GIDIPI’ – Terza parte: il Sor Romeo (I)

Era trascorso più di un anno, eppure la mia testa – fatta di ingredienti semplici, forse troppo, come determinati frollini – ancora non sapeva quale delle due tesi abbracciare: se il Sor Romeo appartenesse alla categoria dei vecchi o a quella degli stravecchi (si, uso le parole “vecchi” perché non siamo in una circolare amministrativa ove è d’obbligo blandire il concetto con il termine “anziani”; e “stravecchi” perché rende l’idea, e mi ricorda i brandy pubblicizzati sui pannelli attorno ai tavoli da biliardo, nelle soffuse telecronache notturne). Ci pensavo meglio e dicevo: beh, sto esagerando, di certo non supera i 70; come prevede la legge, se avesse varcato tale soglia non l’avrei visto nelle viscere del mostro. Però certe caratteristiche me lo facevano trasportare di peso nella categoria “stravecchi”: forse l’abbigliamento, la cintura chiusa a livello ombelicale; oppure l’andatura stentata; o ancora, un po’ di lentezza di reazione nelle risposte. Alla fine arrivai a un compromesso: il Sor Romeo sembrava un po’ più che vecchio perché alla sua veneranda età restava stranamente avvinghiato alla funzione di giudice di pace e, fisicamente, alla poltrona, alla scrivania e ai fascicoli; chi glielo faceva fare, poi. Ecco, se l’ufficio del Giudice di Pace è una “palestra per la professione”, il Sor Romeo era uno degli esercizi che sulle prime incutevano più timore, che so, come il volteggio agli anelli per un principiante rachitico. Non a caso, i novellini ascoltavano le storie che lo riguardavano come bambini di fronte alla minaccia del babau.
Io non fui particolarmente “affabulato” a tale riguardo, anche se tuttora posso rievocare echi delle allegre nefandezze di cui gradiva macchiarsi. Ad esempio: la sua sventurata e scientifica tendenza a fissare le udienze a ridosso delle festività, per cui ho visto colleghi implorarlo in ginocchio di non rinviare al 24 dicembre. E quando, divertitissimo e candido come la neve, il Sor Romeo strabuzzava gli occhietti e chiedeva “Perché non dovrei?”, i malcapitati, spiazzati dalla domanda, lo identificavano come un italico Scrooge, iniziavano a sudare appena sopra il labbro e balbettavano (invano) le scuse più ignobili, come il dover portare al presepe del paesello un pastorello a grandezza naturale intagliato in non so quale pregiato legname, mentre in realtà erano terrorizzati dalla prospettiva di non poter adeguatamente organizzare le tre settimane bianche consecutive.
L’estro giuridico del Sor Romeo toccava l’apice in sede di stesura della sentenza, i cui requisiti indefettibili sono, tra gli altri, la ricostruzione delle rispettive domande e di quanto è accaduto nel corso della causa, l’interpretazione delle risultanze probatorie e infine la parte in diritto, ovvero l’applicazione al caso concreto delle norme giuridiche – e dei precedenti in giurisprudenza – che inducono il giudicante a propendere per una tesi o per l’altra. La carenza di questi ultimi due elementi costituisce un classico motivo di impugnazione, si tratti di sentenza di tribunale o di giudice di pace. E, beh, se a pronunciarsi era il Sor Romeo, non si poteva parlare di semplice “carenza” – termine edulcorato – ma di assenza, totale e però non banale, in quanto condita dal summenzionato estro del soggetto in questione. La sentenza del Sor Romeo, dopo la ricostruzione del processo, a un bel punto procedeva così: “Ritengo abbia ragione tizio (e non caio) per i motivi esposti nel suo atto, che qui si trascrivono per esteso e per mia comodità”. E seguiva la scansione, in blocco e inserita nel corpo della sentenza, dello scritto difensivo della parte vittoriosa. In buona sostanza: tizio ha ragione, ma il perché non te lo dico, è come dice lui e stop; se ti sta bene ok, altrimenti impugna pure. Inutile dire come il Sor Romeo sia stato il giudice, benché non togato, più appellato del nostro Foro; e sarebbe stato anche il più ricusato, se l’unico vero motivo di ricusazione – “ha preso la laurea in legge coi punti del dado Knorr” – non fosse compreso tra quelli previsti dal codice.
Ebbi a che fare col Sor Romeo una sola volta, quand’era alle soglie del definitivo pensionamento; non posso neanche dire di averlo fronteggiato, perché l’udienza che mi spettava prevedeva una richiesta congiunta di rinvio per pendenza di serie trattative volte alla conciliazione tra le parti: un’eventualità, questa, che fa brillare all’istante di fanciullesca speranza gli occhi di un giudice, anche se poi non si realizza. Difendevamo una compagnia di assicurazioni citata a seguito di un sinistro stradale, e dovevo sostituire il titolare che, il giorno precedente, mi aveva lasciato un post it con su scritto, in maiuscolo sghembo: “NON SERVE CHE TI DIA IL FASCICOLO, CHIEDI RINVIO PER TRATTATIVE, LA CONTROPARTE E’ D’ACCORDO. CAUSA: ‘COMPAGNIA X CONTRO NEGRI”. Nessun’altra indicazione, peraltro superflua viste le istruzioni, e nemmeno conoscevo il collega avversario, ma tant’era. La mattina seguente non riuscii nell’impresa impossibile di arrivare per primo alla porta del Sor Romeo. Inquadrai il capannello ivi presente, e per farmi notare gridai il nome della mia controparte, come si usa fare quando non si sa chi la difende, e dunque: “Scusate, c’è qualcuno per Negri?”. Nessuno rispose, non restava che aspettare. Lasciai che mi sfilassero davanti agli occhi i seguenti gustosi siparietti.
Dopo una mezz’ora di quieta camera caritatis, due colleghi uscirono dall’ufficio del Sor Romeo dapprima silenziosissimi; ma al momento del congedo, invece di salutare, uno si rivolse all’altro così: “Lei è grezzo come la carta vetrata!”, ottenendo in risposta un raggelante “…e lei si esprime in Italiano come una vacca spagnola!”. Le strade dei due si separarono per poi ricongiungersi, immagino, dietro a una chiesa per la sfida a singolar tenzone, previo schiaffeggiamento reciproco  con guanti di velluto.
“C’è qualcuno per Negri?” – silenzio.
Un’altra brillante esponente del Foro pretendeva di far dichiarare la contumacia della sua controparte con più di mezz’ora di anticipo (di norma il giudice aspetta almeno un’ora), perché tanto non sarebbe comparso nessun altro e intanto l’avevano chiamata da scuola e la bambina, oh, la bambina aveva vomitato e stava male; e nel tentativo di convincere il Sor Romeo alla fine era passata davvero la mezz’ora che mancava, ma non fa nulla, grazie signor giudice, grazie davvero, tante care cose; e, una volta tagliato l’angolo: ma vai affanculo, va’.
“C’è qualcuno per Negri?” – silenzio.
Si installò nell’ufficio l’agente che discute le opposizioni ai verbali spiccati dalla Polizia Municipale: di solito non ne esce finchè non ha esaurito tutti i ricorsi ricevuti, che in una mattinata possono essere anche una ventina. Un caso bizzarro vedeva coinvolto, e presente in udienza, un tizio multato per essere entrato con la macchina in una Z.T.L. fuori dall’orario consentito: faceva fede lo scatto alla sua targa da parte di una delle tante cellule montate in centro. Il trasgressore aveva impugnato il verbale così asserendo: “Mi sono fermato al varco quando mancavano, al mio orologio, trenta secondi all’orario di libero accesso. Ho perfino contato fino a sessanta per far passare un minuto, per scrupolo, poi sono entrato nella Z.T.L., ma mi è arrivata la multa lo stesso. Ebbene, delle due l’una: o è tarato male l’orologio della macchina che mi ha fatto la foto, o lo è il mio. Signor giudice, posso giurarle che il mio spacca il secondo, l’ho fatto regolare dall’Istituto Galileo Ferraris, le porterò una perizia giurata, deve solo concedermi qualche giorno per poterla produrre, chè al momento non me la ritrovo. E se non basta, sono pronto a far fare un accertamento per dimostrare che tutti gli orologi ai varchi delle Z.T.L. hanno l’orario sballato! Vincerò questa battaglia, è una questione di giustizia!”. E prima che l’uomo arrivasse a proclamare che “tutta l’Italia piangerà, tutta l’Italia e provincia piangeranno!”, avevo già spento il cervello, senza nemmeno gustare la faccia del Sor Romeo come pure mi sarebbe piaciuto.
“C’è qualcuno per Negri?” – silenzio.

(…)

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