Spelta (V)

“Ahia”, disse Orsola.
“Io non capii, ma guardai in un angolo alle sue spalle”.
“E che cosa c’era?”
“Due gusci vuoti, uno accanto all’altro. La pinguina stava già partendo con le spiegazioni sulle chiamate del Signore che avvengono secondo disegni imperscrutabili, eccetera eccetera. Io allora mi tappai le orecchie, e…”.
Jurij ebbe la netta sensazione che poche altre volte avrebbe gustato dal vivo un aneddoto così struggente, assurdo e comico al tempo stesso. Fermati, avrebbe voluto intimare a Palmira; fermati a questo punto, non raccontare oltre, è perfetto, l’ultimo fotogramma devono essere quei gusci abbandonati, il resto va lasciato all’immaginazione di chi ascolta. Ma come saranno mai morte quelle creature? E dopo, le misere spoglie sono scivolate via da sole o ci hanno pensato le suore? Ma andiamo!…
Due monache sadiche che armeggiano attorno a una pignatta fumante ricolma di brodo: ecco cosa balenò in mente a Jurij poco prima che la piena delle risate lo travolgesse.
Eh, sì. Le aveva trattenute fino a poco prima, nell’altro scompartimento, e ne aveva patito un fastidio fisico quasi accostabile a quello da vescica strapiena. Ma non avrebbe rischiato oltre la sua salute, decise.
“Oh, bamboccio…”, si sentì qualche secondo dopo.
Mentre era ancora piegato in due, ebbe davanti agli occhi le punte in metallo degli scarponacci indossati dalle smandrappate, che intanto si erano alzate in piedi.
“Ma che cazzo ridi? Cioè, come ti permetti, chi ti conosce?”
Le loro bocche si deformavano in una smorfia di crescente disgusto, come se indossassero delle maschere che si stavano squagliando. E le due non smisero di fissarlo in quel modo nemmeno mentre a passi lenti si affacciavano al corridoio.
“Tu guarda ‘sto imbecille…” si congedarono Palmira e Orsola chiudendo le porte dello scompartimento, e facendole sbattere come se in mezzo ci fosse la testa di Jurij.
Dopo qualche minuto, si sentiva la faccia simile al pavimento di una sala in cui si era tenuto un veglione di capodanno ma le donne delle pulizie, il giorno dopo, avevano lavorato solo a metà. Jurij era mortificato, certo, in modo tale che era impossibile non leggerglielo in volto; tuttavia su quest’ultimo residuavano rimasugli dell’ilarità precedente, particolari come il colorito rossastro, o un angolo di bocca che si ostinava a non voler tornare giù. In pratica, non aveva idea della mostruosità dei suoi lineamenti, in quel momento, né lo aiutavano i pensieri che d’improvviso gli erano balzati in testa. Ad esempio: se non avesse imparato a gestire rapporti umani e situazioni come quelle (male) affrontate sino a poco prima, non gli sarebbe toccato il fulgido avvenire prefigurato dalla sua professoressa, no davvero.
Non riuscì a placare quel sospetto. ‘Se tengo la testa bassa fino a destinazione’, si disse, ‘non potrà capitarmi altro, almeno quassù’.
‘Sì, però devo pur sempre capire dove siamo’.
‘…merda!’
I capelli grigi e diradati, gli occhi neri spalancati su di lui, il sorriso inebetito da una terapia inutile. Erano passati tre anni, di certo non abbastanza per cancellare dalla mente di Jurij il ricordo di suo zio, steso sul divano, quando non c’era più niente da fare. Anche allora, come sul treno, aveva tenuto ostinatamente la testa bassa; ciononostante, quel volto ormai senza età gli si era incastrato nel cervello non appena varcata la soglia del salotto. Jurij poi aveva contemplato per tutto il tempo la stessa mattonella, anche se sapeva che lì dentro un altro sguardo voleva solo lui, il più piccolo del triste manipolo di visitatori, per essere ricambiato un’ultima volta. Non si sarebbe mai perdonato quel rifiuto: una “vigliaccata”, come la definiva; non era da uomini. E si sarebbe sbattezzato pur di tornare indietro nel tempo e rimediare.
Adesso, l’uomo rimasto nello scompartimento si era voltato, lo stava fissando nell’identica dannata maniera; e Jurij, quando se ne accorse cercando di capire a che stazione fossero, ne ebbe una bruciante fitta al cuore.
Non importava che si trattasse di uno sconosciuto, per di più con la camicia annodata sulla pancia e i mocassini senza calze. Non importava che molto probabilmente l’aria inebetita gli fosse conferita dal troppo brandy nel caffè, anziché da una cura infame ma vitale. Non importava. Jurij, in un attimo, e prima che potesse pensarci o impedirselo, era tornato nipote. Doveva contraccambiare quel sorriso. E lo fece.
Gli bastò un attimo. L’uomo, sentendosi ricompensato, si alzò in piedi al rallentatore e prese dal ripiano portabagagli una chitarra acustica che con lui si sarebbe detto non avesse niente a che spartire; poi si lasciò ricadere pesantemente ed iniziò ad accordarla, ma pianissimo, pizzicando le corde con le falangette, al punto che Jurij si rese appena conto che nell’aria non si levavano più note a casaccio ma una melodia tenue, eppure ben riconoscibile.
Bron-Y-Aur?
Bron-Y-Aur.
Ma da dove saltava fuori, costui?
Sì, proprio lui, qui, che per scaldarsi stava suonando in un modo che se solo Jurij avesse abbassato le palpebre, avrebbe creduto di trovarsi sdraiato sul letto, le cuffie sulle orecchie, nel walkman un sacro nastro che aveva quasi finito di scorrere prima dell’auto reverse (Bron-Y-Aur era l’ultima del lato A), ed endorfine a sciabordargli libere alla base del cervello.
‘…e l’ho scoperto io, l’ho scoperto!’, pensò, col morale risollevato.
Le dita dell’uomo, dopo quel brano, arabescarono sulla tastiera della chitarra un interludio che avrebbe condotto direttamente all’esecuzione successiva, o almeno così sperava il suo unico ascoltatore, che nel frattempo non aveva esitato a sporgersi, a puntare i gomiti sulle gambe e ad appoggiare il mento sulle nocche chiuse a pugno.
L’altro si immobilizzò, come per farsi fotografare in un momento di estasi artistica. Poi sollevò le sopracciglia, riattaccò a suonare e contemporaneamente aprì la bocca.
Cristo, sapeva pure cantare.
Ma che diavolo?!
“CACAM’U CAZZ, AMORE MIIIIOOO!, CACAM’U CAZZ, AMORE MIIIOOO!…”
L’aveva riconosciuta: era di Giorgio Bracardi, in una scena del film “La Gorilla”.
“CACAM’U CAZZ AMOR, CACAM’U CAZZ, QUI NEL CUOR…”.
Inconfondibile, sì.
Ma dopo Bron-Y-Aur, sant’iddio?
L’uomo proseguiva imperterrito, ma Jurij, afflosciatosi sullo schienale, non lo vedeva quasi più: un condensato di emozioni indefinite stava concretizzandosi nell’appannamento progressivo delle sue lenti. Sudava come David Byrne nel video di “Once in a Lifetime”.
Finalmente le note volarono via dal finestrino semiaperto, e al rumore del treno in corsa si aggiunse la stessa voce alcolica che aveva imperversato fino a poco prima. Ma raggelante, adesso.
“Tu stai ridendo di sotto agli occhiali”.
Dispiaciuto, lui. Posò lo strumento, lasciò il sedile adiacente al finestrino e si avvicinò a un centimetro di distanza per ribadire:
“Tu stai ridendo di sotto agli occhiali!”.
Risentito, perfino.
Intanto, non si capiva se Jurij tremasse, o negasse impercettibilmente, o entrambe le cose. Pareva Sigourney Weaver alle prese col mostro alieno che le sbava e ringhia nell’orecchio. Avrebbe voluto contestargli: ‘Ma che dice? Io sono il suo più grande fan!’ – beh, almeno fino a un minuto prima era vero. Ma non ne fu capace.
Con la coda dell’occhio rimasta immune dal vapore sulle lenti, vide la mano del tizio frugare in una tasca dei pantaloni: e reagì come allo sparo di uno starter.
Stavolta non si limitò a cambiare scompartimento. Voleva proprio un altro vagone.
Ecco: quello di testa, dove di solito stazionava il controllore, sarebbe stato perfetto.
Non si poteva mai sapere.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...