Spelta (II)

La quasi totalità della classe, composta da bestie reduci dall’abuso di puntate di Ken il Guerriero, aveva commemorato con toni da strazio di budella la sciagura di Rammstein (ma solo perchè in occasione dell’eccidio all’Heysel di Bruxelles i genitori avevano coperto gli occhietti dei pargoli durante la diretta TV), quando le troppo disinvolte manovre delle Frecce Tricolori causarono la morte di parecchi disgraziati che le stavano ammirando a naso in su.
Jurij si era discostato dalla tendenza, anche solo perchè non aveva voglia di copiare. Premettendo che sarebbe stato necessario privare il titolo del tema di ogni senso metaforico, aveva preso a descrivere una domenica di dicembre in cui non c’era molto da fare se non guardar sgocciolare via gli ultimi rimasugli dell’anno, ciancicati dai resoconti dei telegiornali, e all’improvviso sullo schermo trovò spazio solo il terreno dello stadio di Bologna, dove i locali giocavano contro la Roma e la temperatura si ostinava a non superare lo zero, e nonostante questo i ventidue in campo si rassegnavano al loro noioso mestiere di pedatori; ma uno di loro d’improvviso diventava una statua di gelo, lo stesso gelo che gli aveva appena stretto in una morsa ogni singolo muscolo, compreso, purtroppo, quello cardiaco. Lionello Manfredonia, proseguiva il tema di Jurij, l’asso nella manica squadernato da chi vuole fare bella figura nelle rievocazioni calcistiche, famoso per aver militato in entrambe le squadre di Roma uscendo relativamente incolume dall’esperienza, era crollato a terra a faccia in giù, nella stessa posa imbambolata in cui era stato folgorato pochi secondi prima. Il defibrillatore fu poi tempestivamente usato e Manfredonia si salvò, ma in quell’intervallo, per quanto breve, si era verificato qualcosa che andava ben al di là dell’empatia, o dell’immedesimazione: tutta la vita all’interno dello stadio, compresa quella di Jurij anche se a chilometri di una distanza azzerata dalla TV, era concentrata sul calciatore, cercava di pervaderne il corpo intirizzito, di dargli un po’ di fiato e calore, ma senza sapere bene come fare. Un’impresa disperata, probabilmente, come far ripartire a spinte un autotreno in panne; eppure era riuscita, magari anche con quei contributi disperati, defibrillatore o meno.
E mentre leggeva il tema alla classe, le mani della professoressa erano attraversate dallo stesso tremito che le aveva colte a casa, durante la prima correzione. Quanto più la morte tirata in ballo dagli altri era roboante, in technicolor, secca, distruttiva, tanto più l’altra evocata in aula, anche se di fatto non avvenuta, si spandeva lenta, straziante, silenziosa per non dire zitta, ecco, una morte zitta. Lui, intanto, avrebbe voluto chiudersi nell’armadio delle cartine geografiche per non uscirne che a notte fonda, mentre i suoi compagni non avevano trovato di meglio che darsi di gomito e chiedersi “Ma tu te lo ricordi ‘sto Macedonia?”.
Questa ed altre prove avevano indotto l’insegnante a credere di trovarsi di fronte a un potenziale talento letterario degli anni a venire; e non c’è nulla da fare, pensava Jurij: quando qualcuno che pretende di conoscerti costruisce e diffonde una certa idea di te, dovrai conviverci, confrontarti con quella figurina da cui sei condannato a lasciarti rappresentare, esserne sempre all’altezza, e guai fare un mezzo passo indietro, guai; la gente si chiederà costernata chi sei, cosa sei diventato.
Ovvio che nel frattempo occorresse lavorare sulle basi di Jurij, perciò per tre anni era stato ospitato a casa dall’esimia docente fuori orario ed introdotto – gratis e nel classico studiolo dove i libri consumano luce naturale e ossigeno, neanche fossero piante – alle gioie e ai misteri di lingue morte che lui per primo non era sicuro di voler affrontare, alle superiori o nella vita.
Peraltro, l’entusiasmo con cui la professoressa prendeva a cuore il suo meritevole caso non era l’unico motivo che l’aveva reso più malleabile e tollerante verso quelle particolari manifestazioni di affetto, o sessioni di tortura, a seconda dei punti di vista. L’altra ragione era la figlia della padrona di casa. Di due anni più piccola, già ai primi tepori di marzo prendeva a trafficare in giardino, piazzandosi alle spalle della madre ma anche in un angolo del campo visivo di Jurij: arduo, quindi, non farsi distrarre dalla carnagione scura – troppo irriverente perchè l’esposizione dei pluralia tantum non ne risentisse – che s’intravedeva da sotto la canottiera di lei. Ma Jurij, benchè tra loro non fosse mai volata parola, aveva finito col convincersi che per nulla al mondo avrebbe rinunciato alla fugace occhiata che gli riservava quando si incrociavano al termine delle lezioni private, tale da fargli mettere da parte per un momento la netta sensazione che le coniugazioni e declinazioni cantilenanti cui era costretto suo malgrado, l’avrebbero condotto a una fine lenta e dolorosa. Non proprio come quella che aveva rischiato Manfredonia, ma quasi.
Insomma, il coronamento di cotanta (non richiesta) erudizione era il viaggio di quel pomeriggio. La professoressa aveva avuto la bella idea di mostrare i temi di Jurij a un amico del capoluogo. Solo in seguito si era saputo che costui era uno scrittore di professione, il cui parere, dopo la lettura, suonava così: “Hm, però. Puoi mandarmelo per una chiacchierata, se credi”; e insomma ti rendi conto? Tizio Caio, nome conosciuto nel cosiddetto “circuito”, vuole incontrarti, sai che gestisce anche una scuola di scrittura? ora è troppo presto, ma in futuro chissà mai!
Ecco le parole con cui la maledetta aveva mitragliato Jurij. Figuriamoci, si disse accomodandosi nel primo scompartimento quasi libero: Tizio Caio vorrà sentire come mi esprimo, dopo tre secondi smetterà di darmi retta (ed è certo che io per primo non mi starò a sentire), e alla fine dirà “al di là degli argomenti, dovrai lavorare molto sullo stile, crearne uno, non si finisce mai di lavorare sullo stile, e questo vale sempre e per tutti, me compreso”, e concluderà ricorrendo all’abusata formula per cui “dovrai leggere, anzi procurarti microtraumi da libri; e nel frattempo scrivere tantissimo, rileggere, e stracciare tutto; per poi ricominciare da capo. Ed è solo il primo passo del percorso”. Per carità, chi era Jurij per dire il contrario? Solo che c’era un equivoco di fondo: lui, in realtà, mai aveva nemmeno accarezzato l’aspirazione di imbrattare carte che non fossero fogli a protocollo. Ma era troppo tardi per rimuginarci sopra; e strappata alla madre la promessa che non l’avrebbe seguito su quel treno, si pose il problema di come rendere meno noioso il tragitto.

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