GIDIPI’ – Prima parte, in cui il lettore si domanda “Che posto è mai questo? E come ci sono finito?”

Dove ti trovi? Nel ventre del mostro. Nella stanza tiranneggia dall’alto la luce al neon; poco importa se fuori dal finestrone, che occupa quasi tutta una parete, ci siano i vampi del meriggio, o i sereni zefiri del vespro, o la sera fiesolana, o la notte in cui il pastore errante dell’Asia scioglie i suoi canti, o ancora (come in effetti è, più bassamente) un parcheggio baluginante di un sole mattutino tale per cui potresti friggere le uova, su quel bitume. Le mura sono disadorne, eccezion fatta per l’immancabile calendario della Beneamata (che in alcuni casi non è l’Arma dei Carabinieri, ma proprio l’Inter!); un mobiletto con un’anta semiaperta da cui fanno capolino due pile di fascicoli dai bordi consunti e quasi accartocciati; e, infilzato in vaso nell’angolo, uno stecco su cui resistono abbarbicate una dozzina di foglie, nel maldestro tentativo di far tornare alla mente un residuo del famigerato ficus benjamin di fantozziana memoria, presenza fissa nei sancta sanctorum della megaditta. Tre i figuranti seduti attorno ad una scrivania; a un angolo, una ragazza pare reggere tra le mani un passerotto, e in effetti lo sguardo di lei si strugge come se ne stesse contemplando le alucce spezzate. In realtà, quello che sta rigirando è un paio di ciabatte estive, rosa, ciascuna decorata con un simil-girasole pacchiano e gigantesco che dovrebbe tenerle all’ombra tre quarti del piede. Al lato opposto del tavolo, una strana creatura truccata e vestita in modo non propriamente sobrio (so di abusare di una similitudine, ma mi piace troppo e ci ricasco – sembra un incidente stradale) sprofonda nel suo scranno e intreccia le mani davanti alle labbra strette a cuore, annuendo gravemente di fronte al tristo spettacolo di cui anche lei è parte. In un altro angolo di scrivania l’ultimo figurante, del tutto anonimo, si sforza di guardare la porta il più dignitosamente possibile, cercando di non far intendere apertamente che, pur di non dover subire quanto sopra, sarebbe disposto a mutilarsi – basta non si tratti di parti sporgenti del corpo – ma ignaro che il peggio deve ancora arrivare. Primo piano su ciascun volto, inquadratura dall’alto e, se proprio gradite, sipario: ma sappiate che non sarebbe la soluzione idonea. Più opportuno un brusco stacco su un nero totale, alla Haneke; o come nei finali dei Fratelli Coen, che fanno apposta a mandare i titoli di coda qualche secondo dopo che, nell’ultima scena (poniamo) in una landa desolata, King Kong, Godzilla e un tornado spuntano all’orizzonte e avanzano alle spalle del protagonista in primo piano, assorto nei cavoli suoi; e te lì, mentre la sala è già illuminata e semivuota, a pensare “ban, mo cosa succede poi?”, incapace di staccarti dalla poltrona.

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