Lugaresi (II)

Dopo un buon numero di anni di consolidata professione, si acquisisce un privilegio silenzioso, perché non si ostenta, ma nel contempo di portata stordente, perché si finisce per scaricarlo su chi non è alla pari né per grado né per anzianità di servizio. In sostanza, arriva un momento in cui il professionista può scegliere di non occuparsi direttamente di certe questioni, pur continuando a guadagnarci sopra beninteso, mettendo solo una firma; e delegando, ovvero sbolognando, lo sporco lavoro a qualcun altro. Lo stesso discorso si applica non solo alla materia del contendere, ma anche a determinati clienti: non importa che tipo di faccenda debbano sbrigare, il membro anziano dell’ufficio dirà “anche se sono io a conoscere quel tizio – anzi proprio per il fatto che lo conosco da tempo e sin troppo bene – non intendo non dico parlargli, ma nemmeno vederlo in fotografia”. Tuttavia, cliente e guadagno devono restare in ogni caso sacri, e qui subentra il garzone di bottega, sui cui si abbatte il privilegio del socio anziano.
Badate che quelli che vengono scaricati sui subalterni mica sono cattivi clienti, in linea di principio. Ti danno del gran lavoro: faccende su cui studiare, che ti arricchiscono a livello di esperienza. Quest’ultimo verbo, avrete capito, va utilizzato in un’unica accezione: non di certo quella “materiale”, ed ecco dove sorge il primo problema. Il secondo è che non si tratta di soggetti propriamente malleabili. Un’esemplificazione? Il professionista con una ventina d’anni di carriera alle spalle non solo non assiste i propri parenti, ma non gli fornisce il benché minimo straccio di parere. Per cui, se un cognato vuole rassicurazioni sulla convenienza giuridica di una determinata polizza infortuni, sarà il garzone di studio a riceverlo (sotto il beneagurante invito che recita “senti che cazzo vuole quel rompicoglioni”), a starlo a sentire circa vicende che di contro di giuridico non hanno nulla, e a farlo sbilanciare circa l’opportunità di vergare la temuta cartaccia; e il più delle volte, previa spiegazione di clausole e controclausole, il tizio si decide per il “no”: in fondo non siamo mica negli USA, dove se ti sbucci un ginocchio poi la Sanità ti chiede tutta la gamba come compenso.
Nella stessa categoria rientra Lugaresi.
Omettone sull’ottantina ma con lo stesso letale potere di quei ragni che ti mordono e trasmettono la fascite necrotizzante, era capace di riempirti uno schedario intero con le beghe che si trascinava dietro, personali e no, di tutta una vita o dei cinque minuti precedenti, dalla vertenza con la Presidenza del Consiglio dei Ministri alla bagattella da Giudice di Pace; beghe in calce alle quali, come detto, il socio anziano si sarebbe limitato ad apporre uno scarabocchio, lasciando ai subalterni il compito di sciogliere gli gnòmmeri di gaddiana memoria. Per cui: il nipotino si era rotto un braccio giocando in giardino a casa? Via a piantar le tende nell’ufficio sinistri della tal assicurazione con cui era stata stipulata la polizza, a cercare di scalfire la corazza del liquidatore di turno, che per uno squallido gioco delle parti altro non aspetta se non i tuoi insulti prima, e la citazione in giudizio poi, e solo in seguito chiude la vertenza buttandoti in faccia due lire che in ogni caso non copriranno mai gli impegni profusi. Oppure: a uno straniero in forza all’impresa edile di Lugaresi non rinnovano il permesso di soggiorno? Si prende per la manina graziosa il diretto interessato e di corsa all’Ufficio Immigrazione, unico italiano nel mezzo di una coda che si snoda lungo budelli del centro città in cui potrebbero farsi largo agevolmente giusto i vermi. E una volta entrati nello stanzone, buio neanche fosse un’abbazia del Nome della Rosa, scrutare il volto basso dell’agente, schermato da una vetrata e pensosamente perso negli scartafacci relativi al tuo assistito, a farti intendere che sì, un problema evidentemente c’è, ma non è dato capire bene quale. E un minuto dopo, si assiste dal vivo a una procedura che credevi si praticasse davvero solo nei film: i polpastrelli e i palmi delle mani del diretto interessato cosparsi di inchiostro e fatti poggiare su un foglio a fini di schedatura. Ma solo alla fine, mentre ancora non riesci a capire di che morte morirai, ti sentirai umiliare dal piantone, che invece tutto sa: “Permesso di soggiorno? Ma chi, lui? Gli han trovato in casa il Cartello di Medellin, è un miracolo se non l’han già chiuso in galera buttando la chiave alla foce dell’Ausa”, sottintendendo la corrosione immediata di tutto ciò che tocchi quell’acqua, si tratti di cosa o persona. Circostanze, insomma, che non ti avrebbero fatto avvicinare alla questura nemmeno di striscio.
Indipendentemente da chi beneficiasse della prestazione, comunque, Lugaresi era il destinatario delle pretese economiche dell’esimio professionista. Cioè: predisposte e quantificate dal professionista, ma formulate, soprattutto per le brevi vie telefoniche, dal subalterno. Il quale, dopo aver timidamente inoltrato la richiesta, già sentiva il tuono brontolare dentro la cornetta, seguito dalla deflagrazione vera e propria, un qualcosa che nei giorni di buonumore iniziava così: “Te..” (Lugaresi è tra quelli che se si sentono dare del “lei” si mettono sulla difensiva, perché non sono sicuri di essere loro gli interlocutori) “Te, di’ al tuo capo che è matto, e che io quei soldi non glieli do”.
Un secondo dopo quest’ultima parola, chi telefonava sentiva la propria fiducia nel mestiere schiantarsi come King Kong abbattuto dalla cima dell’Empire State Building.

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