Il Corsaro Nero piange (I)

L’sms arrivò mentre ero allo stadio per una partita di calcio in notturna. Il cellulare prese a vibrare proprio in occasione di un gol dei locali: solo dopo aver adeguatamente gridato ed applaudito in piedi sul gradone mi degnai di guardare lo schermo del telefonino; era il mio capo. Mi prese alla gola l’indefinibile sensazione di allarme che proveresti se fossi svegliato, a letto e nel cuore della notte, da un gatto piombato sulle lenzuola da chissà dove. Il capo non mi aveva mai inviato sms, per cui mi parvero infiniti i secondi che separavano la visione dell’icona a forma di busta dalla lettura del testo. “Oggi è mancato mio padre”, aveva scritto. E formulando le condoglianze in risposta mi sentii di certo inadeguato, io che con lui mi limitavo ai saluti e alle risate forzate di fronte al suo umorismo gradevole come un infuso bollente ad agosto (a qualcuno, tipo i beduini, può piacere; a me no), tanto più che attorno dovevano ancora spegnersi i gioiosi strepiti a seguito del gol.
Nei giorni successivi lasciammo che il capo, ben lungi dal disertare l’ufficio, ci sfiorasse come avvolto da una nuvola. Volle temporaneamente uscirne quando mi chiamò nella sua stanza tramite l’interfono: anche quello un segnale allarmante, di norma. Ma stavolta, dietro la scrivania di legno finto-ciancicato che fa tanto chic, e sotto il quadro raffigurante il volto di un tizio barbuto – non si sa se monaco o senzatetto – un po’ dolente un po’ no (pareva gli stessero pestando un piede ma anche che ne traesse una sorta di estasi), vidi solo due palpebre muoversi nella semioscurità. Aveva abbassato le tapparelle e acceso una piccola lampada accanto lui, puntata su delle scartoffie in un angolo del tavolo. Poi inquadrai dei reticoli in fiamme che giuravano di essere congiuntive, seppur straziate. Solo dopo qualche secondo, come lo Stregatto, ufficializzò la propria presenza in carne ed ossa, spazzando via tutte le peggiori aspettative da cui un novizio deve lasciarsi assalire. Potevo temere di dover fare una ventina di caffè per altrettanti clienti in riunione; di dover trovare la pattumiera giusta per buttare la simil moquette che magari io stesso avevo rimosso con le mie manine dal pavimento di una stanza altrui; o di dover armeggiare sulle manopole dei termosifoni con la dovuta cautela, perché ne uscisse la giusta quantità d’acqua da far cadere nella vaschetta: né poca né in eccesso, altrimenti si restava al freddo. Tutte esperienze che in realtà avevo già provato al lavoro sulla mia pelle, oltre ad altre ugualmente umilianti; inutile che ridacchiate. Ma ciò che stava per uscire dalla bocca di quell’uomo era davvero qualcosa di unico.
“Sai dove sono le pompe funebri del Comune? Mi han chiamato per dirmi che è pronto il manifesto. Me lo andresti a prendere, adesso?”. Qualcun altro avrebbe appallottolato il lutto e gliel’avrebbe ributtato in faccia, ma potete immaginare cosa lo sventurato e pusillanime novizio rispose. Il capo, peraltro, sapeva bene che io, in quei tempi di bassissimo facchinaggio, giravo solo in bici: anzi, era proprio questa la caratteristica per cui non gli ero del tutto sgradito. All’epoca i nostri “punti di interesse” erano disgregati per la città: in generale, quindi, ero pronto per capitare dappertutto e in una stessa mattinata, mente altri in auto restavano imbottigliati. Ma stavolta non si trattava propriamente di “lavoro”. Non riuscii a obiettare che trasportare un manifesto in bici non sarebbe stato agevole: lui si era già girato verso il p.c., ringraziando senza neanche essere sicuro che l’idea mi andasse a genio, come drogato.
Pedalando verso lo sportello di igiene pubblica mi lasciai attraversare da una flebile speranza: ma vuoi che non mi diano almeno un contenitore cilindrico dove ficcare il manifesto? Beh, una volta sul luogo gli impiegati mi consegnarono il triste annuncio tutto dispiegato, senza degnarmi di mezzo sguardo: se gli avessi spianato contro una pistola, non se ne sarebbero accorti. Realizzai di non poter scalfire la loro corazza d’indifferenza col solo uso delle mie miccette verbali, farfugliamenti del tipo: “Veramente sarei in bicicletta”. “Ma mica piove”, mi fu detto con uno scatto di ciglia in direzione dell’uscita (si noti la finezza, non verso la finestra: proprio come a intendere “vai fuori dai coglioni”). Così nel tragitto di ritorno mi produssi in uno di quegli esercizi di creatività a cui ero costretto quando dovevo portare con me del cartaceo troppo ingombrante per essere stipato in una borsa. Ok, non pioveva, ma due dita di una mano sul manubrio le avevo riservate per pinzare il manifesto, piegato in due ma non completamente, e in modo da non fargli toccare la ruota anteriore: se avessi sgarrato, avrei partecipato alle esequie non in veste di spettatore ma di defunto aggiunto.

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