Il Corsaro Nero piange (II)

Con le dita ancora ad artiglio attraversai la penombra della sua stanza, posandogli il triste annuncio sotto le pupille iniettate. “Hm”, fece lui dopo averlo ispezionato per controllare che fosse come l’aveva commissionato. “Per caso capiti a Palazzo stamattina?”. Domanda inutile se te la pone il tuo capo, figuriamoci in un frangente come quello. Recitato che ebbi il “no-ma-se-hai-bisogno-mi-allungo” con lo stesso entusiasmo biascicato di un pateravegloria, il capo consegnò le direttive: “Fai una scappata, vedi se c’è un muro libero nei paraggi dell’entrata, e chiedi il permesso per attaccarlo lì, in modo che si veda”. La domanda “ma il permesso a chi?” mi morì in testa ancor prima di arrivare in bocca, per cui mi limitai a riprendere il manifesto e a sgusciare via, attento a non scomporre l’equilibrio tra silenzio e oscurità regnanti là dentro. Ma l’illuminazione mi giunse una volta tornato a mulinare sui pedali, le dita di una mano impegnate nell’identico modo di poco prima. Smontai dal bolide e bussai al vetro della guardiola dove stazionava Mingo, il custode, intabarrato estate e inverno in un pesante giaccone scuro sponsorizzato dal Comune, e sul volto una mascherina da chirurgo: “Difese immunitarie basse”, farfugliava a chi gli mandava occhiate interrogative in merito, si trattasse di uno dei Savoia o dell’ultimo dei passanti, fosse la prima o la centesima volta. Lo conoscevo da parecchi anni, per cui a giusta ragione sentivo di confidare nel buon esito della missione. Mingo, non appena gliela esposi, si grattò la barba sotto la maschera, mi guardò come se non sapesse più bene chi fossi e sgattaiolò senza dirmi nulla. Nel frattempo, pensavo che l’immagine di un imbecille impalato davanti a una guardiola vuota con in mano un manifesto funebre potesse essere di una certa utilità a chi intendesse dimostrare la mancanza di senso della vita.
Il custode tornò, disse che per quel tipo di questioni occorreva farsi rilasciare apposito benestare dal presidentissimo in persona, il quale – neanche a dirlo – era in giro e non se ne potevano ipotizzare i tempi di ritorno. Ma, mi fece scoccando una di quelle occhiate per cui in cambio ti riprometti di essere più buono, visto che onerato del disbrigo della pratica ero proprio io e non uno sconosciuto armato di un pericoloso pezzo di carta rettangolare bianco e contornato di nero, potevo ritenermi autorizzato ad appiccicare il manifesto accanto all’augusta entrata – anche se lì non c’era una vera parete ma il portello dei contatori. La Buonanima, date le circostanze eccezionali, mi avrebbe di sicuro capito e perdonato. Chissà se avrebbe dimostrato cotanta comprensione il figliolo, se mai fosse passato da quelle parti.
Non ci passò. Trascorsero due giorni, ma la nuvola in studio non si era ancora dissolta del tutto, tanto che fu necessaria una mia nuova convocazione nell’antro oscuro. La richiesta, stavolta, fu di staccare il manifesto, chè l’umanità era stata a sufficienza resa edotta, e restituirlo al committente. Buttai palesemente anidride dalle narici, ma il capo non ci badò, preso com’era dagli effetti di una nuova specie di allucinogeno che il monitor del computer, evidentemente, stava irradiando. Stavolta sì, pioveva, e durante il percorso ebbi cura di bagnarmi abbastanza da affrontare il compito. Di fronte al portello dei contatori allungai le dita fradice e strappai via senza troppo riguardo i quattro strati di scotch che tenevano attaccati gli angoli, come se su quel manifesto si insinuasse che prediligevo fare le pippe ai cani vedovi. Dopodichè arrotolai il reperto, lo schiacciai tra petto e ascella dello zuppissimo giaccone che indossavo, come un francese avrebbe fatto trasportando la sua baguette, e mi avviai alla base, senza fretta, con calcolata perfidia.

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