Il Corsaro Nero piange (III)

Gli angoli disintegrati da cui pendevano brandelli di nastro adesivo; i bordi praticamente accartocciati, neanche si trattasse di una mappa del tesoro; il resto, simpaticamente picchiettato da goccioline e gocciolone di pioggia a stingere i caratteri del triste annuncio: in queste condizioni avevo restituito il manifesto, piazzandolo sulla scrivania sbocconcellata e sotto il naso del committente, che rimirava, ancora sperso nell’antro buio, quell’impietoso risultato. Per parte mia, e me ne vergogno, godevo della visione privilegiata, a braccia conserte, adducendo come pretesto il fatto che la parete di affissione (che parete non era) fosse particolarmente esposta alle intemperie, d’improvviso sopraggiunte. Allora intravidi di nuovo un barlume di congiuntiva infiammata, e mi preparai a subirne i dardi: del resto me l’ero cercata. Invece no. Strinse le labbra, e con gesti inutilmente delicati provò a dispiegare sul tavolo il frutto del misfatto che avevo perpetrato. Poi alzò la testa di scatto, “Va beh, facciamo così, eh” parve quasi chiedere il mio conforto in proposito, e con una manata accartocciò il ricordo del de cuius, proiettato un secondo dopo nel cestino. Più veloce di quella, avevo visto soltanto la funzione “reset” di un Commodore 64.
Frugò per un istante nella giacca e ne cavò un pezzetto di carta. “Fammi un’ultima cortesia, sii gentile”, mi disse usando una locuzione, quest’ultima, per cui non finirò di provare estrema perplessità. Era il tagliandino dell’ente che avrebbe dovuto ricevere le famigerate “opere di bene”. “Chiamali, e mettiti d’accordo con loro”, chiese. Restai sul posto come un salame, non capendo se dovevo ritenermi congedato o meno: qualcosa mi diceva che non lo ero, e a ragione. Il capo sbuffò e disse, ricomponendosi: “Lo dico anche a te. In questi giorni, non badare a come reagisco o rispondo”. Anche in quel caso, cosa replicare? Annuii. Chinò la testa sulla tastiera del computer, e io uscii in fretta dall’antro perché dal tremolare della voce, nel “grazie” che profferì, capii che lui era prossimo alla capitolazione, corredata da calde lacrime. Le lacrime di uno che in alcuni momenti tempestava mobili e suppellettili con i cazzotti che avrebbe tanto voluto dare a te. Le lacrime di uno che, se non gli garbava un minimo il tuo vestiario o il modo di esprimersi verso terzi, ti convocava, ti rammentava come l’immagine sia tutto, tutto! e ti rinfacciava così la qualità di rotella arrugginita che sciupa il buon funzionamento dell’ingranaggio svelto e lustro. Le lacrime di uno che poteva tollerare di essere insultato ai quattro venti, ma mai, per nessun motivo, scavalcato in silenzio. Insomma, non dico che si trattava di un momento salgariano, comparabile al pianto del Corsaro Nero, ma poco ci mancava.
Fuori dalla porta, il resto dello studio mi guardava già con aria interrogativa. Io chiusi gli occhi, sfoggiai le più convincenti rughe che avevo su fronte e mento, e mulinai una mano come a dire: “Uh, meglio non parlarne”. Dopodichè recapitai il tagliandino in mano alla segretaria e le feci: “Vuole che li chiami”, lasciando intuire la difficoltà che avrebbe comportato la telefonata da parte del diretto interessato. Lei, caduta in trappola, provvide senza far motto.

La mattina del funerale mi detti malato. All’eventualità di trasportare il feretro, vi dirò, non volevo prepararmi.

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