Se vogliamo andare d’accordo

Un applauso agli USA campioni del mondo. Campioni di tutto, ma di cosa in particolare?

Ora, si sappia che:
1) Se vogliamo andare d’accordo, qui sopra, è bene che non disprezziate la pallacanestro;
2) Se “homo longus rare sapiens”, come affermò Gianni Brera, è anche vero che “si sapiens, sapientissimus”;
3) La pallacanestro è lo sport dei superuomini: non solo coloro che la praticano, ma anche quelli che la vivono.

Per affrontare ogni faccenda terrena, mio babbo ha sempre fondato le proprie convinzioni su pilastri incrollabili nel tempo e nello spazio. Ed uno di questi punti fermi è: Julius Erving, Doctor J, è il migliore di sempre. Ciò stabilito, possiamo pensare al resto, per quel che vale. Perché qui, in realtà, non datur neanche il secundum, figurarsi il tertium. Parlo di un uomo che si bea tuttora di aver ammirato dal vivo Elio Pentassuglia, se mai ciò possa rappresentare qualcosa in un paese in cui parlare pubblicamente e un minuto di pallalcesto è diventata cosa, se non brutta e cattiva, elitaria. Un uomo, dicevo, che una trentina d’anni fa balzava via dal divano e ringhiava per Dan Caldwell, Otis Howard, Tony Zeno, Claudio Malagoli, stelle della Bartolini Brindisi nella massima serie del tempo che fu. Questo in ambito nazionale. Al basket europeo pensavano Koper Capodistria e Sergio Tavcar; al mondo oltreoceano Dan Peterson, prima che gli si indurissero del tutto le arterie. E se sullo schermo era il Dottore a volteggiare, il caro genitor non poteva neanche muoversi: solo cadere preda dell’imbambolamento, al massimo accompagnato da qualche ghignata di approvazione, come dopo l’assunzione di una sostanza psicotropa non ancora del tutto studiata.
Una domenica come tante altre, dunque, mentre era in pieno corso il rito della santificazione dei Seventy-Sixers, squadra in cui Erving sfavillava, mamma notò nel gran-matto-da-cui-provengo qualcosa di diverso. Forse per colpa di qualche malestro di Michael Iavaroni, di fatto i lineamenti dell’officiante davanti alla TV erano visibilmente tirati. Magari si sarebbe rilassato con le giocate non dico di Clemon Johnson, ma di Moses Malone e Maurice Cheeks, loro sì…ma niente, bisognava aspettare Doctor J. Il quale, eccolo, non deludeva mai le attese. Basti pensare solo a come approcciava gli uno-contro-uno: a una tale vista intrecciavi le dita dietro la nuca e godevi già così. E poi, al solito: finte, finger-roll, schiacciate, plurimi cambi di mano in volo, palloni appoggiati in qualunque punto del tabellone, non importava, tanto lo Spalding trovava sempre un modo per ricadere dove doveva, neanche si fosse trattato di un patto col diavolo. No, non era mancato nulla. Ma perchè dunque quella volta il godimento dell’officiante era pari a zero? Si era forse assuefatto?
No. Immediatamente dopo la sirena di fine gara, il gran matto allungò una mano verso il telefono, sollevò la cornetta e compose il numero, con calma anche, e senza scardinare con l’indice la vecchia e opaca rotella dell’apparecchio, come avrebbe potuto e dovuto. Stava chiamando la clinica presso la quale allora lavorava. “Preparatemi un letto” disse con la voce stravolta. Ormai non aveva più importanza il gigantesco punto interrogativo stagliatosi sul volto di mamma: lui, pazzo quant’altri mai, era già saltato sulla 131 grigia. Perché, riagganciando, non aveva mica aggiunto: “Venitemi a prendere”, ma un inquietante “Sto arrivando”.
Dal dottore finto a quelli veri. Appendicite perforante, era. Nessuna speranza, se in quella partita ci fosse stato non il supplementare, ma anche solo un time-out di troppo.

Non crediate: comunque fosse andata, avrei trovato il modo di amare questa specie di sinistro incantesimo, se non altro per capirne la potenza, tale da trascinare via con sé una vita. E se gli eventi avessero preso una piega più triste, a maggior ragione si sarebbe trattato di un giusto tributo che avrei versato al ricordo di quello strano spettatore.
Ma fu riacciuffato per i capelli, il gran matto. Quindi, per fortuna, oggi mi diverto soltanto e non commemoro.

“Il basket è la vita. Il resto sono dettagli”. La frase, un po’ stinta, è ormai una tragica prominenza fisica per effetto della pancia che la espone e diffonde: la mia. Ma quella maglietta non la butterò mai.

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