La danza delle viti

Una cosa la ricordo, pensò Efrem: i rompicoglioni si siedono sempre in ultima fila, si tratti dei posti a scuola, al cinema, alle lezioni universitarie, ai convegni. E la regola vale anche per quanto riguarda i pullman, anche se si presume che in questo caso la voglia di rompere l’anima al prossimo scemi o svanisca del tutto alle soglie dei quindici anni o poco meno. Il concetto trae conferma anche solo dall’odore che generalmente si avverte poco dopo le file a metà degli automezzi usati per le gite scolastiche: una sorta di avviso che la zona critica va approssimandosi, per cui il sommo poeta avrebbe ammonito di lasciare ogni speranza. Ma se le nefandezze adolescenziali erano da mettere nel conto in quelle occasioni, quant’era stato più bello perpetrarne altre e più stupide (e sarebbe ancora un complimento) sugli autobus per il trasporto cittadino? Efrem ci rifletteva ancora alla sua veneranda età, rannicchiato alla bell’e meglio in una delle sedie montate lungo la fiancata del bestione color arancio, che procedeva pigro nonostante si trovasse in una corsia riservata. In quel buio tardo pomeriggio, la macchina in panne dall’elettrauto aveva fatto tornare Efrem all’epoca in cui – imberbe, privo di patente e di mezzi – doveva raggiungere la scuola lontana; e lui ora, pur non trovando spazio per accavallare le gambe, non rinunciava ad appoggiare la nuca sullo scomodo bordo manigliato dello schienale. Così aveva sempre viaggiato in solitaria sugli autobus: occhi in alto, senza vedere niente e nessuno; cosa impossibile durante i tragitti trascorsi con gli amici stronzetti, nel frattempo dissoltisi nel tempo. Ricordava, guardando il tetto, scemenze che avrebbero fatto impallidire il cottolengo, come pigiare ogni 30 secondi il pulsante di stop a richiesta, in modo da far fermare l’autista anche se non doveva scendere nessuno e la fermata era deserta. O appostarsi nei pressi dei pannelli montati a contatto con i finestrini, quelli che servivano a indicare il numero della linea e allora funzionavano solo a mano, e manovrarli approfittando della confusione fino ad ottenere le combinazioni più classicamente idiote, tipo un ammiccante “69” o “666”, la linea della bestia. Ma la fattispecie più insensata era il “Gorbaciov”. All’improvviso, chi aveva la miglior ispirazione si alzava e invitava agli altri a posizionarsi ai finestrini e ad abbassarli il tanto che bastava a farci passare il braccio, che andava tenuto sporto all’esterno. Quel braccio veniva poi agitato a destra e a sinistra, in modo lento e solenne, tenendo aperta la mano per salutare la gente. Di questo si trattava, nient’altro. Tutt’al più ci si disegnava un sorriso ebete sulla faccia, ma contava solo scimmiottare l’illustre sovietico maculato – che a quei tempi si congedava dalla folla in quel modo, a bordo della sua macchinona con le bandierine, quando veniva a far visita agli italianski – e godere delle facce dei passanti.
Efrem rievocava questa e altre irriferibili circostanze, mentre le ginocchia da sandrone gli si anchilosavano e la vista gli si annebbiava su un piccolo cartello montato sugli “appositi sostegni”, a magnificare le prestazioni dell’ultimo “compro oro” aperto in città. Quando si stancò della pubblicità, riprese a fissare il neon quasi sopra di lui. Dopo qualche secondo però, attratto dal classico “particolare che stona”, strinse leggermente le palpebre. In un angolo del pannello che quel neon racchiudeva, erano rimaste due viti, forse dimenticate lì a costruzione ultimata. A pochi millimetri di distanza l’una dall’altra, sulle prime parevano studiarsi, guardinghe, appena tremolanti per effetto della marcia del bus. Ma all’improvviso si animavano, come pizzicate da una scossa elettrica, e prendevano a girare entrambe in senso orario per qualche secondo. Poi si fermavano, paralizzate; e di nuovo altro giro, stavolta in senso antiorario, sempre in perfetta sincronia, come in un balletto acquatico, solo che a dettare i ritmi erano le accelerazioni, i rallentamenti, le svolte a destra e a manca dell’autobus. Capitava, certo, che girassero una in senso orario e l’altra in direzione opposta, pur senza mai abbandonare il ritmo dettato dall’incedere del bestione, ma in tal caso le due viti, nel loro mulinare, si avvicinavano impercettibilmente e in modo costante, fino a trasformare il balletto in un numero di abilità, consistente nel continuare a vorticare senza toccarsi, benché una avesse ormai chiaramente invaso lo spazio di rotazione dell’altra. Si gustò l’esibizione immaginando una musica circense, finchè quelle acrobate improvvisate parvero distrarsi per una sola, fatale frazione di secondo; e alla fine vennero a contatto: le loro “teste” si toccarono e interruppero la danza, ballonzolando appena nel pannello del neon, e tramortite, inebetite dall’impatto. Di sicuro avrebbero ricominciato: ma ormai Efrem non ci badava più, intento com’era a chiedersi se da ragazzino fosse in grado di soffermarsi allo stesso modo su spettacoli del genere. La questione non gli pareva poi così banale, perché introduceva interrogativi di più vasta portata: ad esempio, su ciò che aveva perso o guadagnato nel corso degli anni. Atroci esigenze di auto-verifica, null’altro, che assalgono il cervello nei momenti morti di un viaggio noioso.
Il colpo arrivò secco al lato sinistro dell’autobus, opposto a quello dove sedeva lui. Si trattò solo di un rumore, perché la marcia dell’automezzo non ne aveva minimamente risentito, ma dall’effetto potente abbastanza da estinguere, al pari di una secchiata gelida, il brusio dei passeggeri, le teste dei quali erano già voltate, dopo un secondo preciso, verso il punto da cui si presumeva fosse provenuta la botta. Le facce si bloccarono verso le piccole ma complesse crepe che ora imperversavano in ogni parte del vetro di uno dei finestrini centrali, che però non si era ridotto in pezzi. Sarebbe bastato poco, certo, anche solo un soffio: dunque la gente si tenne a distanza, limitandosi a osservare quelle venature, che apparivano come degli intarsi, e formulando mute ipotesi a riguardo. Non si capiva cosa fosse successo: solo una martellata, ritenevano alcuni, era in grado di produrre un effetto del genere, ma le crepe erano talmente fitte che non si riusciva a determinare neanche il punto d’impatto del corpo estraneo col vetro; e poi l’autobus marciava ancora placidamente, perché il conducente pareva non essersi accorto di nulla.
Il silenzio lasciò pian piano il posto a un cauto mormorio, ma dalle occhiate circospette dei passeggeri sembrava che il colpevole potesse essere proprio a bordo, e partecipasse allo sgomento facendo finta di niente; tesi del tutto campata in aria, s’intende.
Nel frattempo, arrivato alla sua fermata, Efrem scese il gradino rendendosi conto di non aver trovato risposta all’interrogativo che si era posto prima. Ma non ebbe più voglia, né la sensibilità, di ripensarci.

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