Il mastodonte

La prima cosa che pensò Sveva una volta scesa da quella dannata pedana su cui era rimasta esposta, da brava ragazza-immagine, come nemmeno in una gabbia di zoo (in un’unica gabbia, per la precisione, dove le bestie si guardavano a vicenda, in perenne movimento e a ritmo di musica), era di meritarsi un coca e rum. Lo pensava soltanto, e del resto a lei, bella com’era, non serviva rendere più chiaro alcun concetto: bastava si guardasse attorno e la sua gente capiva immediatamente quel che intendeva o voleva. Parlare, che inutile spreco di energie.
La seconda cosa che pensò una volta tornata alta come i comuni mortali, era di bere quel coca e rum subito, forse proprio perchè la distanza tra lei e il bar sembrava incolmabile, dato il numero di persone che al suo passaggio avevano osato materializzarsi davanti al bancone. Certo, a un suo semplice cenno qualcuno gliene avrebbe portato un bicchiere; ma, trattandosi di coca e rum, voleva che glielo si preparasse sotto il naso, per paura che vi capitasse dentro un ingrediente “sgradito”. Sveva non aveva neanche paura (troppo scontata) della violenza sessuale: il fatto è che viveva nel suo mondo fatto di leggendarie vittime del traffico d’organi, quelle che si svegliavano-in-una-vasca-piena-di-ghiaccio-con-una-cicatrice-sul-fianco-e-due-gettoni-per-chiamare-la-polizia; e ci stava anche bene. Che si trattasse di una minchiata, o al più che i presunti disgraziati di cui sopra fossero tradizionalmente uomini e non donne, non sembrava riguardarla.
I minuti passavano, ma la gente continuava a infrangersi contro il bancone proprio alla maniera delle ondate contro gli scogli durante una mareggiata: quando una sciabordava via, ecco subito prepararsene un’altra, più potente e impegnativa della precedente. Così Sveva ricorse alla soluzione estrema. Le bastò individuare un bicchiere di contenuto vagamente familiare tra le dita di un tizio, nonché il posto libero accanto a lui sul divanetto. L’occupante poteva essere perfino  un PietroPacciani: non importava. Non aveva bisogno d’altro.
Per la verità, di quel bevitore  materializzatosi all’improvviso nel suo campo visivo l’aveva attratta un particolare: ai piedi aveva un paio di “Squalo”, che tutt’oggi resta uno dei modelli più inguardabili della Nike. Avrebbe dovuto sforzare la vista, tra un lampo di luce e l’altro, per notare un dettaglio del genere: ma inspiegabilmente non fece nessuna fatica. Nemmeno credeva fossero più in circolazione, quelle scarpe. “Cristo”, pensò Sveva, “qualcuno le porta ancora! E dire che l’ultima persona a cui le ho viste addosso era mia nonna, quando stava in casa!”. A dirla tutta, non riusciva a spiegarsi come una cosa del genere fosse sfuggita all’entrata: costui, addirittura, indossava dei jeans strappati, il che avrebbe dovuto indurre il servizio d’ordine a non lasciarlo nemmeno avvicinare al locale. Ma ormai Sveva aveva già preso posto sul divanetto, stranita per il fatto che del tizio aveva notato subito e con esattezza come fosse fatto dalla cintola in giù; i lineamenti, paradossalmente, non riusciva a distinguerli: una creatura senza età, pareva lui. Il miraggio di quel coca e rum, forse, si era fatto troppo abbagliante.
“Scusa, mi fai dare un sorso?” chiese lei col fascino della bella sorpresa piovuta dal nulla; poi magari i sorsi sarebbero diventati due, e in breve avrebbe fregato tutta la consumazione mentre lui ancora le sbavava davanti. “Prego”, disse il tizio porgendole il bicchiere mentre le vampate dalle stroboscopiche proprio non ne rivelavano la faccia, che però non sembrava sconvolta dalla visione angelica di Sveva, né dal fatto che lei avesse scelto di sedersi proprio lì. Anzi, lui l’affrontò subito con un mirabile “Questo posto fa schifo al cazzo, non credi?”, che le bloccò il sorso a metà della cannuccia per un certo numero di secondi.
“…e allora tu chiederai: cosa ci stai a fare? A regalare le consumazioni alle ragazze?…Non so. Ho appena cambiato casa, quartiere e compagnia; non ti sto a tediare sul perchè. Solo, non volevo essere costretto a cercare di affinare l’intesa con i miei co-inquilini, non stasera. Non che qui abbia trovato il posto del cuore”, rise lui, “ma almeno non sono obbligato a rivolgere la parola a chicchessia. Solo una cosa mi piace davvero, nella nuova sistemazione. I ragazzi, sai, non so se per snobismo o cos’altro, non hanno voluto comprare un televisore. Però hanno lasciato in cucina, presumo ereditandolo, un vecchissimo catorcio a valvole, quasi cubico, con due antenne sottili, retrattili e orientabili. Il primo giorno mi han detto: “Ti interessa guardare la TV? Eccola”, indicandomi quel mastodonte quasi in modo sprezzante. Prima che potessi impedirmelo, gli avevo già messo le mani addosso, intuendo che non poteva essere dotato di telecomando. Dato che brancolavo nel buio, i ragazzi han spiegato: ‘per accenderlo, premi il pulsantone che trovi accanto allo schermo’… l’avevo visto, ma credevo fosse solo una patacca con sopra il marchio. L’ho pigiato, ma il trabiccolo non pareva dare segni di vita. Dopo interminabili secondi di silenzio imbarazzante, i ragazzi han buttato lì: ‘oh, non restare impalato: guarda che si deve scaldare. Fatti un caffè, che per cinque minuti buoni lo schermo resta buio’. Dopo il caffè, la qualità delle immagini che mi sono trovato davanti alla faccia è stata la stessa di quei filmati sugli albori della TV, tipo il ‘Musichiere’. ‘Ci sono solo due canali’, han spiegato i ragazzi bruciandomi la domanda, ‘Rai Uno e la Sette. Il resto non si vede, e non chiederti il perchè. Il canale lo cambi premendo quell’altro bottone sotto lo schermo’. Ho visto una manopola in un angolo, e ho preso a girarla a destra e manca. ‘Non essere troppo fantasioso’, han consigliato i ragazzi mentre la rigiravo tra le dita, dov’era rimasta dopo essersi staccata di netto. Insomma, tutto questo fino all’altra settimana, quando ha ritenuto di lasciarci. Così pare, almeno: so solo che non si è visto più nulla, nemmeno dopo mezz’ora di riscaldamento dopo l’accensione. Tristemente, non sapendo bene cosa fare, ci siamo limitati a toglierlo dalla sua posizione storica, lasciandovi un vuoto tremendo: inutile dire come sembri che in casa ci sia addirittura più aria da respirare. Trovando il tutto intollerabile, uno dei nostri ha deciso di piazzare al posto del mastodonte la sua radio da camera, anch’essa non di nuovissima concezione, con gli altoparlanti ai lati, la sintonia al centro e gli adesivi delle marche sportive appiccati dappertutto. Così, da qualche giorno, mangiamo guardando quell’accidenti gracchiante, un po’ come si faceva in tempo di guerra. Dopo il notiziario, non c’è volta che il proprietario dell’aggeggio non canti, parodiando la famosa canzone: “Radio Killed the Video Stars….”. Sai cosa? Forse non è del tutto antipatico”, concluse guardando nel vuoto.
Guardava nel vuoto, sì, ma per un motivo molto semplice. Sveva se n’era andata già dopo il giudizio non propriamente oxoniano sul locale. Non era davvero facile dire da quanto tempo lui invece stesse lì, su quel divano, a parlare da solo. Certo, non aiutava il fatto che nel suo bicchiere, della premiata e (dal resto del mondo) tanto ambita ditta “coca e rum”, solo la prima fosse stata in realtà ordinata e servita.
“…e dunque addio, mastodonte”, si disse. “Pochi dubbi, su chi fosse il vero catorcio tra noi due”.

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