La stanza dei belli (IV)

Dunque: davanti ad altrettanti bicchieri con dentro un dito di rhum, alle dieci del mattino, ecco due idioti seduti al tavolino di un bar, e non su qualche isola di anime perdute a biascicarsi addosso ricordi lontani mentre un ventilatore gira cigolando ai due all’ora e le mosche non danno tregua, ma nella sua migliore approssimazione quotidiana, ovvero un tribunale, per di più deserto durante un allarme bomba. Il primo intento a fissare il vuoto avanti a sé, a sopracciglia inarcate; a voi indovinare se in quel momento pensasse “Voglio davvero bere questa roba adesso?” o se fosse già al passo successivo, e cioè: “Ma anche decidessi di bere-questa-roba-adesso, sarei in grado di apprezzarla? Io che per vino e superalcolici ho le papille gustative del primo uomo sulla terra, e per giunta col raffreddore; intendo dire: puoi spacciarmi del Tavernello per la migliore annata di Chateau Latour e io non farei una piega, schioccherei la lingua e sragionerei su quanto sia buono”. Il secondo non doveva che far toccare i bicchieri, e invece insisteva nel guardare il dirimpettaio, cuocendo dentro di sé una domanda che chissà da quanto aveva infornato.
(Sì, direi che il fermoimmagine è scattato al momento giusto).
“Mi dici che problemi hai col mondo?”, mi chiese finalmente Daniele, cercando di strapparmi da quel mio torpore.
“Uh?” feci io, anche perché non era frequente mi ponessero questioni del genere (ma il fatto che ci fosse di mezzo un cancelliere dava un minimo di senso alla faccenda).
“Io non ho un gran rapporto con i miei colleghi, ma i pochi che frequento mi dicono che sei uno stronzo. Per usare il termine più carino. Se ti vedessero stirato da una macchina, volterebbero la testa dall’altra parte – sempre che al volante non ci siano loro”.
Ci rimasi un po’ così, non lo nego, ma incassai il colpo come meglio potevo. “Ah…Allora sei tu a dovermi dire per primo che problemi voi avete col mondo. Da dove vogliamo partire?”. E risi: ma nulla di “raro e terribile”, trattandosi di me. L’altro sul momento non reagì, sospendendo ogni giudizio.
E allora cominciai da Nunzia, colei che svolgeva le stesse mansioni di Daniele, ma all’ufficio del giudice di pace. Di lei conoscevo per lo più lo scoraggiante spettacolo di una testa di ciuffi radi, sistemati alla bell’e meglio per coprire la calvizie, e decolorati di biondo.
“Tante volte ho lasciato perdere per quieto vivere, ma a un certo punto non ho resistito, anche perché credevo di rendere un gradito servizio a tutto il Foro. Insomma, le avevo dato gli atti per il deposito, come faccio con te, solo che Nunzia – da impiegata pubblica di razza – lavora arroccata dietro a uno sportello munito di vetro, da un apertura del quale dovrebbe restituirti le copie da lei timbrate. Dovrebbe, sì. Quella mattina, solito copione: ho allungato la mano destra per prendere una copia, che lei invece ha gettato alla mia sinistra, sul ripiano del mobile che ci separava: non messo, proprio gettato, con uno scatto del polso, neanche fossi un cane famelico d’ossa di prosciutto. ‘No’, ho detto allora, e con un dito ho ributtato l’atto dalla parte di lei, attraverso la feritoia nel vetro. Sono riuscito per la prima volta a far alzare quel mento in direzione della mia faccia: non avevo perso granchè, un pagliaccio cubista, pareva. E ‘No’, ho ripetuto. ‘Ricominciamo. Mi porgerà la copia reggendola tra le dita, io la prenderò dalla sua mano, e saremo tutti più contenti di vivere nella cosiddetta civiltà, ha presente? Non mi sembra difficile. D’accordo?’. Il pagliaccio decolorato mi ha squadrato senza fiatare. Ho teso l’altra mano, la sinistra, e lei? Ha scagliato la copia alla mia destra, anche con maggiore violenza, tanto che la memoria non si è fermata sul ripiano ma è caduta a terra. Ora nel mio campo visivo c’erano solo gli occhi della pagliaccia: chiusi a fessura, pittati di blu cobalto, puntati su di me. ‘Esca e raccolga’ è stata l’ultima cosa che son riuscito a dire prima che i toni divenissero tali da far vergognare perfino le reclute in caserma”.
“L’ultima, ma non l’ultimissima…”.
“Già. Mi sono congedato così: ‘lei è una grandissima stronza!’…Mi dai torto?”. Ma Daniele tacque: spirito di categoria, immagino.
“E con Asdrubale invece, com’è andata di preciso?”
Asdrubale era un applicato alla sezione esecuzione immobiliari: non si trattava del suo vero nome, ma era quello che ti veniva da usare avendoci a che fare. Una faccia attaccata a un palo della luce, e grigia allo stesso modo. Anche lui in teoria lavorava a contatto col pubblico, ma in pratica azzerava ogni possibilità di comunicazione perché si pigiava nelle orecchie un paio di auricolari da lettore MP3. Quante volte siamo stati tentati di sussurrargli improperi a fior di labbra, così, per capire se davvero ascoltasse della musica o semplicemente non voleva che le nostre chiacchiere plebee gli guastassero i sublimi padiglioni.
“L’ultima volta che ho avuto, anzi, che io e tutti gli altri colleghi abbiamo avuto bisogno di lui, se n’è arrivato con un’ora di ritardo – in un ufficio che peraltro sta aperto solo tre giorni a settimana – impermeabile agli insulti che gli borbottavamo contro come fossimo caffettiere piene all’orlo; qualcuno voleva andare perfino in Procura a denunciarlo per interruzione di pubblico servizio. Al mio turno, sono andato alla sua postazione per i soliti depositi. A differenza di Nunzia, lui le mie cartacce neanche le toccava, s’intende: me le lasciava prendere dopo averle timbrate, come portassero la lebbra. Allora – così mi girava, ma certo – l’ho messo alla prova. Oltre alla memoria, volevo timbrasse anche la nota spese. Ha scosso la testa, imperturbabile. Gliel’ho rimessa sotto il naso, inequivocabilmente. Ha scosso la testa ancora più forte, come per liberarsi della mandibola: “Per la nota spese devi pagare la marca da bollo. Lo dice la circolare”. Beninteso: lo sapevo, e non avevo alcun bisogno di quell’ulteriore adempimento. Volevo rompergli le palle, punto e basta, e ho insistito. La fronte solcata da una vena di preoccupanti dimensioni, ha obbedito come se avesse dovuto sprecare per me le ultime gocce di inchiostro per timbri sulla faccia della terra; quindi sono uscito dalla stanza, ignaro che qualcuno avrebbe seguito i miei passi subito dopo. Asdrubale infatti si era prima strappato di dosso gli auricolari come Spartaco fece con le catene, e poi palesato alla vista dei miei incolpevoli colleghi, diffondendo a pieni polmoni questo aulico messaggio: ‘…e se io vi mandassi tutti quanti a fare in culo?’. Non sembrava esserci modo di rispondere a un’uscita del genere. Io l’ho trovato. Mi sono voltato e ho replicato, coram populo: ‘Senti, stando qui noialtri otteniamo zero risultati, centomila insulti – quelli dei nostri clienti –  e i tuoi modi di merda. Tu invece a fine mese sei gratificato economicamente e moralmente, cascasse il mondo. Quindi a fare in culo vacci tu, è gratis!!!’. E mi sono allontanato, senza aspettare reazioni,  portandomi via la folata gelida che avevo buttato in quel modo su tutto il pianerottolo”.
“Non è finita lì, vero?”.
“La sera stessa, mentre uscivo dall’ufficio con un collega, sul marciapiede era appostata un’ombra grigia ma inconfondibile nonostante il berretto di cotone logoro, calcato fin sotto le sopracciglia, e gli occhiali scuri. Mi ha sbarrato il passo, messo la punta dell’indice davanti alla fronte e detto: ‘tu a me in quel modo non mi ci parli, capito?’. Davvero, doveva solo aggiungere ‘ti scendo le mani in faccia’. Mi sono fatto largo con un braccio, rispondendogli che nemmeno da ragazzino avevo vissuto scene del genere e certo non intendevo iniziare in quel momento. Allora Asdrubale mi ha afferrato per un gomito, ho cacciato uno strattone per liberarmi e quell’altro è volato per terra senza neanche troppo sforzo: ovviamente. Per un secondo ho ingenuamente pensato che tornasse alla carica, e invece ‘Ecco, ora posso denunciarti, pezzo di merda!’ mi ha urlato rialzandosi, ma girando subito i tacchi perché in fondo non ero da solo e il collega era in grado di darmi man forte, non tanto lì per lì ma in caso fosse necessario ricostruire l’accaduto”.
Daniele sorrise: “non ti ci facevo capace” sembrava volermi dire, ma sarebbe suonato come un complimento, per carità: per cui lo lasciò scritto in volto. E s’illuminò: “Ora capisco perché l’hanno sbattuto a lavorare in un ufficio non aperto al pubblico”.
“Già. Oh, beviamo o no?”
“Hai fretta? Mi sto divertendo troppo…Dai, raccontami della Fatina. E anche di Panama, già che ci siamo”. Si sporse verso di me, puntò i gomiti sul tavolino e intrecciò le dita sotto al mento, riuscendo a mescolare la tenerezza di un nipotino ingordo di favole e la bramosia di un professore universitario in procinto di torturarti. E meno male, perché avrebbe potuto inquisirmi come quel personaggio qui già citato e del cui nome ho abusato senza ritegno.

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29 pensieri su “La stanza dei belli (IV)

  1. Si direbbe un ambiente complesso e ricco di spunti da analizzare sul piano psichiatrico. Conosco un paio di scale di valutazione che potrebbero esserti utili per approcciare più efficacemente con tali soggetti. Se non altro, forse, rischieresti meno la vita, visto “l’affetto” che ti viene dimostrato. Fatina e Panama? Non oso immaginare.

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  2. Mi capita spesso di dire che per cercare di restare a galla in quei posti, essere pazzi non basta, però aiuta. Quanto alle dimostrazioni di affetto, aspetta di vedere cosa (e chi) celino quei nomignoli all’apparenza così inoffensivi. ..

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  3. Tutte belle personcine? Ma come mai, mi chiedo, si annidano tutte nei posti del pubblico impiego? È la dimostrazione che nemmeno il compenso garantito (anche al fancazzismo) rende felici. Io ho una specialità, rompere i cosiddetti a questa gente, perché non sopporto la loro sottile prevaricazione da frustrati. Sembra una questione di potere, come sempre. Ma ho la fortuna di frequentarli solo il minimo indispensabile. Certo che tu, però, mica le mandi a dire…

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  4. Me la ridacchio di gusto, sai perchè? L’io narrante qui non sono davvero io. O meglio, qui narro vicende che per motivi professionali ho subito o a cui ho solo assistito: ma, da parte mia, mai mi permetterei di rispondere alla gente con quei precisi termini.

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  5. Allora conservi una certa classe… Nemmeno io risponderei così. Però una volta mi è capitato di chiamare i carabinieri e stazionare nell’ufficio del direttore della camera di commercio. Avevano sbagliato per la terza volta un certificato, l’impiegato allo sportello alza il sopracciglio e mi fa “torni fra venti giorni per il certificato corretto” (.parliamo di qualche anno fa eh..). “Eh no – dico io – avete sbagliato tre volte voi, il certificato mi serve ora!”. Beh, in breve, dopo una discussione ho chiesto del direttore, e mentre ero li ho chiamato i carabinieri. Dopo un’ora sono uscita con il certificato tra i denti…e tante scuse. 😊

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  6. Conservo anche una certa meschinità, se devo essere sincero…Perchè quella di cui parlo è gente non “potente” nel vero senso della parola, ma di cui a volte si può aver bisogno in situazioni di “emergenza” professionale. E allora tocca tenersela “buona”, un minimo. E tu hai risolto il problema, se non con classe, con dignità: mica poco.

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  7. Credo mi stiano odiando con costanza da allora… Sarà mica per i loro vodoo che la sfiga mi perseguita? Ehm… Comunque i soprannomi sono suggestivi. Non so, ma qualcosa mi dice che la Fatina non è poi così lieve come il suo nomignolo. Notte!

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  8. Grazie Te. Cavolo, ho anche un nome! Ma sono imbranata tecnologicamente… 😳 adesso riprovo a configurare l’utente, così non devi chiamarmi Me (che poi sono io lo stesso).

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  9. Oh! Vedi? Non sapevo nemmeno che il nome si vedesse da qualche parte… Potrebbero rubarmi i piedi da sotto il naso e non mi accorgerei! Ok, cioè, è per dire che esisto per davvero. Non sapevo che mettere quando mi sono registrata, tutto li. Credevo occorresse metterci un nomignolo, insomma. Ok, buon lavoro, buon pomeriggio (finalmente primavera, sembra).

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  10. Eh, sì: WordPress non lascia anonimi coloro che scrivono un messaggio sui blog. A meno che il loro indirizzo non sia “colcacchiochequicimettoilmionome-chiocciola-gmeil-punto-com” ;P Buon pomeriggio anche a te…io preferisco la mattina, quando esco di casa e ci sono ancora quei cinque/sei gradi che ti scuotono dal torpore mentale e fisico…

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  11. Sgrunt! E io che pensavo di essere perfettamente mimetizzata fra i pixel… No, dai, scherzo. WordPress è davvero poco riservato, però, in verità è lui che ha come sottotitolo “colcacchiochetipuoinasconderedameanchesecredidiesserefurbo.com”. Niente da nascondere per me. Credo sia giusto per i detentori dei blog sapere con chi hanno a che fare, meno rischi.
    “È giunta l’ora che già volge al desio” di: smettere di lavorare, uscire al sole che resta e godersi la luce che c’è oggi. Au revoir. 😊

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  12. Fatto! (Io odio il supermercato). Finalmente si può correre senza barbellar dal freddo e ingoiare gelo. Mica poco. 😊

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  13. Quello che frequento io è ancora “umano”, non dico che andarci mi rilassa, ma almeno non ci faccio la muffa. La mia Amata Immortale amava il gelo, il freddo e la pioggia, e detestava il minimo cenno di tepore; era molto britannica. Io, più modestamente, accolgo quel che le stagioni portano (e con questa perla di saggezza di guttalax, buongiorno! :p)

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  14. Pur essendo nordica di nascita, devo avere qualche gene recondito di meridionalità. Accolgo le stagioni con curiosità e mi piace vedere i cambiamenti della natura, ma se dovessi dare una preferenza…estate per sempre. Fosse anche solo per la leggera indolenza che ti vien addosso con quel caldo. O la luce che non finisce mai. Si, forse per la luce. Ecco, il guttalax non lo sentivo nominare dai tempi degli scherzi goliardici della giovinezza, esiste ancora? Certo che somministrarlo di prima mattina è veramente sadico!

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  15. Io sono un (non troppo perfetto) composto di nebbia padana e iodio marino: quindi so bene cosa intendi. E il guttalax sul mercato sempre esisterà, anche solo per permettere ai beceri come me giochi di parole tipo quello del mio commento precedente…

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  16. È un dolcesalato allora. Non so, tipo cioccolato fondente con il sale di Cervia. Oppure insalata di arance salata. La nebbia, forse, dell’inverno è la cosa che mi affascina di più, il silenzio della nebbia (tranne quando sono in auto…). Oggi, ripensando al luogo che descrivi e alle cose successe oggi in tribunale qui a Milano, dove lavorano persone che conosco, mi si è stretto il cuore. Spesso sono lì vicino per dei corsi che frequento, i milanesi hanno un certo amore per quel posto orrendamente architettura ventennio. Ma mi ha ferito la considerazione che ogni volta mi viene, davanti a cose del genere, della fragilità in cui si vive. Fatina o Panama, chissà, potevano essere li. O Nunzia, con i suoi orrendi capelli ossigenati e un cuore che non conosciamo . E morire così, per una distrazione all’ingresso. No, non è una bella giornata, nonostante il sole. E il turbamento si legge sulle facce della gente, per strada, in metrò…

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  17. Mi è mancata la nebbia, quest’anno. Non sono riuscito a incontrarla nemmeno in zone più padane di quelle in cui vivo. In passato, qui, non appena si avvicinava alla costa, entrava in azione un segnalatore acustico, sul molo, in grado di spararti i timpani dentro il cranio, se eri nei paraggi. M’han detto che l’han tolto. Peccato, in certi momenti era una sorta di colonna sonora della città. In ogni caso, se voglio confrontarmi con la nebbia, vado a rileggere i passi che Umberto Eco scrisse su Alessandria, nel Secondo Diario Minimo. Poche righe, e ti sembra di sguazzarci.
    Per il resto, la coincidenza della storia che sto pubblicando con gli eventi di oggi è realmente sinistra. Ma: “la fragilità del vivere”…dici bene: e non c’è rimedio. Mi viene in mente un detto: nessuno può vivere tranquillo se questo non sta bene al suo prossimo, chiunque sia.

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  18. È affascinante quel segnalatore acustico che ti chiama, come le sirene di Ulisse. Quanto alla nebbia, qui non è mancata. La più bella è quella del mattino presto, quando resta un metro sospeso sopra i campi gelati, e sopra vedi il sole sorgere livido. Sto leggendo Fenoglio, Una questione privata, e c’è una descrizione di nebbia da alzare i peli sulle braccia, meravigliosa. Malinconica, ma meravigliosa.
    Sulla fragilità sì, è che non capisco più a chi non sta bene. E con questo non intendo solo gli uomini. Io ho una reazione strana: quando accade qualcosa del genere mi vien voglia di vivere come una pazza, di non perder tempo, istanti, occasioni, di ingoiare tutto e prendere tutto. Niente rimpianti, niente rimorsi, solo vita.

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  19. Beh, strana o no, è una reazione soggettiva… l’importante è che quella voglia di cui parli non venga sopraffatta o annacquata o dispersa. Per me è diverso. Ho avuto di recente la mia lezione personale sulla fragilità dell’esistenza ; ma quella voglia a me non è venuta, non proprio.

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  20. Mi piacerebbe parlarne. Le lezioni, a volte, ti tagliano a piccoli pezzi. E a volte la voglia che ti viene è un’altra. Ma credo siano questioni private, non se ne parla qui. È tardissimo di una giornata dura. Buona notte e grazie

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  21. Buona giornata. Il sole urla in cielo, contro tutti i nostri dolori. Non guarisce, ma riscalda. Mi manca solo l’odore del mare. 😊

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  22. Eh, stamattina è mancato anche a me, ero a Forlì! Ed ero riscaldato “solo” a livello corporeo, acchittato com’ero. Non ricordo dove l’ho letto: “il cielo urla vecchie canzoni primaverili”. Fammi andare a controllare. Uh, Enrico Brizzi. Oggesù….

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  23. Ussignùr… Almeno fosse stato Fausto Brizzi. “Beviti ‘sto cielo azzurro e alto, che sembra smalto e corre con noi”. Lui è Paolo Conte, non molto filosofico, ma mi piace. Veramente qui il cielo non è azzurro smalto oggi, ha già quella velatura grigiolina milanese. Ma nel giardino davanti a me c’è un albero che ha fiori rosa enormi e nuvolosi, quello si che urla primavera.

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  24. Beata te. Io dal balcone di casa mia vedo un ripetitore dei cellulari, in lontananza. Almeno a Natale è ingentilito dai riflessi delle luci colorate, dai palazzi attorno. Uh, uno come me non riuscirebbe mai a dire “mi piace Paolo Conte”. E’ un discorso un po’ troppo vasto, è come dire “mi piace la Bibbia”: quale parte? E poi sono un pigro bastardo ;P

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  25. Mi piacciono alcune canzoni, non sonno onnisciente di Conte, e tanto meno di altre cose. Imparo sempre, è una delle cose più belle per me. Pigro? Beato te. È una dote se non se ne abusa. Dove vivo io lo sguardo può passare dalle prealpi (resegone a nord est, monte rosa a nord ovest), a palazzi circondati da piccoli giardini, fino a vedere, nelle giornate limpide, la torre unicredit nel nuovo quartiere “fighetto” di Milano. Da qui dieci chilometri. Ma se fosse per me, vorrei vedere il mare.
    Però basta, se no qui si va fuori tema rispetto al tuo post! Eh..😀

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