Tornantone selettivo

(Grazie Vincenzo. E se è un sogno, ti prego, non svegliarmi) 

Risparmiati pure subito quelle occhiate compassionevoli: tu al mio posto faresti esattamente le stesse cose. E io, da parte mia, ripeterei tutto ciò che mi hai visto fare nel corso degli anni; oh, neanche avessi messo la bomba alla stazione. Io sono parte integrante dello spettacolo, lo sai, fin dai tempi di Bitossi, il mio preferito in gioventù. Ricordo quando lo aspettavo sul ciglio della strada di campagna davanti a casa mia: sapevo che sarebbe passato solo nel primo pomeriggio, ma io mi piantavo sull’asfalto cocente già dal mattino, pronto a elargirgli il mio dono: tutta l’acqua che il mio secchio era in grado di contenere. A un bel momento, riuscivo a distinguerne la maglia ciclamino e la faccia cotta come dopo una giornata in fornace: allora io potevo raccogliere le forze – perché con un caldo del genere dio solo sa quanto quell’acqua avrei voluto buttarla addosso a me – prendere la mira, attendere che il suo palmer anteriore mi finisse quasi sotto il naso e s-ciàffete!… tante ore di nulla, o quasi, e poi guardavo pedalare via il mio idolo tutto infradiciato; ma io mi godevo l’inebriante senso del dovere compiuto. E pensavo: vai Cuore Matto, la mia acqua più fresca e rigenerante l’ho riservata a te, vedrai che alla fine l’apprezzerai, anche se adesso ti allontani maledicendo me e chi mi ha messo al mondo. Intendiamoci: non è che, passato Francone, tornassi a rintanarmi. Vedevo sfilare anche il resto del treno, ma a mani vuote, fermo. Passava Merckx, lo guardavo e gli dicevo: la vorresti la mia acqua, eh Cannibale? Tanto non te la do. E son sicuro che lui lo capisse ogni volta, perché io finivo regolarmente a tossire a causa del polverone che lui alzava sfrecciando sulla strada. Come se fosse a casa sua, dio se lo strafulmini.

Non lo direste, ma di dipingere sull’asfalto ho smesso più di venti anni fa. Gli ultimi giganteschi “VIVA” a caratteri bianchi li ho spesi per Argentin, pensate un po’, e per Chioccioli – si, quello che vinse il Giro nel 1991 – per il quale ho scritto davvero con il cuore. Mi commuoveva, che vi devo dire. Chissà che cazzo di fine ha fatto mentre vi parlo: se riesce ancora a camminare, intendo. Per il resto, non ho impiegato energie per tipi come Bugno, che non mi ispirava troppa simpatia. Nemmeno per Pantani, veramente. Era un giocattolo costoso e di lusso prestato a noi bambini poveri: si sapeva che ce l’avrebbero tolto di mano, prima o poi. Io – l’unico, forse – non mi sono mai illuso del contrario; ecco perchè posso dire di non aver sofferto come tutti gli altri.     
Insomma, mi conosci: dal tratto sammarinese della Coppa Placci fino al turmalè. Io sono colui che in occasione delle tappe in altura, sulle prime resta a fare mucchio con il resto della gente, per comporre le classiche ali di folla che inneggiano al transito di lor signori. Poi però devo staccarmi dal gruppo e mettermi in gara a mia volta, dovessi anche solo guadagnarmi la maglia nera: e allora divento capace di tutto. Travestirmi pure io da diavolo nostrano, armato di forcone come il tizio barbuto al turdefrans, e seguire Chiappucci come un’ombra. Oppure, visto che a correre con un secchio pieno si fa fatica, brandire una borraccia e vuotarla sulla testa del disgraziato ansimante (mi reputo piuttosto bravo, in questo; sbagliai solo con Ivan Gotti: inciampai e l’acqua gli arrivò in faccia. Lui tossì, la buttò addirittura dal naso, agitò un braccio e mi mandò a cagare). Altrimenti corro e basta: mi hai visto sempre accompagnare l’inseguitore che intanto altro non vede se non il manubrio, la ruota anteriore e la striscia d’asfalto. Ti sarai domandato cosa gli urlo in quei frangenti, mentre lo scorto per almeno un chilometro, agitando i pugni. E ti rispondo: non lo so, non me lo ricordo. Improvviso ogni volta. Magari qualcun altro della mia tribù può esserti più preciso. Sono cose che passano di bocca in bocca, e di generazione in generazione; non voglio sembrare più presuntuoso di quanto già non sia, ma il meccanismo è simile a quello di certi poemi non scritti dell’antichità. Di certo, Bulbarelli e Cassani non dovrebbero nemmeno fiatare, in confronto a noi.
Non ti sono gradito, lo so: nemmeno ti do torto. Ma rassegnati: come ho detto prima, della festa – o meglio di ciò che ne è rimasto – anch’io sono parte, al pari del portiere di Umberto Saba. Pensa solo che il fastidio che provi nel vedermi è lo stesso di quando pianti l’ombrellone e intanto una coltre di nubi nasconde il sole per il resto del giorno. O di quando in un treno affollato pregusti una lettura e il tizio di fronte biascica di continuo dentro al suo cellulare. O di quando, a quaranta gradi all’ombra, stai per addentare un fettone di anguria e per magia ci appare sopra un nugolo di mosche fameliche. Insomma, ci siamo capiti. Non potrai davvero apprezzare queste e altre cose, se non si materializza un ostacolo tra loro e te. Considerami pure l’ostacolo, ecco. Ma non sperare di eliminarmi. Del resto, riusciresti a immaginare una competizione in cui gli atleti corrono scortati solo dalle ammiraglie e dal frinire delle cicale? Ma andiamo. 
Soffro solo all’idea che le vittorie – di mezzecalze, peraltro – ultimamente siano tutte sub iudice, il che non impedisce comunque di comportarmi come al solito. Acciacchi dell’età permettendo, ovvio. Va be’, storia troppo lunga. Adesso scusami: vado a ritemprarmi con un sonnellino in vista della Settimana Tricolore. L’altro giorno ho sognato De Zan padre gridare nel microfono che Abdujaparov e De Las Cuevas stavano affrontando un tornantone molto selettivo. Ma io non ero con loro, porca puttana.

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