Lugaresi (IV)

Ricevetti una sorta di battesimo del fuoco quando Lugaresi, in occasione della consueta improvvisata nell’atrio del Palazzo, mi annunciò che doveva liberare un appartamento di sua proprietà sul viale del filobus, di fronte alla schiera di alberghi che si affacciano alla spiaggia. L’aveva concesso in locazione ad Alla, una russa che – pare – era riuscita a strappargli il consenso millantando un impiego come addetta alla zona bar in uno degli hotel di cui sopra, una roba da divisa obbligatoria e targhetta col nome appuntata sul petto. Tutto verificato, puntualizzò Lugaresi, anche se era risaputo che l’occupante arrotondasse la paga con prestazioni extra, un po’ sul luogo di lavoro un po’ nell’alloggio, una volta dismessa la divisa. Ma non c’era da giurare sul buon esito di questi rendez-vuous, perché Alla era in ritardo nel pagamento dei canoni da almeno cinque mesi, donde la necessità di attivare la procedura di convalida di sfratto per morosità.
Caro nonnino, e sia, gli risposi. Ovviamente in ossequio ai miei cosiddetti doveri professionali, gli illustrai tutta la trafila che dovevamo affrontare prima di arrivare a prendere per la collottola la malcapitata; trafila che a voi risparmio ma che Lugaresi stette a sentire in modo insolitamente paziente. Per un secondo credetti che le mie spiegazioni lo coinvolgessero, un minimo.
A mero titolo di cronaca, Alla non si presentò a Palazzo; e anche se fosse comparsa, altro non avrebbe potuto se non sgraffignare la concessione del cosiddetto termine di grazia, in teoria per pagare gli arretrati e togliere di mezzo sé stessa e le sue cose dall’appartamento; in pratica per abbindolare l’Autorità, producendo certificati medici falsi come Giuda, per attestare patologie di varia natura. Poi ricevette lo sfratto convalidato e l’avviso di rilascio dell’immobile: nessuna risposta, neanche per ingenerare in noi l’illusione di non dover portare fino in fondo la questione nell’unico modo rimasto, quello forzoso. Sempre secondo procedura, ai due avvisi bonari di sloggio da parte dell’Ufficiale Giudiziario, seguì l’avvertimento che la terza non sarebbe stata una visita di cortesia.
E per quest’ultima preparai me stesso e il campo di battaglia. In vista del gran giorno presi contatto con l’Ufficiale Giudiziario competente, Campane’, del quale non ho mai saputo il nome completo: tutti lo apostrofavano così, quel grigio esecutore della giustizia italiana come tanti altri, né giovane né vecchio, calvo, lo sguardo annacquato dalle lenti spesse. Gli chiesi di allertare la Questura affinché ci facesse accompagnare da due agenti, nel caso l’esecutata manifestasse eccessiva contrarietà a sloggiare seduta stante, e soprattutto se fosse stata spalleggiata da qualcun altro a tale proposito.
Di tutto ciò detti conferma a Lugaresi, il quale – per parte sua – doveva solo contattare un fabbro di fiducia affinché, se necessario, scardinasse col conforto della legge la porta dell’appartamento, e sostituisse poi la serratura onde evitare che allo sfrattato balzasse l’idea di ricapitare dalle stesse parti. Parve annotare tutto mentalmente, e mi abbandonò nell’atrio forse già pregustando l’odore del napalm al mattino, profumo di vittoria, come quel capoccia dell’esercito U.S.A. in Apocalypse Now.
La palazzina dove si trovava l’alloggio di Alla interrompeva la sequenza di pizzerie, gelaterie e parafarmacie che (dis)adornano il viale del filobus. Davanti all’uscio, al piano terra, ci ritrovammo io, Lugaresi, Campane’ e i due agenti. Basta. Campane’ si avvide subito che mancava qualcuno, così dovette reprimere vigorose ondate di contrarierà ancor prima di dare inizio alle operazioni, e nel frattempo mi guardava in cagnesco perché evidentemente non avevo “addestrato” il cliente con la dovuta chiarezza e diligenza. Se nessuno fosse stato in grado di aprire quella porta, sarebbe stato necessario rinviare tutto a data da destinarsi, cosa che avrebbe dovuto far imbellire più Lugaresi che Campane’. Capita l’antifona, subito mi voltai verso il mio demonio personale (tale era ormai diventato), e gli bisbigliai le tre fatidiche parole.
“E il fabbro?”:
“Il fabbro? E ch’l pega? Vu éter?”, e mi squadrò come per dire: te puoi parlarmi finché ti pare, ma io la intendo se e come voglio. “E suonate”, ordinò perentorio, misteriosamente fiducioso.
Uno squillo, silenzio. Altro squillo di cortesia, perché in fondo non erano ancora le nove. Nulla. Sul volto di Campane’ si disegnò un ghigno feroce ma anche ironico, come per far capire che, accidenti!, non si trovava in tasca gli opportuni attrezzi da scasso, quelli che – guardacaso! – avrebbe dovuto portare l’illustre assente. Lugaresi lasciò che ci guardassimo l’un l’altro in faccia per tre o quattro secondi: eravamo un incrocio genetico tra un bradipo e un baccalà. Poi in una sua mano spuntò qualcosa di piatto, pareva una delle carte da gioco che i prestigiatori buttano una ad una nel cilindro: una scheda telefonica, unta, bisunta e sbiadita, oggetto che io credevo estinto e che lui invece brandì orgoglioso tra due dita, sollevandola in aria. Si fece largo, infilò la carta nel sottile pertugio tra la porta e lo stipite, provando anche a forzare lievemente l’ingranaggio. Finchè a un certo punto, dopo altro armeggiare sulla serratura, Lugaresi fece scorrere la scheda dall’alto in basso, come se avesse a che vedere con un lettore di tessere bancomat gigantesco, e con una forza tale da far staccare il braccio. Indietreggiamo di un passo, come novelli Indiana Jones che nel tempio maledetto non sanno se stanno per avere a che fare con una trappola o meno, e contemplammo il risultato di quel gesto repentino. L’uscio si aprì lentamente, e credetemi, se aggiungo “con un leggero cigolio” non è per rendere un effetto scenico: andò proprio così. Vignali ci disse: “Eccolo, il fabbro”. Io avevo sentito parlare di un giochetto del genere, ma fino a pochi secondi prima ero anche convinto che non l’avrei mai visto dal vivo. Archiviata così un’altra delle tante impressioni sbagliate della mia vita, mi inoltrai con il resto della truppa nell’appartamento, evitando di chiedere chiarimenti su come Lugaresi l’avrebbe poi cambiata da solo, la serratura, con quei metodi da McGyver.

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