A Looking in View

Imperscrutabili erano viso e anima: inespressivo però il primo, nascosto dal consueto ammasso di capelli alla cazzo di cane; la seconda invece avvolta da un corpaccione lungo lungo che una volta sarebbe stato decisamente insolito per quell’età, e adesso invece, tutti sviluppati così, ‘sti bambocci. Aveva appoggiato a terra lo zaino, quasi una seconda pelle, anzi, un’appendice della schiena protetta da un giaccone dalle cui cuciture sbucavano alcune piume fuggitive. Le spalle erano incollate a un’inferriata blu, il tallone destro incastrato tra una sbarra e l’altra e il piede sinistro piantato sul marciapiede. Non temeva di sporcarsi i jeans, che solo per un misero capriccio di moda parevano zozzi di loro.
Non si poteva dire se il bambòz aspettasse qualcuno o qualcosa: sembrava che stesse cercando di far passare il tempo, ma a mani nude, perchè a ben vedere non aveva nemmeno un misero lettore MP3 attaccato ai padiglioni. Ormai non sapeva più dove e cosa guardare. Dai suoi concittadini occhiatacce torve; ai lati della strada gli alberi sbilenchi; nonostante le vivide sagome tracciate di fresco per terra, le macchine parcheggiate alla rinfusa, come trascinate là da un’onda anomala; e il discount di fronte, pieno di paccottiglia a buon mercato. Su un muro campeggiava la scritta, a spray: “Lesbiche senza paura!”, e questo era l’unico concetto che, al momento, gli riempiva la testa. Pora’d che?
Sullo stesso marciapiede andava caracollando il profesòre – sì, con una sola esse – elegantissimo come dovesse andare a un matrimonio. Oltre che dall’andatura, perché non si serviva del bastone, la sua forbitezza nel vestire era guastata dal particolare della cinta impietosamente allentata attorno alla vita.
Notò il profesòre arrivare da lontano. Aspettò che passasse oltre, ma quell’altro ci metteva un’eternità dato che procedeva così a fatica e perdipiù bofonchiando, senza nemmeno la forza di finire le misteriose frasi che ruminava tra sé e sè. Arrivò il doloroso momento di sostenerne lo sguardo. Il profesòre si era infatti fermato davanti allo zaino, e pareva proprio pretendesse attenzione.
Il bambòz lottò finchè potè, ma alla fine si arrese e alzò la testa: già da un po’ il profesòre aveva deciso di affrontarlo dopo aver sollevato un indice, come a dare un avvertimento solenne, ma ora restava lì a bocca aperta, gli occhi poco più che due fessure; l’altro immobile, pronto a tutto.
“Se muore un giovane, bisogna piangere tutte le lacrime del mondo, allora sì. Ma se muore un vecchio no, non si deve. Quando muore un vecchio, non devi piangere”.
Il bambòz, suo malgrado, era rimasto ipnotizzato non tanto da quelle parole, quanto dalla bocca da cui erano uscite, completamente priva di denti.
“Promettimelo!”
Il tono del profesòre era diventato perentorio, inquietante, e il bambòz – che non aveva fatto in tempo né a buttare lì per lì un monosillabo, né ad atteggiare un sopracciglio in risposta – tutt’a un tratto si dispiacque di essere così giovane. E visto che cominciava a sentirsi come in equilibrio su di un filo si limitò, maledicendo sé stesso, ad annuire due volte, sempre impalato, senza muovere altri muscoli che non fossero quelli del collo.
Poi tornò a fissare il vuoto, come se non avesse mai visto nessuno, mentre l’altro proseguiva oltre, caracollando e sacramentando.

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