Inedito

Quel vecchietto l’aveva fregata, ne era sempre più convinta. Ricordava tutto distintamente, come se fosse successo pochi giorni prima, quando in realtà erano passati anni. Tanti anni.
Al termine di una scalata, che affrontò inspiegabilmente senza fatica, si era ritrovata in cima ad un altopiano deserto, che si estendeva a perdita d’occhio, dove l’unico elemento individuabile era, in lontananza, un qualcosa che sembrava il tendone di un circo in miniatura.
Si mosse in direzione di esso, senza sapere il perchè, ma sapendo in qualche modo che era lì che doveva andare.
Arrivata  davanti all’entrata, scostò la pesante tenda che fungeva da porta, e si trovò all’interno di questa struttura. “Arancione”, pensò subito, “quanto arancione c’è qui dentro”. E poi notò la profusione di tappeti che ricoprivano per intero il terreno. “Terreno”, pensò ancora, “perchè sotto ad un tendone da circo non può esserci un pavimento, ma solo terra”. Si guardava attorno ed era destabilizzata dalle proporzioni fuori/dentro.
Dall’esterno, il tendone era poco più grande di una tenda da campeggio, ma all’interno si estendeva in uno spazio ottagonale grande quanto uno dei saloni di ricevimento del palazzo di Versailles.
In fondo c’era un vecchietto, seduto per terra, a gambe incrociate. Davanti a lui un cubo di legno a mo’ di tavolo. Il vecchietto era piccolo, anche lui vestito tutto d’arancione, il viso solcato da rughe profonde che gli pesavano sugli occhi fin quasi a chiuderglieli, rendendolo buffo come un cane sharpei. Ad accentuare la tenerezza di quel volto, due baffi bianchissimi e lunghissimi, le cui punte arrivavano quasi a toccar terra e, in testa, uno strano cappello di paglia che finiva a punta.
Il vecchietto non diceva una parola, le sorrideva benevolmente e basta. E continuò a sorriderle fino a quando lei non gli fu davanti, a pochi centimetri di distanza. Solo allora le fece cenno di sedersi ed indicò un mazzo di carte capovolte che stavano sul cubo-tavolino.
“Scegline una”, le disse.
E lei pescò dal mazzo, senza pensarci più di tanto. Porse la carta al vecchietto che la guardò e poi la girò in modo che anche lei potesse vedere.
“Molto bene” disse il vecchietto con aria soddisfatta. “Hai scelto il Mondo. Significa che…”
E a questo punto, come nella migliore delle tradizioni oniriche, lei si era svegliata.
La suggestione di quel sogno l’aveva portata, nel corso della giornata, a cercare in biblioteca un libro sui tarocchi: anche se si sentiva stupida a provare una tale curiosità, voleva sapere quale significato avesse la carta del Mondo. Confortante, quel che lesse; in sintesi: la conquista di tutte le mete, la buona riuscita di ogni impresa, vittoria, trionfo, realizzazione. E così via…
Oggi, a quasi vent’anni da quel sogno, si guardava allo specchio pensando che niente di quel che profetizzava quella carta s’era avverato. E quel vecchietto-guru l’aveva ingannata. Santone di merda.
Automaticamente le balzò alla mente un altro sogno, che fece nello stesso periodo del precedente.
In quest’altro si trovava a cadere in fiume, e se la nota assurda, nel sogno della carta, era che aveva affrontato la scalata senza faticare, in questo si trovava ad affondare sempre di più, ma senza annegare. Giù, giù, giù, fino a toccare il letto del fiume con i piedi. Arrivata sul fondo notò un pesante portone di ferro il quale, appena lei vi posò lo sguardo, si spalancò. Oltre i pesanti battenti c’era uno strano bagliore rossastro e tremolante, come se al di là di quella porta ci fosse un incendio perpetuo. E poi voci. Tante voci. Urlanti, rabbiose, penose, dolorose, paurose. Voci seviziate che si attutivano, a tratti, in lamenti straziati e strazianti.
Lei era terrorizzata da quel portone e da ciò che immaginava avrebbe visto una volta varcata la soglia. Perchè era proprio lì che si stava dirigendo, un po’ perchè non sapeva dove altro andare, un po’ perchè vi era come sospinta, non esattamente contro la propria volontà ma con una sorta di stanca arrendevolezza.
Era a pochi passi da quel portone i cui battenti sembravano fauci in procinto d’inghiottirla, quando una mano enorme fatta d’acqua la sollevò dal letto del fiume per riportarla in superficie, e mentre risaliva, seduta in quell’enorme palmo, una voce possente e vigorosa le disse: “Questo non è un posto riservato a te”.
Alla luce dell’oggi e di tutto ciò che era successo da quei due sogni in avanti, era sicura che anche quella voce, come il vecchietto, non dicesse il vero.

– Viola Morgana –

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4 pensieri su “Inedito

  1. Non vittorie, il mondo, non pena dolore o paura, non a questo siamo destinati. Solo a dei “qui e ora” di fulgente bellezza, brevi come respiri. Qui e ora che sono nel tempo e, insieme, fuori dal tempo, come scrisse qualcuno. Tullio, grazie.

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  2. Beh, guarda, ho la pelle d’oca. Questo racconto mi ha fatto ritornare alla mente un fatto strano accaduto quasi vent’anni fa. Ma io me lo ricordo ancora. Nel dormiveglia o forse già dormivo, una sera, ho fatto un sogno sonoro: una voce antica, profonda, vecchia e maschile mi sussurrava alle orecchie: presto verrò a prendere la tua miglior fotografia. Ha del paranormale, eh?😶

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