Acqualunga

Il barbone-archetipo della città non è che sia propriamente basso: dà più l’impressione che a un certo punto della sua vita abbia smesso d’improvviso di crescere e svilupparsi, come se anche questo aspetto, assieme a tutti gli altri, avesse un costo non più affrontabile. Lo chiamo barbone-archetipo anche perché, al contrario di molti suoi pari, non si nasconde, ma anzi ostenta la sua presenza, quasi volesse mostrare al mondo com’è che dev’essere davvero fatto un barbone: ed eccolo percorrere il centro cittadino incessantemente, per tutto il santo giorno, sciroppandosi cardo e decumano e riposandosi solo ogni tanto, soprattutto quando c’è il sole. E in questi casi non gli passa nemmeno per la testa di mettersi all’ombra: la cosa che gradisce di più è sdraiarsi in Piazza Tre Martiri, ai piedi della statua cesarea, usando il gradino del monumento come poggiatesta, tra la gente che fa avanti e indietro. Il concetto di barbone archetipo implica altresì che di fronte a questi spettacoli le autorità non intervengano in nessun modo. Se tutti coloro che versano nella sua stessa condizione facessero altrettanto, il nostro centro si trasformerebbe nella fiera del cencio a cielo aperto.
Il barbone-archetipo cammina ovviamente piano, esibendo le pezze che indossa e gustandosi tutti i suoi passi, al ritmo dei quali fa ballare le tre o quattro buste di plastica che gli penzolano addosso (e sul contenuto immagino non abbia il coraggio di indagare nemmeno la Caritas). Regge tra le dita un mozzicone di sigaretta che non ho mai visto nessuno accendere. Le sue mete preferite sono i vicoli che portano all’agglomerato di bar e locali nei pressi della Vecchia Pescheria, dove qualcuno magari gli allunga un paio di avanzi sbocconcellati. Dopo averli maneggiati, si pulisce usando i mini tovaglioli presi dai contenitori a strappo che si trovano sui tavolini dei bar, all’aperto. E qui succede qualcosa che lascia davvero perplessi. Il barbone-archetipo, infatti, non usa mica il primo fazzolettino estratto dall’aggeggio: quello lo butta via. Usa il secondo. Diciamo la verità: è una paranoia che mettiamo in pratica più o meno tutti, perché così siamo sicuri che useremo un tovagliolo mai toccato da nessuno prima. Paranoia, ripeto. Ma se è la stessa abitudine di un tizio che fino a due secondi prima stava frugando in cinque bidoni della spazzatura diversi alla ricerca di scarti di cibo, beh, qui forse il premiato duo psicologia-sociologia deve segnare una battuta d’arresto (e attendo lumi in merito, da ignorante).

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6 pensieri su “Acqualunga

  1. È un lampo di bellezza e coscienza di sè insieme….? Cioè in quel momento si riconosce come uomo, e non come scarto. (Ho osato troppo Tullio? Perché io vedo il bello in ogni cosa, mannaggia…)

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  2. A me era venuto in mente che può trattarsi dell’unico gesto in grado di riportarlo quasi di soprassalto alla sua vita precedente: una sorta di cortocircuito che scatta alla visione di quell’oggetto. Ma è una spiegazione semplicistica. E dunque, ancor più semplicisticamente: meglio la tua 😉

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