Spelta (VI)

Non aveva stretto bisogno del controllore, che peraltro non incrociò: l’unica protezione che desiderava era quella della solitudine, accompagnata dal fracasso nudo e crudo del treno in corsa. Non che fosse sicuro di trovarla nel primo scompartimento della vettura di testa, ma si era rintanato lì anche solo per placare la coscienza: un modo per dire a sé stesso ‘non posso andare più lontano di così, mi infilerei nel cesso ma puzza, e solo Fantozzi riuscì a viaggiare aggrappato fuori in coda (i famosi ‘mezzi propri’ dopo la disfatta al Casino) senza crepare’.
La successiva era la stazione d’arrivo: in teoria non avrebbe dovuto preoccuparsi di trovare rifugio, anzi, era quasi ora di preparasi a scendere. Suo padre, assiduo frequentatore di quella tratta, l’aveva avvertito sulla possibilità che l’ultima parte di viaggio potesse rivelarsi più lunga del previsto, spiegandogli anche il perchè. Ma Jurij, essendosi già prima dimostrato insensibile ai segnali lanciatigli delle nuvole all’orizzonte, trovò inutile allarmarsi ulteriormente, e si rassegnò a subire i dardi del destino cinico e baro.
E quelli non si fecero attendere.
Avesse portato con sé il walkman, sarebbe stato più facile. E invece Jurij, a occhi bassi, ciglia aggrottate e braccia conserte, pareva soltanto un bambino che tiene il broncio perché gli hai fatto un torto, della serie ‘con te non gioco più’: una posa che probabilmente non gli sarebbe bastata per alzare un muro tra sé e la presenza che stava accomodandosi nello scompartimento, e che dopo qualche secondo lasciò partire un “ciao”.
‘A me? Eh, già, siamo in tanti qui dentro’.
Jurij non fece in tempo ad alzare le palpebre che l’altro aveva già aggiunto un ‘come ti chiami?’, a spazzare via ogni speranza di far trascorrere gli ultimi minuti a bordo in una parvenza di quiete.
Sentita la risposta, quella che era ancora soltanto una voce disse, con una punta di felicità:
“Ah, ma allora siamo praticamente omonimi! Io sono Giorgio, che è la versione italiana del tuo nome…”.
Le parole, rimaste in sospeso, erano articolate a fatica, come se la lingua che le faceva risuonare avesse un taglio profondo. Sotto il naso di Jurij, ancora a testa bassa, comparve allora una mano tesa: segno che chi l’allungava, purtroppo, non accettava più di essere ignorato. Durante la stretta, il nuovo arrivato precisò: “…ma la gente mi chiama ‘spinacio’”.
E va bene, non restava che affrontarne anche la vista. Il suo vestiario non proveniva propriamente da Pitti Moda; il viso era pallido, con un vistoso rigonfiamento su una guancia – per cui lo sforzo nel parlare era dovuto ad un ascesso, o così sembrava – e i ciuffi incolti sulla sua testa, del tutto simili alle foglie del vegetale caro a Popeye, rivelavano il motivo del nomignolo che gli avevano affibbiato.
Parlava tanto, seppure non potesse nascondere il dolore che gli costava l’uso dei muscoli della faccia. Stava per prodursi in una sorta di epopea personale, e Jurij fece appena in tempo a captarne l’inizio, l’andar ramingo di spinacio-bambino abbandonato, alla ricerca di genitori che nemmeno si sapeva chi fossero; poi, annaspando per cercare una qualche forma di salvezza, gli venne di congratularsi con la sorte per il fatto che l’arrivo a destinazione, ormai prossimo, avrebbe troncato il racconto, sperava, molto presto.
Ingenuo, Jurij.
Mentre l’Espresso rallentava senza apparente motivo, si ricordò delle parole di suo padre, la mattina stessa a colazione. Aveva cominciato raccontandogli quella che non si capiva fosse una facezia o una vicenda reale: due burini che altro non hanno conosciuto se non il loro campo e le vacche che ci pascolano, decidono di andare in città usando il treno. Appena a bordo, cullati dalla marcia del vagone, si addormentano come sassi; arrivati a una stazione del loro tragitto, si svegliano e si chiedono: ma dove saremo? Uno si stropiccia il volto, aguzza lo sguardo e risponde: mi sa che abbiam dormito troppo, siamo finiti all’estero! Come, all’estero? gli fa il compare. Sì, gli precisa l’altro sempre guardando fuori, siamo a Chlo-ro-dont.
Jurij non aveva riso, ma si era affrettato a fornire ampie rassicurazioni sul fatto di aver compreso la storiella, il burino aveva scambiato il marchio di un dentifricio su un cartellone per il nome di una località straniera; sì, caruccia, niente male. E mentre suo padre si chiedeva come un ragazzino potesse conoscere il nome di un prodotto da anni non più pubblicizzato, aveva aggiunto: anche quando non ti mancherà che la stazione di arrivo, non aver fretta di prepararti, perché prima dovrete fermarvi a Spelta.
Spelta? Che località era mai quella? Rimuginò; e in definitiva fu immensamente grato a quei consigli paterni, se non altro perché gli permisero di distrarsi da Spinacio che nel frattempo non smetteva di blaterare. Papà non aveva torto, pensò Jurij, il convoglio era fermo ormai da dieci minuti, ma non in una stazione, magari nuova: pareva di essere sempre alle porte del capoluogo. Poi, senza un motivo preciso, allungò il collo per vedere quel che il finestrino nascondeva, ed ebbe l’illuminazione.
Tra le uniformi schiere di case popolari ai lati della ferrovia, e dietro il muraglione che correva infinito e impestato dai graffiti a ridosso del binario più lontano, l’edificio si sarebbe notato per forza anche con il treno in movimento. E mentre sullo scambio adiacente, d’improvviso, un intercity sfrecciava dall’altra direzione come per sbriciolare la velocità del suono, Jurij capì che Spelta non era una città, né un luogo fantastico dove spazio e tempo deragliavano – solo loro, eh! – e poteva accadere di tutto, magari anche la svolta di una vita (anche se ammetteva trattarsi di un vaneggiamento di per sé piuttosto sfiatato: uno come lui poteva fare di meglio). Niente del genere. Era solo la scritta che correva sull’insegna in cima all’edificio nei cui pressi erano fermi, e che dava nome alla conceria che lì svolgeva attività. E come in tante altre occasioni, un treno più lento doveva lasciare strada a uno più veloce: il che avveniva sempre davanti alla Spelta, mai più avanti o più indietro. Ecco l’unico mistero con cui trastullarsi.
Sorrise. Suo padre, che per spiegare quel fenomeno aveva fatto ricorso alla storiella del Chlorodont, era ancora un paio di piste avanti a lui quanto a inventiva, non c’era niente da fare. Jurij si arrese all’idea e si abbattè di nuovo sullo schienale, in snervante e inutile attesa di un miracolo.
In effetti, se davvero un incantesimo avesse avvolto quello scompartimento, Spinacio avrebbe smesso di sbrodolare una saga che aveva ormai assunto toni da racconto mensile del libro Cuore, se non fosse che per la verbosità del narratore ci sarebbe stato spazio per altri due viaggi tra Appennini e Ande. L’Espresso, dal canto suo, percorse gli ultimi chilometri quasi a passo d’uomo, a riprova del fatto che gli avvisi celesti non dovevano essere più trascurati.
“…sai, sei il più piccolo a cui ho raccontato la mia storia su questo treno: non sono neanche sicuro che tu mi abbia dato retta, ma hai lo stesso un’aria cento volte più sensibile e sincera rispetto a tutti gli altri che mi fissavano e annuivano…”.
‘Basta. Il prossimo che mi fa un complimento di qualsiasi genere lo mando a quel paese’, pensò Jurij.
“…di sicuro sei troppo giovane per la richiesta che ti sto per fare. Ma manchi solo tu, e io sono solo e disperato, davvero. Chiedo comprensione a te, come l’ho chiesta agli altri. Se potessi darmi qualcosa, ti sarei immensamente grato. Ma se non puoi, vista la tua età, comprenderò benissimo, non ti devi preoccupare…”.
Spinacio lasciò la frase in sospeso. I suoi occhi, aguzzi come trivelle, invece non sottintendevano nulla: a dispetto di quanto lui aveva appena finito di dire, intimavano ‘Quel qualcosa, devi darmelo; anzi, più di qualcosa, altrimenti potrei non rispondere più di me’. Jurij se ne sentì trafitto, ricordando con un brivido come sua madre gli avesse elargito un fondo spese, cioè un unico pezzo da cinquantamila lire, che beninteso lui avrebbe dovuto intaccare solo in caso di emergenza. Quindi, sentendosi con le spalle al muro, optò per la strada del disarmo totale.
“Guarda”, rispose, “non lo dico per dire: ecco quello che ho, non posso dartelo, rimango all’asciutto” gli fece mostrandogli la banconota ripiegata nel portafogli. Ma Spinacio non mosse un sopracciglio, così gettando ufficialmente l’altro in un abisso di panico senza fondo, che rendeva impossibile decidere la contromossa meno inopportuna…
“Senti, davvero, non guardarmi in quel modo. Se proprio vuoi qualcosa, ecco, posso guardare tra le monete”. Frugò nel piccolo comparto, poi rialzò gli occhi e disse, con aria colpevole anche: “Ho trecentocinquanta lire, non un soldo di più”.
Come volevasi dimostrare.
“PERCHE’ MI FAI QUESTO? CIOE’, IO COSA TI HO FATTO? DIMMELO! TRECENTOCINQUANTALIRE, VUOL DARMI LUI! IO MI UMILIO DAVANTI A VOI, STRISCIO DAVANTI A OGNI SINGOLO STRONZO SU QUESTO TRENO, E PER CHE COSA? TRECENTOCINQUANTALIRE? TE SEI IL PEGGIORE DI TUTTI, QUASSU’! ERA MEGLIO SE MI MANDAVI A FARE IN CULO!!!”.
Spinacio cambiava soltanto l’ordine di queste frasi, e le intervallava con brevi silenzi durante i quali ogni secondo era buono perché la guancia gli esplodesse del tutto; ma non accadde, e anzi, lui pareva intenzionato a mitragliare la sua vittima finché avesse fiato in corpo: potenzialmente all’infinito, quindi, perché davanti non aveva un interlocutore ma un essere impaurito e del tutto incapace di reagire. Jurij, impietrito, stringeva soltanto le palpebre, lasciando sé stesso in balia della tempesta. Che altro poteva? Era troppo tardi, in ogni caso. Dietro le porte, intanto, i passeggeri avevano interrotto ogni conversazione, e si chiedevano come potesse scatenarsi una furia del genere contro un minore: ma chi erano quei due? Fratelli, parenti? Nessuno si azzardò a muovere un dito.
Fuori dal finestrino, fece capolino il cartello della stazione di arrivo. Jurij ne fece cenno a Spinacio, che però non se ne dette per inteso, continuando ad abbagliarlo con i fanali che ora aveva nelle orbite, come un TIR in corsa avrebbe fatto con una lepre ferma in mezzo alla strada.
Si avviò in corridoio sotto gli sguardi indagatori di tutto il vagone, scossi da quel trambusto verbale che aveva coperto perfino lo sferragliare delle rotaie e lo stridore dei freni.
Alla fine, l’augurio risuonò nell’aria e lo accompagnò fin sull’uscita.
“SPERO CHE TI CAPITINO TUTTE LE MIE DISGRAZIE, E ANCHE PEGGIO!”.
Non sarebbe servito a nulla, stavolta, chiudersi alle spalle lo scompartimento.

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