Lugaresi (I)

Veleggiare stancamente verso la macchinetta, e pensare che avresti anche il vento contrario, cioè il parere di un collega, lui splendido senza esserlo, lui sempre su percorsi agevoli e spianati, stando al quale “il caffè fa ingiallire i denti”, ed ecco perché il bel tomo non manca mai di accompagnarlo a un bicchierino di minerale, ma appena aguzzi la vista puoi notare il kit composto da spazzolino pieghevole e mini tubetto di dentifricio sbucargli dalla tasca della giacca. Realizzare che, contrariamente a ciò che sembrava, quel parere ha invece il potere di fartela quasi abbracciare, la macchinetta: peccato dentro ci sia un millimetro scarso d’acqua. Lasciarsi sedurre dal paradosso per cui avresti preferito che il serbatoio fosse vuoto del tutto: invece così non solo devi riempirlo, ma anche subire la beffarda soddisfazione di chi, prima di te, ha goduto nell’abbandonarti a quelle due gocce e al rauco arrancare di un distributore privo di vita. Inserire la capsula e affannarsi a ricercare un dannato bicchierino, senza fortuna. E dunque arraffare l’unica cosa che rivesta la qualità di recipiente in tutto il pianerottolo: un tazzone da tisana in coccio con l’orlo spesso un centimetro, incastrato sotto al beccuccio. Azionare il macchinario e far defluire il caffè, senza poter avere un’idea della quantità che ne otterrai; probabilmente americana, dio ne scampi e liberi. Bramare lo zucchero e solo allora scovare con la coda dell’occhio, nell’armadietto semiaperto della cancelleria, una pila di bicchierini di plastica che dovrebbe essere ovunque, perfino al cesso, tranne che infrattata lì; e così svuotare in quest’ultimo la brodazza con cui avevi riempito la tazza da tisana. Inserire una nuova capsula e ripetere l’operazione. Estrarre dall’involucro la bacchetta per mescolare, ma constatare nel frattempo come le bustine di zucchero, che di solito riempiono una scatolona di latta per i formati famiglia, siano subentrare nella gioiosa caccia al tesoro che poco prima vedeva coinvolti i bicchierini; e vaffanculo, prendiamolo amaro ‘sto cazzo di caffè. Buttare la capsula abbrustolita, gesto che se non si compie subito è quasi certo scorderai del tutto, bastano pochi secondi, con altrettante ovvie lamentele di chi ti seguirà di lì a breve, da parte di gente che, per dire, non è mai minimamente sfiorata dal timore che il bagno che ha appena usato possa gridare vendetta al cielo a livello igienico. Avere ulteriore conferma che non hai bisogno di fare un salto in riva al Gange, se puoi capitare nei pressi di una pattumiera piazzata in una stanza del caffè medio-tipica da ufficio; il cestino potrebbe essere grosso quanto una vasca da bagno, ma gli scarti di ogni tipo ne finiranno inevitabilmente fuori, come per effetto di un campo gravitazionale. Portare il bicchierino fumante alle labbra, ma fermarsi di botto (ci manca solo che la temperatura del caffè sia tale da pelarti via il primo strato di mucosa orale) e posarlo sopra l’aggeggio con cui hai finito di lottare due secondi fa; dare quindi vita alla pericolosa parentesi mentale in cui i pensieri balzani ti si infilano nel cervello alla maniera del prezzemolo dispettoso tra un dente e l’altro. Rendersi conto di come ogni singola riga dall’inizio in qua contenga almeno un motivo, oltre al detestabile stile di questa mano, per farti staccare i santi dal calendario e dissipare così i punti-purgatorio faticosamente accumulati.

E dal nulla, prendere a ricordare Lugaresi.

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