GIDIPI’ – Il Sor Romeo (il seguito, in cui si cerca di sconfiggere la sordità del mondo circa la necessità di saper distinguere e scegliere tra maiuscolo e minuscolo)

S’era ormai fatto mezzogiorno, le udienze parevano tutte quante concluse; era rimasto nei paraggi solo un tizio che non aveva risposto ai miei appelli, eppure mi fissava, misteriosamente. Possibile che quella mattina il collega che cercavo mancasse senza avvertire? Non sapevo chi fosse, non avendo il fascicolo di studio. Alla fine mi feci coraggio e, giusto per eliminare ogni incertezza, mi parai davanti all’altro guardiano all’avamposto del Sor Romeo.
“Scusa, per caso sei tu che difendi Negri?”.
L’altro si guardò attorno, faticando a trovare le parole. “Beh…può capitare”.
“Che vuol dire può capitare?”, gli feci io, senza vergognarmi di usare con uno sconosciuto il tono che intende “mi stai prendendo per il culo?”.
Il collega non rispose. Guardò oltre la mia spalla, e senza badarmi gridò: “Faye, Maka, credo di averlo trovato, ora facciamo udienza e poi vi raggiungo”.
Faye, Maka. Abbassai lo sguardo come se una qualche bestiola mi avesse pisciato sulle scarpe, poi mi voltai. I destinatari di quel messaggio erano seduti alla fine del corridoio; annuirono, tranquillizzati e sorridenti. Non perderei tempo sul colore della loro pelle. E neanche su quello della mia, dopo aver ripensato al bigliettino lasciato dal titolare. “Arancio aragosta, viola addobbo funebre…”. Dopo il blu tenebra riuscii a evitare il collasso cardiocircolatorio: non era tempo nè luogo.
Non alzai molto la testa nemmeno durante l’udienza: a malapena vedevo il verbale della causa promossa dai Sigg.ri Maka e Faye, senegalesi, nei confronti della mia cliente. Sulle prime non mi accorsi nemmeno che il Sor Romeo dirigeva le danze nella tenuta estiva delle grandi occasioni: bermuda attillati sopra il ginocchio e birkenstock ai piedi; no, non gliene fregava un cazzo. Mi squadrava con occhietti a fessura, sempre divertito, non avendomi mai visto.
“Sarà mica la prima volta, che lei viene da queste parti?” mi chiese, ignorando il collega che intanto iniziava a scalpitare, ritenendo a buona ragione di avere a che fare con due babbei, seppure per motivi diversi.
“Quasi” risposi, senza incoraggiare le sue macchinazioni diaboliche. Si rilassò contro lo schienale, accavallò una gamba e sospirò, sempre riferendosi a me:
“Un altro piranha nella vasca!”. Il suo fiato ristagnò per tutta la stanza, e io temevo che il passo successivo fosse la fatidica uscita: lei sa quanti sono gli avvocati in questa città? ma il collega seduto accanto dimostrò di non odiarmi fino in fondo per via della domanda con cui l’avevo approcciato; o forse aveva solo fretta.
“Scusi signor giudice, siamo qui da lei stamattina solo per una richiesta congiunta di rinvio: le parti stanno portando avanti trattative per l’abbandono della causa”.
Il Sor Romeo allora, chiaramente piccato perché non poteva più sfoggiare contro di me le sue male arti da teatrante, si rivolse alla mia controparte e sbottò: “Ma allora cosa venite a scocciare, fate due righe di verbale e toglietevi dai piedi!”, e prese a smanacciare le cartacce davanti a lui, ben consapevole che, in realtà, doveva comunicare il giorno del differimento.
“Tre gennaio”, schizzò lapidario, appuntandosi la data. Poi il Sor Romeo alzò un sopracciglio e precisò: “Vi va bene?”. Io piombai fuori dalla stanza, il collega non so se e cosa obiettò.
I miei passi di fuga risuonarono impietosi lungo il corridoio che mi avrebbe condotto via da quella farsa mal recitata, quando un urlaccio graffiò il silenzio: “Dottore!”. Erano andati via tutti: il destinatario non potevo che essere io, e infatti il Sor Romeo stava richiamandomi dal suo uscio come se la scrivania gli avesse preso fuoco. Mi riavvicinai di corsa e mi fece riaccomodare con inconsueto calore, al punto da farmi temere che potesse chiedermi di nominarlo nonno adottivo.
“Mi scusi se l’ho fatta tornare così bruscamente…come forse sa, stanno per pensionarmi per raggiunti limiti d’età”, disse con una punta di disgusto per le entità previdenziali che avevano architettato quell’assurdo progetto alle sue spalle. “…e allora, in queste settimane sto attuando il mio personale congedo, ma solo con la categoria che sinceramente mi sta più a cuore: la sua”, riferendosi ai patrocinatori legali. “..perché voi giovani, credo e spero, conservate sia una certa purezza, di cuore e latamente professionale, sia il briciolino di sale in zucca che dovrebbe indurvi a cambiare strada prima che…beh, prima che sia troppo tardi”.
Prese a frugare in un cassetto, parve non trovare ciò che cercava, e per prendere tempo mi chiese: “Lei ce l’ha, il sale in zucca?”
“No”, risposi seccamente. Pensavo di aver almeno scalfito la corazza del Sor Romeo, che invece ribattè:
“Immaginavo. Tutti così, siete. Va be’”, concluse facendo apparire dal nulla un opuscolo. “L’ho scritto e stampato io. Sono le mie memorie, le regalo anche a lei, come ho fatto con i suoi colleghi. Chissà che non la facciano rinsavire. Mi ripete per cortesia il suo nome, che le firmo la dedica?”.
Presi il libro, feci finta di leggere gli scarabocchi appena apposti e finalmente mi congedai. Solo una volta a casa guardai il retrocopertina, fantasticando sulle auliche formule a me riservate dal Sor Romeo. Bene. “Tanti auguri per l’esame”, aveva scritto. Non era riuscito a farmi rinsavire o cambiare strada; ma a menar gramo sì, che Lucifero se lo sbocconcelli in eterno.
Nello stesso pomeriggio, in studio, il titolare mi chiese com’era andata l’udienza col vecchio scoreggione.
“L’udienza?”, mi misi a giocare io.
“Si, quella per cui ti avevo lasciato l’appunto. Hai trovato tutto, lì dal giudice, vero?”.
Mia occhiata muta, poi: “Ah, dicevi la causa della compagnia x contro…”
“Eh, dai, contro…”
“Contro?” lo incoraggiai.
“Contro i cosi, lì…”
“Faye e Maka”, finsi di ricordare.
“…Eh, bravo, i…”
“Sì, loro. Tutto ok” lo rassicurai: rinvio concesso; e gli soffiai addosso la data. Vidi distintamente le crepe formarsi sulla sua faccia, prossima a cascare in pezzi. Alzai le spalle con malcelata soddisfazione.
Così impari a scrivermi i post-it in maiuscolo quando non devi, tie’.

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