L’amorosa bestia a due groppe (II)

Il panorama che posso inquadrare con il solo movimento dei bulbi nelle orbite non è granchè ispiratore. A destra, coppi e tegole. A sinistra, tegole e coppi. Se guardo in alto, svetta un gigantesco ripetitore per la telefonia mobile, pare una specie di lampadario scheletrico e occupa in buona parte il tetto dell’edificio su cui l’han montato, a un paio di isolati da qui, e d’un tratto ricordo, inizialmente doveva essere piazzato proprio in cima al mio palazzo dietro lauta mercede, o almeno così aveva prospettato la TIM a noi condomini; s’intende che avremmo dovuto mettere la proposta ai voti, e la specialità dell’occasione era tale per cui d’improvviso a ogni piano si materializzavano, a scopo proselitismo, creature o mai incontrate prima o che di norma si rinchiudevano nel loro appartamento finchè non eri uscito dal portone oppure ancora ben si guardavano dal ricambiare il tuo saluto per le scale; esseri, insomma, la cui apparizione era foriera di foschi presagi e ammonimenti, ad esempio ti si paravano davanti, agitavano sotto il tuo naso un indice alla maniera di Ahmadinejad nei discorsi pubblici e avvertivano che se nell’assemblea, poniamo, non fosse stato designato un giardiniere, “io le piante nelle aiuole non le tocco più, ve le lascio morire, e poi voglio vedere cosa fate con il giardino marcio, ah, sì! Voglio proprio vedere!”, mentre le ultime parole evaporavano nell’aere e chi le pronunciava spariva come uno spettro dietro all’uscio corazzato. Ecco, stesso discorso per quanto riguardava quel ripetitore, solo che ora la questione sollevata non era estetica, come pure ci sarebbe stato: ma di salute. I moniti stavolta provenivano da una (mai vista, ripeto) megera scapigliata e con gli occhi cerchiati di nero, nei modi e nell’aspetto non dissimile dalla donna che nella Corazzata Potemkin, durante la scena della carrozzina, mulinava al vento implacabili minacce verso i soldati. Mi intercettò sul pianerottolo, fece roteare l’indice in modo tale che mi sentii don Rodrigo al cospetto di Frate Cristoforo e del suo “giorno verrà!”; nemmeno mi sarebbe spiaciuto inarcare le sopracciglia e ribattere “come parli, frate?” e tirare in ballo le spalle di mascalzone, ma nulla, ciò che mi toccò sentire fu: “Mi sono informata, le antenne e i ripetitori dei telefonini mandano radiazioni pericolose tutt’attorno, quindi se ce le hai sopra la testa non fanno nulla. Io vi avverto: fate come volete, ma se non votate per l’installazione sul nostro tetto e poi un giorno state male, non venite a lamentarvi con me! Ah, no, non venite a lamentarvi con me!”; poi anche quelle ultime parole echeggiarono sinistre e volarono via dalla finestra del palazzo, lasciandomi proprio come il suddetto frate mentre abbandonava, la coda fra le gambe, il maniero del bulletto spagnolo.
Fu persuasiva al punto che votai contro l’installazione. Lasciagliela tu alla TIM la servitù di passaggio, e goditeli tu i rumori dei lavori di montaggio e delle successive manutenzioni, brutta arpia. Finì come avete letto.
Se guardo in basso invece, dall’altra parte della strada, noto un canestro. Il raggio d’azione destinato alla manovra è piuttosto esiguo, una strozza di pochi metri quadri alla fine di una rampa che dal cancello d’ingresso finisce contro un capanno degli attrezzi verosimilmente in amianto, sul quale il tabellone è stato attaccato; sulla destra l’oscurità del garage è pronta ad inghiottire il pallone assieme ad ogni maldestro tentativo di crossover, cioè di palleggio incrociato. In tempi remoti una visione del genere mi avrebbe smosso con un impeto tale da farmi sradicare catene, se mi ci fossi trovato imprigionato, ma i ceppi che mi legano ora – seppur non fisicamente – possono tutt’al più permettermi di alzarmi un po’ sullo schienale del divano, agguantare un pallone a due mani, sempre che qualcuno si degni di passarmelo, e poi cimentarmi nelle fasulle imprese che per una poco mirabile tecnica computeristica sembra riescano a certi bellimbusti con la visiera del cappellino girata sulla nuca, nei filmati tipo Paperissima che ci guastano le estati da trent’anni; parlo di centrare il canestro da, boh, venti metri di altezza, bendati, a testa in giù, da un camion in corsa, cose del genere. Anch’io vorrei tentare: con un movimento tipo quello della rimessa laterale nel calcio, solo forzato sino all’innaturale, imprimerei alla palla una traiettoria a campanile sufficiente a superare le fronde che quel cazzo di albero proietta su quasi tutta la facciata della casa di fronte, e guarderei il disastro perpetrato in quel modo dalle mie mani; disastro, poi; cosa potrebbe mai succedere di tanto brutto? Al massimo sfonderei quel capanno schifoso, indurrei i dirimpettai a liberarsi dell’amianto, farei un favore a loro e ai vicini e gli risparmierei pure la fatica e i costi di smontaggio; quelli di smaltimento no perchè mica sono babbonatale, eh. Potrei provarci e invece nulla, se non altro perchè manca il pallone, resto sprofondato, mi guardo i polsi, ci immagino attorno i ceppi di cui sopra e mi scuso con voi ben consapevole di quanto vi abbia tediato periodicamente cianciandovi di questo sport del quale temo non comprenderete mai appieno né la poesia in sé, né il merito di aver evitato al sottoscritto una giovinezza insipida e dedita esclusivamente alla deboscia. Non credo di sbagliarmi di molto se affermo che il basket è l’unico sport d’azione in cui la solitudine si sublima. Se ci fate caso, giocare a calcio da soli non pare esaltante a meno che non si sia misteriosamente allettati dalla prospettiva di bombardare un muro tutto un pomeriggio; e della pallavolo meglio non dire, sempre che non si sia Speedy Gonzales e si riesca a battere, ricevere, alzare, schiacciare correndo per tutto il campo (e lo stesso dicasi per il biliardino). Invece, se dispone di un pallone e di un canestro, l’uomo basta perfettamente a sé stesso, costruisce un’ambientazione alternativa e per nulla triste per quei versi stando ai quali ognuno è da solo sul cuor della terra eccetera eccetera, e palleggiare e tirare per un buon numero di minuti porta consiglio più della proverbiale notte, se di sonno o meno non ho mai capito bene, e non fa nulla se la retina presto diventa uno straccio pendulo e dopo ogni tiro segnato devi recuperare lo Spalding sconfinando nel campo da bocce dello stabilimento accanto, interrompendo la partita lì in corso proprio mentre un vegliardo prende di mira il pallino.

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