Il comparto delle cose tristi (I)

Come tutti gli altri avrei potuto non dico imperversare a rotta di collo sulle rampe dei garage con uno skateboard, ma anche solo cercare di starci in equilibrio nei tratti in piano; allora sì avevamo l’età giusta e sensata, mica come adesso che a cimentarsi in città vedi dei sandroni di vent’anni che vogliono a tutti costi far fare alla tavola il giro di 360 gradi sotto i loro piedi e non ci riescono: quindi l’aggeggio deraglia, le suole sciabattano via sgraziate recapitando il loro titolare in braccio ai passanti e tu, oppresso dal costante rumore di rotelle e come di casse di frutta fracassate lungo il portico, ti rammarichi che nessuno di quei mancati fenomeni si faccia male; ma nulla di serio, eh, basterebbe la dentatura ridotta come la parte più in rovina di Stonehenge.

Come tutti gli altri avrei potuto percorrere il quartiere in sella alla BMX fino a renderne butterati i battistrada, perché si sa, il bitume è confortevole ma noioso, e quant’erano più attraenti invece gli sterrati dai quali uscivi infarinato come un fornaio alle 5 e alzando uno spolverazzo immane che ti resisteva nell’angolo più remoto delle narici e alla radice dei capelli anche dopo aver fatto il bagno, a casa; quant’era più bello strafregarsene dell’esistenza di una cosa chiamata Codice della Strada, godere (finchè durava) dell’incantesimo per cui le macchine frenavano mezzo secondo prima di investirti, e i conducenti avrebbero volentieri agito nei tuoi confronti al contrario di quando si assume lo sciroppo (che va prima ben agitato e poi preso, mentre coi bimbi scemi si deve invertire l’ordine); ma che importa, mica potevano fermarsi apposta in mezzo al traffico. Solo le signore più in là con gli anni, ma dai riflessi insospettabili, dopo aver fatto inchiodare la 126 abbassavano il finestrino cigolante roteando il macinino all’interno della portiera, quindi sollevavano un indice imperioso nella tua direzione, e la frase che usciva lenta e solenne dalla loro bocca, “Non sai che bisogna tenere la destra?”, l’avresti potuta captare anche solo da lontano, se la bici con te sopra non fosse intanto sgattaiolata via dai segni delle rispettive gomme lasciati sull’asfalto, così pericolosamente rasenti tra loro.

Come tutti gli altri potevo lasciarmi iniziare ai piaceri indotti dalla pratica della delinquenza infantile, quando certe cose non le decidi da solo, le vedi perpetrate da altri, e se sei scemo abbastanza pensi “oh, divertente” o al più “anch’io ne sono capace, non ci credete? Ecco!”. Pur avendone l’occasione, non ho mai rubato in certe botteghe minuscole ma ricolme di diavolerie nocive e irresistibili come i trucchi fluorescenti da zombie, agilmente gabbando poveri gestori che patirono qualche disavventura col proprio cordone ombelicale all’uscita dall’utero; né mi sono mai reso protagonista diretto di esperimenti quali accendere raudi e buttarli dentro alle altrui cassette della posta per vedere se queste saltavano via o restavano sì appese, ma con lo sportello rigonfio come un palloncino al limite della resistenza.

Non che non fossi capace di puttanate, tutt’altro, solo che le mie erano solitarie ed insensate. Ricordo uno spiazzo disseminato di erbacce di fronte a casa, così inutile che un giorno presi a scavarne un tratto di bordo interno, sotto le mattonelle che ne segnavano il confine con la strada, e continuai per giorni finchè potei estrarre il pietrone che le sosteneva. Lì sotto trovai un nugolo di insetti di tutte le dimensioni, che però continuarono a correre e pestarsi le zampette a vicenda nel loro piccolo mondo, anche se un’entità superiore (beninteso non a livello cerebrale) gli aveva finalmente elargito la luce del sole. Terminato il lavoro, l’improvvisato cantiere fu lasciato a sé stesso, e tale rimase fin quando i miei mi diedero a intendere quanto sarebbe stato giusto, seppure per loro disdicevole, consegnare alle autorità l’innominata ma ben nota testa di cazzo a causa della quale un malcapitato era rovinato nello spiazzo, azzoppandosi dopo aver messo il piede sopra quelle mattonelle prive di supporto. Da allora, di fronte al sospetto di essere riuscito a superare in stronzaggine e in unica soluzione i ladri e i lanciatori di raudi, non deviai più dal mio binario; gli skateboard avrei continuato a vederli solo sotto i piedi dei miei compagni, tagliando l’angolo a debita distanza con dei libri sottobraccio; e con la BMX non andai mai oltre l’isolato consentitomi: anche se non ero costantemente sorvegliato qualcuno poteva pur sempre vedermi e spifferare, chissà, magari proprio il tizio al cui azzoppamento avevo contribuito.

“Come gli altri” avrei potuto; e invece no.

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