Vic bichir

Amig,
dispere’,
t are’ la mi spala
in tot i ches:
a’m basta un fessti
e un bus par la mi machina
satt a ca’ to.
A’n prumatt la comprensian.
Qualla, ‘t l’are’
da meriter.

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Duzànt

Raggiunse il tappeto con la rituale corsetta, ed ebbe l’ennesima riprova di quanto densamente il tempo potesse fermarsi. Alla sua destra, spalti improvvisati ma gremiti fin quasi a far temere per la loro agibilità se solo uno degli occupanti avesse fiatato una volta di troppo. Dallo stesso lato, ma più vicini, una torma di marmocchietti seduti a gambe incrociate e occhi sgranati. Alcuni di loro, sopraffatti dall’evento, avevano appoggiato il mento sulle nocche, contravvenendo alla rigorosa compostezza che l’arte avrebbe imposto anche in quel frangente, ma per il resto la disciplina era davvero coreana, visto che ciascuno occupava la propria mattonella fino a ottenere uno schieramento di precisione geometrica rinvenibile solo su un tavolo da sfoglia, pieno di tortellini appena fatti. In un solo secondo lui ricordò la prima volta in cui mise piede lì dentro: era anche più giovane di quegli spettatori imberbi, e indossava una tuta tanto anonima da farlo sentire inadeguato rispetto agli altri, che invece gli parevano cigni reali, e non solo per via delle divise candide ma anche per le movenze, a comporre una sorta di balletto marziale stranissimo a vedersi. Perché era capitato lì in mezzo, da bambino? Per motivi di difesa personale: in parole spicce, perché le prendeva un po’ troppo e i suoi ne erano preoccupati. Ma: “Diventerò mai bravo come loro?” si era chiesto da esordiente tramortito, restando in un angolo di palestra.
Nonostante ne avesse da raccontare, si limitava ad affermare che ben poche cose della sua carriera gli erano rimaste impresse, forse proprio quelle meno significative: ad esempio l’odore degli spogliatoi dopo il primo allenamento, e la volta che, indossando il suo primo dobok da cintura nera, notò un errore di cucitura del suo cognome sulla schiena, privo di una lettera. Ma ora eccolo il più bell’ornamento, ad anni di distanza, durante i quali aveva avuto modo di far parlare non solo di sé ma – ciò a cui teneva di più – della sua disciplina sportiva, e della stessa cellula nella quale aveva imparato a stare in piedi, camminare e spiccare il volo. Adesso, gli succedeva di provare orgoglio per la sua arte anche perché uno dei calciatori più famosi del mondo, anch’egli cintura nera, la usava spesso in partita a ogni tocco di palla, lieve o potente che fosse. Difficile spiegare questa soddisfazione ai profani, che però verificavano e finivano per capire.
Un volo che, di fatto, si era concluso da tempo. A quarantacinque anni la stagione era troppo aspra per competere, anche se non per andare semplicemente avanti, accontentandosi di planare a bassa quota. Poteva continuare benissimo a essere il miglior istruttore della tua vita, ma forse non se la sentiva più: molti lo temevano, qualcuno diceva di esserne certo; tutti erano assiepati nel palazzetto quella sera per appurarlo, nessuno si aspettava di avere una risposta. Era, la sua, una partecipazione amichevole a una manifestazione, ma magari si trattava anche dell’ultima apparizione pubblica in dobok, chissà.
Ora guardava davanti a sé, inquadrando come altre infinite volte i profili dei suoi due colleghi a una decina di metri di distanza. Uno era seduto sulle spalle dell’altro, impettito. Dalla parte superiore di quella strana figura composita (ma di fatto uguale a due semplici amici in mare, a mezz’acqua, quando si spintonano con altri due dirimpettai in posizione speculare) sporgevano due braccia a reggere, alte, una tavoletta di compensato spessa tre centimetri, tenuta sospesa a due metri e mezzo da terra. Accarezzò meccanicamente la cintura, e partì. Durante la rincorsa, come per replicare mentalmente al pubblico, stabilì: “Se ce la faccio, smetto. Se non ce la faccio continuerò ancora per un po’. Ecco”.
Il balzo sul piede destro e con il ginocchio sinistro sollevato, era di per sé qualcosa di stilisticamente rimarchevole, come al solito. Al punto di massima elevazione, fece svettare di scatto la gamba destra, tanto da potersi toccare il petto con la rotula. Era questione di far viaggiare il corpo alla stessa velocità della mente: in quella condizione il punto d’impatto con la tavoletta deve essere l’avampiede, sulla pianta, se non vuoi rischiare di spaccarti le dita.
In aria, seppur non di proposito, finiva per tenere gli occhi chiusi, acuendo l’unico senso che nell’occasione assumeva importanza: non fece eccezione neanche stavolta. Il rumore tanto agognato arrivò prima al suo orecchio, e solo dopo, come per uno scarto di tempi nei collegamenti via satellite, risuonò nel palazzetto, distruggendo le maschere imbambolate degli astanti. Atterrò piegandosi sulle gambe, senza toccare il tappeto nemmeno con la punta dei polpastrelli, elegante come una fiera piombata giù da un ramo. Uno dei colleghi, mentre attorno crepitava un applauso discreto e anch’esso disciplinato, come ogni cosa che avesse vita lì dentro, gli sorrise reggendo un pezzo di compensato in ciascuna mano. Lui, un angolo di bocca appena piegato, scostò lo sguardo senza evitare di pensare, unica concessione alla dissacrazione dell’arte, che David Lee Roth nel video di “Jump” fece lo stesso, senza studiare anni e per di più con l’unica preoccupazione di dover scacciare le frotte di donne urlanti; mentre lui invece, figuriamoci.
Omaggiò la platea con un inchino e tornò a sedersi tra gli altri atleti. La linea di rottura dei due pezzi di tavoletta, ai suoi piedi, era centrale, dolce e sinuosa, quasi non sembrava originata dal colpo brutale di poco prima. Provò a imbrigliare il subbuglio di emozioni, e decise che avrebbe riposto in soffitta quella sorta di reliquia: tanto, si disse, altro non avrebbe suscitato se non la curiosità con cui i profani lo tormentavano: “Dai, dillo…è vero che era già rotta e poi incollata?”.

(A chi si stesse chiedendo che attinenza ci sia con il titolo: ma certo! Trattasi del mio post numero duecento qua sopra. E la ricorrenza imponeva un azzardo: eccolo e scusate).

Aristide

Girando in bici vengono i pensieri ma anche, ciò che è più grave, irrefrenabili tentazioni di raccontarli. A qualcuno cui non importa nulla, ovvio. Ma a chi importa, poi?
Le luogotenenze del nostro piccolo regno sono raggiungibili tramite un ponte che sovrasta il Marecchia, il fiume cittadino (e di tutta la Valle, ovviamente). Vanno moltiplicandosi coloro che restano affacciati a guardare giù per un inquantificabile numero di minuti – beninteso, non che su un ponte si possano fare così tante cose, oltre a transitare, scaracchiare, affacciarsi, buttarsi, o fungere da bersaglio delle scagazzate dei gabbiani appollaiati in cima ai pali della luce. I tizi, qualcuno dice, tormentati dagli allarmi degli ambientalisti, temono che le acque vadano in secca, e così verificano regolarmente con i propri occhi (sempre che la diga di Ridracoli non desti maggiori preoccupazioni: in quel caso a rischio doccia e lavaggio macchine). Ma sono anche gli stessi, del resto, che dopo due giorni di pioggia ne sorvegliano il livello per paura delle esondazioni. Aspettiamo fiduciosi i tempi a venire, carichi di foschi presagi su terre che bruciano e corsi che straripano, contemporaneamente e a poca distanza tra loro.
Di fronte al Bar Euro, il buon Aristide Manduchi continua da mane a sera, 4 stagioni su 4, a far parte integrante dell’arredamento dell’ufficio-loculo che è anche la sede della sua ditta, individuale sino all’eccesso. L’impresa tratta in dispositivi di chiusura e apertura automatici, ma lui non l’ho mai visto muovere un muscolo dalla sua scrivania.
Le macchine mi sorpassano una dopo l’altra, ma posso sentire le Daygum Protex ballare in tasca e a ritmo, all’interno del loro scatolino. Intanto, quelli che vengono dalla parte opposta e devono svoltare nelle vie alla mia destra già mi invadono per un buon tre quarti la corsia di marcia; i musi dei loro SUV puntano senza simpatia la povera Cobran dello scrivente (Cobran – ci crediate o meno – è un locale marchio di bici che si differenzia dall’ideatore della coppa fantozziana solo di una lettera): non provano nemmeno a contenere il desiderio, anzi, la smania che io la tolga di mezzo, con o senza me sopra. Non si tratta di un incubo, né soltanto di mie vicissitudini stradali: a ben vedere, ehi! E’ il riassunto della mia vita.
Come un Sandokan metropolitano, quando sono costretto a deviare da certe fettucce ciclabili (sarebbe esagerato definirle piste) ormai sopraffatte dagli artisti delle quattro frecce, dribblo le radici degli alberi che hanno finito per distruggere l’asfalto. Dai manifesti, i defunti mi sorridono mentre cucinano piade o pescano triglie, ma su questo non mi dilungo: andrebbe riservato un briciolo di pietà anche per chi resta, non solo per chi se ne va.
E infine. Qualcuno ha già ragionato sulla sinistra abilità dei piccioni di tagliarti la strada proprio mentre stai passando, così da ritrovarti con un grazioso addobbo piumato e sanguinolento tra i raggi del velocipede?

P.S. Mentre scrivo, in realtà, alcune cose da tempo non esistono più: 1. Il Bar Euro; 2. La ditta individuale Aristide Manduchi; 3. L’io narrante che pedalava. Non avete quindi idea dello sforzo che mi sono costate queste righe: quasi come se fossi dovuto tornarci, in sella ad una bici, per affrontare la Coppa Placci.

Patente di maturità

Quando gli anniversari iniziano a presentare il conto del quarto di secolo, le gole si ingroppano e i polpastrelli prudono.

Ah, la fasulla sovversione che ti illudevi di perpetrare anche se sovversivo non eri mai stato né lontanamente lo sembravi: tuttavia era l’ambiente circostante a spingerti a determinati passi. Ai cosiddetti “campeggi” – cosiddetti perché spesso, di fatto, di tende e paletti nemmeno l’ombra – partecipavi solo per stare un po’ meno tra le palle dei tuoi genitori, vero? Mica tanto per ammirare i paesaggi salentoidi o sardignoli. Trasferta e permanenza, benché si trattasse di un’idea della tua scuola teoricamente laica, erano affidate alla gestione e responsabilità dei due sacerdoti in forza al corpo docente, i quali vi sistemavano premurosamente nelle camerate di loro fiducia e trasformavano l’esperienza nella gigantesca fiera del fedele discepolo, nella quale, stando a loro, meglio si destreggiava chi superava il quorum di avemarie, jubilatedeo e liturgicherie assortite. Qualche coetaneo a tal proposito sprecava pure un bel po’ energie, sai mai che don Pio poi si complimentasse con mammà. A fronte di ciò, invece, in te scattava quella sovversione farlocca. Indossavi irriferibili magliette inneggianti alla musica del demonio e dei drogati, costantemente tenute d’occhio dai sacerdoti che sul punto fingevano indulgenza e dichiaravano di amaaaare il “roccherroll” da quando, che so, Gion Bovi aveva pubblicato “Keep The Faith” (e cioè “mantenete la Fede” – per loro necessariamente con l’iniziale maiuscola)…“vedete, ragazzi? Meditate!”.
Tutti dovevano presenziare ad almeno una veglia notturna di preghiera, il cui scopo era far emergere il lato spirituale anche dei sassi: particolarmente ispirati i momenti in cui, a lume di candela e in uno stanzino intriso di fottutissimo caldo umido, ciascuno doveva formulare un auspicio che partisse dalle parole “Preghiamo perché…” e tu di meglio non trovavi che completare il concetto con “…perché questa cosa finisca il prima possibile!”, ma giusto per essere sicuro di non venirne di nuovo coinvolto. Inoltre, visto che tutti dovevano “confessarsi” almeno una volta nell’arco della trasferta, il sacerdote ti prendeva da parte (ancora ricordi il panorama dalla cima della scogliera scelta per il solenne momento) e ti guardava compunto: se chiedeva “cosa vuoi comunicare al gruppo con questo tuo atteggiamento?”, in realtà intendendo “come osi mettere in ridicolo le mie pretese da sacro educatore?”, voleva dire che ti eri comportato con coerenza verso te stesso. E se la risposta non era ritenuta soddisfacente, Torquemada era capace di approfondire la questione domandando se credevi in Dio! Nientemeno. “Anche se ci fosse, non me ne frega un accidente”, era la prevertiana scudisciata che ti partiva di bocca, cui però non seguivano supplizi tramite garrote o vergini di ferro. Non subito, almeno.
Capitava che i castigamatti non potessero arrivare dappertutto, e allora ne faceva le veci un selezionato manipolo di scout/figliedimaria/fucini/focolarini e altri punti di riferimento dal basso all’infimo. Certo, non potevano farsi carico della missione dei loro “superiori”, per cui non intervenivano alle tue asinerie se non con uno sguardo schifato. Era bello vederli in azione con chiunque fosse entrato nelle loro grazie. Un membro di questa improvvisata prefettura della buona condotta veniva delegato a fare due chiacchiere in disparte con il poveraccio di turno (il cui merito magari era stato solo quello di sparare una cazzata in meno rispetto alla maggioranza dei partecipanti) e a notificargli il verdetto finale (perché era una sorta di esamino conclusivo): “Beh…volevamo farti sapere che ti abbiamo trovato molto maturo ultimamente”. Il che suggeriva non inutili spunti di riflessione. Primo, il fatto che fino a qualche giorno prima (purtroppo ora non più, evidentemente) qualcuno – tanti, pochi? – doveva ritenerti un bamboccio. Oppure, l’uso del pluralemaiestatis (chi c’è sotto? Gli alieni?). Ecco come avveniva il conferimento della cosiddetta “patente di maturità”, previo accurato esame della santa e competente commissione prefettizia. E a chi la riceveva in quel modo così ufficiale si lasciava intendere che in realtà, bontà loro incommensurabile, a nessuno poteva negarsi il prezioso attestato; certo, per quanto riguardava alcuni innominabili soggetti esso finiva nel cassetto dei cattivi, da cui non si prevedeva sarebbe uscito facilmente se non previa dimostrazione di ravvedimento doppio e triplo.
Sovversione farlocca, si diceva: quasi la sovversione della sovversione, qualcosa di cui tu stesso finivi per non capire nulla e di cui comunque, oggi, non c’è più traccia. Ti puoi permettere qualcosa di affine solo quando accendi la radio e (a titolo di esempio):
1. a fronte di una schitarrata che non riconosci, ti metti subito sulla difensiva, con la coda dritta, perché potrebbe trattarsi di lucianoligabue o di quell’altro più vecchio e altrettanto inutile;
2. dopo aver ascoltato mezz’ora di – poniamo – “Last Goodbye” di Jeff Buckley, ti chiedi “va bene, benedetto ragazzo, ma in sostanza, dove vuoi (volevi) arrivare?”;
3. trovi che di “Bohemian Rhapsody” (film, canzone e tutto ciò che ne consegue) non se ne può più.
Adesso la sovversione, al più, è quella che ti si ritorce contro: un’autosovversione, di cui ti scopri perfino a sorridere intenerito.

Ma come dicevo all’inizio: dev’essere il quarto di secolo che ti presenta il conto e anzi tutta la fattura, comprese IVA e Cassa Previdenziale.

L’indegno coronamento (1 di 2 – forse)

il ministero delle camminate strambe

Non ho mai trovato né il momento propizio né il modo opportuno per mettere al corrente il mio amico Piotr di una balzana convinzione che per ora riguarda solo lui ma in un non lontano futuro potrebbe richiedere un raggio di interesse più ampio, e cioè: “Nulla mi toglie dalla testa che le sorti del mondo passeranno per le tue sinapsi e poi per le tue mani; intendo che capiterai alla Casa Bianca, non necessariamente nei panni di Presidente, a dover giocherellare con i pulsanti all’interno di una valigetta casualmente trovata lì; oppure avrai davanti qualche tipo di congegno munito di timer in funzione e pieno di fili esposti e di tutti i colori, e solo a te spetterà decidere quale tagliare”. Sbaglierebbe chi pensasse che questa mia convinzione riposi su una presunta tendenza di Piotr alla risolutezza, magari fondata su una straripante personalità: tutt’altro. Lui, per lo più, non…

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That doesn’t seem to work

Riesco a sentirvi, e non vi do torto…”Se ti sei ridotto a scrivere di sciacquoni, vuol dire che sei un po’ a corto di argomenti e devi riposarle, le ditina sante”. Mettiamola così: le seguenti righe costituiscono lo strenuo tentativo di non incappare nel rischio di banalità al quale ci espone il periodo in corso.
Una vaschetta copri-sciacquone, dunque: che però, nel cesso della pizzeria in cui mi trovavo, non c’era. E della circostanza, che pure mi si era appalesata subito e proprio sotto il naso, mi sono reso conto soltanto a minzione iniziata: della serie “Toh, qualcosa non quadra, qui”. Non potendo fare molto altro, ho contemplato lo scenario per i secondi necessari, dopodiché è venuta la parte delicata della faccenda: doverlo azionare, il macchinario. Mica semplice. Uno di norma preme un bottone, e via andare. Ora, nella vaschetta scoperta, avevo davanti un groviglio inestricabile di tubicini e levette di plastica, pronte ad attivarsi a un semplice spinta di pulsante. Assente, come detto, nell’occasione. Potevo mica fregarmene e lasciare lo schifo lì a stagnare per il successivo ospite?! Per cui mi sono dedicato alla soluzione del problema, neanche stessi sbattendo contro un’equazione a otto incognite. Rapide sequenze mi hanno attraversato il cervello mentre le dita si avvicinavano al marchingegno per poi ritrarsi di scatto, timorose come a contatto con una dionea. Un breve elenco: Peter Sellers in Hollywood Party, quando non riesce a far smettere di scorrere l’acqua e lui, per ovviare, causa un allagamento disastroso (il caso non è proprio lo stesso, il mio imbarazzo sì). Oppure, in riferimento all’intreccio dei tubicini, Peter Griffin che contempla incantato un sacchetto di plastica danzante nell’aria per effetto del vento, facendo il verso ad American Beauty, e nella sequenza successiva Dio che da lassù gli grida: “E’ solo un dannato sacchetto di plastica!!! Hai idea di quanto sia complesso il tuo sistema cardio circolatorio?!?!?”. Da ultimo, sempre di fronte all’intrico laocoontico, un test scritto che dovetti affrontare durante la Tre Giorni, a La Spezia: data una sfilza di rotelle una attaccata all’altra, se la prima si muove in una certa direzione, l’ultima girerà in senso orario, antiorario, o salterà via? Per inciso: non ricordo se risposi giusto o meno. Non mi spedirono dallo psichiatra, questo è certo. Stranamente, direte voi, perché magari a una persona sensata sarebbe venuto in mente di citare qualcosa di più “alto”, che ne so, Chaplin che si fa un giretto tra gli ingranaggi della macchina in “Tempi Moderni”, cose così.
Ho fatto forza su un pezzo laterale, che è venuto via senza troppa fatica: bene, ho pensato, in fondo forse non era strettamente necessario. Altre levette non mi hanno dato soddisfazione alcuna, e a quel punto mi è parso di affrontare di nuovo le avventure grafiche della LucasFilms, tipo “Monkey Island” o quelle con Indiana Jones, quando facevi qualcosa di inconcludente e il protagonista ti rispondeva, sconsolato: “That doesn’t seem to work”. Finché eccoli, i ferali colpi alla porta, dall’esterno. Che fare, oltre a dire “un momento, ho fatto”? Continuare a smanettare a caso? O aprire, scusarsi col tizio in attesa e spiegargli la situazione, chiedendogli anche, con i miei scarti renali ancora in bella mostra, se per caso non avesse intuizioni fulminanti in merito? Nulla di ciò, solo un mio gran bestemmione con annesso cazzotto a caso sul marchingegno tutto intero: almeno mi avrebbe fatto sentire meglio. E invece, si è trattato del “deusexmachina”. Mentre fluivano sia l’acqua che i migliori alleluja da parte mia, il tizio ha bussato ancora chiedendo: “Ma chi c’è dentro?”. Aprendo la porta e sfoggiando il culo che mi si era improvvisamente trasferito tutto sulla faccia, ho replicato candidamente: “L’idraulico, no?”. Certo, mi sono ben guardato dal recepire l’occhiata di risposta del subentrante.
Altri due pensieri hanno fatto irruzione mentre mi lavavo le mani. Da un piccolo altoparlante piazzato sopra la specchiera provenivano le dolci, incongrue note di “Ti rockerò” di Heather Parisi, e ho concluso che è vero, al mondo ci sono cose infinitamente meno complesse di un sistema cardio circolatorio. L’ultima, più che altro, è la speranza che non mi capiti più una cosa del genere, altrimenti lo spirito di Hrundi Bakshi si farà carne sotto queste mie misere spoglie, poco ma sicuro.
Ah, vabbe’, come dice la brava ggente: se non ci vediamo prima, tante care cose, anche a casa, eh? (mhuah, su una guancia – mhuah, sull’altra).

 

Salciccia

La mia vita è stata a lungo sottotraccia, all’insegna della timidezza, del timore di essere sempre tra le palle di qualcuno in qualsiasi luogo, se volete pervasa dall’istinto di restarmene appartato, quasi che una sorta di disegno avesse così voluto; sapete, no? (E senza voler trasformare queste righe in una seduta dallo psicologo): gli altri bambini giocavano e schiamazzavano in lungo e in largo per il cortile della scuola, io sedevo in un angolo e non mi pareva che l’asse terrestre dovesse risentirne, il sole prima o poi avrebbe lasciato il posto all’ombra e viceversa; tutte cose che gettano i genitori in un costante stato di allarme fino a che il loro pargolo una svegliata se la dà da solo, a pena di soccombenza sociale.
Eppure.
Eppure, siccome resto pur sempre un bastian contrario, se c’è un’arte in cui tuttora non dico vorrei eccellere, ma di cui non mi sarebbe spiaciuto sfoggiare un’infarinatura…no, vabbè, non arrivo a tirare in ballo la seduzione…mi riferisco al non lasciare indifferente il prossimo mio, magari dell’altro sesso perché l’epoca dei compagnucci di gioco nei cortili è trascorsa da un pezzo; anche senza aprire bocca ma soltanto entrando in una stanza, alzando un sopracciglio, ma alla fin fine accontentandomi di buttare lì una mezza frase o poco più.
In realtà questo inebriante successo capita a tutti almeno una volta nella vita, anche per sbaglio o inconsciamente, perfino a me: e in maniera indelebile, da lasciar dentro un fondo limaccioso di nostalgia, perché vi si mescola la consapevolezza che un capolavoro del genere rischia di rimanere unico e irripetibile, e non si potrà nemmeno appuntarlo all’occhiello senza che gli si accompagni, accanto, il distintivo di patetico.
Come rendere l’idea?
Troppo logoro e grossolano sarebbe il riferimento al pidocchione arricchito che nessun altro scopo nella vita pare perseguire se non quello di farsi odiare, collezionare macchine, imporre la propria presenza mentre tu sei ancora nello stesso angolino infantile di cui sopra, a reprimere l’idea di stendere versi sul bosco che stormisce, da dedicare a quelle stesse fanciulle che invece bramano i ceffoni del predetto losco figuro; e a te che incorri nel banale errore di chiedere loro per quale cazzo di motivo ne siano ammaliate, viene buttata come l’osso al cagnaccio la risposta “Boh…attira!”, corredata da un’alzata di spalle.
No, decisamente più dotto e ricco di sfumature in merito è il richiamo a quello che spesso mi funge da breviario, ovvero il digesto dai diari di Cesare Zavattini, che con queste parole si cimentò a interpretare il fenomeno dell’immotivata attrazione. E dunque: “Quello di non essere nato bello è una delle mie debolezze. E ormai non c’è niente da fare, anche se raggiungeremo la galassia. Avrei voluto essere bello come uno che da giovane mi soffiò una ragazza e che ora è morto, ma lui è stato bello. Buttai persino giù dei versi una volta, con invidia per quell’uomo che attraversava il paese e dagli anditi le donne sporgevano le teste a guardarlo non appena lui era passato. Invano egli si sta putrefacendo nel suo loculo; è sempre fra noi quella schiena che piaceva tanto, e quel niente che dava a un’onda dei suoi capelli neri, che sarà stata lunga un tre centimetri, tutto quanto occorreva perché più di una moglie ne riconoscesse il passo. Aveva cattivo gusto. E io contavo ingenuamente sul giallo delle sue scarpe che metteva anche quando vestiva di blu, contavo che le mie compaesane odiassero le sue cravatte di raso marrone con dei rigoni bianchi; ma mi ero sbagliato perchè certo lo vedevano sempre nudo. Egli non doveva faticare, solo essendo otteneva attenzioni, e la sua immagine è restata nello spazio dove ogni tanto lo sguardo di una donna, distraendosi da noi, corre come a clandestini appuntamenti”.
Non è meraviglioso? Zavattini stesso è all’inizio fuorviato dalla presunta importanza della mera bellezza fisica, poi capisce (anche se il mistero resta e anzi s’infittisce): il soggetto tanto invidiato era sempre visto nudo, tutta questione di magnetismo animale. Oh, di certo altri vestivano ed apparivano meglio: ma gli abiti restavano al loro posto, sul corpo dell’indossatore, nella realtà come nei sogni muliebri.
Il tema merita enciclopedie intere, epperò stavolt’affanculo, mi autocito e trascrivo qui da uno dei post della serie “consigli per l’estate” la valanga di pensieri da cui mi lasciai assalire durante una traversata solitaria, sul ponte di un traghetto di ritorno dalla Croazia, a diretto contatto con la notte. E dire che non ragionavo su me stesso, diograzia, ma provavo a immedesimarmi in un amico che, sottocoperta, stava smaltendo una delusione sentimentale di portata stordente, una di quelle che io invece rifuggivo, prevenendole, a costo di camminare in opposta direzione e in equilibrio sul filo che separa ettari di rovi da una parte e lo strapiombo dall’altra. “…D’altronde un po’ lo capisco” riflettevo mentre l’amico laggiù irradiava scoramento come fosse segnale wi-fi da un router. “Tutta una vita a cercare di essere studiosi, rispettosi, simpatici, di imparare a distinguere il bello dal brutto, di incazzarsi al momento opportuno, in modo tale cioè che la cosa resti indelebile negli altrui ricordi; di eliminare le proprie imperfezioni fisiche, di non detestare liberamente (come cantava il beccamorti dei Bluvertigo), di contenere le proprie emissioni corporee, di non essere pelosi nei punti sbagliati, di bere gli alcolici socialmente giusti…Tutto questo, dicevo, per poi cosa? No, dico: restare soli. Tutto da rifare”. Eh, no, in realtà nulla si può rifare. Tanto sarebbe valso godersela in maniera unta e ingorda.
Oh numi: saper piacere per un minuto ogni tanto, senza preavviso, non importa in che modo o con quali argomenti, e senza svilirsi. L’unica forse è cavalcare l’istinto, approfittare degli spiragli e lì irrompere fino a sbriciolarli e farne brecce di Porta Pia, come vidi fare in occasione di un viaggio in treno nel primo mio anno universitario. Ricordo il cervello affannarsi a setacciare dal Sacro Galgano nozioni di per sé piuttosto restie a rimanere aggrappate lungo le sinapsi, quando i sedili alla mia destra e di fronte, fino a poco prima liberi, furono occupati da una coppia guado. La chiamo così perché i due stazionavano proprio lì: nel mezzo pantano tra il piacere di star sempre vicini e la relazione sentimentale; e del resto, se il loro legame fosse stato più stretto, si sarebbero seduti l’uno accanto all’altra. Non sollevai la testa dal Galgano e dunque non vidi mai le loro facce (non serviva): solo di lui, a lato, captavo con la coda dell’occhio la barba incolta e in testa un cespuglio di riccioli; vagamente somigliante, per chi lo ricorda, al ragazzotto interprete della telenovela piemontese che imperversò a spizzichi su Italia Uno nei primi anni ’90. Lei sarebbe potuta volare via dall’esile fessura lasciata dal finestrino se non si fosse decisa a dare un senso alla propria presenza chiedendo: “Allora, cos’hai fatto lo scorso weekend?”. Fu come il cedimento di una diga, per effetto della quale furono travolti anche i residui e meschini miei tentativi di appiccicare alcunché ai neuroni.
Iniziò dicendole di aver partecipato a una sorta di sagra paesana organizzata nel nome di non so più quale sacro insaccato condito in un trionfo di malvagità, sete di sangue e viscere convulse. A questo punto il viaggiatore nonché involontario fruitore delle chiacchiere altrui si aspetterebbe l’aggiunta, al resoconto, di ulteriori dettagli più vari, non strettamente gastronomici. Beh, non quella volta. Lui prese a rovesciarle addosso il copione de “La Grande Abbuffata” di Ferreri, sciorinando pietanze, ingredienti, condimenti assunti nella nottata precedente al ritmo di nastro da catena di montaggio, con una passione tale da far sballare i valori dei presenti nel raggio di un chilometro. Lei ne era letteralmente soggiogata, d’altronde lui a poco a poco la metteva in condizione di non spiccicare più parola, permettendole solo una risata tra una portata e l’altra (che altro si poteva, se non riderci su?) e componendo nel frattempo un menù che pareva destinato a non finire mai. E non appena lei sembrava incline ad abbassare la guardia dell’attenzione, o addirittura pronta ad oltraggiare quel profluvio di colesterolo verbale abbozzando un tentativo di replica, lui la prendeva per i polsi, esigendo un interesse non solo mentale ma proprio fisico, e rifiatava per poi riattaccare con la ricostruzione di un’ulteriore pietanza a sei piani, sempre più complessa, la cui preparazione di sicuro aveva implicato l’estinzione di un inquantificabile numero di specie più o meno commestibili. Ma ora che ci penso, il teatro di questa pantagruelica farsa doveva essere stata la sagra della salsiccia, cioè l’ingrediente base di ogni portata ingurgitata dal ragazzo, dall’antipasto al dolce, data la frequenza con cui ora la nominava mitragliando la sua dirimpettaia; anzi, si trattava di “salciccia”, parola di cui si riempiva bocca e ricordi, abbandonandoli all’eco nemmeno troppo lontana di quel sapore. E il ritmo dei due era perfetto: salciccia, salciccia, salciccia, risata di lei, presa per i polsi in risposta, salciccia, salciccia, e via da capo, per tutto il viaggio.
Scesi alla mia stazione con un esile brandello di paragrafo in testa (meglio non avrei potuto fare) ma con due certezze. La prima: aver assistito, macerando nell’invidia, a una fattispecie di seduzione plateale ma peculiare e, pareva, efficace; di tutta evidenza infatti come il tizio, non fidandosi della propria avvenenza, avesse ripiegato sulle proprie straripanti personalità e verbosità, tali da non lasciare scampo al suo obiettivo, che oltretutto non poteva resistere a meno di non scappare per tutto il treno. La seconda: che i due a breve si sarebbero baciati lì, nel vagone, sempre che il tizio facesse in tempo a finire l’esposizione del menù. Ecco, riprendendo il discorso iniziale, io a distanza di anni torno ancora e spesso in quella veste di passeggero spettatore a chiedermi: sarò mai capace di altrettanto? Di emanare il suddetto magnetismo? Ma la risposta al mio fantasticare è troncata e rinviata a data da destinarsi, perché vi subentra la consapevolezza di quanto mi manchino le basi, in primo luogo gli argomenti, e il saperli maneggiare; ed anche se li avessi, a che servirebbe farne sfoggio con il muro, o il nulla? Sarebbe come voler giocare una partita senza il pallone (cioè inutile) o costruire una casa partendo dal tetto (cioè impossibile). Il ragazzo aveva sì la “salciccia”, ma anche e soprattutto i polsi altrui da trattenere: e quest’ultimo particolare mi pare chiuda ogni discorso.
Ovviamente non ho mai saputo se i due effettivamente si fossero baciati dopo che lasciai il vagone. Ma dopo averli inquadrati per un ultimo momento nel finestrino dalla piattaforma, e una volta incamminatomi verso l’uscita, ebbi una sensazione come di maree ricomposte al mio passaggio, di universo che tornava ad espandersi, in pace con sé stesso.
Non ero più tra le palle di qualcuno, insomma.