazzo posso saperne?
“Comunque è vero, hai ragione. La scelta è vostra”, dice. E non va semplicemente via: si dissolve, appena varcata la soglia. Pochi secondi e dall’interno parte un Fisherman Blues lacerato da tasti e corde che non si sa quando, ma un giorno questa maledetta guerra la vinceranno. Intanto, bene o male, si combatte.
Sempre così. Una bastonata e una carota. Non necessariamente nell’ordine, e sempre stando attenti a dove quest’ultima possa finire.
Alla tua, Max.

Ora magari vi aspetterete che inserisca di seguito quel brano. No, ne metto uno più divertente.

Da ba deeh da ba dah

Negozio di abbigliamento medio-tipico, interno giorno.
“Buongiorno!”
“Buongiorno! Mi interesserebbero delle polo semplici, da starci comodi in ufficio, delle solite marche…”
(Inizia la fase di studio).
“Certo, gradisce qualche colore in particolare?”
“Ora che ci penso mi mancano quelle di colore blu”.
(Sfida all’ok Corral accettata).
“E…quale tonalità?”
(Improvviso cambio di scena: tipo western, col primo piano degli occhi stretti a fessura dei contendenti)
“Sì aspetti…ce l’ho sulla punta della lingua”
“Blu pavone?”
“No…”.
“Blu oltremare?”
“No..”
“Blu di Prussia?”.
“No..”
“Blu di Persia? Blu da ba deeh da ba dah?”
“Nemmeno”.
(I contendenti ormai giocherellano con le dita all’altezza della pistola infilata nella fondina su un fianco).
“…ecco, aspetti, mi è venuto in mente! Ha presente il Blu della Sellerio?”.
(Niente spari. Alla fine, “commessa.exe” ha smesso di funzionare. L’ho spuntata io, tiè).

Cuori bacati

Eppure deve esistere una sorta di associazione non riconosciuta (e se non c’è magari la fondo io): “quelli che mentre guidano ascoltano San Marino Classic e a un certo brano si ritrovano le mani rigide sullo sterzo e lo sguardo fisso nel vuoto con grave rischio per l’incolumità pubblica”. Trattasi peraltro dell’impulso intermedio tra le due reazioni estreme, da una parte il cantare a squarciagola e a finestrini abbassati “quellamacchinaqquadevimetterlalaaaaà!!!” e dall’altra il dover fermare l’auto perché hai un velo d’acqua davanti agli occhi e non c’è tergicristalli che tenga (a me succede ad esempio con “Fire and Rain” di James Taylor e “500 Miles” dei Proclaimers).
Poi, come dicevo, c’è la reazione media, per cui la mente si distrae e basta (per quanto ciò sia biasimevole). Stasera mi è capitato quando quell’emittente, tra una diretta e l’altra delle sedute del Consiglio Grande Generale, ha programmato “Non amarmi”, cantata da Aleandro Baldi e da una controparte femminile di cui mi sfugge il nome. Brano melenso abbastanza da restare scolpito nei (tantissimi) cuori bacati; ma soprattutto brutto. Dimmi perché piangi, di felicità, e perché non mangi, ora non mi va. Questo amore bello come il sole dopo un acquazzone. Non lasciarmi, ho sbagliato, voglio dire non amarmi. E via dicendo. Brutto davvero, ma il punto è un altro: è anche insincero.
Vuoi davvero convincere qualcuno? Non serve mica una canzone. Bastano nove parole.
“Non amarmi, perché porta male (ne ho le prove)”.
Infallibile.
Vai James, dammi quel velo, sono sul divano, nessun pericolo.

Il profeta di Lograto

Già si dorme male. Almeno non sognassi nulla o facessi sogni incomprensibili, ininterpretabili ma originali; invece sono così pigro di testa (cit. CCCP) da sognare cose banalmente vissute, tipo il viaggio di ritorno della gita scolastica del 1991. Alle nove di sera il buio nel pullman era tagliato a fette dalle vampate di luce dai lampioni autostradali, gli juventini esultavano perché nel frattempo in Coppa dei campioni la zona di Maifredi aveva infilzato il Barcellona di Cruijff al Camp Nou, il resto della truppa cantava e ballava sulle note del Medley di Grease (“gre-gre-gre-gre-grease lighting!”), d’improvviso tornato di moda chissà perché; e io parlavo con Monia, ma chi si ricorda di cosa. Due ore dopo era sempre buio intermittente, ma pareva più fitto perché poi la Juventus ne aveva presi tre e i tanti sostenitori si erano come mimetizzati nella stoffa dei sedili bofonchiando maledizioni per il Profeta di Lograto. Nella fila dietro la mia, una ragazza lisciava con la punta delle dita l’ancora implume incavo nudo del braccio del suo compagno di classe, il cui profilo semiinebetito si era stampato contro il bordo dello schienale come se quest’ultimo fosse un destro di Tyson. E io parlavo con Monia, ma chi si ricorda di che cosa.
Ah, e non era l’autista a guidare. Ma questo fa parte della realtà, non del mio sogno.

Troca

La troca. Non ho mai provato nessuna troca, nemmeno saprei distinguere le troche, che so: quelle che ti esaltano e le altre che ti tranquillizzano o deprimono; magari ce ne sono che provocano entrambi gli effetti, ma in quale ordine? Quesiti senza risposta. E lungi da me affermare: “stando così le cose, oggi ho l’impressione mi manchi qualcosa”; per carità, c’è gente che ci soffre e ci crepa. Però anche questo è un aspetto “relativo”: se l’LSD lo prende Fellini, allora è un artista in cerca di sperimentazioni, le stesse che io potrei applicare scegliendo una marca di gelato invece di un’altra. Se lo assumo io, è chiaro che sono un trocato semplice. Un po’ come con l’alcool: se beve un tedesco o uno scozzese è un conto; io, italiano, sono un ubriacone. Per non parlare poi di un francese alle prese col vino: lì non è nemmeno cultura, è nobiltà.
Cosa dicevo?
Ah, sì.
Insomma, se mai assumessi della troca, almeno saprei come accompagnarne gli effetti a livello musicale.
La fase sovreccitata la accompagnerei con questa (“Posso o non posso rinascere Perry Farrell? Non posso? Ah, no?”):

Mentre per la fase di imbambolamento, impiombato sul divano, occhi nel vuoto e braccia rigide, sceglierei (ah, se l’Italia sapesse che è esistito un duo tedesco che considerò la nostra dittatura alla stregua di un ballo; ma tanto non lo sa, quindi sogni d’oro):

Tutte e due in loop, fino a quando ce n’è, come canta Ligabove.

Però seriamente: restate lucidi.

Liebe Mutti

“Meine Liebe Mutti”…pensa a “Natale in Casa Cupiello” doppiato in Tedesco, con Nennillo che legge la letterina ed esordisce con quelle tre parole prima di annunciare di “volersi cambiare”. Meine Mutti non è tedesca ma di Crevalcore, classe di ferro 1947 e in procinto di assediare la farmacia di fiducia finché non le fisseranno l’appuntamento con l’ago. Ah, e non segue il calcio. Lei pagherebbe i calciatori solo secondo i meriti, la più classica esemplificazione della prestazione di risultato e non di mezzi: tu centravanti hai fatto pochi gol o tu portiere ne hai presi troppi? Beh, è finita la stagione e sai che c’è? Non ti pago (ecco che Eduardo ritorna!), così ‘st’altra volta sei più motivato. Poi va in campo il Bologna e vive la partita molto peggio di quanto facessi io da ragazzino: e se si vince è tutto dovuto, se si perde “va là che io alla fine non li pagavo”, eccetera. Sono andato a casa sua e l’ho trovata alle prese con quei canali televisivi solo musicali tipo radio Italia anni 60, cui si di solito si aggrappa per non sprofondare nella tristezza delle cronache quotidiane. Che poi non si sa perché “Italia” e “Anni 60” se mandano in onda anche canzoni straniere degli ultimi vent’anni. Sullo schermo c’era la Mosca Tse Tse, il tizio che cantava in Spagnolo. La Mutti mi fa: “te la ricordi questa? Ma sai che ogni tanto mi ronza nella testa al punto che la canticchio anche quando sono in giro? La cantavo anche ieri alla Coop, pensa te, solo che dei tizi attorno si son fermati e mi han guardato malissimo, chissà poi perché, stavo per chiedergli ‘bah, sa vutt?'”.
Guardo il video, era “para no verte mas”. Ahia, penso.
“Ovviamente io la canto a modo mio, a orecchio e in italiano, l’hai presente? È strana, sembra che il cantante dica…”
“Mutti…”
“Sembra che dica (e la intona): non rompere il cruscot-“
“MUTTI! Vuoi arrivare integra alla prima dose? Allora siediti che ti spiego un paio di cose…”.
Finisco di spiegare e lei fa, con lo sguardo nel vuoto: “diomemama…puvraz cal Pessotto, a’n saveva!’ grazie d’avermelo detto!”
Figurati Mutti. Sennò a che servono i figli, a un certo punto.

Siccome non siamo nel magico mondo di Amélie, l’insopportabile spot dei biscotti del Mulino Bianco va riformulato come segue.
Ad Agilulfo, mentre parla, piace prendere per il braccio il suo interlocutore ogni tre parole.
E quando fa domande, aggiungere “chiedo per un amico”. E quando risponde o afferma qualcosa, chiudere con “punto!”.
E precostituirsi un’alibi per le infamita’ di cui si macchia, dicendo “eh, io sono fatto così” oppure “meglio avere un brutto carattere che non averlo affatto”.
E guardare sorridendo negli occhi chi sta sopraggiungendo da sinistra avendo già impegnato la rotatoria, prima di ingranare la marcia e fregargli la precedenza.
Ad Agilulfo piacerebbe tanto godersi sul divano i suoi Baiocchi staccando le due frolle e leccando la crema alla nocciola nel mezzo. Peccato che qualcuno gliel’abbia avvelenata.

Vi voglio bene, eh.

Fatti punk, Brunetta!

Era il febbraio del 1985, se non ricordo male: i Ricchi e Poveri avevano vinto il festival di Sanremo con “se mi innamoro”: già la mattina successiva non c’era conversazione che non iniziasse con la domanda “di’, ma a te è piaciuta la canzone che ha vinto?”, e siccome la domanda era accompagnata da una mezza smorfia di disgusto, le risposte erano tutte tipo ragionier Filini quando modifica servilmente il suo parere sul calcio davanti al ducaconte Cobram, “beh…bah, bleah”. Sono sicuro che molti neanche l’avessero sentita, la canzone, ma per compiacere l’interlocutore il verdetto era unanime: mah, una robetta scontata, facilona, il solito amore-cuore, puah. Lo scambio di battute si perfezionava così e tutti tornavano a casa compiaciuti. Ci cascai anch’io approcciando dei compagni di scuola, giusto per rendermeli un po’ meno invisi di quanto già non fossero. Dissi proprio: “oh, ma a voi è piaciuto il brano che ha vinto il festival?”, piegando a mia volta un angolo di bocca e credendo di andare sul sicuro.
“Sì”.
La risposta fu secca e mi lasciò un pezzo di mandibola a penzolare nel vuoto. Ma ancora più raggelante era il sorriso che accompagnava quel “sì”. Intendeva tante cose. Ad esempio “i gusti non si discutono”. O “non voglio parlare con te”. O più probabilmente “non so bene di cosa stai parlando, ma di sicuro non scimmiotto gli adulti come fai tu, bamboccio”. Me ne andai mogio e muto, ché da approfondire non c’era nulla.
Ripenso a questo episodio mentre da qualche giorno arriva schiuma idrofoba da tutte le parti al solo nominare quel comune in provincia di Imperia. E aspetto solo che qualcuno chieda anche a me: “ma non si doveva evitare di farlo, quest’anno?!?” per rispondere “…e perché mai? Lo facciano”. Non sono fiducioso sul fatto che la replica possa allontanare il mio prossimo come io mi allontanai quella volta da bambino, ma se la conversazione proseguisse non avrei timore di aggiungere: “Ah, non lo dici per motivi sanitari, magari ti diverti anche tu a gridare al nulla, come Bart Simpson con la pentola in testa e marciando per casa, che coi soldi risparmiati per il baraccone si aiuterebbe chi sta chiudendo l’attività o la vecchietta che fruga nella spazzatura o si comprerebbero più vaccini…Ah, ok. Per sapere. Per caso, ce la fate a togliervi di testa adesso questa stronzata, o devo aspettare direttamente il prossimo Sanremo?”
Chiudo scusandomi per lo sfogo ozioso.

Guerra fredda

Trovo sia qualcosa di tremendamente romantico – e forse oggi irrealizzabile anche senza covid – il poter dire “stasera vado a un concerto in autobus”, e per di più riuscirci; così, più che l’evento in sé, vorrei ricordare cosa mi passasse per la testa durante il tragitto dalla mia Via Broccaindosso fino a Via Giambologna, in una palazzina della quale si era temporaneamente trasferito l’Estragon nel 1996, uno stanzino al primo piano e nulla più. Se non altro, so bene cosa avessi in testa in generale in quel periodo: vaghe nozioni di diritto, ampie e odorose volute di fumo (legale e meno legale, ma sempre passivo, ci crediate o no), e “Disco Volante” dei Mr. Bungle, album con il quale avrei voluto instaurare lo stesso tipo di rapporto che Zappa aveva con i dischi di Edgard Varese: imporne l’ascolto al prossimo e giudicare quest’ultimo (ovvero salvarlo o condannarlo) in base alla reazione. Non lo feci mai.

Fatto sta che ero lì proprio per loro. Mi spuntarono davanti dal buio del palco tutti camuffati tranne il generale Patton, che pure all’epoca usava esibirsi indossando maschere di lattice o roba simile, molto sadomaso, e attaccarono con il brano nel link (una cover oltretutto, omaggio ai padrini del grindcore, i Siege). A questo punto si usa dire “…e da allora la mia vita cambiò per sempre”. Ma no, nella mia non cambiò un cazzo. O per lo meno, non in meglio. Però fu un qualcosa, anche solo per il viaggio di ritorno.

Lepanto

(Non vi inganni il titolo, Battiato non c’entra nulla).

Certi pezzi di zattera riaffiorano dal naufragio del tempo quando si cominciano a contare gli anni a blocchi di dieci. In questo caso: i miei insegnanti di cosiddetta educazione religiosa, trent’anni fa. Al liceo la materia era di pertinenza dei sacerdoti; Guido, ad esempio, non era poi tanto più vecchio di noi e un bel giorno iniziò a portare a lezione un suo conoscente musulmano, se non ricordo male proprio un predicatore: a lui il compito di parlarci addirittura ex cathedra del suo Credo, all’insegna dell’ecumenismo, dello stare insieme in letizia, di “Allah come Gesù in chiesa o dentro una moschea”, come cantava Tozzi. E se la cosa non sfiorava per nulla le orecchie del preside, che captavano solo il sublime, interessava invece la restante parte del corpo docente, in teoria “laico” ma in pratica sempre in prima fila in occasione di certe iniziative come le cosiddette “marce di riparazione” successive alla parata del gay pride, tanto per far capire. Una delle insegnanti di latingreco, poco più giovane della stessa Bibbia, si prese la briga di incantonare Guido per chiedergli: “Senta, ma è vero che Lei sta facendo parlare agli alunni un apostata?”. Pare che Guido, spiazzato da quella parola raggelante in quanto non usata in riferimento all’imperatore Giuliano, ingollò saliva e si sentì ricoprire da sudore diaccio; altro non poté se non balbettare: “Ma…sa…è per aprire un po’ la mente dei ragazzi…e poi…l’ecumenismo…il papa ha pur sempre detto…”. Al che la vetusta collega, che in fatto di dottrina non si sentiva inferiore a nessun santo padre ma nemmeno aveva armi per opporsi all’infausta piega educativa adottata da Guido, rispose: “Ah, guardi, non mi trova concorde, faccia come vuole eh, ma non mi trova concorde”. Bontà di lei. E aggiunse, a degno coronamento: “Si ricordi che la mia ricorrenza storica preferita è quando li abbiamo battuti a Lepanto”. A chiarire il concetto, agitò le mani verso il basso e: “Giù! Giù!”, come per scacciare degli scarafaggi arrampicati sulle gambe.
Al ginnasio di norma erano tutti laici, anche gli insegnanti di religione. Giorgio pareva concepito e assemblato per far sdilinquire le mie compagne di classe: avrebbe potuto usare l’elenco del telefono come libro di testo e loro gli sarebbero rimaste lo stesso attaccate alle labbra. Noi maschiacci invece eravamo ancora troppo zoticoni non solo per starlo a sentire, ma per studiare un minimo il soggetto al di là del ciuffo, della rasatura migliorabile e del sorriso maliardo, tutti particolari irresistibili di cui noialtri eravamo tristemente privi agli occhi delle coetanee. Era uno di quelli che girano per strada con lo sguardo fisso a terra e quando lo saluti invano e stai per pensare “ma che razza di cafone”, solo allora esce dalla sua nuvoletta, alza la testa e ti sorride di rimando passandoti oltre. La stessa svagatezza che a volte lo faceva incespicare curiosamente nei verbi, ad esempio “ho riflesso” al posto di “ho riflettuto”. Solo oggi sono in grado di ricordare che si rivolgeva a tutti i Simone e Simona con l’appellativo “Simonsen”, che figuriamoci se mai potessimo sapere fosse un calciatore danese di culto, Pallone d’Oro negli anni Settanta. O che era l’unico a prendere le difese di una sua collega bersagliata dalla scuola tutta siccome ritenuta “inadeguata” umanamente e didatticamente. O che saccheggiasse per noi interi passi da “Le Lettere di Berlicche”, per spunti educativi che noi, ripeto, all’epoca non avevamo né voglia né capacità di cogliere (il libro consiste sì in un epistolario tra diavoli, ma rischia di essere una prospettiva troppo limitata).
Vorrei poter rammentare non tanto le letture di Giorgio ma ciò che seguiva: le pause, (ovviamente a testa bassa), le pensose morali (nel senso migliore del termine) che ne ricavava e le sue sottolineature, che consistevano ogni volta in un’alzata di sguardo e nell’uscita solenne, con un filo di voce: “…guardate che è importante”. Come a intendere: statemi a sentire, altrimenti non solo non capirete, ma non vi resterà nulla. Mancanza sul momento ritenuta non irreparabile; ma a distanza di decenni, in questa fase esistenziale di acuto disorientamento, si fa sentire. Cosa non darei per riavvolgere il nastro e sentire cosa ci fosse inciso sopra. Temo si sia smagnetizzato per sempre: del resto, cos’altro aspettarsi.  Però chissà: magari si trattava davvero di qualcosa di importante.
Per cui, dopo i baci ai vostri pupi e gli auspici di ottima e duratura salute, ecco cosa auguro per l’anno nuovo, una piccola cosa, una fesseria: qualcuno (possibilmente laico) disposto e capace a parlarvi, anche a occhi bassi, poi però anche a guardarvi e dirvi “guarda che è importante”; nonché, soprattutto, la pazienza di riconoscerlo, ascoltarlo, capirlo, imprimerlo nella memoria. Non vi assicuro sarà utile, ma bello da rivivere forse sì, un giorno.