Kira (III)

Arrivato a destinazione, e una volta sceso dalla macchina, mi detti per qualche secondo alla contemplazione, facendone dunque conoscenza diretta, della facciata di quel casermone favoleggiato e noto in tutto il sud del Continente, costruito in modo tale che la parte superiore, dipinta di viola, sporgesse rispetto al resto. Sulla stilizzazione dell’insegna si poteva fantasiosamente dibattere: quei pochi tratti luminosi e sghembi parevano comporre un solco intermammario (troppo vaga e romantica la dicitura “decollete”), ma anche un paio di gambe aperte, a scopo visita ginecologica o rapporto sessuale su sedile posteriore di Cinquecento, i piedi sporgenti dai finestrini, a seconda dei gusti. E ingresso e atrio erano simili a quelli di un albergo di decente caratura in bassa stagione: nel silenzio quasi assoluto la receptionist mi registrò e con un sorriso mi allungò l’accappatoio accuratamente ripiegato, le ciabatte e la tessera per i beveraggi. Da una delle due porte alle sue spalle, socchiusa, si indovinavano echi di risate femminili; presso l’altra, aperta, stazionava una sorta di samoano gigantesco, in completo scuro e munito di auricolare, le mani acciottolate ad altezza pubica per darsi un tono. Sotto il suo sguardo varcai la soglia per dare seguito al mio atto di libertà.
Nello spogliatoio mi denudai, ficcai gli abiti in un armadietto, feci la doccia, mi infilai crocs e accappatoio ed entrai nel locale vero e proprio, perché se all’ingresso e all’uscita si è “civili”, nel tempo che intercorre si è come soldati, bisogna sottoporsi ad un altro regolamento e circolare, tutti, in quell’uniforme povera. Beh, di certo non ero in una caserma, ma nemmeno in una discoteca vera e propria perché di norma, e salvo che mi sia sfuggito qualcosa, nelle discoteche non si gira in accappatoio; inoltre, nonostante il bar, le luci stroboscopiche e la musica adatta allo scopo, nella magione austriaca non si ballava. Ben presto mi trovai di fronte a un manipolo di ragazzotti italiani, alla cui testa c’era il festeggiato di un addio al celibato, lo si sarebbe notato da lontano un miglio per via del’incitamento che stava ricevendo dagli altri. E le ragazze non si fecero attendere. Si materializzarono altrettante suadenti farfalline di tutte le risme e per tutti i gusti, forse le stesse che avevo sentito sghignazzare nell’atrio. Vestite solo dei tacchi, a mo’ di benvenuto afferrarono le mani degli ospiti e se le posero sul petto per allettarli con il “popi-popi” che forse quelli avevano sperimentato davvero solo da bambini con i pupazzi giocattolo. Poi però le ospitanti si incollarono sulle luogotenenze maschili e presero a sfregare, sfregare, sfregare fino a cavarne scintille, e immaginai cosa avrebbero detto a tale vista talune esponenti politiche italiane cui basta vedere una donna che serve in tavola un pranzo casalingo, e vestita, per storcere il naso. Ebbi modo di cogliere uno scambio di battute tra una ragazza e lo sposo prossimo venturo. Lei iniziò a saggiarne la luogotenenza armeggiando sotto l’accappatoio e chiedendo: andiamo di là? Lui farfugliò, mentendo più che altro a sé stesso: “Aspetta, non lo so…”, e ottenne in risposta un secco: “Da ciò che sento quaggù, tu sai eccome”. Sparirono i due come sparirono gli altri componenti del manipolo, ciascuno ovviamente scortato.
Altri ospiti più attempati stazionavano al bancone del bar, a sfoggiare la disinvoltura dell’habituè e a farsi solleticare il pancione alcolico dalle altre farfalline. Pensai che a Fellini non sarebbe dispiaciuto quel panorama: l’avrebbe eternato in una pagina del suo libro dei sogni. Tinto Brass invece lo avrebbe ricostruito in carne ed ossa, ma è un altro discorso. Unica certezza era che non avessi mai visto donne così belle a un palmo di naso: la loro pelle, il profumo che emanava, non dovevano avere eguali in natura, e sui loro culi (chiamiamoli come vanno chiamati, i succedanei come “lato b” mi hanno sempre fatto orrore) poteva adagiarsi il bicchiere da cui bevevano i milord e lì restare in equilibrio senza che ne uscisse una goccia.
Mentre sorseggiavo un calice di spumante che speravo fosse fatto almeno col bicarbonato, notai con la coda dell’occhio altri due ospiti intenti a conversare su un divano, come se nulla di quanto avevano attorno li riguardasse. Una scena del genere non poteva lasciare indifferente una farfallina degna di tale nome, che infatti irruppe a passi lenti e decisi a sconvolgere quella quiete da quadro di Hopper e tese un dito in direzione di uno dei due. Anche se costui disse soltanto “Io?” puntando l’indice a sé stesso, la sua faccia intendeva proprio chiedere, seppure trattavasi di domanda del tutto fuori luogo: “…e perché io, dei due?”. Dalle labbra di lei uscì qualcosa che suonava all’incirca “Tu sei il mio tipo”. Il prescelto abbozzò un sorriso, baciato da quello che sperava essere almeno un barlume di sincerità; poi fu trascinato via, e allo scarto non restò che continuare a mimetizzarsi nella tappezzeria del divano. Così poco basta ad esaltare un’autostima ed affossarne un’altra, rimuginai tra me, quando una presenza si abbattè sullo sgabello accanto trasudando l’inconfondibile soddisfazione da battito ancora accelerato, del resto abbastanza comune in quel posto. Non voltai lo sguardo verso di lui nemmeno quando disse, dopo aver smesso di ansimare a bella posa appoggiato schiena e gomiti al bancone: “Ti sembrerà strano, non prendermi per uno alle prime armi ma…non sapevo che fosse così eccitante farsi indossare il preservativo con la bocca…era bravissima!”. Percepii che si era voltato verso di me e completò, assumendo il tono di un benefattore, magari anche in buona fede: “Se vuoi ti dico chi è”. “Ti ringrazio, ma per stanotte ho dato”, replicai; e smontai dallo sgabello senza il minimo interesse per gli effetti che poteva aver prodotto quella pietosa bugia.
Non che avessi voglia di camminare, ma dovevo pur allontanarmi dall’indossatore, quindi mi lasciai guidare dalla curiosità e misi piede prima nello stambugio allestito a privè-idromassaggio, che abbandonai subito una volta constatato che nella vasca sguazzavano solo ospiti; poi detti un’occhiata al cineclub, ma sì! Una sala adibita alle proiezioni degli immortali capolavori che tanto avevamo decantato in gioventù, tipo “I Neri per Casa”, “La Spada nella Doccia”, “Giochi Senza Dentiere”, “Genital Hospital” e “Pippe e i Cazzilunghi”…ma rimasi sullo stipite per non essere avvolto dai brutali aromi, per non parlare delle urla, provenienti dai corpi avvinti tra le file delle poltrone. E transitando da un ambiente all’altro, realizzai di essere l’unico, nella magione, dal quale le farfalline si tenevano alla larga, come se avessero intuito che mi trovassi lì privo del medesimo spirito che animava l’ospite medio, o come se temessero che volessi fargli perdere tempo – lungi da me, sono donne d’affari – o prenderle in giro. Non che me ne addolorassi, ma era singolare non volessero neanche le attenzioni di base, né mi elargissero quelle che non si negano a nessuno, a mo’ di benvenuto: si limitavano a svolazzarmi attorno, come se la mia barba zingaresca fosse una sorta di zampirone. Solo allora la mia attenzione fu calamitata verso l’angolo in penombra dove si trovava il divano occupato fino a poco prima dai due conversatori.
Vi era accomodata una ragazza che non avevo ancora notato. Sospettavo fosse l’unica a non andare incontro agli ospiti: quindi, prima che potessi impedirmelo o anche solo preoccuparmi della mia (in)adeguatezza, mi feci avanti io. Pensai: lo faccio per altruismo, tesoro: se il capo ti vede ferma lì tutta la notte ti licenzia. E conclusi, già dopo due passi: come sono vile, come mi detesto. Ma ormai era tardi per cambiare direzione, e mi sedetti accanto a lei.

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