La mancia

Interno giorno, ora di pranzo, sala piena.

“…che poi, siccepenzi, li video de li Dorze so’ tutti uguali”.
“Hm?”.
“Come ‘hm?’…ma me stai a sentì?!…L’altra sera stavo a guardà Rocche Tivvì, ce stava lo speciale sui Dorze, ci hai presente il gruppo cor cantante morto giovane, che se dice che fa parte der clebb de li cantanti che nun hanno passato i ventisette anni…”
“…???…”
“Dai, quello cor visetto caruccio, che scriveva robba fina der tipo che nessuno uscirà vivo de qui, e le pischelle je morivano dietro…”
“Ma chi, èndricchese?”
“Bonanotte…t’aricordi quelli che sonàveno ‘camonbeibelaitmaifaia’…”
“Ah, sì…coso lì, Mòriso. ‘Mbè, che stavi a di’?”.
“Ecco. Oh, hanno passato tutte le loro canzoni più famose, ma le immagini di accompagnamento erano sempre le stesse. Pare quasi che questi abbiano fatto un concerto solo, in tutta la loro carriera, e ogni santa vorta si vede ‘sto Moriso entrà dar fonno della sala gremita de stronzi urlanti, nun se sa pecchè doveva proprio passacce attraverso e subire strattoni a destra e sinistra, che poi chi j’o faceva fa’! Intanto una voce dar nulla annunciava ‘ledisengentlmen, from Los Angeles California, de Dorze!!!’, ‘a musica partiva, tipo rodause blus, ma già a bordo palco s’erano preparati plotoni e plotoni de madame der posto solo p’aiutà Moriso a salì in scena, dove peraltro l’attendeva n’antra schiera d’agenti, sempre vestiti de nero, tutti rivolti verso de lui, se capisce: l’altri der gruppo potevano pure morì nell’indifferenza più totale!!! A un ber momento, nel videoclippe, inserivano sempre lo stesso pischello occhialuto che nella vita fa fatica a rivolgerti la parola ma in quell’occasione agitava i pugni inferocito verso il complesso, chissà se lo spettacolo je piaceva o no, magari della musica nun gliene fregava gnente…e inzomma, solo la canzone cambiava, a corredo invece la stessa sala da concerto, gli stessi fotogrammi in cui, a scatti, se vedeva Moriso prima in piedi, poi contorcersi attorno all’asta der microfeno manco fosse ‘n zerpente, e infine farsi tutt’uno coi fili sur pavimento…e ner frattempo, la ggente se scarmanava senza che le madame potessero facce gnente…uh, bellissimo quer momento in cui nun se capiva cosa fosse successo prima, ma se vede Moriso che atterra sui piedi come arrivando da ‘n’ antra dimenzione, tanto pe’ cambia’ se sparma pe’ tera, e a uno dei poliziotti che poco prima era impalato a un metro de distanza je viè da fa’ na mossa, ma nemmeno lui sa bene quale: allunga un mezzo passo, arza er braccio e pare chiedersi: che è? ‘na crisi? ma poi arretra, accorgendosi che è un altro dei trucchi de Moriso per fa’ parti’ la ggente de capoccia, come quando er batterista fa ‘na rullata de dieci secondi, poi dà un corpo de piatti e quell’altro se butta giù come se j’avessero sparato addosso; n’esecuzzione, proprio…”
“Ma chi se butta, er poliziotto?”
“Aaaaah, aridaje…me stai a pijà pe’ culo? Comunque er momento più bello è quanno le madame se stufeno, invadono er palco, interrompono er concerto e sfilano de mano er microfeno a Moriso, che se n’accorge con un seconno de ritardo, arza le mani vote e fa ar pubblico la faccia der bimbo frignone a cui hanno appena tolto er giocattolo…’sta scena me fa sempre ride quanno la vedo, me vie’ da pensà che potrebbe pure esse concordata, da quant’è divertente…”
“Maddavero?”.
“…ah, beh, me stavo a scordà er finale, quando gli agenti scortano Moriso via dalla sala, forse l’hanno arrestato forse no, ma lui trova comunque er modo de piazzasse davanti alla telecamera, se mette a labbra corrucciate, poi allunga ‘na mano e buio! Ecco n’altro videoclippe dei Dorze che finisce così, e tu non capisci mai se er cameramenne s’è preso ‘na pizza in faccia o no…”
“Hm hm”.
“…Senti, so che nun te ne frega ‘n cazzo di tutta ‘sta storia, ma dovemo fa’ venì l’ora, e io armeno me sto a sforzà. Oh, ce semo. Se hai finito de ciancicà quella creppe, se ne potemo pure annà”.
“Meno male…’nnamosene va’”.
“Oh…je l’hai lasciata ‘a mancia, sì?”.
“E no?”

Un cameriere, lì accanto, colse quell’ultimo scampolo di dialogo, e anche se non era un tavolo di sua competenza si sentì in dovere di dedicare ai due congedanti un’occhiata piena di gratitudine e ossequio, sperando con tutto il cuore di rivederli presto; avercene, di clienti come loro.
Era intanto scattato il sortilegio tipico di ogni mangiatoia per famiglie, per cui tutti i bambini decidono in simultanea di non poter resistere mezzo secondo di più a sedere e dunque prendono a correre a razzo avanti e indietro, mettendo a rischio non la propria incolumità, ci mancherebbe, ma quella del personale che se li ritrova in mezzo ai piedi e deve pure fingere un atteggiamento misericordioso all’insegna del “lasciate che i pargoli vengano a me”, così magari li meno – mannò! quest’ultima appendice doveva restare a bollire dentro la testa dei camerieri, come le pizze che intanto uscivano dal forno a legna.
Nel putiferio un solo puccettino era rimasto fermo con i genitori, gli occhi grandi e famelici sul tablet che quelli gli avevano buttato a mo’ di osso per il cagnaccio e che nel frangente aveva sostituito l’amorevole brutalità della patria potestas, al momento distratta da una discussione sul miglior negozio dove lampadarsi.
Durante la mesta dozzina di note stridule della sigla, fece appena in tempo a tener dietro al ritmo che arrivava dall’altoparlante, battendo le manine e scandendo con le labbrucce sante il nome della protagonista del cartone.
Pochi secondi più tardi, seppure suo malgrado, quella stessa Peppa Pig sorrideva anche al resto del mondo, imprigionata a tradimento nel fotogramma in cui l’avrebbero ritrovata, dietro a uno schermo crepato e in mezzo alle macerie del locale.

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