L’amorosa bestia a due groppe (III)

Alt. Non a caso ho usato la parola “stabilimento”, sottintendendo “balneare”. C’è solo una pennellata in grado di rendere pienamente godibile un quadro che di per sé sarebbe già perfetto: l’aria intrisa di salmastro. Chiudo gli occhi e ogni cosa è ancora lì, anche se trascina con sé istantanee di momenti non solitari né propriamente felici. E dunque: i gradini che dal marciapiede del lungomare ti scortano dritti al playground; l’allacciata alle Reebok con quella pompetta all’altezza del collo del piede che non serviva assolutamente a un cazzo, forse a misurarti la pressione non dal braccio ma dalla caviglia, però il premerla ne giustificava l’acquisto; le mattonelle sconnesse e sporche di tutto un po’, perfino del mio sangue la volta in cui un mio improvvido compagno di squadra, durante una partita, non sapeva bene cosa farsene della palla e la scagliò contro di me che nel frattempo tagliavo verso di lui, quasi fracassandomi il setto nasale; il campo che sprofondava nella sabbia proprio nella zona sotto il canestro, rendendo la ricaduta dopo il terzo tempo un’impresa al limite del suicida; la visione della mia caviglia destra sempre più gonfia minuto dopo minuto e il successivo viaggio, l’unico della mia vita se dio vorrà, a bordo di un’ambulanza a sirene spiegate verso il pronto soccorso, il terrore e il dolore da legamento saltato, pensare che però in fondo – blanda forma di autoassoluzione – non è colpa di nessuno se dopo un balzo si atterra con un piede su un piede altrui…e alla fine, ultimo anello della catena ma non meno importante, Enrico, cioè Henry, perchè l’atmosfera sportiva tentavamo di colorarla a grezzi e maldestri colpi di “uozzammerica”, non a caso prima ho usato la parola playground anziché campo da gioco, dev’essere lo stesso meccanismo che induce a chiamare Job’s Act una banale legge sul lavoro, non ne sono sicuro.
Henry non era alto, non era magro, a prima vista non era l’archetipo dell’atletismo, aveva un incisivo lievemente scheggiato né poteva dirsi che gli altri denti fossero messi molto meglio, affrescati com’erano dalla nicotina che il loro titolare vi insufflava più e più volte al giorno. In sostanza non era bello ma accanto a sé/aveva mille donne se queste per caso si soffermavano nei paraggi del campo da gioco mentre si sistemava soltanto la linguetta delle scarpe, alla maniera di Nadal prima del servizio. Poi pareva che la palla gli planasse da sola in un palmo di mano, attratta dal più spiegabile dei poltergeist, e allora ecco la verità: quello di Henry non era semplice “gioco”. Il suo compagno di squadra poteva anche essere un marziano semi paralizzato, ma sarebbe bastato tenergli gli occhi addosso per combinare qualcosa di utile in partita. E le donne, beh, le donne le seduceva con le sue movenze e pure con lo sbuffo che lasciava partire in alto verso il ciuffetto ricadutogli mollemente sulla fronte dopo una penetrazione bruciante o un tiro in sospensione a segno. S’intende che io fossi di una mezza tacca appena migliore del suddetto marziano, era già tanto che in un soprassalto di fame non tentassi di mangiarmi la palla, ma Henry mi voleva sempre come compagno nei due contro due, lui diceva per il fatto che avessi interessanti margini di miglioramento; ignoro tuttora quale fosse il vero motivo a meno di non tirare in ballo una generosa e misteriosa compassione, ma insomma così era, lui in partita faceva il grosso del lavoro, nascondeva la palla agli avversari, li buggerava in vari modi, li rosolava a fuoco lento, li sfiancava da solo finchè a un certo punto ne percepiva la cottura fisica e solo allora, animo nobile, passava la boccia a me per concludere l’azione; in sostanza mettevo l’oliva in un martini da lui già preparato e shakerato, piazzavo cioè un comodo appoggio al tabellone o un tiro piedi per terra, tanto i rivali stavano boccheggiando a distanza di sicurezza; altri due punti e bel lavoro socio, sei grande, no sei grande tu, e via andare.
Venne poi il giorno in cui voltai le spalle ad Henry per l’ultima volta mentre troneggiava nel suo improvvisato harem rivierasco, dopo una partita; lo ritrovai anni dopo all’università ma fu come se ci fossimo visti la sera prima, con certi amici funziona così, magari a uno intanto le cose vanno passabilmente e l’altro invece ha addosso un po’ di sconforto, tale da indurlo a rinunciare a dare l’esame orale di diritto amministrativo che vede coinvolti entrambi quella mattina; “provaci, dannazione, che cazzo ti cambia?”, e per spronarlo ulteriormente vorresti dirgli che stenti a riconoscere in lui quel fulmine di guerra che qualche tempo addietro furoreggiava sul campo da basket, ma poi pensi che l’urto di questa terapia non se lo merita, o comunque non puoi permetterti di causarlo tu; chi credi di essere, sapientino del mio cazzo?
Il resto dei discorsi ce lo siamo sempre sciorinato addosso a vicenda e occasionalmente nel corso del tempo, anche se a ben vedere era lui a snocciolare i resoconti più significativi: ho conosciuto la tal ragazza, ho cambiato ufficio, mi sposo, sto pensando di emigrare chè qui non riesco più a vivere; io, a corto di esperienze e a causa della mia vita tornata piatta al di fuori delle parentesi estive al mare, a un certo punto ripescavo minuzie incoerenti del tipo “hai visto che sta tornando di moda la mezzaruota? Ricordi quando prima delle partite la provavi con gli altri per scaldarti, e poi arrivavo io a guastarvela?”…sì, lo so, se proprio si doveva far deragliare la conversazione sarebbe stato meglio parlare di figa; ma lui, generoso com’era, annuiva perfino a fronte dei miei improvvisi malestri verbali.

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