La stanza dei belli (VII)

Una sfilza di targhette trasparenti con dietro un nome, e per ciascuna un bottoncino. Ebbene sì, il modo con cui i magistrati si separano dal resto dell’umanità è identico a quello a disposizione di qualsivoglia condomino: il caro vecchio citofono; solo che non dà sulla strada. Durante l’allarme, però, la porta non nascondeva al mondo un’intera ala di palazzo, come invece accadeva e accade di norma: perfino le Signorie Illustrissime, nel fuggi fuggi, non si erano curate di chiudersela alle spalle. Dunque era inutile lasciarsi solleticare dalla tentazione che mi coglieva ogni volta che capitavo da quelle parti: suonare a caso, gridare al microfono “Dov’è il Dottore Panunzio? Paaaanunnnzio!!!” con l’accento siculo di Gian Maria Volontè e poi, ovviamente, scappare via; neanche quella soddisfazione potevo togliermi, destino cornuto.
“Prego, Milord”, disse Daniele aprendo l’uscio e facendomi largo.
Il panorama che mi si offriva una volta varcata la soglia – pianerottoli, angoli da tagliare, balaustre, colonne, brutti quadri appesi, separè di vetro – non era diverso da quello del resto del palazzo; ciascun ufficio era la tana di un magistrato quando quest’ultimo non aveva udienza e doveva arrabattarsi sulle carte o sulla tastiera di un computer, proprio come noialtri.
Dopo qualche passo, preso atto che non ci trovavamo esattamente agli Uffizi, Daniele si stufò e sbottò: “Questo è il settore penale; entriamo in una stanza qualunque, tanto è lo stesso”.
Altra analogia con il minimondo in quattro mura dei liberi professionisti: anche nei rifugi di Loro Eccellenze le pile di fascicoli sono parte essenziale dell’arredamento, andando a decorare mura e angoli, solo che a qualsiasi altro animale d’ufficio – in teoria tenuto a ostentare sulla scrivania un solo incartamento, e a stipare i restanti in un armadio lucchettato –  uno zelante paladino della privacy potrebbe causare guai, per questo. Mentre ci riflettevo, e ancor prima di concludere ‘…ma è un’altra storia’, Daniele si era già chinato sul tavolo del Pubblico Ministero e aveva spazzato via il salvaschermo che ballonzolava sul monitor da quando era stato lanciato l’allarme, per cui al posto della foto di moglie, figli e cane ora campeggiavano blocchi di grafica e caratteri che avrebbero sfigurato anche in un Vic 20. Doveva trattarsi di qualche banca dati della Procura, ma mentre Daniele picchiettava i miei nome e cognome sulla tastiera io guardavo ostentatamente altrove, come se quei polpastrelli stessero per rivelarmi l’esito di una delicata visita medica.
In realtà, anche se le pupille si sforzavano di vagolare per la stanza, i miei sensi erano sedotti dai due fascicoli aperti sulla scrivania, il cui esame era stato anch’esso interrotto dallo sfollamento; così mi arresi e mi ci tuffai.
Volli farmi bastare il contenuto che affiorava da quei documenti. La prima indagine vedeva coinvolto un tizio accusato di sfruttamento della prostituzione. Intravedevo la marea di memorie che il suo avvocato aveva depositato presso il Pubblico Ministero: un lavoro davvero encomiabile. Peccato che al diretto interessato era stato messo sotto controllo il telefono, e nel verbale di intercettazione in bella mostra sulla scrivania era evidenziato un passaggio di conversazione in cui il suddetto difensore, dopo aver concordato la strategia più opportuna, si congedava dal suo cliente – pareva senza la minima intonazione scherzosa – dicendo “mi raccomando, poi mi devi mandare in studio questa e quell’altra; mai più l’ultima, che mi ha fatto sentire i denti, eh”.
“A tuo carico, nulla! Nunzia e Asdrubale hanno solo abbaiato” esclamò Daniele senza staccare gli occhi dallo schermo.
Dai verbali nel secondo fascicolo si evinceva che in un noto locale della zona c’era stato un problemino pruriginoso. Un’ospite di un bagno delle signore, dopo aver usufruito dei servizi, aveva scoperto un minuscolo aggeggio nascosto all’interno del contenitore della carta igienica montato tra tazza e bidet. Il reperto fu stanato e portato in Procura: appurato che si trattava di una webcam, non c’era nemmeno bisogno di investigare sul suo utilizzo. In decine di internet cafè è stato dunque possibile rimirare ogni mattina e da ogni lato le riverite intimità, posteriori e no, delle avventrici di quel bar. E chissà ancora per quanto gli inquirenti avrebbero brancolato nel buio se la webcam non avesse poi tradito l’installatore qualche tempo dopo, conservandone metà viso per una frazione di secondo, durante il rituale collaudo clandestino prima della “messa in onda.
Nessuno di quei due era destinato a diventare il processo del secolo, proprio no, ma mi ci imbambolai comunque, tanto che Daniele dovette scuotermi: “Oh, hai capito o no? Sei immacolato come un giglio!”.
Armeggiò sul computer del Pubblico Ministero per far tornare lo screen saver sul monitor. Nel frattempo, “Dovresti vergognartene”, fece sarcastico.
Si rimise dritto e mi squadrò. “Tutto ok?”
“Sì, grazie. Scusa, sai, dev’essere il rhum a stomaco vuoto”, mentii.
“Bon”. Daniele aveva già i piedi in direzione del citofono d’ingresso, ma uno strano magnetismo mi strappò a lui per calamitarmi prima gli occhi, poi tutto il corpo verso una porta dall’altra parte del pianerottolo. Senza pensarci troppo attraversai il ponteggio. La mia sensazione si era rivelata giusta: ora mi trovavo nel settore civile, lontano abbastanza perché non fossi più in grado di sentire con chiarezza il mio accompagnatore, che fu costretto a ripetere: “Forse è meglio se ci togliamo dalle palle!”.
“Prima devo fare una cosa”, gli risposi spingendo la porta che aveva attirato la mia attenzione e che dava sull’ennesima stanza temporaneamente vuota.
L’occupante non doveva essersene andato da tantissimo. Da quel giudice aspettavo una sentenza, da mesi, e sbirciando i nomi nel file lasciato aperto sullo schermo del computer, mi avvidi che – puttana combinazione! – ci stava proprio lavorando fino a qualche minuto prima, tanto che lo screen saver non era ancora entrato in funzione. Feci ricorso al mantra che domina le righe che leggete: l’occasione è troppo speciale. Trattenni il respiro, posai la mano sul mouse e feci scorrere in alto la rotella, deciso a godermi l’anteprima della pronuncia.
Il trailer non mi piacque, diciamo così, e men che meno avrei gradito il film.
Mi ero impantanato sul “P.Q.M.” centrato nella riga, ovvero: “Per Questi Motivi”. Da lì in poi, non mancava che la condanna del mio cliente, ancora non scritta a causa dell’allarme. Il cursore, infatti, pulsava nel bianco della pagina.
A quell’epoca ero pervaso da una sorta di zelo paranoico che mi induceva a non separarmi, dovunque andassi, da una chiavetta USB contenente i file di tutti gli atti a cui lavoravo, nel caso il computer di studio fosse saltato in aria. L’occasione è troppo speciale, ripetei mentalmente. Estrassi l’aggeggio dalla tasca della giacca. L’occasione è troppo ghiotta. Lo infilai nella porta sul lato del monitor. L’occasione è imperdibile. Aprii il file con la mia memoria finale, con la quale avevo tentato – invano, a quanto pareva – di persuadere il giudice. L’occasione è…va be’, avete capito. Eliminai la parte di sentenza in base alla quale mi si dava torto, e la sostituii, tramite copia-incolla, con i principi di diritto contenuti nel mio atto. Infine salvai, e feci tornare il cursore al punto in cui l’avevo trovato e fin dove il giudice aveva lavorato prima di piantare tutto.
Rieccoci. “P.Q.M.”, poi il vuoto.
“Resterà tra me e te, chiavetta”, le sussurrai rimettendola in tasca. “E vediamo se il giudice ha studiato la causa”, pensai.
L’adrenalina di quegli ultimi minuti mi aveva fatto addirittura dimenticare dell’allarme, ma ormai avevo finito tutto, e non c’era più motivo perché mi trattenessi nel palazzo, ancora deserto. Scendemmo le scale, attraversammo di nuovo l’atrio, e come un perfetto padrone di casa Daniele mi scortò fin sull’uscio – sì, quello privo di metal detector e guardie giurate. Poi cambiò idea, arraffò una sigaretta da un pacchetto gualcito e disse: “Esco un attimo anch’io, dai”.
Gli aprii un battente della porta interna e ci infilammo nello spazio degli ombrelli, in silenzio. Non era rimasto più molto da dirci, né da condividere: solo una premura, perfino sincera, mi si era affacciata in testa, e gliela esternai.
“Oh, non è che passerai dei guai per la verifica clandestina di prima, vero?”
Si mise la Marlboro tra le labbra e lasciò partire un grugnito.
“Anche fosse…”.
Poggiò una mano sulla seconda porta e riprese, guardando fuori: “…potrei non riuscirci, a passarli. Ho cagato sangue una volta di troppo. Non è una metafora, eh. E pare sia tardi”.
Col tempo avevo imparato almeno a dosare le menzogne, cercando di porre rimedio a una delle più tipiche peculiarità della deformazione professionale forense. Ma in fondo capita a tutti di cimentarsi, a fini consolatori, nelle tremende capriole esistenziali per cui non “bisogna abbattersi: la musica, i libri, l’alba, il tramonto e altre puttanate rendono questo schifo più sopportabile”.
Quella mattina nemmeno ci provai. Le risparmiai, a me e a lui.
Ma anche non mi avesse reso partecipe di alcuna rivelazione, avrebbe affrontato l’allarme allo stesso modo. Ne sono certo.
“Sul terminale di quel computer, comunque, adesso risulta il tuo nome”, disse. “Quindi, tutt’al più, sono cazzi tuoi”. E spinse la maniglia, lasciando che la luce del giorno, soltanto schermata dai vetri della facciata, ci inghiottisse completamente.

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6 pensieri su “La stanza dei belli (VII)

  1. “Col tempo avevo imparato almeno a dosare le menzogne”, già. Quelle pietose, in questo caso. Quelle buone, a volte. Perché a scoprir la faccia si fa fatica, e a nascondersi dietro certe frasi son buoni tutti. Persino un estraneo sul treno, o anche un vecchio amico senza più voglie.
    P.Q.M. ammiro senza confini i sinceri, che non ti dicon cose, ma magari stanno li in silenzio, con te. 😊 a farsi inghiottire dalla luce, o dalla notte, o dalla paura.

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  2. Quei due sono un buona combinazione tra amicizia ed estraneità, non so cosa ne vien fuori esattamente, nessuna delle due prevale, ma può funzionare, seppure con l’aiuto di un fattore esterno: e cantò bene Morrissey a riguardo, non a caso ho proposto i suoi versi all’inizio. Per il resto hai ragione, è bello condividere il silenzio…ma anche un paio di birre 😉

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