La stanza dei belli (II)

L’ultima volta che feci visita alla loro stanza, i belli c’erano entrambi: Useppe scartabellava tra gli scaffali di un armadio, pizzicando e adocchiando le sentenze una ad una al pari di un collezionista alla fiera del disco; Daniele timbrava i miei atti come se non fossi di fronte a lui, che al solito non si prodigava in baci e abbracci dopo il seppur tempestivo “ciao”. Su Radio 3 era in onda il programma di musica contemporanea – concerto per porta cigolante e scimmie urlatrici – quando notammo, dal finestrone dell’ufficio, dapprima un gruppuscolo, poi un manipolo come composto da inseguitori in una maratona, e alla fine un vero corteo dove si confondevano indistintamente gli abitanti del microcosmo, dal presidente all’ultimo degli inservienti. Sciamavano via riversandosi sullo spiazzo pedonale davanti all’ingresso del Tribunale: una visione che per poco non fece cadere il timbro dalla mano di Daniele, rimasta a mezz’aria. Da quel fuggi-fuggi, solo un’anima pia ebbe il cuore di staccarsi per dedicare un briciolo di attenzione anche a noialtri tre: gli unici imbambolati, a occhio.
Milvio non era nemmeno un cancelliere di ruolo, altro non gli avevo mai visto fare se non portare un foglio, o al massimo un faldone da una stanza all’altra; ma ti accorgevi davvero della sua importanza quando scioperava, e allora ogni attività si fermava, saltavano le udienze, al pianeta Giustizia d’improvviso veniva a mancare l’ossigeno: magari era per questo che nessuno gli rivolgeva la parola e lui, per principio, affrontava la vita con un silenzio torvo e carico di oscure minacce. Invece, quella mattina, Milvio ci rese partecipi di un gesto di umanità di cui nessun altro, nella torma che continuava a brulicare, si dimostrò capace. Transitò davanti alla finestra, si bloccò sotto ipnosi improvvisa e si girò verso di noi: sempre fermo, ponderando la mossa successiva. Poi sgranò gli occhi, agitò i pugni nell’aria e spalancò la bocca, cosa che non gli credevo possibile: ma pareva gridare sott’acqua, per via del doppio vetro che separava noi da lui; si intuivano solo due unità fonetiche, “OM” e “BA”. Daniele andò ad aprire l’imposta, così da capire meglio cosa intendesse Milvio. Che sillabò, rauco: “OM! – BA!”: esattamente come prima, e si unì al resto dei fuggitivi.
Useppe sarà stato anche uno scarto di laboratorio, ma scemo no. Il suo labbro inferiore imitava il brandello di cintura, penzolando nel vuoto; lui però staccò i polpastrelli dalle sentenze, chiuse l’armadio, attraversò la stanza guardando il pavimento con la solita, metodica, esasperante calma. Il rumore di porta sbattuta che seguì significava: “Voi due state restate pure a farvi ammazzare, io intanto vado. Con permesso, eh”.
Sulle note della sinfonia radiofonica per ustionati di terzo grado medicati senza anestesia, Daniele mi guardò e disse: “Dimentico sempre che Milvio è sordomuto”. E mi riservò, da Javert di ormai consolidata esperienza, la sua risata rara e terribile. Avrei dovuto apprezzarla meglio, ma non ne ero consapevole, non ancora.
Il nostro tribunale è come un post-infartuato che vive al decimo piano di un palazzo senza ascensore: impreparato ed esposto al rischio. Perfino a Forlì c’è un simulacro di metal detector: che non funziona, ma almeno fa figura, mentre uno straccio di usciere fa quasi finta di buttarti addosso un’occhiata all’ingresso. In un Palazzo nelle Marche, di contro, una guardia giurata crede di essere alla Borsa di New York e sceglie a proprio arbitrio quali facce sconosciute bloccare sulla porta, tendenzialmente tutte quelle non appartenenti ad avvocati del Foro locale: benissimo, in fondo è il suo lavoro, ma è sempre il modo a lasciare perplessi. Ti squadra e ti domanda: “Lei è un avvocato?”, ma sai già che la risposta non gli basterà. “Mi mostri il tesserino”, allora intima. Il cazzo di tesserino, già. E come cazzo glielo spiego al mascellone, qui, che da quando esercito non mi sono mai fatto fare il cazzo di tesserino? e che in nessun angolo del mio parabrezza è appiccicato il ripugnante adesivo tondo di appartenenza all’Ordine, per far capire al prossimo “Ehi, io ho un posto e un senso in questa società, baby”? e che dunque non rappresento un vanto per la mia cosiddetta categoria, e anzi? Problema fasullo, perché tanto il civis non ti sta a sentire: continua a scuotere la testa costernato, dicendo “non posso lasciarla passare”, mentre non sai più in quale lingua chiedergli dov’è l’entrata per il pubblico, visto che stai facendo tardi per l’udienza. Alla fine il mascellone acconsente: “Va be’, mi voglio fidare” e ti libera la strada, così dimostrando in che modo sia capace di ridursi e di ridurti un italiano quando gli concedi un’unghia di potere.
La Giustizia locale e il resto do mundo, invece, sono separati solo da una porta. Anzi due, tra le quali, in due soffocanti metri quadrati al coperto, la gente sfumacchia e appoggia gli ombrelli: gli ombrelli di ogni Foro d’Italia assieme agli ombrelli del pubblico e agli ombrelli abbandonati lì per sempre da mano ignota, tutti ammucchiati nei giorni di pioggia fino a comporre un deforme mostro di ombrelli multicolore, un incubo fatto di ombrelli ombrelli ombrelli. Davvero, Bin Laden e Al Zarkawi potrebbero accedere armati sino ai denti e senza fatica – tanto non ci sono guardie giurate e l’usciere potrebbe scacciare giusto le mosche – e poi inoltrarsi a braccetto per l’atrio in lungo e in largo, magari aggirandosi col naso tra le nuvole al pari di molti miei colleghi forestieri ed esclamando: “Ma com’è bello qui, ma com’è grande qui, mi piace troppo!” come neanche Ambra ai tempi d’oro; “Sembra di stare all’aeroporto!”, e intanto si cerca di non fargli scorgere la segatura per terra, attorno a una colonna, perché la struttura, seppure moderna, ha ancora qualche problema di drenaggio.
Ma ora il discorso era diverso: affrontavamo un battesimo del fuoco, il primo allarme bomba della storia dell’edificio (perché di quello si trattava, e peraltro dei gesti di Milvio non potevi che fidarti, poveraccio lui). Che poi non si capiva come fosse avvenuta la segnalazione: fuori dalla porta di Daniele regnava uno strano ordine, nessuno scalpiccio terrorizzato, nessun urlo; e stranamente nessuno aveva approfittato delle uscite di sicurezza, che invece e di norma il popolo bue smanioso di fumare non esita a varcare, attivando una sirena tale da farti tornare i denti del giudizio dentro la gengiva. Niente: solo quello sciame uniforme, fuori dalla finestra. Si presentavano, a me e Daniele, due alternative: lasciar spazio agli istinti più bassi e mettersi in salvo, oppure pensare “è una balla”, tutt’al più finire ciò in cui si era impegnati, e prendere una decisione. Nemmeno ci ponemmo il problema, credo. Daniele mi smaltì come in ogni altra occasione precedente, mi salutò e tornò a badare alla radio e alle sperimentazioni artistiche sui rumori del frigorifero in funzione; io uscii apprestandomi alle residue code della mattina. Ma mi fermai quasi subito, mentre la mia attenzione veniva rapita da un incantesimo che aleggiava nell’aria e pareva provenire dall’atrio. Ci andai: non una presenza umana, né lì né nei corridoi che vi si affacciavano, a ciascun pianerottolo. E neanche fino all’ultimo orizzonte, né ad ogni punto cardinale. Non mi sarei meravigliato se un cencioso morto vivente si fosse manifestato alle mie spalle, ansimando. La porta dell’ufficio di Daniele era semiaperta: anche lui, non avvertendo i miei passi allontanarsi, capì che qualcosa non andava, e si sporse dallo stipite.
I nostri sguardi si incrociarono, inermi. Useppe non era stato l’unico a dire “con permesso”, allora.
“Bar?” mi chiese l’unico bello rimasto, pur tramortito dal silenzio sulla soglia della sua roccaforte.
Alzai una spalla e “Perché no”, risposi.
Ah, mica vi aspettavate il cine-brivido?

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