La stanza dei belli (I)

If it’s not love, then it’s the bomb, the bomb, the bomb, the bomb, the bomb, the bomb, the bomb that will bring us together

Pur non avendo letto il gran libro che la contiene, e ringraziando almeno l’antologia scolastica che me l’aveva fatta conoscere, ho sempre trovato la descrizione di Javert uno dei passi più sottilmente inquietanti in cui mi sia imbattuto: mi basta riprenderne due righe per sentire addosso lo stesso disagio fisico che solo Manzoni aveva lasciato col suo “La sventurata rispose” (per cui, commentò Eco, è come se il bel cielo di Lombardia si coprisse di sangue). Ecco, il mio mezzo spicciolo di Hugo veniva in soccorso quando mi trovavo faccia a faccia con Daniele, il cancelliere della cosiddetta stanza dei belli. Non ispirava lo stesso fascino sinistro dell’Inspecteur, proprio no: ma quando rideva, unica analogia con Javert, era davvero “cosa rara e terribile”. Pensate all’armonia con cui si susseguono le canne di un antico organo in una cattedrale gotica: cosa accadrebbe se si applicasse il concetto alla dentatura di un uomo? Beh, con Daniele toccava farlo; e se al ritratto si aggiungevano le lenti perfettamente tonde e spesse due dita, tanto da farti pensare a uno scherzo di carnevale, e i ciuffi di capelli che parevano attaccati con lo sputo ai lati di una testa per il resto glabra, per non parlare della pelle somigliante al campo centrale di Wimbledon dopo una finale di sei ore funestata dalla pioggia, ecco che l’aggettivo “terribile”, grazie a questo membro della curiosa fauna in forza al nostro tribunale, si connotava di un’accezione inedita, complessa e crudamente vivida, inspiegabile col solo uso delle parole (a meno che non ci si provasse zio Victor, beninteso).
I non addetti ai lavori amano pensare ai tribunali come a impenetrabili microcosmi: non che non sia vero, ma può essere il microcosmo a “penetrare” in te, come l’abisso nicciano. Guai, ad esempio, a sottovalutare la capacità dei cancellieri di ricordare un volto dopo averlo incrociato di sfuggita. Ovvio che questa loro abilità tocchi l’apice nei confronti degli avvocati, eventualmente per mandarli poi meglio affanculo. Daniele ed io non siamo scesi a quel livello, né ci siamo mai abbracciati, ma per molto tempo non riuscii a capire se mi salutasse con convinzione o per convenzione, visto che non era un tipo di molta favella ma solo dal bofonchio facile.
Ebbi la risposta in occasione di uno di quegli impulsi cui ci si lascia andare scoprendo di avere qualcosa in comune con semisconosciuti – ma qualcosa di insolito, non il tifo per la juventus. Ero ancora praticante, e gli consegnavo per la prima volta brevi manu un certo numero di atti giudiziari, il cui deposito avrei dovuto suddividere in due occasioni per via della loro quantità e mole. Un lavoro che necessita di una certa liturgia: l’ospite si mette pazientemente seduto nell’ufficio di fronte alla scrivania del cancelliere, che a sua volta deve sfogliare le cartacce, apporvi i sacrosanti timbri, aggiornare il terminale (cioè spataccare sul computer ammuffito dal tempo andato) e infine congedare l’ospite, rassicurandolo sul buon esito del tutto; incombenti durante i quali il tempo non passa, ma cola goccia a goccia. Nella prima tornata di depositi rimasi zitto, intimidito ma anche desideroso di intuire (non che intanto potessi cimentarmi in molto altro, a ben vedere) a quale emittente radiofonica appartenessero le voci che aleggiavano in sottofondo nella stanza. Sembrava un approfondimento culturale, sciorinato in toni lievi, quasi flautati, e mi stupii del modo in cui Daniele quasi ci si abbeverava, pur lavorando nel frattempo sulle mie povere cose. Un cancelliere che ascolta Radio 3! riflettei, deciso ad appuntare il dato nel cervello come dovesse servirmi a futura memoria e baloccandomici fin sulla soglia dell’ufficio, mentre dal mucchietto di valvole lo speaker iniziava a snocciolare le vicissitudini di un soldato tedesco che si aggirava solitario per Roma, durante la seconda guerra mondiale. Ne sorrisi per un attimo, prima di chiudermi l’uscio alle spalle: e forse Daniele se ne accorse, perché il giorno successivo aveva tenuto in serbo per me un angolo di bocca in su, per meglio condividere in silenzio la nostra reciproca scoperta, cioè l’aver letto “La Storia” di Elsa Morante, e soprattutto la capacità di saperla riconoscere se ne avessimo sentito le pagine alla radio, come infatti era successo. Così, mentre Daniele armeggiava sulla seconda tornata dei miei depositi, ci abbandonammo ai brandelli di disgraziata epopea di Ida-Ramundo-Vedova-Mancuso alle prese col milite crucco, quando a un certo punto sentimmo, dietro la porta, il lento incedere che ti aspetteresti in un film horror di mezza tacca col protagonista che si tira le lenzuola fin sui capelli, al buio. Sapevamo entrambi a chi appartenevano quegli scarponi ortopedici, ma il nostro ristrettissimo e improvvisato circolo culturale mi fornì un assist che non potei esimermi dallo sfruttare. In uno slancio confidenziale che mai avrei creduto di sfoderare con un cancelliere, inarcai un sopracciglio e insinuai lì per lì: “Sarà mica…Useppe?”. In realtà ancora no, non lo era. E spiego. Useppe, nel romanzo della Morante, in senso fisico era nato dallo violenza sessuale perpetrata dal soldato tedesco ai danni di Ida, ma era pure la storpiatura che il titolare di quel nome si era autoinflitto da bimbo e che sarebbe rimasta appiccicata al personaggio per tutto il libro. Daniele, alla mia battuta, subì una specie di sobbalzo, non seppe se ragionarci sopra o salutare l’essere acromegalico che contemporaneamente aveva spalancato la porta e preso a torturare, con quei passi graziosi, il pavimento della stanza. Giuseppone, il contitolare di quello spazio, così chiamato perché pareva uno scarto degli esperimenti del Dottor Frankenstein, si trascinò alla scrivania opposta: davvero gli mancavano solo i pezzi di cavo attaccati alle tempie; ma anche quella volta, era più forte di me, mi soffermai sul particolare che lo privava irrimediabilmente di qualunque dignità, cioè il lembo spelacchiato di cintura sporgente dall’ultimo passante dei suoi pantaloni, pendulo lungo la coscia. Mi smarrii in quel triste spettacolo umano, e riuscii a distogliermene solo quando sentii mormorare, dal nulla, un’unica parola: “Useppe”…evidentemente il mio slancio, seppur a effetto ritardato, era andato a segno. Dopo quel mezzo cortocircuito, Daniele aveva ripreso a timbrare le mie cartacce, ma ora non poteva trattenersi dallo scandirla più volte, tra sé e sé. Non dovette sembrargli vero accostare quel nomignolo da scriccioletto allo scherzo di natura che gli sedeva di fronte: e iniziò a riderne. Una risata rauca e prolungata, sì: ma anche rara e terribile. Eccolo, “My own – Personal – Javert”.
Il dirimpettaio non se ne dette per inteso. Accomodato al tavolo come un cagnone mansueto, non si lasciò scappare neanche un “Gh?” e continuò a fotocopiare le sentenze con il fax accanto, perché la Toshiba gliel’avevano piazzata all’altro capo del mondo, irraggiungibile per le sue suole da elefante; pagina dopo pagina e a gesti misurati, muovendo in pratica solo un braccio, come fosse alle prese con l’originale della Costituzione o più semplicemente temesse di avere le ossa di carta velina. Ma forse era già inconsciamente rassegnato all’idea che da allora, da Giuseppone, sarebbe diventato per tutti Useppe, e che non poteva farci nulla. E Daniele, dal canto suo, iniziò a salutarmi da lontano nei corridoi ogni volta che mi inquadrava, e non smise finchè restò applicato in quella sede.
Poi dicono che la cultura non serve.

Annunci

5 pensieri su “La stanza dei belli (I)

  1. ” fugace pomeriggio”. Sto leggendo “La storia” proprio questa settimana, alla faccia del fugace pomeriggio… A me pareva fosse stata violentata in uno di quei momenti in cui la poveretta soffriva di convulsioni. La sua grandezza, per quanto nel libro non traspaia, perché descritta piuttosto tonta, da noi pure invornita, è l’essere riuscita ad amare il frutto di una violenza: Useppe. Mica così scontato. Ciao carissimo! Ambra.

    Liked by 1 persona

  2. Ambra! Che bello trovarti anche qui (anzi ri-trovarti, era tuo anche il commento a “L’incantesimo di Gaibanella”, vero?)….come stai? Lessi quel libro tantissimi anni fa, per cui ne ho ricordi annebbiati; e, confesso, non mi sono peritato di andarne a controllare le pagine. Mi pareva che il soldato volesse dar sfogo ai suoi porci e atroci comodi e poi filare via, ecco forse perchè ho usato la parola “fugace”…Ma non voglio incorrere in ulteriori inesattezze, per carità. Per il resto, un libro grandissimo e traumatico, come scordare Carlo Vivaldi? Un abbraccio – T.

    Mi piace

  3. :o), che memoria! Sì, era mio anche quello, come dimenticare il percorso ferroviario Alfonsine- Ferrara? Di una lungaggine spaventosa, per poi aspettare un’ora la coincidenza per Bologna in quella stazione che sembrava dell’era paleozoica. O forse ci si era proprio in quell’età. Son passati troppi anni. Comunque, sì, sono ancora alla ricerca di un “posticino” che possa ospitare le mie quattro parole quattro. Ho notato che sotto i commenti compare una stellina con un “mi piace” a fianco… Funziona? Ma non è simile a Fb? Altra cosa, il “crucco” dalla descrizione nel tuo commento è appunto un violentatore, lo volemo giustificà solo perché morto prematuramente dopo tre giorni? No eh! È che fugace mi dava l’idea di due adolescenti imberbi sperimentatori di primi approcci amorosi, insomma. Dovrei ragionarci. Lui disperatamente inserito in un contesto mortale così giovane, lei mai provato un orgasmo e va a finire che le convulsioni l’hanno pure aiutata… Non so, ci sono molte variabili da considerare. Ma uno stupro rimane uno stupro, per chiunque lo subisca e chiunque lo infligga. Ubi Maior minor cessat ( spero si scriva così, non ho controllato). Ciao carissimo!

    Liked by 1 persona

  4. Il mio “mi piace” ai tuoi commenti funziona benissimo 😉 …. Va be’, forse l’uso della parola “fugace” è stato un “incidente semantico” dovuto a mia colpevole “ignoranza” delle sue implicazioni più romantiche, ma non avevo intenzione di giustificare nemmeno velatamente stronzi stupratori, come nel caso del libro o in nessun altro caso al mondo..ci mancherebbe! Attendo di conoscere il posto che avrà il privilegio di ospitarti, l’importante è che tu abbia voglia di trovarlo. Rinnovo gli abbracci! 🙂

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...