Spelta (III)

Il più falso dei problemi, a ben vedere.
Lo scompartimento a cui aveva scelto di fermarsi era occupato da tre marinai, probabilmente in libera uscita. I due seduti uno di fronte all’altro a ridosso del finestrino parevano blaterare tra loro da ore; del terzo invece nemmeno si vedeva la faccia, nascosta dalla copertina del libro nella cui lettura era immerso – Sartre, solo questo potè captare Jurij senza dare nell’occhio. Eppure, nonostante questa radicale differenza nel modo di trascorrere il viaggio, si capiva che le esistenze dei tre erano legate non solo da una semplice amicizia, ma da un identico percorso di vita: di sicuro stessa scuola, stesso cortile di giochi, stessa parrocchia, stesse compagnie; e adesso, quasi stessi lineamenti e capelli e, incredibile, stessa designazione per quanto riguardava il servizio di leva. Di sicuro li accomunava anche la parlata, pensò Jurij, ma era un’impressione, giacchè il terzo marinaio persisteva nella sua muta lettura. Il tenore della conversazione degli altri due, invece, non era di carattere altrettanto forbito.
Esordì uno: “Mi devi raccondà per bene di quella tipa, lo sai quale…”.
Marchigiani bassi, e che altro. Soggetto, dunque, era ‘le volte in cui mi sono quasi vergognato, per me o per conto terzi; ma ormai è passato tanto di quel tempo che posso raccontarne perfino con fierezza’.
“Ma dici quella del Miu Miu, a Marotta?” rispose l’altro.
“Eh”.
“Ci stavo dietro da un po’”, iniziò l’altro. “Lei tergiversava, finchè una notte nei bagni la misi con le spalle al muro: o me lo fai o tanti saluti. Rimase a guardarmi, non voleva dirmi né sì né no. Poi disse: vabbè, ma era un vabbè carico di presagi, come dire: poi non ti lamentare. Si mise all’opera, sì, insomma, mi sbottonò, testò l’impugnatura…”
Jurij sentì i bulbi oculari cercare di rotolare via dalle orbite. Dal terzo marinaio, non un movimento.
“E?…”
“’Na favola! Bravissima, non puoi capire. Non sapevo quante altre volte l’avesse fatto, ma di sicuro era una dote naturale. Alla fine me stava a uscì pure l’anima, e in ogni caso non feci niente per trattenerla, tanto c’avevo lei come serbatoio, laggiù”, e rise. Ma subito si girò verso il passeggero più giovane, come se si fosse accorto solo allora della sua presenza, e aggiunse: “Scusa, eh…”.
Jurij stava guardandosi la punta delle scarpe, cercando di non far raggiungere alla faccia la temperatura di un testo pronto per la piada, figuriamoci.
“…e insomma quella s’era presa tutto, tutto!…”, proseguì l’ultimo dei romantici “ma adesso viene il bello. Si staccò. Io intanto avevo ancora lo sguardo in un angolo del soffitto, con le pulsazioni a mille, ma sentivo che restava ferma, sempre in ginocchio, e che mi guardava. Oh, dopo un minuto la guardai anch’io. Beh, mi fissava proprio, e le guance erano gonfie come se stesse suonando ‘na tromba”.
“Cioè, famme capì…” interruppe l’altro, “teneva tutto lì?”.
“Sì! in faccia praticamente aveva ‘na smorfia come se io fossi un neonato e lei cercasse di farmi ridere!”.
Le urla dei due squassarono le pareti dello scompartimento. Jurij ormai faceva capolino dal giubbotto con i soli capelli. Dal terzo marinaio, non un movimento.
“Ma mica è finita, eh? Addirittura alzò le spalle, inarcò le sopracciglia e rivolse in alto i palmi delle mani, come per ammettere: non te la prendere con me, non m’hanno detto che cosa fare da qui in poi. Madicoio, che vuoi fare, figlia mia? Devi scegliere tra du’ cose, mica cento, eh!”.
Un uragano di ghignate avrebbe dovuto travolgere l’intero treno, invece l’interlocutore lasciò cadere le braccia e trovò la forza di sibilare un “nooo”, seguito da qualche secondo di stordente silenzio e dalla spiegazione: “ecco perché non sembrava volerti dire né sì ne no: non aveva studiato tutta la lezione e tu l’hai interrogata a sorpresa”.
Ci rasciò…ma non c’è bisogno de studia’!!! Fai quello che te piace, no?”
“Eggià. Ma nun sapeva neanche quello. Scusaci, eh”, ripetè l’altro rivolto a Jurij, che ormai era scivolato sotto i sedili, ove sarebbe rimasto per il resto della conversazione. Dal terzo marinaio, non un movimento.
“Te invece, che me dici di Pacco Nasuto?”.
Jurij ci provò, ma…Gesù, come si poteva impedire l’accesso di quelle due parole al cervello? Di cosa si parlava ora, di un capo indiano?
“Due estati fa era capitata in villeggiatura – da Marte o un altro pianeta, chi si ricorda – l’amica de n’amica de mio cugino. T’aspetterai che dica: aveva i capelli così, gli occhi cosà, eccetera…e invece no. Non mi ci sono mai soffermato. In realtà avrei potuto avere anche una sua radiografia, ma poi, in spiaggia, lo sguardo mi cadeva su quel particolare, e mi sarei dimenticato di tutto il resto”.
Pausa, e poi: “Laggiù, dietro il pezzo de sotto, ci aveva ‘sto rigonfiamento. Come un pacco, proprio; ma non il pacco di ovatta che tutti abbiamo provato una volta nella vita senza saperlo fare, irregolare: sembrava un accenno di naso, col setto, la punta, le narici e tutto. Da lì il soprannome”.
“Ah, ecco”.
“Non riuscivo a togliermela dalla testa. Ma nel frattempo non osavo né parlarne con gli altri, che parevano non essersi neanche accorti della cosa, e tantomeno farmi avanti con lei, anzi, di lei avevo per certi versi paura, perché avrei finito col guardarla laggiù anche solo dicendole l’ora”.
“Ci credo!”
“Ma mio cugino, diabolico, dopo un paio di giorni mi prese da parte e disse: lo vedo, che non riesci a staccare gli occhi di dosso ad Alessia…e io, temendo che glielo andasse a dire: ma no, aspetta, ti prego; e intanto avrei voluto eclissarmi…”
“Come ti capisco in questo momento”, pensò Jurij.
“Lui è più grande di me, studiava già medicina, allora” proseguì il penultimo dei romantici, “e prese a sragionarmi che si trattava di un fenomeno noto e studiato in anatomia, una particolare conformazione di quella zona…come si chiama…la pelva…”
Serissimo, eh.
“…vabbe’, lui diceva che in natura può essere più pronunciata, è una cosa che può svilupparsi così mentre cresci…e niente, era il caso di questa Alessia. Lì finiva la lezione scientifica e cominciava la spiegazione più terra terra…così mio cugino prese a dirmi: oh, sai che quelle fatte così, a letto, sono una spanna sopra alle altre? La caratteristica di cui ti ho parlato, come dire?, te fa godere di più…- e io mentalmente mi annotavo tutto, capirai, ero un pischello davanti a un capoccione, che altro potevo fa’? Ma se non altro mi convincevo di essere curioso a giusta ragione”.
“Ora famme indovinà, una notte non hai più resistito, l’hai portata sulla spiaggia deserta, vi siete sdraiati dietro a un moscone e…”
“Eh, sì, due paroline dolci, una mano de qua e l’altra de là…”
“Poi una, la tua, è andata sotto le mutande di lei…”
“Sì…”
“E…?”
“…e niente. Alessia era Alessio”.
“Che?!”
“La vuoi ancora più semplice? ci aveva il cazzo, ci aveva. A dire il vero aveva tutto, un ermafiorito, come si dice….”
Quello che esplose dal naso di Jurij fu uno scoppio di risa, abilmente dissimulato in un doppio starnuto.
“Per un po’ non mi feci vedere. E a settembre, quando rividi mio cugino – che aveva sempre saputo la verità – abbiamo praticamente rifatto la scena di quel film, Borotalco: io ero Verdone, lui era Manuel Fantoni che ride e dice ‘ma quante fregnacce t’ho raccontato, e tu te le sei bevute tutte!’”.
In risposta, partì lo stesso “nooo” sibilato di prima, come da un canotto bucato; e dopo: “…Ma tu nei hai approfittato, sì?”.
“Mavvvattenaffffanculo, va’!…Uh, scusa, eh”, si voltò poi verso Jurij, che non si muoveva dalla sua immaginaria nicchia ormai quasi sotterranea. Però erano educati, a modo loro. Snocciolavano solo zozzerie, ma se ne scusavano a ogni pie’ sospinto.
Il marinaio muto, stavolta, fece sussultare lievemente la copertina che aveva davanti alla faccia: segno che stava ridacchiando, o sospirando, o solo facendo ritorno dal suo pianeta. Quindi, ultimo e penultimo dei romantici dissero quasi all’unisono: “…Inutile che ti nascondi. Mo’ tocca a te”.
Il terzo finalmente uscì dal suo sepolcro letterario. Abbassò Sartre in grembo, e rispose loro: “In che senso tocca a me?”.
Cercava di correggere l’inflessione originaria a furiosi colpi di pialla sulla lingua, e si sentiva.
“Mica ci dobbiamo rendere ridicoli solo noi. Contribuisci tu, ora”, fecero i due.
“Ma io non ho niente da raccontare”.
“Seh, buonanotte. Dicci cosa volevi fare con Arianna, in prima liceo”.
“Chi?”
“Non te la ricordi? Quella pallida, con le guance cascanti…tutti sapevano che volevi metterti con lei”,
“Ancora, con questa storia? A distanza di anni ve lo ripeto: non è vero”.
“E va be’”, si affrettarono ad aggiungere ‘ultimo’ e ‘penultimo’, “anche fosse, che c’è di male?”
“Ci sono quasi diventato matto. Tutti a dire che le sbavavo dietro, mentre io non ho mai saputo neanche che faccia avesse”.
“Ma è impossibile”, si diedero di gomito i due, “dev’esserci una spiegazione, devi averle dato quell’impressione”.
“Non capite nulla. Sapete chi ha messo in giro la voce che volevo mettermi con Arianna? Ma lei. Una finissima strategia femminile. Ragionate: una bamboccia vuole a tutti i costi quel determinato ragazzo – libero s’intende – e cosa fa? Dice a destra e a manca che costui le sbava dietro di continuo. La balla arriva anche all’orecchio del diretto interessato, che quindi s’insospettisce e va direttamente alla fonte per chiarire la faccenda …solo che a quel punto è troppo tardi…cosa può dirle? ‘Smettila di diffondere baggianate perché non sei il mio tipo?’ Non sarebbe educato. Morale della favola, risultato doppio: lui ha abboccato all’amo, e lei può continuare a lavorarselo faccia a faccia, e poi si vedrà. Capito?…e la differenza tra questa situazione e la mia, è che io non ci sono cascato, tutto qui”.
“Ohhh”, replicarono stupefatti gli altri, che ovviamente si erano persi a metà della dissertazione, anzi molto prima. Allora uno dei due saltò su e chiese:
“E dai, dicci perché non te l’ha data!”.
Jurij allora vide il terzo aprire la bocca, senza scomporre un lineamento, al rallentatore, come per far pregustare i dotti argomenti con cui avrebbe messo in scacco i suoi testardi interlocutori.
“…ma porcodeddio…”. Piano.
Stesso concetto ripetuto. Un po’ meno piano.
Le pareti iniziarono a rimbombare del crescendo che ne seguì, mentre le Marche zozze prendevano il sopravvento e Sartre se ne andava bellamente giù per il cesso.
Magari uno dei marinai stava formulandogli un ultimo “scusaci”, ma Jurij non se ne sarebbe comunque accorto: aveva già guadagnato il corridoio e abbandonato lo scompartimento chiudendone in furia le porte, come per lasciarsi alle spalle una tigre idrofoba.

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