Atomo opaco

“Che ne sanno, che ne sanno”, così iniziava quella vecchia canzone in cui Fiorello scimmiottava Battiato.
Che ne sapeva quella strada-microcosmo, tutta imbellettata di oscurità novembrina e accarezzata dal freddo che ancora non ti imbacucca e ti tiene solo lontano dal torpore, prima che arrivi il gelo vero a svegliarti del tutto?
Che ne sapeva quel cartello stradale nell’angolo in alto a destra? E cosa ne sapevano tutti i suoi compari, gli “stop”, i “divieto di accesso”, le “zona a traffico limitato” in quella città che una volta ne era del tutto priva e non ne aveva bisogno, pur con il suo ventre già enorme e gonfio?
Che ne sapeva quel cartello in basso a sinistra, a reclamizzare in un colpo solo crepes e spremute? Gallina beccami se qualcuno mai le assaggerà, sotto un portico lercio che solo dei pazzi innamorati possono fermarsi a eleggere come teatro del loro primo abbraccio in fotografia.
Che ne sapeva quell’isolata, inquietante luce semi-aliena sempre in alto a destra? Che ne sapevano le vetrine dall’altra parte della strada? In apparenza inquietanti anche loro perché illuminate come entrate di astronavi nei film di quart’ordine, e invece abitate da creature  terrestri che “vivono a mezze giornate, eh…no che non sono le fate” (cit.)
Che ne sapeva quella colonna? Insostituibile per sostenere e delimitare il portico, sì, eppure hai sempre la sensazione che ti stia precludendo la vista di qualcosa, un po’ come quella dello stadio di Vicenza, per chi la ricorda nei vecchi filmati, che spuntava d’improvviso nell’inquadratura: e se i passaggi, i tiri, le azioni fondamentali partivano dietro di lei, state pur sicuri che nessuno fuori dagli spalti ne avrebbe mai saputo niente; meglio della Pravda con le notizie non gradite.
Che ne sapeva l’imbarazzante felpone blu indossato da lui, con il gigantesco logo della Nike pacchianamente cucito sopra? Che ne sapevano i suoi baffi assurdi, i suoi capelli che già davano segni d’insofferenza e infatti poi sono spariti dopo il desolante  teatrino di coppia del “sono stato io a cacciarti, no, ti ho mollato prima io”?
Ma soprattutto, e parlo a te che nello scatto, a sinistra, transiti con il bavero alzato e lo sguardo verso la tua meta…so bene che non poteva essere altrimenti, voglio dire, non è che dovessi fermarti e metterti in posa anche tu, però…ti rendi conto in quale situazione tu stessi passando? No, che assurdità. Vorrei poter fartelo capire, oggi, sempre.
Che ne sapeva, in definitiva, la grande madre tutt’attorno a quella strada, che ti ha visto nascere, sgambettare, piangere, gioire, e che ancora una volta stava contribuendo, in quell’attimo, a sconvolgerti l’esistenza? Sapeva, lei tanto grande, dolce, amara e avara, di assistere alla nascita dell’atomo opaco (Zvanèn perdonami) che in fondo, a fronte dei massimi sistemi galileiani, è una storia d’amore?
Sapevano, tutte le cose che ho appena elencato, che nel punto in cui lei poggia la mano una lama impugnata e manovrata nel modo giusto potrebbe irrompere, aggirare la gabbia toracica e spaccare un cuore, di sotto in su?
No. Certo che no. Forse nemmeno io sapevo alcunché.
L’unica a sapere tutto, finché le è stato concesso, è sempre stata l’altra metà, la migliore, di quell’abbraccio.

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Appensarmale

Impossibile immaginare in quali condizioni sarebbe questo Paese (migliori? Peggiori?), se non fosse mai stato concepito né pronunciato quello che da sempre ci viene venduto come aforisma di Andreotti ed è diventato la regola di vita a cui si aggrappa da anni un popolo intero. Non parliamo poi degli ultimi tempi. “Eh, gli assassini del carabiniere erano nordafricani ma poi han messo in mezzo degli americani per non fomentare la rabbia della gente”. “Eh, ma la foto del tizio bendato girava in qualche chat privata finché uno ha voluto a tutti costi ostentare il trofeo di guerra e l’ha diffusa”. “Eh, ma la foto l’han fatta apposta, in accordo con gli USA per invalidare le confessioni e farceli rimpatriare con tante scuse”. E coloro (pochi, direi) che a queste uscite hanno opposto anche solo un’occhiata dubbiosa, si sono sentiti rispondere, invariabilmente, “Appensarmale…”. Ormai ogni spiegazione all’italiana per eventi che hanno un esito imprevisto o sgradito, dall’elezione di un papa all’autobus in ritardo, parte sempre da un “appensarmale…” e arriva a circostanze che dipendono dai capricci di entità malvagie e imperscrutabili, comunque non dal nostro volere: e ne usciamo belli leggeri, importanti e pure silenziosamente ammirati perché “ci si azzecca”. Avete notato? Ci azzecchiamo sempre. Se quel detto fosse entrato in uso prima, non avremmo avuto filosofi, pensatori, intellettuali, perché tanto ogni interrogativo sarebbe stato risolto con un “appensarmale…”, impedendo la genesi di tanti libroni noiosoni. Oggi però l’Italia è senza dubbio una repubblica democratica fondata sull’ “appensarmale…” (proprio così, con i tre puntini di sospensione e correlative, mute, allusioni a corredo). Del resto, potete smentire qualcosa che non sapete o non vedete? E allora?!

Beat, beat, cos’era il beat

Confesso: sono passato sotto al balcone di Giulietta e davanti al caffe’ di Piazza dei Signori dove sfilò con passo panterato Sabrina Salerno nell’episodio di “Fratelli d’Italia”; colpevolmente, non mi è nemmeno passato per la testa di rendere omaggio al Vicolo Miracoli. Eppure, camminando sui lungadige di quel morbido e sinuoso donnone chiamato Verona, a tratti mi e’ parso di veder passare in bici i quattro gatti, come nell’inizio di uno dei filmacci che sciaguratamente inflissero all’umanità; ho pensato alle loro antiche incursioni tra il cabarettistico (le loro parodie in tv sul Risorgimento) e il poetico (sentite su youtube “l’ultimo fiore”), e a come si siano ridotti oggi due del quartetto, degradati a mere e pietose veline di partito (“non lavoro perché non sono di sinistra” – “perché riciargir non va al confine col messico?!”), inutile far nomi. Quanto agli altri due, uno ha messo al mondo un figlio omonimo che bercia sputacchiando nelle trasmissioni sportive locali. Resta l’ultimo ma non il meno importante: non se ne hanno piu’ notizie, niente piano bar, niente bamba, niente mignotte, niente politica. Il Paese riparta da lui. Urge la fondazione della Brigata Nazionale d’Azione “Nini Salerno”. Non possiamo attendere oltre. Capitano Nini, se ci sei batti un colpo: torniamo a riconoscere i barbari e gridare “come puteano!!!”. Ti aspettiamo.

Retorica 2019

(Come ogni due agosto, ripubblico).

Per molti, per quasi tutti, l’icona di ciò che ricorre oggi è quel paio di lancette che, nonostante il quadrante in pezzi, hanno resistito e tuttora resistono ferme, lassù, inchiodate sulle 10.25. A me, invece, non c’è anno che non torni in mente lui, o meglio, la sequenza di pochi secondi che me l’ha reso indelebilmente, tristemente caro. Lo scenario è arcinoto, e nemmeno l’effetto seppia dei filmati originali può smorzarne l’orrore. Chi è morto giace; gli altri, tra infermieri, medici, vigili del fuoco, poliziotti, cercano di dare una mano; e c’è anche chi è vivo e, a smentita del detto, non si dà pace. Sono accorsi sul posto, non possono rendersi utili ma gli operatori e le autorità hanno troppo da fare per mandarli via. Tra costoro c’è anche lui. Un bolognese d’altri tempi, te ne rendi conto subito: non deve essersi mai mosso troppo dalla sua città, nemmeno ad agosto; stempiato, camicia bianca un po’ aperta sul petto, pare lo zio che ai pranzi delle feste elargisce i regali per i nipoti e un sorriso, una battuta per tutti, anche per il cognato non proprio simpatico. Immagino vantasse un nome antico e importante nonostante le storpiature dialettali, che so, “Duèlli” (Duilio), “Uléss” (Ulisse); che qualche minuto prima, sdraiato in poltrona, avesse sentito il busso; che si fosse catapultato in strada gridando “”s’ai è suzest?”; magari nell’aria ancora squassata aleggiava, come un velo nero, un pulviscolo di ipotesi per cui “quelcdòn l’ha cazè onna bammba in staziàn”. E ora eccolo lì. Nessuno gli ha sbarrato il passo, nessuno gli bada. Si ritrova piantato in quel piazzale e non può muoversi, quasi fa parte anche lui delle macerie; i lineamenti non gli si stanno stravolgendo, stanno proprio colando giù dalla faccia per il caldo ed il dolore; i suoi mugolii attraggono la telecamera della tv locale arrivata per prima. Rimarrà dunque eterno in quella posa, una mano appena appoggiata su una guancia; inutile chiedersi cosa stia guardando: tutto e niente, ma soffre come se gli avessero detto che là sotto c’era tutta la sua famiglia. Sopraffatto dal poco che riesce a spiegarsi, alla fine cede: pian piano si volta, china la testa, si allontana. La telecamera, prima di dedicarsi ad altro e lasciarlo al suo destino, ci congeda da lui mostrandone la mano che adesso gli copre il viso per ripararlo dalla barbarie, e il simil-Rolex che gli scintilla al polso. Ma non c’era vero riparo: la barbarie aveva comunque trovato modo di infiltrarsi e germogliare come una pianta cattiva, di quelle che ricrescono in altre forme anche se ne strappi la radice. 
Ti ascolto, amico lontano; adesso zittisci me ed ogni retorica, che di male ne fa sempre, e tanto.

 

El chacho raro

Certo, se in questo momento di colpo e per incantesimo mi trovassi, che ne so, a Feldkirchen, magari non tutto sarebbe irrimediabilmente perduto, anche se so bene che la faccenda è più complessa; intendo dire: mica basta chiudere gli occhi, recitare un abracadabra, riaprirli ed essere catapultato lassù. Innanzitutto a Feldkirchen, una delle estreme periferie di Monaco di Baviera, devi capitare minimo all’una del mattino, dopo esserti perso avendo imboccato la direzione diametralmente opposta a quella giusta. Di giusto dev’esserci almeno la compagnia: un amico che non smette di azionare il suo copricapo a forma di pollo arrosto, premendo un bottone che ne fa agitare le cosce al ritmo del ballo del qua qua sparato dall’aggeggio a volume da denuncia; un secondo amico scosso da spasmi della basilare e poi un manipolo di spagnoli, a cui il terzo e ultimo amico fa notare come siano al cospetto di un “muchacho raro”, e quelli ne ridono, contenti che un italiano sappia maneggiare così bene certe sottigliezze (“raro” in spagnolo significa “strambo”, se non sbaglio: un classico caso di “falso amico”, per fortuna solo a livello linguistico). A Feldkirchen, dicevo, ti ritrovi non prima dell’una del mattino e altro non ti spetta vederne se non una casupola con su scritto quel nome, a svettare in tutto il suo disuso e semidiroccata tra le erbacce accanto al binario della metropolitana, ma non importa, è talmente buio e l’ora è talmente tarda da indurti a pensare di esser stato inghiottito in una dimensione aliena, assurda, da cui non tornerai più, e allora ti scopri a immaginare come si possa riattare la casupola, quali eventi organizzarvi, la gente da invitare e dove reperire le sottocoppe di peltro (cit.) per il servizio buono a tavola. Ma proprio nel momento in cui ti stai abituando all’idea della tua prossima vita da massaia a Feldkirchen, arriva l’ultimo vagone della notte a riportarti per miracolo (o disgrazia) alla vita di sempre, il cui ricordo, una volta a bordo, ti avvolge gradualmente come se avanzassi dal bagnasciuga verso il mare aperto; e c’e’ quella scadenza da rispettare, la tal telefonata non più procrastinabile (e no, il destinatario non è colui o colei a cui vorreste confessare “ti ho sempre amato”), roba del genere. Niente da fare: stando così le cose, temo che in realtà non ci sia scampo.
Mannaggia a Feldkirchen.

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Bionditudini

Si potrà mai parlare senza pretese di musica, oppure senza essere LuzzattoFegizzz o Ernest’Assante o GinoCastaldo? Magari saprebbe perdonarmi Luca De Gennaro, del quale conservo con orgoglio il “che bello!” con cui rispose al commento celebrativo che gli scrissi anni fa su Facebook, del seguente tenore: “I miei genitori mi hanno vestito, nutrito, mantenuto e benvoluto; a tutto il resto hai pensato tu”. Impresa difficile, dicevo: allora impostiamo la faccenda dal punto di vista ludico – avete presente uno di quei giochini in voga anni fa, quando si doveva indovinare un personaggio partendo dalla domanda “Se fosse…” e dunque accostandolo a un oggetto, una situazione, un film (non trattandosi di attori), una canzone (non trattandosi di musicisti)? Ecco, proviamo così.
E io – non “se fossi”, diciamo meglio, se dovessi immedesimarmi in un album sarei “Presence” dei Led Zeppelin. Primo motivo: troppo facile e abusato tirare in ballo i primi quattro dischi che sì, entrano in cuore, orecchie e cervello, ma non si attaccano alla pelle, non avvolgono tendini e nervi con la stessa urticante irreparabilità. Secondo: la copertina, quella famigliola sorridente seduta a tavola attorno a un oggetto, di contro, misterioso e inquietante; la “presenza”, per l’appunto, nonché la com-presenza di tutti questi elementi, una composizione solenne e armoniosa ma con il tritono costantemente acquattato in un angolo, a minacciarla. Terzo: è uscito nella fase di declino del gruppo, ma solo per quanto riguarda la fama, non la bravura: dunque va sentito con più attenzione. Quarto: seguendo il criterio precedente avrei potuto scegliere anche il successivo “In through the outdoor”, la copertina del quale (i tenebrosi interni di un bar che paiono ricoperti da una patina di polvere lercia e, uh, lo sono) mi si addice anch’essa. Ma, tornando agli aspetti musicali, “Presence” è breve, secco, basato esclusivamente sulla Les Paul del Nostro – tralasciamo pure la cattedrale sonora che è “Achilles Last Stand”, ma cosa dire di “For Your Life”, l’elettroencefalogramma di Page messo su pentagramma? – e va giù meglio senza certi autocompiacimenti del torrenziale “Physical Graffiti” (“Down By The Seaside” non è stata mai realmente scritta, cerco di autoconvincermi), che pure è per me bibbia e sillabario. Quinto – il momento in cui fu registrato. Sebbene i suoni siano diretti e senza pietà, “Presence” è il disco dell’incertezza, della precarietà e dei nervi che ne conseguono: la migliore applicazione di un detto cui non ho mai creduto ma nel quale siamo spesso costretti a rifugiarci, ovvero “Sotto pressione si lavora meglio”. Plant, reduce dall’incidente stradale a Rodi, ne incise le tracce vocali su una sedia a rotelle e con un gambone ingessato, senza neanche sapere quando e se sarebbe mai tornato a ostentare le sue bionditudini su un palco. Bonham stava salendo sull’espresso per l’autodistruzione, ma la sua arte non era mai stata così complessa e soggetta a tentativi di imitazione, come la tal rivista di enigmistica. Il brillante libro di testo di nome John Baldwin (lo chiamo così perché lo pseudonimo non mi è mai piaciuto) spiccava in tutta la sua solidità; invece lui in carne ed ossa era il solito “non pervenuto”, come la minima di Ankara nelle previsioni del tempo di una volta. E Page, per dire, registrò tutti gli assolo dell’album in una notte, il che però ancora non rende l’idea. Per registrare e produrre “Presence” prese in affitto un famoso studio mobile, rintanandocisi tutto il tempo necessario prima che i Rolling Stones subentrassero sempre per contratto. Alla fine del periodo che gli spettava, Page chiamò Jagger e gli disse: “Santità, so bene che ora tocca a Voi, ma mi serve ancora qualche giorno per finire la mia robetta, che ne dice Vossignoria?”; e Jagger, nella sua infinita bontà, li concesse. I giorni ottriati passarono, Jagger e Page si incrociarono sulla soglia dello studio e il primo chiese: “Allora, sei riuscito a finire le parti di chitarra?”. Gli fu risposto: “Veramente ho finito l’album intero”. “L’album intero? In neanche un mese?”. In sottofondo, rumore di mandibola che si stacca da quei labbroni stupefatti e si schianta fragorosamente a terra. In un mese Jagger non sarebbe riuscito a mettere insieme la lista degli invitati al seguito della tourneè (“Uffa, Truman Capote si fa negare al telefono e devo pure trovare posto per i principi del Bahrein!“), ma qui non voglio scatenarmi antipatie.

Fate basta?

Pare che questo blog sia sotto attacco americano: visite a ogni ora del giorno, a intervalli regolari, tutte diverse, tutte da laggiù. Mi corre l’obbligo di informare la macchina di spam a stelle e strisce che non serve tutta questa premura: io il petrolio non ce l’ho e non so dove sia nei dintorni. Fate basta, sì? Best regards.