La bimba che prese a calci Claudio Villa

…perché davvero andò così.
Fu alla festa del Partito, l’unico possibile,
tra la bottega del croccante, la boutique dello gnocco fritto
e lo spiazzo della Migliavacca
dove il Reuccio, bocca a cul di gallina,
aveva preso a cazzotti gli astanti.
La bimba infliggeva occhiate da straniera,
ti ci ribaltava il cuore di sotto in su
se ne avevi uno. A sua mamma Claudietto
dette un bacio, sotto l’alto patronato
delle Autorità (chissà quali – di certo quelle
a cui il parcheggio è sempre riservato).
L’urlo che seguì spostò aria e asse terrestre,
un pargoletto piede (Giosuè mi usi clemenza)
prese a deformare lo stinco di lui
che stornellò ancora ma all’anima delli meglio,
chiese “je posso da’ soltanto ‘a mano?”
e non tanto la stretta, ma due guance rigate, a monito perenne
sancirono la pace armata.
“Ma che vai a ripescare, mamma?”
avrebbe chiesto la bimba più tardi
trentaquattro anni dopo, circa.

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Distico ferroviario

(Lo so, lo so, il titolo è del tutto fuori luogo perché di seguito non ci sono versi, pentametri, esametri e rime baciate. Così è se vi pare).

Dal lieve sentore di yogurt bianco che arriva dai sedili dietro ai miei, intuisco che il tizio lì seduto, dopo intenso scartocciare, sbiassare e risucchiare, sta per concludere a colpi di cucchiaio nel vasetto le laute English, American e continental breakfast che aveva deciso di generosamente concedersi una mezz’ora prima. Come avesse fatto a trasportarle sul treno, e come ne farà sparire i rimasugli, resta però un mistero. Si farà prima a dare fuoco al vagone, mi sa.

Sul binario due della stazione di Faenza, la squadrata, solinga, automatica distributrice di dolciumi semi-squagliati pare essere stata concepita e realizzata per nessun altro scopo se non quello di sostenere l’ultima sporgenza ossea della spalla del giandone che inquadro da dietro il finestrino del mio treno, fermo. Non c’è bisogno che descriva lui: è un giandone, anzi, un giandunaz, di per sé categoria non solo del corpo ma pure dello spirito. Sopraggiunge una ragazza dal sottopassaggio: vuole fargli bubusettete, sta zompettando sulle punte dei piedi facendo “zitt zitt” come Cattivik nel fumetto; l’avvolgente sciarpone formato tovagliolo per tagliatella al ragù, al suo collo, non può nascondere il sorriso formato famiglia che le si apre pian piano in viso. Alla fine lei, con un salto, abbranca il giandone alla schiena, e mi piacerebbe che quest’ultimo almeno ne avesse un mezzo barcollamento, tipo Ercolino sempre in piedi. Macché. Rimane piantato proprio come un giandunaz, e in risposta a quell’assalto bofonchia solo un paio di bisillabi. Voi direte: può darsi siano fratelli o cugini, non è detto che l’affetto di lei sia per forza malriposto. Beh, insomma. Gli rimane accanto, non smette di sorridere; si aggiusta i risvolti dei jeans, dà una femminile occhiata alle unghie (femminile perché nel farlo unisce le dita della mano e sporge il palmo in fuori, mentre gli uomini voltano a sé il pugno, senza aprirlo); con fasulla noncuranza sporge appena il busto verso la piattaforma accanto, ma tanto chi mai dovrà arrivare? Lei sta prendendo tempo, vuole piacergli, si vede lontano un miglio: ma lui non si schioda dal distributore, lo sguardo è perso nell’iperuranio, ha smesso perfino di bofonchiare. E d’un tratto, come spesso mi capita, mi trasformo in Michele Apicella; per la precisione, sono nella scena di Palombella Rossa in cui abbandona la partita di pallanuoto, esce dalla piscina e in pratica trascina con sé il pubblico davanti a un televisorino che trasmette “Il Dottor Zivago”, il tutto per incitare con grida inumane Lara a notare Omar Sharif che, a bordo di un tram, l’aveva vista camminare in strada e prende a chiamarla ma inutilmente, e nel cercare di scendere per raggiungerla gli piglia un coccolone senza che lei nemmeno se ne accorga (“non posso guardare”, dice intanto il titolare del televisore, “anche dopo tutti questi anni, non riesco a guardare”). Ecco, fate conto che anch’io stia gridando al giandone “Girati!!!” battendo una mano sul finestrino; immaginatemi soltanto farlo, perché in realtà mica voglio essere cacciato dal treno. Guardala! Non parlarle se non te la senti, ma almeno guardala sorriderti! Girati!
Il vagone inizia a muoversi, e per quanto mi è possibile tengo i due fin nell’ultimo angolo del mio campo visivo; ma il treno sfila via dalla stazione e dunque non saprò mai davvero se, come vorrei credere con una fiducia che stavolta sono io a malriporre, il miracolo sia avvenuto e il giandone mi abbia ubbidito. E però: quanto diamine sappiamo essere – anzi: ma quanto siamo stronzi noi uomini?

Croce e disagio

Tutti son buoni a esclamare al nulla “non sopporto più il mondo e le forme di vita che lo abitano”, ma molti non sanno nemmeno spiegare in cosa consista questa insofferenza, figuriamoci dare esecuzione al concetto. Per quanto mi riguarda, il disagio che monta pian piano – il famoso prurito del sangue, sì – lo avverto già in prossimità delle strisce pedonali, quando le avvicino andando in macchina. Potrei scommettere qualcosa di caro che a quel passaggio, sul solito marciapiedi, qualcuno si materializzerà dopo che nessuno per ore aveva provato ad attraversare lì e proprio mentre sto transitando io. Puntualmente accade, e lo prendo come un affronto; sì, rispondete pure che sono malato e c’è un codice da rispettare: ma certo. Migliaia di veicoli vanno e vengono su questo tratto, condotti a due all’ora da gente che non avrebbe problemi a rallentare quel poco che basta a far passare i pedoni. Ma niente, questi ultimi si affacciano sul traffico quando capito io, che invece penso che la strada è fatta per andare; e allora attraverserete non appena me ne sarò andato, o no? Cosa cazzo vi costa aspettare due secondi? Mica vi chiedo tanto! Ma figuriamoci. Che poi, parlo e parlo, ma non sono nemmeno capace di fare decentemente gli occhi cattivi; e dio solo sa quanto vorrei opporli alla vecchiarda incosciente che già piazza sulla seconda zebra le ruotine anteriori del passeggino, il cui occupante è così spinto verso un destino potenzialmente crudele. Per non parlare delle donne del Borgo, culone maledette che sembrano provare un piacere perverso a smontare dall’inadeguato biciclino pieghevole da cui strabordano, e a studiare, a sfidare ciò che di me vedono dietro il parabrezza, con quell’arietta che significa “vero, giovine, che lei è tanto bravo e adesso si ferma, sì?” – viva il vostro dio, quanto vi odio. Ho il sollievo di non dovermi porre scrupoli quando ad attraversare è il resto del mondo: mi riferisco agli uomini di ogni età, nazionalità ed etnia. No, cari – penso e dico – non esiste che io mi debba fermare per voialtri, che state trascinando le vostre esistenze dal nulla e verso il nulla, comunque per faccende che di sicuro sono di importanza infima, sempre se c’è, rispetto alle mie. Fermi lì, quindi, se non volete essere stirati.
Per non parlare di quando giro in bici. Tutti lottano per avere piste in più e migliori: hanno ragione, ne abbiamo di pessime. Ma se, come sopra, non esistesse un codice della strada a imporle, e dunque per assurdo le facessero nel mio solo interesse, io direi agli addetti alla viabilità ed urbanistica: restate comodi, non vi ho chiesto nulla. Perché, l’avrete capito, sulle ciclabili ho smesso di andare, e non ricomincerò nemmeno se le amplieranno a mo’ di autostrada americana. Quella non è casa mia, né mi fido dei velocipedi che mi precedono, seguono e incrociano. Da loro non so cosa aspettarmi: dal traffico urbano motorizzato invece sì. In mezzo ai gas di scarico – perché non rientro mica tra coloro che pur di passare invadono i marciapiedi, dio lo fulmini – schizzo sicuro e felice come una pasqua; mi prendo le precedenze che mi spettano e se devo cambiare corsia attendo paziente che il flusso lo permetta, non certo come i presuntuosi che credono basti sollevare un braccio a mo’ di freccia per rallentare le auto che sopraggiungono e tagliare loro la strada. E non giro più sulle ciclabili perché, in ogni caso, vado – andavo – più forte. Ero stufo di dover far capire a chi mi circondava, e ad ogni secondo: “Spostatevi, devo passare. Io sono di un’altra specie”.
Qualcuno potrebbe trarne la conclusione per cui io smetta di provare malessere una volta rimasto da solo, senza nessuno attorno. Ma temo non sia così facile. Credo di essere affetto da “troppismo”, o “troppite”. Ho iniziato a convincermene la malaugurata volta in cui lessi quel racconto di Michele Serra, “Walter”: la voce narrante appartiene a uno squilibrato (coincidenza, eh!?) che a un certo punto proclama: “Tu dimmi una cosa qualunque, e io ti dimostrerò che ce n’è troppa”. Il personaggio si riferiva al disorientamento da cui era stato colto al supermercato di fronte alle intere scaffalate di dentifrici di colori e gusti diversi l’uno dall’altro, fino a venir sopraffatto dall’irresistibile tentazione di buttarli tutti a terra. Non penso arriverò a un tale livello di delirio, per lo meno non ancora, se non altro perché il mio troppismo si manifesta in modo diverso, quando sono in casa. Apro un quotidiano nazionale, o guardo un telegiornale: immediatamente realizzo che più della metà delle pagine o dei minuti di messa in onda sono completamente inutili. Alla quinta facciata (su quaranta circa) iniziano a prudermi i polpastrelli neanche fossi allergico a un enzima contenuto nella carta. Un telegiornale medio dura mezz’ora, e mi immagino gli sforzi sovrumani dei capoccioni che lo dirigono per formare una scaletta che già al decimo minuto fa venir voglia di gettare il televisore dalla finestra. C’è chi dice che non siamo abbastanza informati, ma visto che non c’è modo di opporre indifferenza di fronte a certe puttanate che – dovunque ti giri, non c’è scampo – ti vendono come “indispensabili”, non sarebbe male esser colti da temporanea sordità. So cosa state per dirmi: che in realtà l’aprire un giornale o guardare un notiziario siano sintomi di interesse verso il mondo, e dunque segno di inconsapevole volontà di redenzione dalla sociopatia. Ah, no, secondo voi mi contraddico e basta. Eh, se la cavava bene Walt Whitman, che invece “conteneva moltitudini”.
Ci sono andato l’altro giorno, giusto per fare due chiacchiere. O almeno così gli ho fatto credere: se avessi scelto la massima sincerità avrei proprio detto, a chiare lettere, di non potermi permettere i servigi dei professionisti del cervello e della psiche. Mi ha fatto accomodare nel suo ufficio: mi sembrava un manager di mezz’età o poco più, con addosso lenti minuscole che non schermavano nemmeno le palpebre, polo Ralph Lauren e pantaloni scuri ma informali. “Sempre pronto a confrontarsi con chi ha dei dubbi”, ha detto come se fossimo amiconi da nottate a base di confidenze, lattine di Finkbrau semicalde e sigarette. Ho apprezzato molto che non mi abbia apostrofato con il “figliolo” di cui i suoi “colleghi” abusano nell’approcciare il prossimo. L’ho guardato negli occhi e gli ho scaricato sulla scrivania (in un angolo stazionava un pupazzetto raffigurante addirittura Craxi in saio da frate) tutto ciò che passava per la testa mia in subbuglio, comprese le cose che vi ho raccontato prima. Nel frattempo, lui non muoveva un muscolo.
“Fenomeni originali” ha detto, riferendosi in particolare alle mie idiosincrasie stradali. “Ma per il resto, niente che non abbia già sentito”. Poi ha continuato: “Hai visto il film in cui Nanni Moretti interpreta un sacerdote? Confessandosi con un anziano abate, arriva a dire: ‘…e poi ho voglia di picchiare qualcuno’. Certo, è una forzatura cinematografica, ma non sai quanti parroci a volte si sentano esasperati dal mondo, tutto il mondo, che li circonda. E se può succedere a noi, che abbiamo i mezzi per superare questi stati d’animo, figuriamoci a te”. Altri secondi di silenzio.
“Vuoi qualche tipo di conforto? Oh, non credo di potertelo dare. O meglio, te l’offrirei, ma non penso gradiresti”. Io, sempre muto. Volevo si arrivasse fino in fondo a una questione, una volta tanto.
“Beh, dovresti evitare di ‘chiuderti’ in una stanza, o in qualunque ‘scatola mentale’; del resto è così che fai alla fine di tutti questi…disagi, ecco. Lo so da me, tu dirai. Ma ascolta. Immagina proprio di voler liberare qualcosa da una scatola, e di aprirne il lato superiore, senza romperlo. Potrebbe non bastare a tirar fuori tutto: quindi la strapperai anche ai lati, dispiegandola interamente”.
Non un fiato.
“L’hai fatto adesso, nella tua mente?”
Ho annuito sentendomi irrimediabilmente scemo, e odiandomi.
“Bene. Hai visto cosa si ottiene, dispiegando la scatola aperta?”.
Un gran cazzo, forse?
“Una croce!”, ha rivelato lui trionfante, abbattendosi subito dopo sullo schienale della sua poltrona ergonomica, dove si è accoccolato con le mani giunte davanti alle labbra. Più che sornione, proprio felino. In quella posa mi ha scrutato e “Che t’avevo detto?”, ha concluso sorridendo appena e con una punta d’amarezza, avrei detto anche sincera.

E niente. Penso proprio che li terrò e coccolerò, i miei formidabili tormenti.
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(Avvertenza, anzi preghiera finale. Ma certo: quanto sopra è un salto nel buio totale, perché sono consapevole di aver irrispettosamente usato i termini “psiche”, “disagio” e “sociopatia” e “malessere” senza sapere cosa significhino. Non lo farò mai più ma nel frattempo, se potete, non offendetevi e cercate di perdonarmi, ché a voi ci tengo anche se non sembra).

L’esorciccio (ma senza la polizia che s’incazza)

Su queste pagine, due anni fa, ho spiattellato una sorta di elegia-che-tale-non-era (perché in prosa) in onore di ottobre e in quattro puntate: che non vi riproporrò, ci mancherebbe altro. Epperò oggi e qui ne condividerò, come Facebook suggerisce di fare con i “ricordi”, solo la porta d’ingresso, ovvero l’inizio, l’unica parte in (pochi) versi. Abbiate pazienza: tra me e questo mese, cui peraltro voglio parecchio bene, funziona così. E’ una sorta di benevolo esorcismo.

Mi piace ottobre
perché al contrario è “erbotto”
come un panino dell’autogrill di Borgotaro
Perché ti ci rintani, rimpannucci e crogioli
e non smani più per ciò che è stato
e non ancora per ciò che verrà poi
Perché  è presto per tirare somme ma
se non altro, puoi iniziare a farti un’idea.
Terra solitaria, senza imminenza
a ben vedere io canto te, ottobre
perché di norma nessuno ti caga
(non che la cosa dispiaccia, s’intende).

Buon erbotto a tutti.

Nadjenka

Nadjenka, cosa siamo uno per l’altra?
Anni di sguardi incerti, sciolti in morsi giocosi e primordiali
finché i nostri padri se li è presi un giorno freddo;
abbiamo saputo salutarci quando la folata zelante
ne ha estinto le già esigue fiammelle
nascoste al disonore del mondo
ma inutilmente, perché almeno io so dov’è successo:
tra i tanti terzi piani che mi segnano la vita
è ancora il faro più fioco e che più serve da guida
a me che vago a terra, in continuo deragliare
dalla mia rotaia logora.
Ne abbiamo accarezzato le vene secche
e straziate, a solcare il dorso di una sola mano,
mi hai guardato mentre scostavi il velo
e te la premevi sulla guancia
(io, pessimo figlio, non ho fatto altrettanto).
Nadjenka, Nadezda, cosa siamo uno per l’altra?
Niente, solo questi attimi. E il più bello dei troni, altrove, ti aspetta
ma non li riavrai.

Magalotti

Ben altra portata dovrebbe avere la visione della “Diciotti”, prima sui nostri schermi e ora nelle nostre teste fino a nuovo soccorso; dunque illusorio e forse addirittura temerario, da parte mia, confidare nell’altrui clemenza una volta confessato di avere familiarità solo con le motonavi che da noi solcano le acque per meri scopi ludici. Quando le guardavo allontanarsi distintamente verso l’orizzonte avevo ancora un corpo fanciulletto e giacente sulle dorate sabbie; oggi, cioè in questo settembre anche esistenziale che stinge via umidiccio, nel mio campo visivo entrano per caso, mentre tengo me stesso distante dal salmastro: in particolare il culo su uno sgabello, la punta del naso intinta nella schiuma di una Hell e i gomiti poggiati sul ripiano legnoso e appiccicoso del mobilio in uso ai locali che estendono le grinfie sul marciapiede del lungomare. Gli occhi no, gli occhi sono liberi di vagare ma spesso si fermano in contemplazione del viavai che per certi versi, cioè a meno di non essere di malumore, schiude anche in medio-bassa stagione un brillante libro di testo in cui perdersi, senza per forza doverci capire (tantomeno studiare) qualcosa.
Non saprei dirne nemmeno i nomi attuali, ora che le mie arterie si avviano verso l’indurimento. Troppo facile riesumare le vetuste “Maria Vittoria” o “Pirata”, e ho un infantile ricordo della “Palma di Maiorca” sulla costa di Misano (avessi detto Rio de Janeiro, anche se la zona si chiamava proprio Brasile); ma di sicuro i ritmi vitali (oltre che di viaggio) di quei carrettoni marittimi, da Cesenatico a Gabicce, erano dettati dalla voce dello stesso uomo, il sempiterno Marco Magalotti. Sì, perché chiunque abbia mai soggiornato a queste latitudini, e per la precisione nei pressi degli altoparlanti della Publiphono tra un bagnino e l’altro, si ricorderà benissimo, anche una volta tornato in Lapponia, del suo tono impostato a preannunciare l’imminente gita della motonave alla Baia degli Angeli, durante la quale a bordo sarebbero stati serviti pane, sardoncini e ottimo vino dei colli romagnoli; il tutto con obbligato e reverenziale passaggio davanti al maestoso incrociatore appositamente attraccato, sul cui ponte – non mancava mai di aggiungere qualche burlone – i marinai erano appostati a tirarsi le pippe l’un l’altro; in ogni caso “Achtung bitte! Ne manquez pas!” raccomandava Magalotti, prima di ripetere l’intero programma in lingue che finivano per mescolarsi in un fraterno esperanto.
Poi torna alla mente che per un periodo l’unica meta delle escursioni, magnificata in sede di annuncio al pari di un atollo delle Maldive, fu la piattaforma mineraria per le trivellazioni Agip, coi turisti che al ritorno fluttuavano storditi dagli effluvi : dunque non è necessariamente un male che ora i gomiti restino fissi sui ripiani appiccicosi dei locali del lungomare, e nemmeno che le arterie si stiano indurendo. Ma se restare a distanza di sicurezza dal pontile d’attracco si può, dai ricordi è un po’ più difficile.
Scettici? E allora regia, si agevoli l’ampex.