Lugaresi (III)

Se fosse necessario delineare ulteriormente Lugaresi al di là delle descrizioni fisiche (in cui peraltro mi rendo conto di non aver ecceduto), si potrebbe usare un’espressione di quattro parole, ovvero “non se ne parla”; e non solo per quanto riguarda la retribuzione del professionista. Lugaresi, pur con tutte le sue questioni e anche se può sembrare incredibile, non ha mai messo piede in ufficio da me, e il motivo è da ricercare in una sua telefonata, una delle prime che la nostra segretaria raccolse poco dopo essere stata assunta. Ora, io continuo ad ignorare il contenuto del colloquio tra i due; dalla stanza accanto, non ricordo toni esasperati, tantomeno parole fuori luogo. Altamente probabile che Lugaresi avesse espresso, seppur a modo suo, l’intenzione di fare due chiacchiere con qualcuno di noi, e che d’altro canto l’impiegata fosse stata distolta da altre mansioni importantissime, come star dietro agli aggiornamenti on line di Dagospia. Il risultato fu che almeno una volta a settimana io gli parlavo, sì, ma a Palazzo, dove mi tendeva agguati professionalmente umilianti: una condotta del genere lasciava presumere la mia riluttanza a rispondere alle sue chiamate, ma così non era. Fatto sta che qualche anima empia doveva avermi descritto a lui in maniera efficace, e per un bel po’ mi inoltrai cautamente nell’enorme atrio, furtivo come in una palude infestata da vietcong mimetizzati. Quando credevo di poter guadagnare senza problemi la postazione del custode, Lugaresi caracollava nel mio campo visivo, materializzandosi da chissà dove e placcandomi meglio di un all-black, senza nemmeno toccarmi. Quando gli agguati divennero il suo modus operandi (neanche fossimo in criminal mainz) cercai di fargli capire, col tatto di cui non sono capace, che un andazzo del genere non fosse dignitoso né per me né per lui. Per un paio di secondi pareva perfino ascoltarmi, per poi troncare il mio discorso con una domanda che mi riportava bruscamente alla realtà. Così, quando mi chiedeva “Non l’avete ancora licenziata, quella brutta lì?”, dovevo dedurne che: 1) alludeva alla nostra impiegata; 2) non voleva venire in studio per non dovere avere a che fare con lei, anche solo a causa del primo, e misteriosamente malriuscito, colloquio telefonico. Una volta soltanto manifestai a quella mente ostinata e contorta l’unica curiosità che pensavo di potermi permettere. “Scusi”, gli chiesi “Ma come può farsi un’idea, fisicamente parlando, di una persona che lei non ha mai conosciuto dal vivo?”. “Io so che è brutta” sentenziò, imperturbabile come un capo indiano ma autorevole come la cassazione a sezioni unite. Dal che capii altre due cose: che l’aggettivo “brutta” non doveva necessariamente riferirsi a caratteristiche somatiche dell’interessata, anzi; e che mi conveniva arrendermi, cercando rifugio nella sopra citata formula magica di quattro parole.
Insomma, per questi motivi fu nell’atrio del Palazzo che perfezionammo, io e lui, la condotta da adottare di volta in volta nelle sue controversie contro l’umanità. Tra le tante, doveva sistemare una fesseria con le locali Case Popolari a causa dell’ennesimo suo parente più o meno prossimo e, a sentir lui, molto meno che non abbiente: un debito di circa quattrocento Euro rimasto per non ricordo quale ragione. Non che in casi del genere ci sia un ventaglio di opzioni molto ampio: o non si paga, resistendo poi a tutte le iniziative giudiziarie che ti scateneranno contro; oppure, in mancanza di appigli e se in ogni caso l’importo non giustifica i costi di un intervento, si sborsa. Inutile dire che caldeggiavo la seconda ipotesi, per il timore di essere poi costretto a lavorare a vuoto. Lugaresi parve non convintissimo del mio parere, ma alla fine accettò di tirare fuori – miracolo! – due soldi di tasca: ma se credevo di trovarmi alle prese con un lupo francescano convertito, sbagliavo di grosso.
Nel frattempo avevo contattato il difensore delle Case Popolari, mio amico peraltro, chiedendogli di non dare il via ad azioni di alcun tipo stante l’imminente pagamento, il giorno ritrovai Lugaresi nell’atrio secondo il collaudato copione dell’agguato: “Qualche chiarimento?” tagliai corto. Lui scosse la testa: “Hai pur detto che devo pagarli, quelli lì?”, e mi recapitò in mano un sacchettone di carta letteralmente ricolmo di monete da uno, due e cinque centesimi: “Ecco”, disse lui a corredo del colpo di teatro. “Ecco cosa?” domandai io mentre sentivo che stava sudandomi anche l’anima. “I quattrocento”, e gli mancò di aggiungere “oh, bella”, ma puntualizzò solo: “Ci son tutti, contati”.
Non credo sarò mai in grado di destreggiarmi con le parole abbastanza da esprimere anche solo vagamente la gamma di sensazioni che prese ad attraversarmi il cervello, in una frazione di secondo. Volli ricorrere alla formula magica, ritorcendogliela contro: “Non se ne parla”, dissi deglutendo e tentando di restituirgli il sacchetto. “O così o niente” replicò, il capo indiano che tornava in superficie. A questo punto dovrei riproporre la telenovela “Cosa avrei dovuto fare quella volta”, segnatamente la puntata del “vaffanculo”, che all’epoca non andò in onda per problemi tecnici, ovvero un banale scrupolo di colleganza.
La giusta e articolata risposta a Lugaresi prevedeva il reso delle monetine, aulici termini come “Te per il culo non mi ci prendi, e non azzardarti più ad aspettarmi qui, beduino di merda”, seguiti da una sdegnosa uscita di scena a spalle voltate; ma nel fotogramma successivo mi apparve la faccia dell’amico e collega avversario, nei confronti del quale avrei dovuto rimangiarmi promessa e parola in precedenza date. Imbarazzante, sia verso l’amico, sia verso il collega. Per cui, come detto, il palinsesto subì un lieve cambiamento – come quando, io bambino, i telegiornali scioperavano lasciando sempre spazio a “Il brivido dell’imprevisto” – e accettai il sacchetto ricolmo, esalando dalle narici una stanchezza d’animo che, se fossi stato una fontana, avrebbe inondato tutto l’atrio e il parcheggio circostante. Se lui si confermava capo indiano, muovendo appena il mento e andando via ovviamente senza ringraziare, io in quel momento impersonavo, senza modestia, tutto il settimo cavalleggeri a Little Big Horn.
A questo punto il polpettone prevedrebbe ulteriori scene, come la faccia impietosa del cassiere della banca dove avevo il conto, quando disse che, per veder cambiato quel monetame in formato umano, avrei dovuto separargli i centesimi nei tre grupponi da uno, cinque e dieci; nonché il mio strisciare dal collega, nelle cui mani versai il saldo in contanti, facendo intendere “sapessi cosa c’è dietro questa somma insanguinata”. Ma una qualche entità pietosa – meno male – ha fatto smagnetizzare la pellicola.

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