Mokka

Potenti, perciò irrompono; lascivi, perciò strisciano: ecco come pensi stiano comportandosi nelle tue orecchie quegli accordi così impotenti, invece, rispetto ai barbagli che – seppur di sonnolenza, a formare quindi un inconsapevole ossimoro – ti infestano umor acqueo e vitreo, tanto da indurti a credere stia avvicinandosi il fondamentale momento della giornata in cui scatta l’immedesimazione con un mozzicone di candela acceso ma ai minimi termini, col grumo di fiamma che balla deforme e sgraziato, come se accettasse il rischio di staccarsi dallo stoppino con l’incoscienza dell’ubriaco in equilibrio su un alluce al bordo di uno strapiombo. Ma tu no, non cadrai preda del vuoto, perché in realtà ti sei già issato sui gomiti e hai guadagnato quel gradino di consapevolezza bastevole a far subentrare, sempre nei tuoi padiglioni, la voce che puntualizza: “ ‘Lascivi’? Ma come cazzo ti esprimi? Forse non ricordi che hai usato questo aggettivo solo a scuola, e traducevi le versioni cercando il termine giusto con cui l’illustre facondo di turno bollava la fanciulla bella, buona e brava che aveva momentaneamente smarrito la retta via: righe che però trasudavano del disappunto di lui, l’unico a non aver mai goduto, magari gratis e per un quarto di notte, delle grazie di costei; sì, proprio come nella canzone di Venditti in cui la biondina del primo banco-la più carina-la più cretina guardava tutti meno che te”. Va be’, concedi: si poteva condensare il concetto dicendo che quella che arriva dal tivvì è musica da sottofondo per uno spogliarello, ma i barbagli sopra citati non sono amici né della sintesi, né della lucidità di esposizione.
Almeno ti sei ravvivato abbastanza da focalizzare, sullo schermo, anonime automobili camaleontiche perfettamente camuffate, cromaticamente, con gli sfondi che le ospitano; finchè non transita e troneggia quella pubblicizzata, sempre al ritmo delle ormai imperversanti note lascive cui fa da contrappunto una voce fuori campo che dice “Non lasciarti omologare”, e a te scappa di rispondere imitando De Niro in Taxi Driver davanti allo specchio: “Ma dici a me?…Guarda, sulla lezioncina posso farci una ragionata, ma che senso ha infilarla nella pubblicità di un SUV? Vogliamo anche discettare sulla natura del Cristo, magari? Non farmi arrivare, cara voce, a rimpiangere i vecchi spot in cui un’utilitaria piemonteisa, in seguito usata a fini criminali, era etichettata come ‘sciccosa’ e ‘comodosa’, eh”. Ma la minaccia non ha il tempo di sortire qualsivoglia effetto. Del conducente del SUV sono percepibili solo le fuggevoli e taglienti occhiate che lui, caragrazia, si degna di riservare dalla penombra dell’abitacolo alle suddette auto-camaleonte durante la guida, povere loro. “Per forza non ti fai omologare, figlio mio! Hai appena parcheggiato in un garage, ti allontani dal tuo SUV a passi lunghi e ben distesi e cosa fai? Te la togli, la giacca! Mica come ogni essere umano che vuole guidare comodo e solo quando scende, peraltro in uno spazio dove non batte il sole, la indossa”…ma a stroncarti fin nell’anticamera questa constatazione è lui, proprio lui, quel dannato lui che sembra esser stato concepito e generato coi vestiti addosso per poi non dover fare altro nella vita se non toglierseli, e pure dietro mercede. Quel dannato lui che non apre un po’ di più gli occhi neanche mentre cammina: sempre identiche sono le mezze fessure con cui taglia a fette il mondo, sdegnoso. Quel dannato lui che ammorbidisce i suoi tratti simil-vichinghi con la barba lanosa che oggi se hai un’età dai trenta in su non ti puoi permettere di non sfoggiare (prima è d’obbligo la cresta), e non è mica dato capire se la barba rende più bello un individuo o se da qualche tempo ha “solo” il potere di trasfondere la bellezza nell’occhio muliebre come per incantesimo; la stessa barba che a ben vedere contravviene al messaggio di quella pubblicità, rendendo tutti gli uomini, belli o non belli, omologati. E d’altro canto, omologato o non omologato, lui là è bello, non c’è niente da fare: posto che la mia barba non cresce regolare e al più dovrei farmene una con le api, come nel guinness dei primati, resterà bello a prescindere e io no; sfido che gli hanno messo su quella musica in sottofondo, è il degno accompagnamento agli scatti di deltoide, prima uno poi l’altro, con cui si libera della giacca una volta fuori dall’auto, e grazie al cazzo. Quel dannato lui, infine, che andrai a stanare su Internet, trovandolo solo su un remoto forum in cui un paio di sgallettate, previi schizzi di bava che riesci a indovinare sul monitor, si chiedono a vicenda chi è il tipo dello spot del SUV, finchè una di loro – eureka! – sfodera un nome fiammingo e diffonde un filmato con pretese da cinemino indipendente, in cui si evidenzia in che modo gli umani affrontino situazioni di conflitto in alta società oppure allo stato primitivo; e in questi contesti sua signoria appare rispettivamente fasciato in doppiopetto e in versione selvatico-guerriera. Ma il discorso non cambia: in entrambi i casi la salivazione del pur variegato pubblico femminile è assicurata, e anche se presto arriveremo ad abitare le galassie e ci gireremo come nel paesello natio, la Terra ruoterà sempre attorno alla bellezza di lui e dei barbuti suoi pari, belli anche con addosso il vestitino da Pinocchio, che vogliamo farci.
“Quindi”, sragioni, “caro Van-der-Coso, sappi che un giorno ti ucciderò, non so ancora in che modo, ma se necessario anche mandando per aria il SUV che ti racchiude, così ne ricaverò una gioia addirittura doppia. Non potete impedirmi di coltivare tali progetti, né tu né soprattutto le leggi di mercato, visto che l’autentico e più salubre detestare non è che gratuito, anche nel senso di immotivato, s’intende”.

Con questo encefalogramma, anche incastrando le punte dei piedi negli angoli del materasso, e pur con “The boys are back in town” dei Thin Lizzy a galoppare negli auricolari – brano che equipari alla visione di un porto sicuro all’orizzonte dopo un lungo viaggio, quando hai solo voglia di rifugio, di casa – sarà un miracolo se riuscirai a dormire bene. Anche perché, sai già, smaltita la fase REM alla radio passerà quasi certamente una composizione del Battiato anni 70, le cui note goccioleranno delicate – ma sempre di acido si tratta – dagli squarci di consapevolezza rimasti aperti nel tuo cervello, parenti diretti dei barbagli di sonnolenza di cui sopra. Nel buio totale le capterai, ti spaventerai tantissimo, disfarai il letto con un solo scatto di ginocchia, e il culo irromperà sul cuscino nello stesso punto in cui poco prima andava cercando un po’ di pace la tua povera testa in tumulto. 

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2 pensieri su “Mokka

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