Il comparto delle cose tristi (III)

In sostanza, niente furti in giro né raudi; ma quella proibizione da Giardino dell’Eden era suonata come un chiaro incitamento alla disobbedienza, seppure innocua.
Il giorno dopo, dalla mia stanza, sentii mamma impegnata in una telefonata, così mi acquattai dietro lo stipite dell’uscio del salotto, dove lei si trovava: forse decideva un’uscita con un’amica, magari avrei saputo quando e per quante ore sarei rimasto da solo, per attuare la mia puerile trasgressione. Caso volle che, nel frattempo, i miei sensi fossero dirottati verso le immagini provenienti dal Grundig-Vecchio-Anche-Allora, ricavandone un singulto tale da farmi stanare dal mio nascondiglio: incredibile, ma sullo schermo c’era proprio il cantante torvo della copertina vietata. La conversazione copriva del tutto il brano che gli usciva di bocca, aspetto del resto irrilevante giacchè era la performance in sé a catturare l’attenzione. Nel filmato imbracciava una chitarra, e la suonava fendendo a passi lenti un gruppuscolo di scappati di casa che ballavano, loro così scomposti, proprio al ritmo delle sue note di contro così compite. Un solo tizio, basso, paffuto e barbuto, lo seguiva con fedeltà canina, le mani dietro la schiena a mo’ di degente ospedaliero; e quando si fermavano gli restava vicino abbastanza da rimirarlo neanche avesse davanti un quadro cubista, tale era l’intensità di quella pensosa contemplazione. Immaginai fosse una specie di clown, e solo tempo dopo l’avrei riconosciuto in un altro cantante, l’unico bolognese che disdegnava essere tale. Ma l’artista principale non teneva in nessun conto le forme di vita attorno a lui: suonava e camminava su e giù, e cantando serrava le palpebre come se la luce fosse la sua peggior nemica.
Inutile dire che mamma captò la mia presenza durante la telefonata, conclusa la quale si premurò che andassi altrove e le lasciassi vedere il programma da sola. Io l’accontentai, ma prima ritenni equo avere almeno la conferma di essermi imbattuto in un segreto: magari non ne sarei venuto a capo, ma me ne bastava l’esistenza.
“Perché ieri mi hai mandato via dal mobile, di là? E perchè vuoi che non lo guardi neanche in fotografia, lui?”. Lei si chinò e mi soffiò all’orecchio:
“Perché sono tutte cose troppo tristi”.
Oh, un passo avanti, che ci voleva?
Allontanandomi, potei finalmente rosolarmi il cervello su quell’accenno di rivelazione ottenuto tanto a fatica, ma di lì a breve capii che era più sensato passare all’azione, per il poco che potevo e dovevo farmi bastare. Data la mancanza del giradischi, mi risolsi ad attendere spasmodico le assenze dei miei per mettermi a gambe incrociate davanti al comparto proibito e tuffarmi nell’album nero, che avrei sondato come per esplorare un fondale marino. Dunque, l’autore era russo, e quella che avevo per le mani la sua opera omnia: in ogni pagina una poesia, e ad accompagnarla sia un disegno che due righe di commento. Finii l’album davvero in apnea. Nell’ultima pagina era raffigurato un uomo seduto a un tavolo, esanime, accasciato su dei fogli di carta imbrattati di rosso vermiglio. Il testo seguente non lasciava scampo…

 “O caro amico, ci vedremo ancora,
che sempre nel mio cuore tu rimani.
Ormai di separarsi è giunta l’ora,
ma promette un incontro per domani.
O caro amico addio, senza parole,
senza versare lacrime o sorridere.
Morire non è nuovo sotto il sole,
ma più nuovo non è nemmeno vivere

 …e il commento in calce confermava che si trattasse del congedo estremo. L’autore, infatti, aveva scritto quella poesia col proprio sangue, per poi impiccarsi.
Chiusi, ripensai alle parole di mia madre e ‘ah, ecco’, dissi da anima semplice.
Con una reazione del genere non mi avrebbero dato la parte di Bastian ne ‘La Storia Infinita’, sicuro.
Per completare la disobbedienza dovetti attendere ancora un po’, quando esasperai i miei al punto tale che acconsentirono a regalarmi uno stereo per il compleanno. Forse a mia mamma non importava nemmeno più che io potessi consumare il misfatto tanto pregustato, cioè ascoltare il disco proibito col cantante truce in copertina, ma il piano andava rispettato comunque: attesi la solitudine domestica, sfilai con circospezione il 33 giri dal comparto del mobile nella stanza da pranzo, guadagnai la postazione dello stereo sgusciando come Cattivik, detti un’altra occhiata alla foto (‘mazza quant’è truce!’), e adagiai la puntina sul vinile. Anche in quel caso ho ricordi vaghi di ciò che seguì: un brano era piuttosto ritmato, doveva essere quello che ballavano gli scappati di casa nel filmato alla tv, e il cantante nel ritornello proclamava “Ognuno è libero/di fare quello che gli va”. Iniziai a nutrire dubbi sulla fondatezza dei motivi che erano costati al disco il mancato passaggio del vaglio da parte della censura materna, ma arrivò il brano al solco successivo, su cui non mi soffermerò se non per ricordare l’uomo che “la sera ritorna a casa e non ha neanche voglia di parlar”; e fu come sprofondare lentamente dal giorno alla notte più cupa, con quel ritornello poi, che pareva un ponte interrotto e affacciato sul nulla: come finirà? Cambierà? Come, quando?
Spensi lo stereo, rimisi l’ellepì nel comparto, e pensai ancora ‘ah, ecco’, la stessa reazione da pesce lesso di fronte all’album di poesie, ma grazie alla quale i miei potevano dirsi salvi dall’eventualità che compissi gesti insani a causa della musica. Forse ne sarei uscito maggiormente segnato se avessi avuto modo di assistere a ciò che il Grundig mostrò dopo il mio allontanamento: il fermoimmagine di un uomo vestito di tutto punto, seduto per terra nella camera dove alloggiava, la schiena appoggiata al letto e le gambe inanimate, ficcate a viva forza, sembrava, sotto al mobile di fronte a lui. Una posa decisamente inusuale per un suicida, come avrei appreso molti anni dopo. Evidentemente l’auspicio nella canzone era stato disatteso: nulla era mai cambiato, purtroppo.

Crescere, evolvere…Mah. Non faticai tanto, in seguito, a sorridere del riarrangiamento per discoteca dei successi di quel cantante, anche a causa della ‘scandalosa’ storpiatura del suo cognome, trattandosi di genere ‘techno’; né addirittura a sbellicarmi incorrendo in auliche cover che iniziavano con “Mi son strappato i peli del culo”: di per sé una bestialità, ma uniti al resto dell’altro brano famoso (“…perché non avevo niente da fare”), beh, assumevano tutt’altra pregnanza.
Quanto ai versi con cui il poeta russo si arrese all’ineluttabile, senz’altro era colpa del traduttore italiano, ma suvvia, non sembravano il Corriere dei Piccoli in salsa tragica?

Il che conduce a una sola conclusione. Mia mamma ci aveva visto giusto, e anche il tempo le avrebbe dato ragione.
Delle cose tristi non ero degno.
Forse solo col Disco Samba avrei avuto delle chance, chissà.

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