GIDIPI’ – Seconda parte, in cui il narratore cerca di chiarire ma incappa nella sindrome da Carofiglio dei poveri

Nell’inquietante scenario tratteggiato nella prima parte mi imbattei curiosando da uno spiraglio di porta, dopo essermi perso girando per corridoi ai miei primordi professionali: trattasi di una vera istantanea di una vera udienza davanti ad un giudice di pace (da cui il titolo-acronimo usato qui per brevità, “gidipì”). Il ventre del mostro è il Tribunale, nelle cui viscere mi trovavo. Il calendario alla parete era davvero dell’Inter e non dei Carabinieri. Pianta e mobiletto c’erano anche loro; i fascicoli a riposo in quest’ultimo erano quelli per cui il giudice aveva emesso le sentenze: emesse, si badi, non pubblicate né rese note al Popolo Italiano, in nome del quale erano pur state pronunciate. Infatti, per un curioso cortocircuito, tra la stesura e il deposito in cancelleria possono trascorrere mesi: pare sopravvenire una certa ritrosia a tirare fuori gli incartamenti dal loro angusto andito, che evidentemente incute più timore della Bocca della Verità. La “strana creatura” dalle labbra a cuore era una delle manifestazioni in cui si esteriorizzava il mostro-giudicante, nel caso specifico spesso acchittata con abiti atti a provocare giusto gli ergastolani. Ciò aveva indotto dei miei colleghi a catalogare costei con il gustoso soprannome “sotto la toga niente”, ove si ipotizza che il “niente” si riferisse alla presunta assenza non solo di vestiti, ma anche di neuroni. Sugli altri due figuranti tornerò poco oltre, non prima di aver precisato di nuovo che non siamo di fronte a una rappresentazione del teatro dell’assurdo di Ionesco, magari intitolata “Le esequie di una ciabatta”, come a un occhio profano – e sgranato, così era il mio – poteva apparire. Nulla di inventato, ecco.
Per motivi di tempo non potei rimanere sull’uscio a sbirciare, ma annotai mentalmente le facce di chi vidi poi uscire dalla stanza. Nei mesi successivi, imparai che la misteriosa vestale delle infradito, chiamiamola così, era davvero un avvocato, segno che ero destinato a saperne di più e a veder dissipato quel mistero: così un bel giorno mi presentai e le chiesi lumi. Per tutta risposta, lei rise sino a singhiozzare ed espose l’antefatto, e quale non fu la mia sorpresa nell’apprendere che oggetto del contendere erano proprio le ciabatte, le sue! Una mattina, mi disse, scendendo gli scalini esterni di casa, a metà rampa d’improvviso “scapuzzò”, come si dice dalle mie parti – è un termine più bello ed esemplificativo di un banale “inciampò”, ne converrete. Il marito, che assisteva, ritrovò lei a terra sull’ultimo scalino, scomposta come un clown da circo dopo il numero della finta scoppola dietro la nuca, e le ciabatte incriminate a svariati metri di distanza, al pari degli zoccoli da pescatore volati dai piedi di Fantozzi lungo il vicolo caprese. Una sommaria indagine rivelò che una delle infradito si era disfatta: un girasole decorativo non aveva retto alla forse troppo furiosa discesa della collega. La quale non intese ragioni, e pensò bene di citare in proprio la ditta venditrice davanti al giudice di pace per ottenere la restituzione del prezzo e il risarcimento dei danni fisici – e non – patiti nell’occasione (perché in ogni referto medico da caviglia storta, una settimana di riposo non si nega a nessuno). Il terzo figurante era dunque l’avvocato della ditta venditrice, che si costituì in giudizio con due righe e solo per dire, in sostanza: ehm, scusa, ma quanti mesi, anni, secoli fa hai acquistato quei sandali? E non è che magari stavi scendendo le scale in fretta e con la grazia di un elefante in cristalleria? Tutto da dimostrare, insomma. E come? In udienza, “sotto la toga niente” appurò che l’unico in grado di testimoniare in favore della collega era suo marito: soggetto inattendibile. Altri mezzi per soddisfare l’onere della prova, non c’erano. Ecco, io ero arrivato a sbirciare proprio quando il giudice stava raggiungendo l’amara conclusione, che preludeva al rigetto della domanda. La collega aveva portato al giudice proprio quelle ciabatte, una delle quali scollata e rabberciata alla bell’e meglio; e vista la mala parata, non potè fare altro che sollevarle all’altezza degli occhi, scuotere la testa, sospirare e gemere, facendo affidamento sulla sensibilità femminile del giudice: “…com’erano belle però, vero?”, ottenendo almeno la muta approvazione di “sotto la toga niente”. E confermo che per l’altro difensore, già preda del più buio sconforto umano e professionale, il peggio giunse quando le due donne seguitarono a cianciare delle migliori offerte sul mercato, di sconti, di bancarelle, di ultimi modelli, del meidinciàina che ormai rifilano dappertutto, uh, guardi, non lo dica a me.
Questo amabile scambio di vedute extragiuridico non impedì ovviamente che la domanda di risarcimento fosse rigettata; almeno la collega non pagò le spese di lite, dichiarate compensate per una fesseria del genere. Quando le notificarono il provvedimento lei era già abbastanza nota per via di quella vertenza, tuttavia il suo capo ritenne di infierire facendole trovare sul tavolo un biglietto che così recitava: “Ho saputo che un giudice ti ha preso a ciabattate: riprenditi in fretta”. Giù il sipario, ora si. Io, alla fine, avevo i muscoli della fronte doloranti a forza di aggrottare un ciglio, poi l’altro, poi tutt’e due dinanzi all’impietoso articolarsi degli eventi narrati. Almeno, mi consolai, se mi fosse stato chiesto dello stato della giustizia nella mia disgraziata città, avrei saputo raccontare qualcosa di “alternativo” rispetto alle trite carenze di personale, di giudici, di carta per le fotocopiatrici.

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