Kira (II)

Dopo aver svoltato percepii un netto cambio non solo di scenario, ma proprio di atmosfera. Quanto più l’autobahn che avevo lasciato era scintillante e rispecchiava l’ordine e la civiltà di cui ben possono fregiarsi i figli di Cecco Beppe, tanto più la nuova stradaccia trasudava degrado, inerpicandosi tra sterpaglie, fascine di legna accatastate l’una sull’altra, fanghiglia, mucchi di terriccio da lavori in corso, cessi chimici e baracconi modello zona industriale. In lontananza, un profilo di montagne infestate da nubi che sull’autobahn ispiravano un certo fascino, seppur  inquietante; ma ora, sullo sterrato avaro di lampioni, erano inquietanti e basta.
Gli ultimi chilometri che mi separavano dalla destinazione erano inframmezzati da cartelli simili a quelli nei finali di tappa al Giro d’Italia: quasi a rassicurarmi che stessi davvero andando nella direzione giusta, ma anche a permettermi di divagare un po’ su dov’ero stato e cosa avevo fatto nelle ore precedenti. Meno tre chilometri; sosta mattutina a Trieste, toccata tanti anni fa per una trasferta calcistica in occasione della quale, come per le altre città, è dato vedere solo la strada che porta allo stadio. Avevo parcheggiato nei pressi del porto e attraversato piazza Unità d’Italia per veder risplendere al sole i palazzi sede delle Generali, della prefettura e del caffè degli Specchi, dove mi ero concesso quello che chiamano “nero”, l’espresso accompagnato da un “ditale” di cioccolato fuso a parte, e anche se fuori iniziavano a infuriare una trentina di gradi mi ero riscoperto, almeno in parte, riconciliato con l’esistenza. Dietro loro richiesta, avevo poi scattato una foto a un manipolo di ragazzotti del luogo, paludati in abiti eleganti e in posa davanti ai maestosi arredi del locale; il tempo di lasciar risuonare nelle orecchie quella parlata che non sai mai bene a che ceppo corrisponda – sul punto ho sempre avuto paura a sbilanciarmi, sembra veneto ma di sicuro non è friulano, perché lì in città recitano “dime mona, dime can, ma non dirme mai furlan” – e mi ero ritrovato sulla banchina, l’orizzonte tanto nitido da poter scorgere e toccare con mano il castello di Miramare. Ero distratto dalle prove di salvataggio in acqua ad opera di un paio di istruttori coadiuvati da altrettanti cagnoloni addestrati allo scopo, ma ecco che a causa della mia personale deviazione, ed anche per via della “scontrosa grazia” ispirata dal luogo, mi stavo incarnando io stesso in un “ragazzaccio aspro e vorace con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore”; mi ero sentito proprio le mani grandi e vuote perché in effetti non ho mai elargito fiori ad anima viva se si eccettuano le amorevoli scadenze del compleanno materno; e ne avevo provato disagio, ma non acuto come al solito, sferzato com’era da quell’aria quasi di confine. Tornando alla macchina avevo scorto, dietro una tenda che schermava la finestra semiaccostata di un’osteria, un benefattore ingrembiulato e rubicondo intento a mescere bianco e servire tocchi di affettati assortiti in punta di coltello; un minuto dopo ero ripartito tra le facce disorientate di turisti pervase dalla delusione becera di chi pare sia lì solo per imbattersi nella bora e invece, accidenti, non la trova.
Meno due chilometri; sosta post prandiale a Bovec, sull’Isonzo sloveno: le pagaiate dell’ora di rafting cui mi ero sottoposto avevano rinfrancato lo spirito, non altrettanto il corpo per via del principio di congestione che stava per cogliermi nelle acque non proprio tiepide in cui il nostro accompagnatore, a un bel momento, aveva costretto me e gli altri del gommone a tuffarci. Poi va be’: di norma, dopo la consueta gara di schizzi con l’equipaggio che sfila accanto, e durante i secondi di tregua tra una vogata e l’altra, mentre ti lasci trascinare dalla corrente, non è che si faccia granchè oltre a verificare quanto il tuo culo sia fradicio, o alzare lo sguardo per contemplare le distese di verde e roccia tutt’attorno, o rabbrividire al pensiero che, come ti dice l’istruttore, quando il fiume è davvero in piena tutto ciò che vedi sparisce, sommerso. Alla fine del tragitto, il motivo per cui il gommone non possa essere retto per le corde che ne attraversano i lati esterni ma debba issarsi  – su ordine dell’aguzzino che vi scorta – sopra le teste e così trasportato in salita, resta un mistero poco gaudioso e molto doloroso, per le braccia s’intende.
Ultimo chilometro. Bled si trovava sulla mia rotta serale, inizialmente mi ci ero fermato solo per fare rifornimento ma poi, per dedicare al tramonto l’attenzione che gli avrei negato rimontando subito in macchina, avevo costeggiato a piedi il lungolago tenendo gli occhi fissi al castello che lo sorvegliava dalla cima di una salita e dietro al quale il sole andava nascondendosi, e intanto pensavo: “Non è come quelli che piacevano a te, non è un maniero adorno di vessilli, stendardi e armature; di sicuro all’interno non risuonano echi di cornamuse e non si è attraversati dalla sinistra sensazione che il fantasma di Lord McCacchio ti stia scrutando; ma per ora è tutto ciò che posso guardare anche per te, in attesa di tempi e luoghi migliori. Se fossimo in inverno anche questi torrioni si perderebbero tra le nubi, credimi”.
Dopo aver placato lo stomaco piluccando un mezzo bue, e constatato che la mia stortura mentale per una volta era rimasta inattiva, forse per un principio di stanchezza o perché della miriade di riferimenti letterari a castelli non ne conoscevo neanche uno, avevo deciso che il buio era denso abbastanza per rimettermi sulla strada, spingere la mia carriola nella notte e passare il confine con l’Austria, nel frattempo ammorbandovi con le righe che avete letto fin qui.

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3 pensieri su “Kira (II)

  1. “Guardo ogni cosa bella due volte.
    Ho deciso così. Una volta per me e una per te.
    Per risarcirti un pò della bellezza di cui non puoi circondarti”. (David Grossman)
    Va bene anche quel castello lì, anche se non è in Scozia, per quel che stavi pensando.
    E la descrizione di Trieste è bellissima. Notte Tullio 😊

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