La stanza dei belli (VI)

“…E Panama, sì”, concessi.
“Non esistono parole adatte a descrivere il nulla che si stempera durante le udienze delle esecuzioni immobiliari; dovrai fare uno sforzo d’immaginazione. Nelle altre qualcosa succede: lì mai. In aula puoi stare seduto ai banchi fino al primo pomeriggio, tanto sarai sempre convocato ad ore “novemmezza e seguenti”, e il giudice si regola come gli pare, poi magari si incazza per il troppo rumore e fa uscire tutti coloro che sono in attesa e che quindi non possono neanche andare a pisciare: se nel frattempo vengono convocati e perdono il turno, subiscono come minimo una cazziata da Sua Eccellenza. Del nulla di cui parlavo prima fa spesso parte Panama. E’ bravissimo lui. Sta seduto al banco per ore, fedele come un cane, senza essere sfiorato dalla tentazione di aprire un giornale, la bocca socchiusa e le ciglia di piombo: ti accorgi che non dorme solo perché ogni tanto volta impercettibilmente la testa di qua e di là. Ecco lo scenario di cui vuoi che io parli: Panama quasi pietrificato in quella postura, circondato da una quantità di borse di avvocati tale da far impallidire una pelletteria: sul banco, sulle sedie, per terra, dappertutto, come se i loro titolari fossero stati portati via da una marea. E mentre il giudice snocciola il suo pateravegloria davanti a diciannove colleghi rassegnati al fatto che lo sgabuzzo per le scope di cui avevano chiesto la vendita verrà ingoiato da una sola banca, difesa infatti dal gongolante ventesimo del quel gruppone, succede l’irreparabile: l’irruzione della suoneria del gattino Virgola. Non avresti mai pensato di sentirla dal vivo, eppure sta succedendo. Ci massacra le orecchie dal fondo dell’aula, anche se arriva soffocata da strati e strati del qualcosa in cui è infilato il cellulare di provenienza: sarà mica in una delle cinquecento borse poggiate alla rinfusa? non si sa: fatto sta che il proprietario del telefonino incriminato vigliaccamente non si fa avanti, e il giudice è costretto a tacere ed interrompersi. Ma la suoneria torna alla carica a cadenza regolare altre quattro volte; e se il giudice non si spazientisce, cosa all’apparenza incredibile, è perché lui stesso a volte si rende autore di misfatti simili, per cui ha il buon gusto di tacere. Il mistero si ripete per una quinta volta, ed è solo per esasperazione che la mia testa automaticamente si volta in quello che suppongo essere l’indefinito punto di provenienza. Tutti i presenti dovrebbero dare segni d’insofferenza, invece son solo io a notare il braccio di Panama prendere lentamente vita, cercando di staccarsi dal corpo con la stessa grazia di una statua tipo Guerriero di Capestrano; voglio dire, il David sarebbe di certo più armonioso. E poi si muove anche il resto del suo corpo, con particolare riferimento alla mano che fruga nella tasca interna della giacca e ne cava fuori, ma guarda un po’, l’aggeggio del demonio, che sta ancora tuonando la domanda musicale del micio, “E tra parentesi, chissà chi è”. A quel punto il mio sguardo – senza astio, eh, ma solo inerme a fronte dell’irreparabile stupidità umana – gli muore letteralmente addosso; e gli altri sembrano fregarsene, purtroppo, forse per l’augusta e veneranda età dell’amico di Virgola. Non contento, Panama prende a fissare lo schermo del telefonino, a lungo, senza rispondere: come se in quell’intervallo fosse possibile intuire il motivo per cui qualcuno ti sta chiamando (e lo fanno in tanti, eh? Oh, se lo fanno). Quindi, dopo ponderosa riflessione, mica risponde! Zittisce il cellulare – non arriva a spegnerlo, per carità – e lo ripone nella giacca. Ecco. Io, nel frattempo, non gli stacco gli occhi di dosso: ma se prima davano sul rassegnato, ora si sono iniettati di sangue, tanto che Panama se ne accorge. Dopo avermi inquadrato, il suo cervello incrostato di stronzaggine gli fa esternare – nel silenzio, a voce alta e nella mia direzione – le seguenti parole: ‘…E te puoi anche smetterla di guardarmi in quel modo, sai?!’. Ne segue uno di quei momenti così perfetti in cui non sai con esattezza se sei tu ad agire o se stai vivendo un film. Arraffo il mio telefonino; chiedo al giudice, che ora sta guardando me: “scusi, posso usarlo qui davanti a lei, senza uscire?”, e mi paro davanti a Panama. Gli spiano contro il mio povero obiettivo di pochi e infami pixel e faccio: “Sento l’improvvisa esigenza di dar sfogo alle mie velleità artistiche…adesso per esempio sto girando un documentario sui danni provocati dalla demenza senile: parli pure, collega, prosegua”. Lo confesso, è stato un frangente in cui mi sono proprio piaciuto, anche e soprattutto perché il giudice – l’unico a non restare impietrito per via dell’irrispettosa uscita – invece di rimproverare Panama ha preso a berciare contro di me, cacciandomi dall’aula. E me ne sono andato, preoccupato non per le conseguenze del mio gesto, quanto per il fatto che non riuscivo a preoccuparmene”.
Daniele fece partire un applauso lentissimo ma potente, che echeggiò per tutto il tribunale, e provai quasi paura di me stesso, perché mi ero sviscerato come nemmeno di fronte al padre confessore, o allo psicologo.
“Fai così solo perché si tratta di miei colleghi, che stanno sul cazzo anche a te”, dissi. “Prima, coi cancellieri non hai detto beo”.
“Ma vaffanculo”.
Mi aggiustai sulla sedia. “A conti fatti, forse ho davvero dei problemi col mondo, come dici tu”.
“Anche fosse…”, disse lui prendendo e alzando il bicchiere, “…ai caratteri di merda”.
Non ne fui convinto. “Ma di chi? Il mio? Boh. Magari. Se è così, l’hanno sempre scambiato per maleducazione. Cin”, conclusi rispondendo al suo brindisi.
Perfino il soffitto parve risuonare solennemente dei nostri sorsi, neanche fossimo preti alle prese col vino durante la messa. Quel rhum spacciato per nettare per me era fatto con la strizzatura dello straccio usato da Gilberto per pulire il lavello, ma cosa volevo capirne io.
“Comunque è vero”, riprese Daniele, “Nunzia e Asdrubale mi avevano detto che volevano denunciarti”.
Alzai una spalla.
Non gli stava bene quella mia noncuranza, e riuscì a prenderla in contropiede.
“Non vuoi vedere se l’han fatto?”

Annunci

11 pensieri su “La stanza dei belli (VI)

  1. 😄 mi fa morire dal ridere la storia della suoneria, io la vedrei sul cellulare di un bambino… E brindo pure io ai “caratteri di m…”, almeno son dei caratteri, vi addio, che qui in giro di tiepidume assecondante siam pieni.

    Mi piace

  2. La cosa triste è che qualcuno, col gattino Virgola, sia riuscito a guadagnarci! 😮 L’ “io narrante” condivide il fatto che un carattere di merda sia meglio della mancanza di carattere. L’ “io-io” invece, più modestamente ritiene che nella vita abbia una marcia in più chi sa incazzarsi al momento giusto e non a sproposito, come fa chi scrive queste righe.

    Mi piace

  3. Il “te-te” (non perché il tutù mi faceva sbellicare) è così impulsivo? Vabbè, che male c’è? Casomai lo mandiamo a cena con Nunzia e Asdrubale, cosi, per metterlo alla prova 😉

    Mi piace

  4. Il tipo narrante mi sembra solo leggermente incazzoso, mica un problema, riesce a mandare a fanculo tutti. Ma potrei sbagliarmi. La mia eroina rimane Fatina, quegli occhi liquidi mi hanno preso il cuor…

    Mi piace

  5. L’ “io-me” (l’ “io-io” lo faceva assomigliare troppo a un somaro ragliante) in realtà cerca di non essere impulsivo proprio perchè quella marcia in più non ce l’ha; e preferirebbe condividere un pasto in una gabbia con delle belve feroci, da cui almeno si sa cosa aspettarsi, a differenza di quegli altri due 😉

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...