Spelta (I)

Alla partenza, era arrivato dall’orizzonte un preciso segnale cui di norma Jurij avrebbe saputo dare il giusto peso; chiaro era in ogni caso l’avvertimento che ne seguiva, un qualcosa che potrebbe suonare all’incirca come “non potevi non sapere”. Nessuna pioggia in vista e aria limpida, ma proprio al confine estremo, là dove l’occhio umano si arrende anche col binocolo, facevano bella mostra di sé quelle nuvole tanto definite nel loro chiaroscuro da sembrare scolpite, e grandi abbastanza da poter essere accostate a inquietanti pecoroni preistorici capaci di alzarsi su due zampe e in procinto di sbranarsi a vicenda; e per di più sproporzionate, come in un antico dipinto in cui la prospettiva è di là da venire e i cavalli finiscono per oscurare con la sola mandibola il castello che dovrebbe ospitarli.
Alcuni privilegiati fiutano l’aria, sentono male alla cicatrice dell’appendicite e sono così in grado di capire in anticipo il tempo che farà. Jurij, dal canto suo, non vantava rattoppi fisici di tal genere, ma avrebbe volentieri ostentato la capacità di autodeterminarsi in base ai messaggi che il cielo gli mandava in quel modo. La verità, più banale, era che se ne lasciava passivamente condizionare. Solo una situazione lo infastidiva più di quell’orizzonte ingombro: la continua, ravvicinata alternanza di sole e nuvole passeggere, come se si dovesse convivere con la più lunatica delle persone, ma troppo importante per poterla mandare a fare in culo. Per cui Jurij, quel sabato in stazione, avrebbe accolto con gioia perfino il diluvio universale: e invece no, ecco quei mostri lanosi scannarsi in lontananza. L’occasione però era troppo speciale per lasciare in loro balia umori e pensieri, quindi salì sull’interregionale che intanto aveva raggiunto stridendo la modesta piattaforma di provincia.
Ancora lontani erano i treni a carrozza unica in stile metropolitana, dotati di snodi gommosi e a fisarmonica ogni dieci passi ad assecondarne l’incedere sui binari, e grazie e ai quali puoi godere, durante il viaggio, di un concerto di rane ed elefanti in calore. Lungo il confine tra Emilia e Lombardia transitavano gli altri a vetture separate, con il corridoio centrale a dividere le due file di sedili contrapposti, studiati affinché molteplici stronzi potessero disinvoltamente togliersi le stronze scarpe e poggiare gli stronzi piedi sulla poltrona di fronte mentre il controllore fa finta di nulla e anzi pianta delle grane a te, perchè il timbro sul biglietto è un po’ troppo stinto: e lo so, caro signore, che le macchine obliteratrici funzionano male, ma lei doveva segnalarmelo subito, subito! e mai come in questo caso ci si macchierebbe tanto volentieri di oltraggio a pubblico ufficiale, stronzo come i suddetti titolari di scarpe e piedi.
Invece, il treno che toccava a Jurij era la naturale prosecuzione dei moniti celesti: l’antidiluviano modello per la lunga percorrenza, l’ “espresso” a scompartimenti angusti da sei posti, con il corridoio laterale che porta ai gradini di ingresso e uscita.
“Dannati nuvoloni: non mentono mai”, si rassegnò lui una volta a bordo, bramoso di adagiare nella prima cabina libera le sue ossute spalle da dodicenne agli ultimi scampoli di crescita. Ma non dei dodicenni di oggi, beninteso, che sfoggiano la cresta, ballano già sulla soglia della prima esperienza sessuale e sono stati in quattro continenti su cinque; e se qualche angolo di mondo gli è sconosciuto possono interpellare – per ovviare alla lacuna e sempre ne abbiano voglia – almeno tre congegni tascabili con schermo ad alta definizione. No, Jurij – sì, “scritto come nella canzone dei CCCP”, così amava gloriarsi suo padre – era il dodicenne del suo tempo andato, un ragazzino che aveva da poco smesso i cartoni animati ed era ancora capace di arrossire soprattutto nell’ammettere di aver sbirciato i filmati televisivi a supporto delle linee erotiche, su impulso degli amici più smaliziati, nella notte tra sabato e domenica, quando poteva stare alzato fino a una cert’ora; e a cui, in definitiva, non capitava di salire da solo su interregionale senza un motivo eccezionale.
Motivo che, nel caso di Jurij, era il regalo con cui la professoressa di Italiano alle scuole medie aveva ben pensato di congedarsi da lui proprio in vista dell’esame finale.
Non aveva mai brillato né per profitto né per personalità. Per intenderci, quanto al primo, non aveva ingrossato le schiere dei pargoli che le madri agitavano durante i confronti tesi a determinare di chi fosse il bimbo più bravo, o meglio, chi di quelle avesse fatto il lavoro migliore nel dare alla luce una creatura capace sì di recitare il sonetto davanti al parentado ma pronta, a breve, per la sociopatia; nè era destinato a partecipare ad alcun certamen in uno sperduto ma ameno loco in Ciociaria per saggiare le proprie capacità di traduzione dal latino in apnea, a mani legate e testa in giù. Quanto alla seconda, non incarnava il prototipo dell’allievo che fa dire a un docente di scuola dell’obbligo: “Non capisce niente, non impara niente e non ha rispetto per niente e nessuno: è una testa di cazzo, eppure mi rischiara l’esistenza al punto che gli regalo la sufficienza”, ed è dunque pronto a guadagnarsi grazie allo stesso comportamento tutti i traguardi successivi, dalla maturità alle porte del paradiso.
Eppure, ciò che aveva calamitato l’attenzione di quell’insegnante su Jurij erano una curiosità e una memoria emotiva inedite per un dodicenne come lui, peculiarità che caratterizzavano tutti i suoi temi, anche quelli ad argomento non introspettivo. Il colpo di fulmine era scoccato in occasione di un compito che prevedeva la descrizione del “momento in cui il cuore si è fermato” per qualunque motivo, gioioso, romantico o drammatico che fosse.

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