L’amorosa bestia a due groppe (I)

In quanti modi si può tastare il polso a un abbozzo di conoscenza, a un rapporto ai primordi, a un simulacro di possibile convivenza, correndo magari il rischio di vanificare tutto tirando in ballo argomenti balzani, soltanto sedendo su un divano e parlando faccia a faccia?
La questione del secondo e terzo nome, ad esempio. “Tu quanti ne hai? Io tre. Perchè mi guardi così? Scusa, tu invece quanti ne hai? – E quanti ne devo avere: uno, ne ho. – Come, uno? Com’è possibile? Ma spiegami un po’, tuo babbo dopo che sei nato è andato a denunciarti all’anagrafe, e poi? – …e poi il punto forte di mio babbo non é mai stato la fantasia o l’inventiva, ma insomma, ha sparato un solo nome sul grugno dell’impiegato, che a sua volta non ha fatto obiezione alcuna, magari doveva andare in pausa pranzo, chi lo sa. – Ma non ti senti come se ti mancasse qualcosa? – Eh, ora che mi fai queste domande in effetti sì, non mi sarebbe spiaciuto vantare sui documenti i nomi dei miei nonni, per me bellissimi, Ventura e Annibale; comunque in famiglia non ci siamo soffermati molto sulla faccenda, mio babbo mi ha sempre detto che a suo giudizio mi ritrovo un nome da burino, e tutto per colpa di mia mamma, fu lei a volerlo a tutti i costi e lui lo accettò per quieto vivere”.
Oppure i velati scambi di vedute per valutare se incoraggiare o stroncare sul nascere le discussioni di carattere politico. “Mio padre e mia madre, prima di mandarmi a letto, ogni sera mi facevano dare la buonanotte a Zio Ernesto, che nella foto appesa in corridoio, quella famosa, scrutava pensoso l’orizzonte – In casa dei miei invece Zio Ernesto non sarebbe entrato neanche sotto forma di discorso, figuriamoci di fotografia – E tu che ne pensi? – Non ne ho mai sentito la mancanza – Mi spieghi cosa non ti va o non ti convince del comunismo? – Ti rispondo citando Frank Zappa, che non era proprio di destra; qual è la prima parola che un bambino dice istintivamente dopo ‘mamma’? ‘Mio’. A me questo è bastato per capire quanto sia illusorio applicare e far funzionare l’Ideale nel mondo di ieri, di oggi, di sempre. – Potrei piantarti qui, lo sai?”
O i gusti in fatto di autori. “A me piacciono i francesi, e a te? – I russi. – E ti pareva…A me Dostoevskij non è mai andato del tutto giù, ti dirò. – Capisco, io in effetti prediligo Cechov, perchè era un lazzarone come me, trascurava spesso e volentieri la sua professione per dedicarsi alla scrittura; diceva cose come ‘la medicina è mia moglie e la letteratura è la mia amante’. Negli ultimi minuti di vita, a letto, disse ‘Ich sterbe’, cioè ‘io muoio’ in Tedesco; gli dettero una coppa di champagne, lui la vuotò, si girò su un fianco e morì. Il vagone con cui fu portato via, aveva sulla fiancata la scritta ‘ostriche fresche’. Dai, come si fa a non voler bene a uno così? – Non lo so proprio, infatti. Di lui devo avere una raccolta di racconti, in libreria, della De Agostini. – Uh, la mia preferita! Quella con il Sottufficiale Presebeev; con l’assillante aspirante scrittrice Muraskina il cui assassino viene assolto (autobiografico, nespà?); con l’impiegato Cerviakov che starnutisce per sbaglio su un suo superiore e finisce per morirne dal dispiacere; con il bambino che pur non sapendo neanche cosa siano vuole mangiare delle ostriche, stimolato non solo dalla fame nera ma anche dal suono del nome, invitante, allora gliele danno e lui le mastica e manda giù con tutto il guscio; con ‘Parassiti’, in cui un vecchio si trascina dietro un cavallo e un cane altrettanto malandati, e per non doverli più nutrire alla fine arriva a…- No, fermati, basta, non voglio saperlo! – Uhm, sì, meglio tu non lo sappia”.
Su questo divano potevamo essere in disaccordo su tutto, o aggrapparci ai pochi gusti e opinioni che condividevamo, facendoceli bastare; o anche stare zitti. Finivamo per guardarci negli occhi, mentre le guance lentamente si alzavano e le palpebre inferiori guadagnavano spazio a discapito delle pupille: intendo dire che sì, ci sorridevamo ma solo alla fine di quel balletto facciale, perfettamente coordinato e in sincronia; e subito dopo allungavamo le dita per toccarci a vicenda il volto, a constatare la nostra trascorsa abitudine a praticare giochi infantili non proprio all’insegna della sicurezza. “Non per citare a rovescio Daniele Silvestri, ma tra le poche cose che abbiamo in comune c’è una cicatrice sotto il mento, tu come te la sei fatta? – Non ricordo di preciso, ero piccola e sono caduta, dio solo sa se stavo andando in bici o sono inciampata correndo – Io lo ricordo, invece. Da bambino mi affacciai ad un balcone; ero salito su uno sgabello e il corrimano mi arrivava più o meno all’altezza del petto. In preda alla noia, presi a seguire un uccello che svolazzava davanti a me: a ogni suo spostamento un mio movimento della testa. A un tratto effettuò una velocissima traiettoria dall’alto in picchiata: e io l’avrei accompagnata fino in fondo, se non mi fossi sbilanciato e la ringhiera del balcone non l’avesse brutalmente interrotta. Nella stanza echeggiò una sorta di colpo di gong, e i miei accorsero mentre io, per terra, mi tenevo il mento già sporco di sangue. – E la morale sarebbe che occorre evitare la banalità anche essendo scemi? – Uhm. Più o meno, sì”.
E ora, caro mio divano, stai a sentire soltanto me. Dacchè non ho più bisogno di voltare la testa e tantomeno devo allungare una mano per trovare qualcuno accanto (e a proposito: massima compassione per tutti coloro che ritengono una delle gioie della vita lo stare da soli in un letto a due piazze buttando braccia e gambe nei quattro angoli del materasso, a mo’ di uomo vitruviano), ti utilizzo per esercitare la nobile arte dello sprofondamento. In ufficio mi succede l’esatto contrario: se mi metto a battere sulla tastiera ben attaccato allo schienale, state sicuri che dopo qualche minuto il culo avrà raggiunto il limite della poltrona, al punto che ancora un millimetro e crollerei sul pavimento come in una comica di bassa lega. Qui no, dicevo: infatti appoggiata allo schienale ormai c’è solo la testa, a formare un angolo retto con il resto del corpo, immobile, sprofondato là dove di norma trova posto il mio profilo migliore (quello peggiore è in faccia, ovviamente). E’ in questa posizione che di norma leggerei (ora come ora Murakami, che è come San Pietroburgo o Istanbul: non si trova una persona che ne parli male) se non fosse che il mio sguardo sta vagando fuori dalla finestra; solo le pupille, però: ormai mi conosco e con quel balcone e quegli uccelli a così breve distanza non si sa mai, potrei rischiare di sfracellarmi sul pavè.

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