Kira (I)

L’unica non insopportabile tra le mie tante storture mentali di cui in apparenza mi lamentavo ma che di nascosto nutrivo alla maniera dei cani sotto al tavolo, era il sapermi immedesimare in determinati protagonisti di poesie, romanzi e racconti letti nel corso degli anni. Mi imbattevo in una faccia, o vivevo una situazione, e mi ritrovavo proiettato, in virtù di qualche tipo di rimando o connessione, nella tal pagina dove questo o quel personaggio (anche se intendiamoci, nulla di accostabile alle nobili faccende di un principe Bolkonskij) disse una cosa, ne fece un’altra, o alzò anche soltanto un sopracciglio. Però, prima che mi trovassi a percorrere, in una notte di maggio, la lustra autobahn che dal confine sloveno si snoda attraverso l’Austria, di questa deformazione non coglievo che vaghi cenni. Dovendo regolarizzare il mio diritto di circolazione extraurbana, avevo fermato i miei pneumatici butterati a una stazione di servizio con annesso spaccio, per pagare la famigerata “vignetta”. Dentro pareva non esserci nessuno, ma alla fine del dedalo composto dagli scomparti traboccanti automobiline a pile, confezioni rigide di liquori alte un metro a forma di eremita e pacchi di praline grossi quanto un sacco a pelo, avevo trovato il ragazzo alla cassa. La sua faccia lignea e il glaciale silenzio tutt’attorno, appena scalfito dal ronzio dei neon, mi avevano fatto venir voglia di aprirmi, quasi per sfida, a un interlocutore che peraltro nulla avrebbe capito. Non importava: ero diventato il vecchio cocchiere russo che a fine giornata sussurra la sua rassegnazione al cavallo della vettura, l’unico che lo stia a sentire garantendogli amorevolmente quel minimo di attenzione che i passeggeri invece gli negano. Ma siccome dal commesso io non potevo aspettarmi, a ben vedere, nemmeno uno sbuffo gelido dal muso o che mi venisse a rosicchiare una carota dalle mani, avevo represso quella tentazione e mi ero limitato a versargli l’obolo.
Sembra nulla, l’Austria: un paesino di raccordo tra inferno e paradiso, che altro? Sbagliato, invece: non finisce mai, in qualunque direzione (non per niente da lì si estese un Impero), o perlomeno è lunga abbastanza da lasciarti crogiolare nei pensieri durante il viaggio. Lampione dopo lampione, traforo dopo traforo, non mi restava che assecondare la stortura mentale di cui ho parlato all’inizio, lasciando assumesse gradatamente forma nel mio cervello un mirabile stralcio sulla solitudine quasi affrescato dal Maestro di Racalmuto. ”Per dirla più semplicemente: non avevo impegni di lavoro o sentimento; avevo quel tanto, poco o molto (ma fingevo fosse poco), che mi consentiva soddisfare ogni bisogno o capriccio; non avevo né un programma né una meta (se non quelle, fortuite, delle ore dei pasti e del sonno); ed ero solo. Nessuna inquietudine, nessuna apprensione. Tranne quelle, oscure e insopprimibili, che ho sempre avute, del vivere e per il vivere; e vi si innestavano e diramavano l’inquietudine e l’apprensione per l’atto di libertà che dovevo pur fare: ma leggere e leggermente stordite, come mi trovassi dentro un gioco di specchi, non ossessivo ma luminoso e quieto come l’ora e i luoghi che percorrevo, pronto a ripetere, a moltiplicare ,quando sarebbe scattato, quando avrei voluto farlo scattare, il mio atto di libertà”. Proprio mentre corpo e mente si beavano di queste righe, scorsi l’ausgang per Achvill: allora ebbi l’illuminazione decisiva. Ero infatti  il pittore siciliano che percorre la strada principale per poi abbandonarla, sedotto da un cartello apparso a lato della carreggiata: a lui apparteneva quel manifesto d’intenti che ho trascritto, e come lui svoltai verso una destinazione vagheggiata nella fantasia ma sostanzialmente ignota, anche se non si trattava di un albergo come nel libro di provenienza.
In realtà non era facile immedesimarsi in quel passaggio, preciso ma al contempo ricco di sfumature. A confronto e differenza del pittore, non potevo di certo ignorare che il poco che avevo fosse davvero poco; e proprio a causa del sentimento (di cui mi mancavano gli impegni), pativo di “inquietudini e apprensioni” al punto che le mie “ore di pasti e sonno” da tempo ne risentivano sotto il profilo della quantità e della qualità. Però, in quel periodo, anch’io ero privo di “programma e meta” ed ero solo, o meglio: solo ero ritornato, solo andavo e venivo, e il mio “atto di libertà” consisteva nel dare corpo a un input che per molti è una costante di vita, ma che io avevo assorbito da una recente corrispondenza intrattenuta a fini consolatori (dove il consolato ero io); ovvero: “Fai ciò che ti senti”. Chi mi scriveva, avendo provato la stessa esperienza, aveva spiegato il concetto usando immagini anche puntute: “Se d’improvviso ti viene voglia di prendere a calci i mobili, fallo”, cui a mia volta avevo replicato ironicamente: “Meglio siano i miei, però”. Forza e spirito non mi avevano mai assistito a sufficienza per attuare un piano così (o altrettanto) brutale: dunque mi sarei limitato a quell’uscita, cioè a salire in macchina di primo mattino per puntare a Est e poi convergere, la stessa notte, verso la suddetta destinazione vagheggiata ma ignota – ignota a me, si capisce. Se non altro avrei avuto qualcosa da dare in pasto ai soliti importuni post agostani (moralmente negativi, li avrebbe chiamati il mio professore di LatinGreco), famelici delle altrui esperienze di viaggio: guai se li avessi tenuti a digiuno, da mostri si sarebbero trasformati in qualcosa di peggio, cioè in mostri carichi di pietà.

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2 pensieri su “Kira (I)

  1. Scusami, rileggerò Il racconto, ma al momento mi ha colpito una frase letta velocemente nel tuo scritto: l’Austria non finisce mai. Pensiero da me affermato in autostrada subito dopo Innsbruck l’estate appena passata. Limite massimo 100km.orari. alternati da minimi di 80-90km.orari. e autovelox ogni 500 metri. Un’odissea mica tanto poetica.😞

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  2. E non siamo stati solo io e te a pensarlo. Se ne rese conto anche il grande Marco Paolini viaggiando per arrivare alla cortina di ferro (l’ha raccontato all’inizio de “I Miserabili” e pure in qualche suo “album”)

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