L’incantesimo di Gaibanella


Per chi vuole partire
ma anche un po’ restare
c’è il treno elastico: il primo vagone
giunge a destinazione,
ma l’ultimo rimane alla stazione.
Per chi vuole partire,
ma anche un po’ tornare
c’è il treno elastico:
si siede in testa al treno
e va lontano
e poi se ha nostalgia
attraversa i vagoni fino in coda
e torna alla partenza piano piano.

Alle 20.50, cascasse il mondo, a Gaibanella il treno rifiata. Nuovo nuovo e ancora non corroso dalla lebbra graffitara, è un salottino snodato per meglio assecondare l’insidioso incedere del tratto Ravenna – Ferrara; gli interni talmente lindi e freschi di fabbrica che il loro odore quasi ti pulsa nella testa; le capienti pattumiere con la busta di plastica pendula e trasparente che sembra li faccia addirittura sparire, i rifiuti; i monitor montati ogni dieci passi così puoi capire quale sia la prossima stazione senza attaccare al finestrino gli occhi a fessura, dopo che ti sei riavuto dall’abbiocco perché l’unico rumore attorno è quello ovattato dell’oscurità trafitta a tutta velocità da questo serpentone che da un’ora ti ospita; e infine le porte modello metropolitana, spietatamente programmate in modo che gli innamorati, al commiato, uno sul gradino e l’altro sulla linea gialla, non possano trovarsi occhi negli occhi che per pochi secondi, prima che le due lastre di vetro o vetroresina o vetrocemento che sia scattino a stendere un velo scuro sulla parte di mondo e di vita che tra un attimo potrai accarezzare solo nel tuo cuore; insomma, basterebbe quest’ultimo particolare per indurti a rinnegare tutto quel nuovo-nuovo e rimpiangere le ultraventennali tradotte a scomparti piombati, dotate di motrice più rumorosa di un altoforno ma almeno anche di porte che non si chiudono finchè il capo non fischia, e ciononostante il convoglio non parte! non parte perché i portoghesi sono stati già individuati e tu, sul gradino all’aria aperta, puoi presenziare alla loro caccia e pietosa cacciata, e almeno è l’unico appiglio che permetta agli sguardi occhi-negli-occhi di rimpannucciarsi l’uno nell’altro ancora un po’, come negli attimi in cui al mattino fai giusto in tempo a percepire che la sveglia sta per suonare eppure per questo godi dei restanti scampoli di sogno come non hai fatto – né avresti mai scelto di fare, potendo – a notte fonda; e in fin dei conti nemmeno ti dispiacerebbe se il treno fosse pieno di passeggeri abusivi da far scendere a costo di sopprimere la corsa: che vuoi mai caro resto del mondo, son dovuto restare a causa di forza maggiore, la colpa non è mica mia ma dei portoghesi, sempre detto io, stiamoci attenti ai portoghesi.

Ma non voglio e non devo pensarci, non adesso. Alle 20.50 a Gaibanella il treno rifiata, ed è l’unico e ingiusto motivo per cui Gaibanella possa maturare e vantare una qualsivoglia forma di fama. A Gaibanella – che io chiamo Gheibanella perché così la scandisce il computer del treno quando lo fanno parlare, una stortura angloide non raddrizzabile ma tant’è – non sale né scende anima, solo il controllore di solito spipacchia una mezza paglia appoggiato alla vettura in testa, beandosi del vuoto attorno e dentro di sè; eppure, sei davanti ad un portale spazio-temporal-radiofonico-esistenziale. Spaziale, perché Gaibanella non è certo più importante di Montesanto che la precede, ma è pur sempre l’ultimo avamposto del nulla che hai attraversato, prima del ritorno nella civiltà (ma è altrettanto vero, ovviamente, che per chi viene dall’altra direzione di quello stesso nulla è la frontiera d’ingresso). Temporale perché, a causa dell’orario, è la sublimazione del buio in inverno e il lento congedo dalla luce in estate. Radiofonico perché a Gaibanella è appena sfilato via lo slogan di coda del programma che ti ha scortato fin là: “Voi dovete farci sbellicare, io alle sette e mezza al casello di Carisio voglio ridere, ridere!”, ed è dunque tempo di cambiare emittente, altrimenti con il resto del blablabla di Radio 24 si rischia un nuovo abbiocco e invece tu, pur non potendo cingerti il sembiante di rose e viole, vuoi almeno evitare di apparire a ciglio cisposo e bocca impastata. Ed infine esistenziale: perché arrivare a Gaibanella vuol dire chiudere con gran fragore e buttare nell’abisso nicciano il tal libro che si blocca sempre a mezza gola (ma tanto si sa, sono loro, libro e abisso, a guardare te); e poi aprirne uno di fate, patinato, da maneggiare con cura a pena dell’integrità dei polpastrelli. Ma non sai bene se è a colori, perché colei che regna in quelle pagine e ti si fa viva a Gaibanella aspettando il tuo arrivo è sì una fata, ma viola: esistono le fate viola? Oppure nera: ma esistono le fate nere? Forse hanno un altro nome; non me ne intendo, cosa importa.

Insomma, per riappacificarsi con l’esistenza occorre ribadire a sé stessi che il treno, alle 20.50, debba rifiatare un dieci minuti affinché l’incantesimo di Gaibanella si prepari e si compia. Qualche scienziato arido e invidioso insinua che in realtà sei fermo perché da lì in poi c’è un tratto di binario unico e dunque, nella speranza che Renzi riesca a riformare anche la legge dell’impenetrabilità dei corpi, tocca aspettare che un serpentone del tutto uguale al tuo sfrecci accanto, nel senso opposto: ma anche avessero ragione non ti rassegnerai mai all’idea, mai.

Dopo il notiziario delle 21 Radio Capital fa regolarmente decollare nel tuo cervello chitarre e batterie risalenti ai Settanta; poi, malandrina, fa perdere il segnale e devi subito trovare la frequenza giusta, seppure solo per i due chilometri finali, perché ogni volta lo giureresti: ciò che stai ascoltando piace anche al treno, che infatti sta ballando, sì! ancheggia a ritmo e in sincronia con gli scambi alle porte di Ferrara, senza rallentare, così devi tenerti stretto ai sostegni, pure loro infestati da quel profumo di nuovo che, accidenti, non intende abbandonarti le narici fino all’ultimo. Tra due minuti è quasi amore, anche se qualcuno l’ha già scritto e tu di quel “quasi” non sai davvero cosa fartene.

A tutti, buon partire.

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