La stanza dei belli (III)

“C’è?”
“C’è”.
Lo scabro scambio di sillabe tra me e Daniele ebbe luogo mentre ci incamminavamo verso il bar, poco prima di attraversare l’atrio. Non ci riferivamo ad un’anima viva, dacchè non ne erano rimaste nel raggio di svariati metri quadrati, ma ad un oggetto che ben avrebbe potuto essere immortalato e sbattuto sullo stemma cittadino, a rappresentare la Giustizia locale: il bicchierino rovesciato, con tutto il contenuto sparso per terra, davanti al distributore automatico. Da quando frequentavo il tribunale non mancava mai; e non c’era da sospettare che fosse sempre lo stesso, mai raccolto: dall’orlo, infatti, usciva ogni mattina un ventaglio di caffè liquido o non del tutto rinsecchito, dalle sfumature maròn ben modulate, magari ancora tiepido. Nessuno poteva, o voleva, cogliere sul fatto il mancato bevitore, tantomeno costringerlo a buttare nel pattume il pezzolino di plastica o – il non plus ultra, figuriamoci! – a chiamare subito l’addetto alle pulizie per porre rimedio al paciugo che invece il gentile pubblico abitualmente scansava con ammirevoli gincane. Allo stesso modo era da chiarire quale forma di artrite rattrappisse d’improvviso la mano del malcapitato davanti alla macchina, al punto da impedirgli di trattenere con due dita un misero bicchierino: forse era solo una questione di temperatura insostenibile, chi lo sa. Non era quella la mattina per dipanare il mistero: ci limitammo a constatarne la persistenza e passammo oltre, come Dante e Virgilio, lasciando che ad occuparsene fosse lo sguardo ebete del barman fotografato sul pannello del distributore.
Solo sulla soglia del bar, in effetti, mi resi conto che quella per cui non ci fosse nessuno a prepararci uno straccio di caffè era ben più di una mera eventualità: infatti si trasformò in certezza non appena buttai lo sguardo al di là del bancone. Perfino Gibo, dunque, seppure così strenuamente attaccato alla Cimbali, era stato trascinato via da una corrente umana che mi figuravo molto simile a quella che nel “Secondo Tragico” riportava Fantozzi, dopo la nottata di straordinari, dall’abitacolo della sua bianchina fin sulla scrivania in ufficio. In realtà era un falso problema: Daniele la Cimbali non l’aveva degnata di mezza occhiata. Si guardò attorno, fiutò il sahara in cui si era trasformato il posto di norma più affollato di tutto il tribunale, e disse: “E’ un’occasione speciale”. Come se in vita sua non fosse mai stato sicuro di altro.
“Già. Ma chi ce lo fa il caffè? La sai usare, la macchina?”.
“Non si brinda, col caffè”, mi fece piantandomi in asso tutto d’un tratto. Non capendo dove volesse andare a parare, gli lasciai campo libero e mi sedetti al tavolino più vicino al bancone, ma in quei due secondi lo persi di vista: ora sentivo solo il baccano di qualcuno che sta mettendo a soqquadro la stanza accanto alla tua. Infatti, a conferma, deflagrò nell’aria la domanda “Ma dove cazzo l’ha messo il rhum, quell’altro?”, condita da una bestemmia talmente potente da proiettarmi sul punto di vista più assurdo dal quale considerare la faccenda. Desideroso di arginare la foga di Daniele, gli dissi “E’ lì dov’è sempre stato, dai, in bella vista sullo scaffale addossato alla colonna!”, dando per scontato che lui il rhum, alle dieci del mattino, volesse solo rimirarlo, per qualche strano motivo. Le mie parole fecero cessare ogni tramestio, sì, ma nessun effetto produssero sul fiero cipiglio del cancelliere, che fece capolino dal privè dietro il bancone e indugiò tra il “non meriti risposta” e il “ti facevo meno sprovveduto”, ma il cui reale significato era rivelato dalle parole: “Te la bevi te, quella merda”.
Daniele uscì trionfante ostentando tra le mani, neanche fosse la coppa Rimet, il prezioso nettare che aveva scovato; e mentre ne faceva planare sul tavolo la bottiglia – priva di etichetta, ca va sans dir – tornai con la mente all’alimentari sotto il mio stambugio universitario, e alle meschine tattiche del suo gestore. Gli chiedevano – che so – un salamino, uno di quelli appesi alle sue spalle: ma lui rifiutava. E sentendosi replicare “Scusi, ho capito bene? Non me lo vuol dare?”, sospirava come per confessare di aver piazzato la bomba alla stazione, allungava il mento verso il cliente e precisava: “Vogliono farmeli vendere, questi…” – e da chi provenisse l’imposizione era lecito formulare qualunque ipotesi: dai massoni ai marziani, da immaginare acquattati dietro il portico e pronti a intervenire. Poi il salumiere guardava a destra e a manca, spariva nel retrobottega e ne ritornava con un altro salamino, sibilando “senta questo, e poi mi saprà dire”. Il cliente allora, in qualche modo compiaciuto da quel trattamento in realtà dedicato a tutti i nuovi arrivati, si congedava senza minimamente sospettare di aver comprato un salame identico a quelli esposti, ma insomma, lì per lì non era possibile giudicare la differenza di qualità, solo concludere che il mio salumiere è proprio bravo, le cose non buone non me le dà; o almeno, a me non le dà, e gli altri crepino pure.
L’unica differenza tra questo ricordo e l’intrusione di Daniele, era che se non fosse stato per l’allarme bomba, col cazzo che quel rhum sarebbe mai sbucato per me dal privè, tantomeno alle dieci antimeridiane.
Quasi presagendo possibili rimostranze sulla congruità dell’orario, che comunque mi sarei ben guardato dall’opporre, Daniele disse: “Che è ‘sta faccia? Oh, non costringermi a usare la battuta che ‘dopotutto da qualche parte nel mondo sono le cinque’; è piuttosto trita, sai”. Poi, ricordandosi di una cosa molto importante, schizzò di nuovo nel retrobottega dietro il bancone, raggiunse la mensola destinata a ospitare il nettare e vi posò un pezzo da cinquanta, nel punto esatto dove il culo della bottiglia aveva lasciato il segno della propria clandestinità pluriennale.
Tieni il resto e grazie, Gibo” appuntò il cancelliere sul bordo della banconota.
Tornò ripetendo: “Eh, beh, anche se è un’occasione speciale…”
“…i debiti vanno pagati”, completai.
Fece soltanto intravedere in bocca le canne d’organo: stavolta Javert era rimasto a riposare nelle sue antiche pagine.
Annuì, e sedette anche lui.

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