Spelta (VII)

Dal minuscolo e lercio oblò dello sportello, intravide una sorta di corteo non autorizzato prima invadere la piattaforma, poi ammassarsi ben oltre la linea gialla in direzione del vagone che nel frattempo stava arrestandosi; e i componenti erano provvisti chi di passeggino con relativo piccolo occupante, chi di bagaglio tale da garantire la sussistenza per sei mesi, come se stessero per salire sulla Transiberiana, chi di paccottiglia imballata a scopo vendita ambulante. Quando il treno si fermò, ciascuno di quegli invasati brandì nell’aria a mo’ di arma ciò che prima teneva appoggiato a terra, bambini compresi, e un orrido cumulo di nasi, denti, bocche urlanti e occhi famelici si ammassò di fronte all’oblò; era come avere la visione privilegiata su un girone dantesco.
Un pannello ricolmo di orologi da polso appesi fu la prima cosa che si insinuò nello spiraglio lasciato dallo sportello semiaperto del treno; poi, sul gradino, balzò il piede destro del magrebino che reggeva quel fardello. Ciononostante, fu incredibilmente rapido a salire a bordo, non lasciando tempo né a Jurij per spiccicare sillaba, né agli altri per protestare, dietro di lui.
Il resto della truppa sulla piattaforma si premurò che di un “privilegio” del genere non godesse soltanto l’ambulante, che intanto si faceva largo a spintoni; e quando colui che lo seguiva pose entrambe le zampacce sui gradini, intenzionato ad imitarlo, Jurij si disse: “Eh no. Tu non passi”.
Ma, come da Spelta alla stazione di arrivo, la distanza tra cervello da una parte e bocca e corpo dall’altra gli si allungò d’improvviso, azzerando ogni contromisura potenzialmente efficace. Stava per opporre al tizio un accenno di petto in fuori, benché esangue, ma quello ebbe buon gioco nell’incollare Jurij alla porta del cesso con una poderosa manata, coronata da un elegantissimo “Ma togliti dai coglioni”.
Il tafferuglio che ne seguì fu a fatica sedato dal controllore, ma il motivo del contendere era solo la violazione della precedenza dei passeggeri, e non che un ragazzino fosse stato spintonato da uno stronzo fatto e finito, il quale nel frattempo poteva tranquillamente godersi gli schiamazzi dal finestrino: gli mancavano solo i pop corn. Di fatto, Jurij si trovò scaraventato sulla piattaforma del primo binario per mera forza d’inerzia. Nessuno si era curato di lui.
Mentre l’Espresso riprendeva la marcia verso Milano, gli si avvicinò il capostazione, dal quale si sarebbe aspettato non dico una mano sulla spalla, ma almeno un sorriso, un “Come va? T’han fatto male?”. Invece, quando si girò verso l’uomo, tutto ciò che gli sentì dire fu: “Guarda che bisogna farsi intendere, con gente del genere”.
Spiazzato dalla spicciola e non richiesta lezione di vita, che nemmeno credeva di meritare, Jurij alzò un sopracciglio. Balbettò di non aver avuto il tempo di reagire, l’ambulante era stato troppo veloce a salire con il suo armamentario, come avrebbe potuto affrontarlo dal solo?
L’altro, sentendo quella voce in procinto di incrinarsi sotto il peso dell’emotività e dell’ingiustizia subita, “Ascolta”, replicò “non è solo questione di chi sale o scende da un treno; io poco fa è come se avessi visto mio figlio, e a lui direi le stesse cose che dico a te: a contrastare i prepotenti bisogna cominciare il prima possibile…il tale voleva salire? anche se senti di non poter fare nulla per fermarlo, tu grida, strepita, scalcia, attira l’attenzione, ma non dargliela vinta! Con loro funziona così, se non reagisci gli altri ne approfittano; non hai visto? Se tu avessi reagito subito, il tizio dopo di lui non lo avrebbe seguito e non ti avrebbe spinto! Hai capito? Non avrai sempre qualcuno a sbrogliare le matasse, nella vita”.
Il capostazione non la sentì, perché era stato come risucchiato nell’atrio: ma la risposta affiorò comunque alle labbra di Jurij. “Io però sono solo un…”
Era come impalato sulla piattaforma. “Un” cosa? Non più un bambino: almeno un passante gli avrebbe davvero chiesto come stesse, o se si fosse perso. Un ragazzino? Sì…però qualcosa non quadrava. Gli avevano inculcato di non essere un ragazzino qualunque, e lui aveva finito addirittura per crederci, altrimenti perché era andato fin là?
Già, perché?
Come avevano detto? Così curioso verso il mondo, così pronto ad assorbirne e rielaborarne ogni molecola. Ma altrettanto impreparato ad affrontarlo, evidentemente.
Si volse allo schermo delle partenze, poi sparì nel sottopassaggio. Stavolta non aveva dovuto badare al cielo e ai suoi presagi lontani, dietro le pensiline: sapeva già che non c’era più traccia dei mostri preistorici fatti di sbuffi di nuvole.
Si erano allontanati verso un altro orizzonte. Non più in lotta tra loro, e fraternamente abbracciati.

(fine)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...