Lugaresi (V)

L’ingresso dava subito sul soggiorno, a destra c’era la cucina e a sinistra una porta lasciava accedere alle altre camere, quelle da letto e il bagno. Dell’ambiente, che non pareva abbandonato o disabitato, non c’era nulla che balzasse all’occhio, poteva somigliare a qualsiasi appartamento universitario se non fosse stato per un particolare: in un angolo, un mobile a scansie pieno zeppo di DVD di cartoni animati, della Disney e no. So che a molti adulti non dispiace quel genere, ma non potei fare a meno di pensare: bambini. Alla non doveva vivere sola, lì dentro. I passettini, inquietanti, riempirono l’aria ancor prima che potessi concludere la mia brillante intuizione, e dalle segrete stanze si materializzò a due metri da noi un fagottone rubizzo e scarmigliato, con addosso solo una maglietta bianca grande abbastanza da contenerlo. Senza un briciolo di spavento, accavallò un piede sopra l’altro e si mise a guardare noi, rimasti spiazzati come giocatori in barriera dopo una punizione di Zico. La creatura svanì com’era venuta, facendo echeggiare indecifrabilmente la sua vocina nelle viscere dell’alloggio, mentre io iniziavo ad arrossire fin nel punto più remoto di me stesso.
Non ritenemmo di muovere un passo, visto che il luogo non era vacante come inizialmente pensavamo: ci lasciammo sopraffare in modo perverso da quei minuti di trambusto familiare che stavamo provocando. Pigolii striduli si alternavano a sussurri adulti, tutto in Russo; dopo il primo fragolone comparvero altri due frutti di bosco, più piccoli, ma altrettanto assonnati e loro sì spaventati, con il pugnetto a tormentare insistentemente un’orbita, anche per una forma di difesa dal pietoso spettacolo di cui erano parte, loro malgrado. Poi entrò in scena Alla, anche lei appena buttata giù dal letto o quasi. Non perdo tempo con le descrizioni: mi appariva uno sformato di tristezza in pigiama, femmina triste per maschi tristi. L’unica preoccupazione, dopo il suo esordio, era allontanare i bambini da quei signori brutti e cattivi venuti a buttarli fuori. In un Italiano stentato attaccò con le litanie dell’ “io non sapevo” e del “tu hai imbrogliato”, rivolte all’ormai ex padrone di casa, che però – non c’erano santi – se si era arrivati fino a quel punto aveva fatto tutto secondo legge, e a cui le rimostranze di Alla facevano l’effetto di una gocciolina d’acqua su una parete rocciosa, figuriamoci. Fu Campane’ a tirarci fuori d’impaccio: “Mi spiace, ma dovete prendere subito tutte le vostre cose, inscatolarle, metterle sul marciapiede e andare via per-sem-pre”; e, trucissimo, calcò parecchio il tono sulle ultime due parole. Alla parve capire, ci voltò le spalle e rientrò nei suoi – ancora per poco – appartamenti, chissà se per effettivamente ottemperare all’ordine impartitole. Ma il tempo prese a trascorrere senza che nessuno si affacciasse più su quella soglia, e il passare dei minuti non era misurabile a ticchettii d’orologio ma – perdonatemi – a susseguirsi di odori. A intervalli regolari, dalle segrete stanze arrivavano fragranze via via più grevi, segno che mamma e figlioli sarebbero stati sì pronti a lasciare la casa, ma non a viscere piene nè a porte chiuse. Fu di nuovo Campane’, diolobenedica, a far calare il sipario su quella farsa, anzi, a farlo abbattere fragorosamente sul palco.
In un capitolo di “Se Questo è un uomo”, si racconta di un tizio che lavora ad Auschwitz in qualità di addetto alle scarpe. In sostanza, una volta che i prigionieri neoarrivati venivano spogliati dei loro vestiti civili, arrivava costui ad ammucchiare le calzature: a centinaia e tutte in un luogo solo. Ricordo le parole di Levi per descriverlo: “E’ pazzo”; magari non pazzo come i gerarchi, ma a modo suo sì. Ecco, lo spirito di quel tale si materializzò d’improvviso in Campane’. Rompendo gli indugi irruppe come un marine nelle segrete stanze, e nessuno di noi ebbe la prontezza, o lo stomaco, per seguirlo. Si sentirono le grida smozzicate di Alla, dopodichè sull’uscio apparvero, come sospinte da una forza innaturale, paia su paia di scarpe, da bimbo e da donna, che continuarono ad ammassarsi al centro del salotto finchè non fu chiaro che erano state le pedate dell’Ufficiale Giudiziario a sospingerle fin lì. Probabilmente Campane’ aveva sperimentato quel metodo in altre occasioni, e ne aveva compreso la tremenda efficacia.
Una volta in strada coi bimbi e gli scatoloni, Alla doveva aver sicuramente ricavato dall’esperienza uno spavento tale che ben si sarebbe guardata dal tornare da quelle parti, sfidando le nostre ire. Lugaresi evaporò, Campane’ ripartì dopo aver redatto il verbale e io rimasi solo, a qualche passo di distanza dalla sfrattata, che nel frattempo era stata affiancata da un’ombra nera, alta e massiccia, di cui cercavo di inquadrare la figura con la coda dell’occhio. Il pappone, probabilmente: col quale Alla prese a farneticare e gesticolare. Mi dileguai anch’io, seppure non con la stessa eleganza del mio cliente. Non si poteva mai sapere.
Non mi importò molto, qualche giorno dopo, di chiudere in faccia il telefonino ad Alla, che evidentemente si era fatta dare il mio cellulare dall’Ordine e non aveva esitato a tempestare nuovamente me con la litania del “Tu hai imbrogliato”. Fui molto più preoccupato di dover riaffrontare Lugaresi qualche giorno dopo a palazzo: perché sapevo che della questione, sbrigata la prima parte, andava affrontata la seconda, la più scabrosa per chi sfratta. Il demonio restava infatti creditore di Alla per quelle tre o quattro mensilità dell’affitto: “come facciamo?”, mi chiese, avidissimo. Nulla di più semplice, in teoria. Si poteva ottenere e notificare un’ingiunzione di pagamento immediatamente esecutiva: bella la vita, eh? Bella, si. Problema: come la fai fruttare? E mi spiegai, mentre il sopracciglio di Lugaresi già s’inarcava. Gli chiesi: “Alla ha beni immobili intestati?”, ed ebbi in risposta uno sguardo che intendeva: non dire assurdità. “E per caso”, proseguii, “è ancora nel bar di quell’albergo a lavorare?”. Rispose che era andato a controllare: sparita, nessuno l’aveva più vista. Ottimo, mi dissi: niente pignoramento immobiliare o presso terzi, e con quell’ingiunzione possiamo allegramente pulirci il culo. Non mi restò altro che esplicitare il concetto in termini giuridici ad uso del mio interlocutore. Che constatò: “Ah, ma allora cosa l’abbiam messo su a fare tutto ‘sto baraccone? Tanto quella lì se ne sarebbe andata anche da sola”. Niente da fare. Mesi di lavoro, il mio, polverizzati in un soffio, senza un grazie e – ma questo c’era da aspettarselo – senza un soldo guadagnato. Chiusi gli occhi e mi allontanai, senza nemmeno preoccuparmi della reazione di Lugaresi né sapere dove stavo andando, a rischio di cadere dai gradini che portavano alle aule. Sempre meglio quello di un processo per direttissima, che mi sarebbe spettato se avessi dato retta ai miei istinti immediati e più crudi.
Non lo vidi mai più. E ora che ci penso meglio, tutto ho fuorché voglia di sapere che fine abbia fatto.
Da dove eravamo partiti? Dal caffè, giusto. Il bicchierino, da cui non ho bevuto una goccia, da un bordo della macchinetta dov’era rimasto appoggiato si è spostato in quello opposto. No dico, per darvi un’idea. Se del tempo trascorso, oppure dell’insalubrità della plastica nel frattempo sciolta, fate un po’ voi.

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