Il comparto delle cose tristi (II)

L’avevano montato nella stanza dove pranzavamo, addossato alla parete, e arrivava all’altezza del mio gomito.
Era riempito di cose da cui si presumeva dovessi tener lontane non soltanto le manine sudice, ma anche le pupille: il che invece scatenava in me un’irrefrenabile curiosità per i tre comparti da cui era formato, e per il loro contenuto. Un giorno mi decisi. Entrai, mi avvicinai pian piano al mobile, e mentre mi chinavo sul comparto più vicino sentii addosso gli occhi guardinghi di mamma, che comunque continuava a stirare imperterrita alle mie spalle. Prima visione: un servizio da te’ in acciaio ormai opaco, da pulire con lo smac: bello, ma quasi sicuramente destinato a mere funzioni decorative.
Nel secondo comparto, le immancabili foto dello scrivente. La più in vista, oltre la quale non andai grazie ad un inconsapevole briciolo di amor proprio, risaliva a un carnevale di qualche anno prima: io e un cugino in chissà più quale tinello, impettiti nelle nostre tutine simil-actarus; lui dai lineamenti già quasi da ragazzo, sorriso da schiaffi, come ad intendere “eh, niente che non abbia vissuto, e ora sbrighiamoci, che ho di meglio da fare”; io invece pallido, le labbra ammosciate, incapace di sdrammatizzare l’attimo con altrettanta disinvoltura, e sopra la testa un fumetto diceva: “So bene che questa polaroid verrà riesumata e sventolata davanti alla mia faccia rugosa. Non so quando, ma non sarà un bel giorno”. Insomma, fino a quel momento nulla su cui soffermarsi o fantasticare: la pensava così pure mamma, che al termine di ciascuna mia muta disamina faceva partire una sbuffata di sollievo, sì, ma usando la classica vaporella.
Il terzo comparto l’avevo adocchiato di nascosto in altre occasioni: e volli lasciarmi una volta per tutte soggiogare dal fascino proibito che emanava. Già quando mi ci piazzai davanti, percepii nettamente che mamma aveva fermato qualunque attività non soltanto casalinga, ma perfino biologica, nel senso che le erano rimasti il ferro a mezz’aria e i respiri a mezza gola, in attesa della mia prossima mossa.
Nemmeno ricordo con esattezza tutto ciò che si trovava in quell’ultima parte di mobile. Oggettistica variamente inutile, ma poi…dischi, sì, una dozzina di 33 giri stipati uno accanto all’altro: ecco cosa meritava un approfondimento, anche solo perchè all’epoca in casa non c’era l’ombra di uno stereo. Così, per scacciare il punto interrogativo che doveva essersi formato sulla mia fronte, allungai un polpastrello verso un angolo di copertina a caso. L’ellepì che estrassi ritraeva tre loschi individui intabarrati in un poncho e sovrastati dal titolo “Disco Samba”. Troppo piccolo per sapere che trattavasi del dono con cui un dio crudele aveva permesso agli umani di dissipare senza vergogna quintali di dignità a ogni fine d’anno, riposi il disco; dietro di me, non un fiato. Il successivo era una compilation i cui ideatori erano stati capaci di riunire nello stesso gruppo di solchi Umberto Tozzi, gli Squallor e Nikka Costa. Si chiamava “16 Round” o qualcosa del genere – sul numero delle canzoni potrei sbagliarmi – e in copertina, per corroborare il riferimento alla boxe, erano immortalate due fanciulle che, poppe all’aria su un ring, si sorridevano e incrociavano non solo i guantoni ma anche i capezzoli durante il corpo a corpo. “Mah”, dovette essermi proprio uscito di bocca, e anche quel vinile tornò a posto, senza che potessi capire se nel frattempo mia mamma fosse ancora lì dietro o scivolata da sotto la porta chiusa.
Il tizio sulla terza copertina – l’artista in persona, dedussi – era stato fotografato di spalle, ma aveva comunque fatto in tempo a voltarsi verso l’obiettivo. Per qualche secondo cercai di sostenerne lo sguardo, e non ci riuscii, perché era con tutta probabilità l’espressione più spaventosamente truce in cui mi fossi mai imbattuto. Rintronato da quel senso di sconfitta, e mentre osservavo il retro solo per completezza di indagini, non per capire chissà cosa, percepii che nella stanza stava riaffacciandosi il respiro materno: non sereno, mi pareva.
“Non toccarlo”, sentii. Il tono era implorante, come se cercasse di rimediare a una situazione in realtà ormai irreparabile. Mi girai anch’io, come il cantante nello scatto, ma senza andare a incontrare gli occhi di lei.
“Perché non posso?”, non riuscii a trattenermi.
“Perchè no.”, rispose mettendo un punto di un paio di chili. Non erano previste ulteriori spiegazioni, e la nota nella voce era la stessa che oggi sento accompagnare i rifiuti di certi impiegati pubblici, per notificarti non solo quel “no”, ma pure per sottintendere il correlativo concetto del “Non si può. Non si può perché non si deve, e non si deve perché non si può”.
Ripristinai l’ordine nella schiera dei vinili. Col senno di poi avrei concluso: ma che curioso, con le tizie seminude non c’erano problemi, mentre un uomo accigliato e vestitissimo costituiva una sorta di tabù. Per obbedire, pensai invece, avevo obbedito; non mi si potevano muovere rimproveri, o almeno così induceva a credere il mio scarso acume, ben lungi dall’aver assorbito il non troppo velato invito ad allontanarmi da lì. Infatti, un attimo dopo, ero intento ad armeggiare di nuovo nel terzo scomparto, lasciando perdere i dischi e scorrendo le dita lungo il dorso di quelli che sembravano libri in formato gigantesco: album, in realtà, tutti multicolore tranne uno. L’unico completamente nero no, non doveva contenere le fotografie di famiglia, e neanche a dirlo lo pinzai con indice e pollice per tirarlo a me. Feci in tempo solo a inquadrare nel campo visivo le due scritte dorate che galleggiavano nel tenebroso mare della copertina: una non era italiana, ma dedussi trattarsi di un cognome perché poco sotto era stampata la seconda: “Poesie”.
Il ritmo dell’altro respiro nella camera, stavolta, neanche ebbe bisogno di accelerare, ma esplose nell’aria: “Perché non vai a giocare da un’altra parte?”.
Era perentoria, stavolta, e stuzzicarla oltre mi sarebbe costato caro.
Mi rialzai e corsi via.

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