GIDIPI’ – IV parte: lezioni di colleganza, in cui il gidipì in realtà c’entra ben poco (I)

Nei telegiornali, alle soglie della bella stagione, si sente strombazzare spesso del “colpo di coda dell’inverno”. Allo stesso modo, proprio quando mi ero rassicurato sul suo pensionamento, io subii il colpo di coda del Sor Romeo. Lo credevo ormai impegnato esclusivamente nella nobile arte dello spupazzamento dei nipoti, e invece trovò tempo e modo di decidere una causa in cui figuravo come difensore; magari era la sua ultima sentenza, quale onore. Per cui quest’ultima puntata potrebbe anche aprirsi così: avevo perso. E il lato più amaro della sconfitta, allora come sempre, era la condanna al pagamento delle spese di lite che i miei clienti avrebbero dovuto sobbarcarsi. Costoro chiesero lumi sui possibili margini per un appello; poi – grazie a dio – vennero a più miti consigli. Onde prevenire ogni ulteriore complicazione, contattai la controparte vittoriosa annunciando che entro breve avrei portato l’insanguinato circolare a saldo della vertenza.
Durante la telefonata, tornò a galla un problema che periodicamente mi affliggeva quando avevo a che fare con i colleghi più augusti e autorevoli: la fretta nei discorsi. Questa tara, in verità, era stata causata dal mio primissimo capo, uno che prima ti chiedeva di spiegargli qualcosa, e dopo due secondi ribatteva con la parola magica: “morale?”, sempre, anche se avessi dovuto riassumere Guerra e Pace; e con quel tono che strappava gli schiaffi dalle mani. Ma la mia controparte era illustre, più che autorevole; fratello, tra l’altro, di un famoso giornalista di spiccate doti camaleontiche: a seconda dei casi era bolognese coi bolognesi; romagnolo quando si parlava di piada, Embassy e Fellini, e all’occorrenza anche marchigiano. La voce del collega era identica, il tono posato allo stesso modo.
“Bene” fece lui “può venire da me quando vuole, anche oggi stesso. Tenga presente che nel pomeriggio avrò una serie di appuntamenti, qui in ufficio. Se quando arriva sto ricevendo….” – e a quel punto, il vizio di cui parlavo prima riaffiorò inesorabile. Gli troncai la frase in gola e dissi, untuosissimo: “Figuriamoci, non c’è problema, attenderò finchè non avrà un minuto tra un ricevimento e l’altro”. Secondi di smarrimento dall’altra parte del filo, poi il collega ripetè, come nulla fosse: “Se quando arriva vede che sto ricevendo…”. Ma la mia tara, lungi dal tornare latente, prese del tutto il sopravvento: “Si, beninteso, se mi accorgo che la cosa si prolunga posso sempre scendere giù al bar per un caffè…”. Ero anche serio, forse il collega colse una sfumatura sarcastica nella mia voce, fattostà che lui assunse un tono quasi paternalistico, che per l’appunto mi lasciò come un bambino a cui hanno detto che lo scherzo è stato bello ma è tempo di piantarla. “Dalla voce sento che lei è giovane, per cui accetti un consiglio, se non altro applicandolo alla professione: impari a lasciar parlare il prossimo”. (E dire che avevo sempre creduto di saper ascoltare).
Senza curarsi di quale effetto avesse sortito la sua uscita, riannodò il filo del discorso: “Se sto ricevendo, non se ne vada. Anzi, venga lo stesso in sala riunioni. Anche se ci fossero i corazzieri o le guardie svizzere davanti alla porta, lei entri. Siamo intesi? Arrivederla”; e chiuse la comunicazione senza aver bisogno del mio sì. Va be’, pensai: prendiamola come va presa. All’epoca conservavo un immaginario taccuino del garzone di bottega, su cui appuntavo di volta in volta le massime da ritenersi importanti in ambito professionale. Stavolta toccava alla seguente: mai lasciarsi sopraffare dalla smania di compiacere a tutti i costi chi hai di fronte, per quanto importante; per lo meno non fin quando non hai chiaro cosa gli passa per la testa.
Nello stesso pomeriggio mi affacciai all’uscio di quello studio, e dentro di me fece capolino la sensazione da cui si lascia cogliere ogni giovane avvocato che esce dal proprio territorio, ovvero: “che pace qui, mica come da me, dove l’atmosfera è gradevole come sul delta del Mekong dei tempi andati”. Colsi nell’aria echi di radio 3 e il picchiettare di dita sulla tastiera di un PC, frammisti a un borbottio proveniente da qualche stanza. Raggiunsi la sala d’attesa, dove mi fu possibile inquadrare la porta chiusa dietro la quale andava formandosi e dissolvendosi un pulviscolo di voci. Lì attorno non trovai, come temuto, giannizzeri o lanzichenecchi a presidiare quel fortino, bensì – molto peggio – una megera con velleità da impiegata, vestita come se stesse facendo le pulizie di primavera, che si alzò fulminea dalla postazione e mi corse incontro, pronta a sbarrarmi il passo. Le resi noto il motivo della mia visita, ma già prima che finissi la frase lei aveva preso a scuotere la testa: “L’avvocato sta ricevendo, come può notare anche lei”, disse facendo un cenno alla porta che mi interessava. “Guardi, il collega mi ha concesso, come dire…un lasciapassare”, risposi io, sperando che l’espediente almeno stuzzicasse un qualche tipo di curiosità nella megera. Macchè. Si mise di tre quarti, tirò un angolo di bocca in su e disse: “Forse non sono stata chiara: l’avvocato non può – assolutamente – essere – disturbato”. Calcò la voce sull’avverbio, e io pensai che parlava e agiva come certi personaggi che nei film di mezza tacca, dopo la battuta, calciano uno sgabello e fanno partire un cazzotto. Ma io la bruciai sul tempo. Sgranai gli occhi, li puntai per terra in un angolo alle sue spalle e dissi: “Uh, guardi, lì c’è un…” e lasciai in sospeso la frase, in modo tale che l’interlocutrice potesse paventare l’aggressione di un qualche tipo di burdigone; trucco vecchio, ma è incredibile come ancora funzioni. La megera si voltò, io la aggirai come avrebbe fatto Sivori con la palla al piede, e mi avventai verso la stanza dell’oro e della seta, al cui uscio detti giusto due colpetti con le nocche e dove irruppi dopo mezzo secondo. Come nei vecchi videogiochi con il programma “bacato”, il cattivo, invece di venirmi appresso, restò dov’era.

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