Spelta (IV)

“Una volta doveva essere diverso”, si mise a sragionare Jurij dopo essersi accomodato nello scompartimento successivo. “Sì, nel senso che questi convogli dovevano emanare ben altro fascino, e non solo la puzza che sento io adesso, anche se forse ci voleva un artista come Nanni Loy; non stiamo neanche a scomodare quel capolavoro di ‘Caffè Express’, in cui un mai-meno-che-stellare Nino Manfredi interpreta un ambulante che quasi vive su un Espresso come questo, conosce ogni chilometro del tragitto (‘reggetevi, che sta per arrivare lo scambio di binari’) e, seppure arcinoto solo di fama ai controllori e alla polfer al pari di un primula rossa, vende abusivamente caffè a ogni ora del giorno e della notte ai viaggiatori, svegliandoli perfino, come una mamma amorevole, e cullandoli con i suoi racconti di guerra, ‘fischiava il vento e urlava la bufera’…era pur sempre un film, però. Per raccontare un treno del genere erano più appropriate le candid camera, in cui le persone coinvolte non recitavano o almeno, a tutto voler concedere, erano attori inconsapevoli…il regista nascondeva la telecamera dietro a dei falsi specchi montati sopra i sedili, lì dove adesso ci sono i quadretti raffiguranti scenari simili a quelli dell’intervallo della RAI; poi bastava far scattare una semplice scintilla, ad esempio un attore chiedeva al suo ignaro dirimpettaio la cortesia di portare alla moglie, nello scompartimento accanto, una carta da gioco, chessò, il fante di spade, ‘non si preoccupi, lei capirà’; al che l’ignaro obbediva e si sentiva rispondere, dalla tizia, ‘mi fa un favore? torni di là e dica a mio marito: ride bene chi ride ultimo, lui capirà’; la vittima riferiva, veniva incaricata di un’altra ambasciata alla donna, ‘ah, sì? per favore, sia cortese, torni di là e le dica: ah ah ah! – e capirà senz’altro’; e via dicendo, i due attori spupazzano il poveraccio coinvolgendolo in una sorta di ping pong del messaggio in codice finchè lui non si stufa, torna a sedersi, si accende una sigaretta e prova a risolvere il contrasto raccontando pensosamente le proprie esperienze, ‘così non risolvete niente, dovete parlarvi, ci sono passato anch’io…’”.
A un tratto pensò che un flusso di pensieri del genere avrebbe mandato in sollucchero la sua professoressa, se gliel’avesse sciorinato lì per lì; sentì chiaramente trapanargli il cervello un fastidioso cinguettio che suonava più o meno “ma vedi un po’, un dodicenne che conosce Nanni Loy!”. Quindi rabbrividì, scosse la testa e si riaggiustò sullo schienale; ‘stai composto, eccheddiamine’.
“…e oggi, invece, con chi e cosa tocca avere a che fare? Con questa gente qui…”.
Stavolta, nelle poltrone centrali, aveva accanto due creature a prima vista non ben identificabili: capelli nero pece spioventi da una parte del cranio e rasati a zero dall’altra, triplo strato di fard su ciascuna palpebra, lunghe ciglia irte come aghi e…beh, Jurij fu costretto a saltare diversi passaggi per soffermarsi direttamente sulle calze, che per un curioso gioco ottico parevano corte appena sopra la rotula, e invece no, erano solo più scure fino a quel punto; e andandosi a infilare sotto le loro minigonne smandrappate diventavano color carne. Oddio, travestiti o femmine? Certo che sono femmine, non senti le voci? Sì, ma conciate in quella maniera diosolosapeva quanti anni avessero. Jurij, ancora abituato a considerare l’altro sesso con la stessa curiosità e timore con cui avrebbe approcciato una dionea, si rese conto non solo di non sapere se le due lo affascinassero o lo disgustassero, ma anche che non sarebbe riuscito a sbilanciarsi tra le due opzioni a breve termine. Forse mai, si disse sconsolato.
Accanto al finestrino, l’altro passeggero lasciava intravedere l’ombelico prominente da sotto la camicia annodata per i lembi inferiori, e i malleoli tozzi dai mocassini. Nulla poteva dirsi del suo sguardo, ipnotizzato com’era dalla campagna che il treno attraversava; ma in realtà ogni suo senso pareva impermeabile alla conversazione che teneva occupate le due sbrindellate. Jurij non era altrettanto bravo a estraniarsene, manco a dirlo.
“Dai, ma perché ci rimugini tanto? Fattelo comprare, ‘sto cucciolo!”
“Vorrei ma…dopo mezzo secondo che ci penso, non me la sento più”
“Ma perché?”
“Beh…non potrei separarmi da lui”.
“Ma se non ti allontani mai da casa più di trenta chilometri!”
“No, è una cosa che dovrei spiegarti, e sinceramente ora non mi va di farlo”.
La smandrappata dirimpettaia tacque, ma rispose con le pupille intrise di curiosità e di dispiacere per il fatto che la sua storica confidente esitava a condividere un segreto tanto recondito.
“E va bene. Ma se ti azzardi a dirlo agli altri, giuro che troverò il modo di infilarmi in camera tua per rubare il poster dei Milli Vanilli, poi lo esporrò per rivelare che razza di musica ascolti in realtà, e alla fine lo brucerò in piazza. Capito, Orsola?”.
L’amica, raggelata, annuì inghiottendo un groppo di un paio di chili.
“Ti ricordi Suor Ermengarda, alle elementari?”
“Seh, vai un po’ più in là…ma come sei messa?”
“Ehm ehm…il poster…”
Un altro rivolo ghiacciato scese lungo la spina dorsale di Orsola.
“Eppure anche te eri in classe la volta che istituì la giornata dell’animaletto domestico”, proseguì. “Ciascuno di noi avrebbe portato in aula il proprio, e guai a chi putacaso non ce l’aveva: affaracci suoi, avrebbe dovuto raccattare una nutria dalle erbacce davanti a casa…hai presente quali animali avevo io allora?”
“Ma che ne so…un facocero?”
“Uffa…ti ricordi cosa avevamo visto assieme, piangendo come fontane?”
“Aspetta…ah, sì! Rocky! E hai stressato i tuoi genitori al punto che poche ore dopo ti avevano comprato Tarta e Ruga!”.
Jurij sentì brontolare da lontano le stesse avvisaglie di imbarazzo dello scompartimento precedente: ma più impellente. Di certo non erotico.
Tarta e Ruga? Erano esistite davvero, quindi, e non troppo lontano da lui. E quel film era più pericoloso di quanto avesse mai sospettato.
“Oh, ci sei arrivata. Beh, ti sei mai chiesta come siano morte?”.
“Oggesù, qualcuno le ha voltate sulla corazza e le ha fatte girare troppo veloce?…No, no, non guardarmi così, il poster, scusami, come non detto”.
“La suora, dopo che gli animali avevano finito di stare in parata, mi rivelò che le mie bestiole le erano piaciute davvero; Tarta e Ruga, poi, che nomi ironici! Di più, avrebbe voluto attribuirgli il titolo di mascotte della classe. Mi disse, tutta melliflua: ti piace l’idea? E io, accalappiata per l’orgoglio: “sì, sì!” saltellando e battendo le manine. Poi mi fece: ‘Senti, visto che ci sono le vacanze di Pasqua e noialtre qui ci ritroveremo tutte sole, senza di voi…ci lasceresti Tarta e Ruga per il fine settimana? Ci terranno compagnia…Poi martedì a fine lezione te le restituiamo’.
“E tu gliele hai lasciate?”
“Figurati, dopo quelle moine la stronza avrebbe potuto chiedermi un milione e gliel’avrei dato su due piedi! Insomma, il martedì successivo, a fine mattinata, la suora mi prese da parte e mi chiese di seguirla in uno stanzino accanto all’aula; però, mi dicevo io nel frattempo, possibile che si fosse così affezionata alle mie tartarughe da ritrovarsi in faccia quell’espressione funebre? Volevo dirle: maestra, non essere triste, se vuoi te le lascio ancora qualche giorno…”.
La smandrappata si fermò giusto per sospirare, fissando con rabbia un punto nel vuoto davanti a sé.
“Entrammo in quello stanzino, la suora chiuse la porta e addirittura mi si inginocchiò davanti, carezzandomi una ciocca. ‘Palmira, devo dirti una cosa’ mi sussurrò lei, occhi negli occhi”.

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