GIDIPI’ – quarta parte: lezioni di colleganza (II poi stop)

Lo spazio-riunioni, a pianta rettangolare, era più angusto di quanto mi aspettassi. Su un lato lungo avevano piazzato una libreria contenente le raccolte cartacee di giurisprudenza vecchie almeno una trentina d’anni, e ormai buone giusto per accendere la fogheraccia. Ai lati corti, su ciascun muro, quegli obbrobri che ai tuoi capi invece piacciono tanto al punto da costringerti a farteli appendere anche nella tua, di stanza (“Immagina che effetto: la gente ti apre la porta e trova davanti un Mutandari, o un Fragolari: fai un figurone; no, non ringraziarmi!”). Sul restante lato lungo, al centro della parete, una finestrella semiaperta offriva la vista di un comignolo e di una distesa di tegole e coppi, tipico panorama dell’ultimo piano dei palazzi del centro storico, appiccicati l’uno all’altro; visuale claustrofobica, ma senza la quale l’aria nella stanza sarebbe stata ancor più intrisa di umanità, ancor di più cioè di com’era quando vi entrai. C’era appena lo spazio per il tavolo, ove un branco di invasati incravattati sputacchiavano preventivi e consuntivi in direzione del collega, imperturbabile e uguale al più famoso fratello non solo nella voce: stessa barbetta bianca e rada, stessi occhietti tondi, stessi ricci brizzolati sulla nuca. Ero entrato appena con la punta del piede destro ma, come prevedevo, era sufficiente a far scattare un gigantesco fermimmagine, che mozzò la lingua pure a me. Solo quando due piccioni atterrarono sul comignolo esterno per godersi dalla finestra quel tristo spettacolo, la favella tornò il tanto che bastava per qualificarmi al collega, che in realtà dall’espressione non sembrava aspettasse che me.
“Venga, venga pure” si rischiarò in volto lui, e al resto dei presenti si irrigidì la mascella: non tanto perché erano stati interrotti da uno sconosciuto, verosimilmente neanche rotariano, ma per il fatto che lo stesso era stato benevolmente accolto dall’esimio professionista che, in teoria, doveva dedicare loro tutto il pomeriggio e anche la sera, a oltranza. Lo raggiunsi al suo capo del tavolo, gli allungai il circolare sanguinolento e la copia della transazione siglata dai soccombenti, lui ringraziò e da una cartellina cavò fuori la medesima scrittura firmata dal cliente vittorioso; nel frattempo, potevo distintamente sentire le gocce di sudore solcare le facce di quelli che erano diventati semplici e muti comprimari. Fuori dalla finestra, uno dei piccioni spettatori piegò la testa di lato, come incuriosito da quell’atmosfera sospesa; l’altro dette una scrollata alle ali: era abbastanza da preludere al cambio di toni e registri sulla scena. Il mastino idrofobo seduto alla destra del collega, infatti, riuscì a buttare un occhio sull’ammontare dell’assegno – esiguo, savasandìr – e ne rimase stordito come per effetto di un ceffone improvviso inferto da una vecchietta. “Scusi”, mi fece lui, passandosi una mano sugli occhi, “vorrei si rendesse conto di una cosa. Sa di cosa stiamo parlando noialtri qui, da ore, anzi da giorni, senza porci limiti di orario? Di come evitare il collasso della Cooperativa Edile Stigrancazzi, e fare in modo che la stessa continui a dar da mangiare a un tutt’altro che irrilevante numero di famiglie in tutta la regione. E lei” il tizio infierì senza pietà su quel pronome, “entra, ci interrompe e ci ruba tempo prezioso per una bazzecola del genere?”.
Già. La domanda conteneva più di un punto interrogativo, ciascuno scagliato nella mia direzione al pari delle alabarde spaziali di Goldrake. Solo il collega era in grado di porre freno a quell’ondata di livore: e non lo fece. Rimase immobile a guardarmi visibilmente e misteriosamente compiaciuto, il figlio di gran puttana, e questo lasciò campo libero al fenomeno del fasullo pianto collettivo dei maiali. E’ noto che se un maiale piange perché gli hai tirato la coda, a ruota prenderanno a frignare anche gli altri attorno a lui, allo stesso modo. Ebbene, il silenzio del collega scatenò analoghe reazioni da parte del resto dei presenti, per i quali ero diventato una sorta di bersaglio mobile. Mentre le voci si accavallavano, non mi venne in mente nulla di meglio che cercare conforto nei piccioni spettatori alla finestra: ma quando li notai prendere il volo verso chissà dove, realizzai che la fuga era rimasta la soluzione più sensata. Come dargli torto, povere bestie? Perfino lo scagazzare sui monumenti in città si presentava come alternativa più allettante rispetto allo spettacolo in quella stanza. In fondo avevo fatto ciò che dovevo, così mi aprii un varco nella giungla di fiati e sputacchi, cui intanto, riapparsa come per magia, stava fornendo un contributo la megera che avevo dribblato poco prima. “Avvocato, scusi”, implorava, “ho cercato di fermarlo, mi creda, ma…”…ma niente, lei non concludeva perché avrebbe dovuto trovare una giustificazione migliore della caccia al burdigone fantasma a cui l’avevo costretta. Le uniche labbra sigillate erano rimaste quelle del collega, pensai sgattaiolando e fantasticando su come il figlio di puttana fosse sempre lì a sorridere nell’occhio del personalissimo ciclone che gli vorticava attorno.
Lo incrociai in tribunale qualche giorno dopo, e dato che eravamo rimasti gli unici ad aspettare lo stesso giudice, non potemmo evitare di scambiare due chiacchiere. A un bel momento prese a puntarmi con quegli occhietti che gli brillavano da sotto la visiera del berrettone a scacchi scozzesi; parevano intendere: “e dai, parla, tanto so cosa stai per dire”.
“Senta, mi giudichi come crede, ma io non posso non esprimerle il mio dispiacere per com’è andata a finire due pomeriggi fa…voglio dire, alla fine quei clienti se la sono presa con lei per causa mia…”. Feci per aggiungere altro, ma atteggiai solo una faccia desolata. Il collega incassò e rispose: “Lei se le cerca, eh: e adesso se le trova. Si ricordi anche questo. Chi viene a pagare, chiunque sia e qualunque cifra porti, non va mai, mai, mai fatto aspettare”. Aveva il dono di fermare tempo e spazio, quell’uomo. Che proseguì: “Tornando al nostro caso, è ovvio che a livello di importanza economica la vertenza tra me e lei scompare, a fronte di quella che mi impegnava due giorni fa in studio. Ma ecco il punto. I luogotenenti dell’impero gli assegni, seppur cospicui, me li han promessi; bancari se va bene. Lei, nel suo piccolo, me ne avrà anche portato uno solo e ‘leggero’: ma circolare. E a me tanto bastava”.
Va bene. Dopo quell’ultimo precetto ricevuto, realizzai che forse il taccuino da garzone di bottega non mi serviva più. Tanto bastava, come aveva concluso lui.

(fine)

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2 pensieri su “GIDIPI’ – quarta parte: lezioni di colleganza (II poi stop)

  1. Oh, a tutti qui è capitato di provare un secondo di invidia per quei piccioni, fin dai tempi della scuola. Loro amano mettersi anche sui davanzali delle aule, per rimirare una ventina di schiene e un tizio in piedi che blatera. E’ il loro cinema: gratis, e se il trailer non gli piace son liberi di andar via quando gli pare.

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