1989 (II)

Exciting_Soccer

Già prima di Double Dragon, invece, i ritmi estivi erano scanditi dal famigerato “Exciting Soccer”, che per chissà quale imperscrutabile motivo hai costantemente trovato, a ogni latitudine, in qualunque bar di qualunque stabilimento di qualunque località balneare tu abbia mai frequentato nella bamboccia tua vita. Non eri sufficientemente grande per giocare con gli altri al biliardino, o smargiasso per sbeffeggiare gli avversari in caso di vittoria, o temprato per tollerare le prese per il culo dopo le sconfitte. Il biliardino era già una scuola di vita ma tu, più banalmente, lo vedevi come un mezzo che consentiva ai poveri di spirito di farsi belli ai muliebri occhi altrui e questo, per via della tua intransigenza da infante, te lo rendeva inviso.
Non ti piaceva? Volevi fare l’asociale? E allora trastullati con Exciting Soccer, il videogame dei bambini da spiaggia disadattati. Per anni non sei riuscito a immaginare il rumore del mare disgiunto da quella colonna sonora, un’ossessiva e pigolante versione di “Tequila” (si, proprio colei che ballava nuda) proveniente da un cabinotto lasciato all’aperto, ormai corroso dalla premiata ditta Sabbia&Salmastro. Buttavi la duecentolire e subito ti chiedevi quale grado di pazzia avesse spinto il programmatore ad annoverare l’Austria tra le sei squadre da scegliere, per non parlare dell’attribuzione del colore delle maglie: azzurro per la Germania (RFT, ovviamente), ocra per la Francia, arancione per il Brasile. Gli omini erano straordinariamente simili a quelli del Lego, eccezion fatta per il sorriso, qui assente – per forza: non avevano nemmeno la bocca! E con lo stesso joystick non dovevi manovrare solo quelli, ma pure una frecciona rossa fuoco sulla linea della porta avversaria. Se piazzata nel posto giusto, e cioè a un millimetro da uno dei due pali, essa avrebbe dato direzione imparabile ai tuoi tiri, sicché “IN GOAL” avrebbe gridato l’arbitro mentre un pugno di cheerleader già sgambettava – particolare, quest’ultimo, che rivelava definitivamente e desolatamente l’origine giapponese del prodotto. In fondo una scoreggia di giochino, se messo a confronto con altri esemplari dell’epoca. Già, ma perché allora non riuscivate a smettere di smanettarci sopra, tu e gli altri disagiati? E perché i birri da spiaggia alla fine volevano a tutti i costi far vedere a voi scriccioli un modo sicuro per segnare? Forse per fregare la partita, dato che poi miseramente perdevano? Si, anche per questo. Ma alla voglia di vedere cosa sarebbe successo una volta superato l’ultimo incontro, nessuno resisteva – ecco cosa.
L’avresti scoperto da te un pomeriggio in cui dicesti: basta, o me o lui. Stava concludendosi vittoriosamente la partita contro la sola squadra rimasta e tu, sfinito, scegliesti di mollare manopola e bottoni in anticipo, sia per prepararti al grande evento, sia perché le mani ti facevano male per davvero a causa delle vesciche sul palmo della sinistra, proprio alla base delle dita. Fischio finale. Un secondo di attesa di cui ancora non sapresti determinare la vera durata…
Poi nulla. Il gioco ricominciava da capo nel modo in cui era iniziato, con tutte le squadre da battere ancora una volta, solo più veloci, e tu invece restavi quello di sempre. L’unico ricordo che ti resta è il desiderio di formulare una maledizione grande abbastanza da avvolgere il mondo intero; poco altro.
A una vita di distanza, ti sei deciso ad affrontare il passato e a installare Exciting Soccer sull’emulatore del tuo p.c. Stesso percorso vincente, stessa ultima partita, stesso secondo finale vissuto alla stessa maniera dei tuoi anni da marmocchio. Lo scoramento ti è stato lieve, al confronto di quello cosmico del tempo che fu. Ma ora, adulto, sei in grado di ricavarne perfino una lezione, che molto probabilmente non ha niente a che vedere con le allegre ciance di cui sopra. In pratica: puoi sbatterti fino all’estremo, e sarai senz’atro encomiabile. Ma tieni presente che spesso il risultato sarà identico a quello ottenuto da chi molto meno – o per nulla – si è sbattuto.
Prima te ne rendi conto, meglio è.

 

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