Brott Savage. (Che poi sarebbe ‘1989’, terza parte)

Quando si potevano ancora affrontare discorsi del genere, i miei decisero di investire i loro soldi, giacenti e nullafacenti, nel caro-vecchio mattone: così acquistarono da un industrialotto modenese una mansarda a Misano Adriatico, in quella zona che si chiama “Brasile”, sul confine con Riccione, nella quale trascorsi le estati e i capodanni dai miei dieci ai tredici anni, all’incirca. Agosti vissuti come in una condizione di buon selvaggio: non tanto di giorno in spiaggia, ma nel tardo pomeriggio e di sera, quando non mi limitavo a vegetare nella sala giochi sotto casa, ma scarpinavo verso tutte le altre della zona turistica. Il lungomare non era ancora pedonalizzato: oltrepassavo il Bobo Club, costeggiavo il Parco Mare Nord – che di notte, visto dell’esterno, era davvero uno scenario da film dell’orrore – e in breve mi ritrovavo in Viale della Repubblica, il luogo dello struscio in miniatura, dove frequentavo la “Asterix”, quasi sulla ferrovia, e soprattutto la “Las Vegas”. Che c’è ancora. Ci sono ricapitato un paio di anni fa (Elio e Le Storie Tese suonavano nei paraggi), e non sono nemmeno rimasto troppo sorpreso nel vederla riempita, in gran parte, di mangiasoldi e videopoker. Nel periodo di cui parlavo all’inizio, invece, stazionavo ebete e inerte davanti agli schermi, lasciando che le ondate di luce provenienti dai videogiochi mi attraversassero la faccia.  Ore e ore così, e quando finivo i soldi mica andavo via. Mi appostavo alle spalle degli altri e guardavo la loro partita. Padre perdonami: non capivo il male che gli facevo.

D’inverno no, erano tutte chiuse. Una scena cui ripenso tuttora con un brivido mi vede da solo, all’interno della macchina dei miei, davanti alla sala giochi sotto casa a serrande abbassate. D’un tratto, una luce squarciò la tenue foschia gelata: le lampadine dell’insegna che correva lungo la facciata del palazzo si erano misteriosamente accese e presero a lampeggiare, esattamente come fossimo a ferragosto. Mi misi a fissarle, inebetito. In quei minuti pensai: ecco, ci siamo, le mie preghiere sono state esaudite, adesso le serrande si alzano fragorosamente e appaiono tutti gli apparecchi accesi, anzi, qualcuno era rimasto lì a giocare, imprigionato; beh, a ben pensarci non è detto che succeda subito, magari stanno facendo delle prove e riaprono stasera, o al più tardi domani, dai, a posto, che sfanghiamo anche ‘sto inverno di merda.

Ovviamente nulla accadde, le luci si spensero e la foschia tornò a ricompattarsi. Ma non erano stati minuti mal spesi.

Tornando all’estate, una sera io e miei ci eravamo appostati in una pizzeria con le panche sul marciapiede, a contatto col viavai di turisti. Boccone dopo boccone, pochi e selezionati pensieri occupavano quel mio cranio da buon selvaggio: principalmente il resoconto delle giornate in spiaggia, ravvivate solo dalle imbarazzate ambasciate dei ragazzi un po’ più grandi in nome e per conto delle loro sorelle, mie coetanee. Il contenuto dei messaggi tendeva a ripetersi: mia sorella ti vuol conoscere, cagala un po’ che altrimenti quella continua a lessarmi i maroni. Poi mi guardavano sdegnosi, come per dire: mia sorella è scimunita e ora ne ho anche la prova. Ma a me non importava.

Gli appuntamenti erano al bar della spiaggia: sotto la tettoia, in un angolo, uno degli ultimi juke-box caricato a 45 giri gracchiava ancora la sua, nel periodo in cui il rosso dei Simply Red proclamava al mondo, più o meno, che nel mezzo della notte avrebbe fatto la cosa giusta – ah, oh-ah. Non che l’incontro con la dirimpettaia di turno fosse memorabile al punto da parlarne qui. Il lato tremendo della faccenda è che non importava a quale tavolo ci sedessimo: accanto a noi finiva sempre per accomodarsi il bagnino appena diciottenne con la conquista del giorno. Quest’ultima, secondo uno schema ben consolidato, a conclusione dei convenevoli filava a prendere una banana. Poi tornava di fronte al bagnino e, senza smettere di guardarlo negli occhi e con gesti sapienti e lentissimi, prendeva a sbucciarla. Ne seguivano le prevedibili evoluzioni oro-frutticole (si, proprio “oro”, non ho scordato alcuna t) che duravano minuti e minuti; e anche se io guardavo la sorella dell’ “ambasciatore”, la scena si insinuava nel mio campo visivo e restava lì, immonda, in un angolo di retina. Consumavo così gli ultimi spiccioli di vergogna pre-puberale.

Pensavo a tutto questo, insomma, e intanto lì in pizzeria facevo proseguire la danza delle mandibole mentre i miei parlavano dei fatti loro. A un tratto smisero, e mi guardarono. Me ne accorsi, e alzai gli occhi dal piatto. La mia guancia sinistra dava sul marciapiedi, e prima che potessi rendermene davvero conto qualcosa la stava come…solleticando. Non mi voltai, mossi solo le pupille a inquadrare di sfuggita due labbra che si schiudevano e si allontanavano. Perchè di un bacio si era trattato, non c’era dubbio. Ora arrivava il difficile: girare la testa in quella direzione, e scoprire l’autrice dello slancio. Ma la solennità del momento, sempre che ci fosse mai stata, fu quasi subito dissipata dalla risata dei miei.

Tedesca, lei. Aveva un caschetto di capelli biondi e mossi, e un sorriso che nella penombra, beh, sfavillava.

Quel che non aveva, però, era la mia età. Non ci si avvicinava neanche. Sei anni, non di più. Per baciarmi si era alzata sulle punte dei piedi in modo quasi innaturale. Arrivarono i suoi genitori che, ridendo insieme ai miei, le scrollarono la zazzera e la condussero via, salutando.

Wow, gran colpo, pensai. Ma contemporaneamente mi sentii come quei portieri a cui segnano un rigore col tiro “a cucchiaio”, quando pensano, dopo il gol: ok, sono stato fregato, succede; ma il modo mi lascia perplesso.

Auvidersen.

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