La stanza dei belli (VIII)

Mai vista una trasposizione tanto fedele della sequenza finale de “Gli Uccelli” di Hitchcock. Lo spiazzo esterno tra la facciata e la cancellata non era grande abbastanza per contenerli, eppure risuonava del loro brusio. Gilberto, Useppe, Milvio, Nunzia, Asdrubale, tutti i cancellieri (tranne uno), tutti gli avvocati (tranne uno), segretarie, magistrati, parti offese, ricorrenti, resistenti, appellanti, ogni singolo abitante o frequentatore a qualsiasi titolo del palazzo era appollaiato dovunque si potesse, sui gradini, sulle inferriate, sui maniglioni antipanico, sulle aste delle bandiere italiana e dell’unioneuropea, sulle rastrelliere per le bici. La curiosità di vedere come andava a finire era più forte dell’istinto alla fuga; come se stare lì escludesse non solo il rischio di morire sotto le macerie, ma pure l’eventualità che un pezzo di edificio piombasse loro addosso dopo essere saltato in aria. E la situazione aveva azzerato le gerarchie, per cui il presidente non aveva timore a farsi vedere confabulare con il lavacessi.
L’apparizione mia e di Daniele mozzò le lingue a quegli stormi di uccellacci, che ora ci fissavano impietriti. Si staccò da loro un artificiere, fino a poco prima confuso nella folla. Ci raggiunse, ci piantò addosso un paio d’occhi inferociti e gridò, schizzando bava in ogni direzione: “E dove cazzo vi eravate ficcati voi due???”. Se fosse uscito Mattarella gli avrebbe riservato lo stesso trattamento, mica credere. Alle nostre spalle, un suo collega si fece aprire le porte, reggendo tra le mani una borsa davvero simile a quella che mi portavo appresso, ma dal contenuto ben diverso, se è vero che si allontanò additandoci così al pubblico sdegno: “Non è che gli allarmi li diamo perché ci tira il culo, capito brutti coglioni?”.
Nel frattempo, aveva trovato inspiegabilmente modo di spiccare dal fondo della ressa perfino il falso invalido, che stazionava ogni santa mattina davanti alla cancellata, al collo un cartello contro “sindaco-e-giunta-tutti-massoni”. A bocca spalancata, voltava la testa a destra e sinistra, inquadrando tutta la facciata d’ingresso e tenendo sollevati sulla fronte un paio di occhiali inutilissimi, dacchè benissimo ci vedeva. Gli mancava solo di domandare al nulla “Dov’è? Com’è?”, al pari del cieco che in Amarcord era l’unico a non poter godere del maestoso transito notturno del Rex. Ma in quel momento nessuno gli badò.

Ho affrontato altri due allarmi bomba senza spostarmi di un centimetro, incurante di qualsiasi accidente potessero rivolgermi pompieri, artificieri o cristigiùdallacroce. Lo dovevo a Daniele, che non rividi più e chissà se ebbe un’ultima occasione per sbattere in faccia alla sorte una risata delle sue, rare e terribili. Ne avrebbe approfittato, ci scommetto. Ma scommetterei anche che nessun altro avrebbe pensato di trattenersi con lui ad ascoltare Radio 3, o a citare a sproposito trame o personaggi di romanzi del tempo che fu.

 Ah, poi quella sentenza mi dette ragione. Guardacaso.

– fine –

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2 pensieri su “La stanza dei belli (VIII)

  1. Ma guardacaso, ci avrei giurato. Vorrei brindare a Daniele (birra?), che mi immagino su una sedia consunta foderata di finta pelle, tutto bello rilassato, mentre ascolta su radio3 “Chi ha ucciso Gregor Samsa?” 😀 .

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